Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Febbraio 2008

Cosentino Domenico – Meglio per tutti dare la colpa a me

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Domenico Cosentino non te la manda a dire. Mai.
Le sue poesie sono graffi, urla rabbiose, sospiri eccitati, sbadigli indolenti e fotografie ingiallite ma precise di una realtà dura, fatta di pochi soldi, sporcizia, indifferenza, fumate e bevute.
A Domenico Cosentino importano poche cose, o almeno è quello che lui stesso grida tra le riga scegliendo parole anche imbarazzanti per chi legge ma pulsanti nel loro esprimere soltanto quello che è. Domenico Cosentino è incazzato, non ci sono dubbi, ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui. Ci sono altri moti, sentimenti tra i versi che sembrano storti, devono esserlo per descrivere una vita sbagliata, troppo dura e disperata. Poi ci sono l’amore e il sesso dove l’autore è si, esplicito, cinico e a tratti rozzo ma non si nasconde, non gioca con le frasi per abbellire la scena, tutt’altro.
Ogni cosa, elemento, persona, circostanza si proietta nell’occhio del lettore attraverso un’angolazione che arriva dal basso ma non è bassa (il gioco di parole è più che calzante).
Così ci sono le consapevolezze di quei sentimenti vissuti correndo e di quel carattere difficile, complicato che l’autore non si risparmia, anzi si riconosce con la stessa naturalezza con cui addenta una banana.

“La noia ucciderà il nostro rapporto,
il nostro stare insieme ed amarci.
ti avevo avvisata.
tu ora ce ora cerchi negli altri qualsiasi sfogo.
ci si arriva facilmente a questo punto,
quando non si è presi dall’altro
quando ci si ama troppo in fretta.” (pag.16)

Poi ci sono le dichiarazioni, le parole che parlano per il Domenico Cosentino in crescita come individuo che si trova a confrontarsi con un mondo ostile, difficile, sordo.

“non voglio fare concorsi.
non voglio fare corsi di formazione,
né seminari.
non voglio iscrivermi al collocamento.
non voglio cercare casa.
non voglio respirare
bere
mangiare.ànon voglio scopare
non voglio parlare. “ (pag.32)

E quelle parole che sono interiorizzazione, scavo, ricerca di un se stesso imperfetto ma vero, vivo.

“ Io sono i miei sogni che non si avverano
io sono la bottiglia di birra con un dito di birra sul fondo
io sono un sigaro spento, e lasciato a morire nel posacenere.
Io sono le miei mutande sporche.
Io sono la puzza dei miei calzini sudati.” (pag.37)

C’è spazio per tutto, in questi versi, per l’interno come l’esterno che l’autore esplora con sputi e morsi ma non si risparmia. Osserva e descrive tutto senza freni, con l’acidità nello stomaco e la voglia di spezzare quelle catene che sembrano immobilizzare anche l’ambiente, la gente.

“ sono giorni che non ritirano la mondezza,
il puzzo è arrivato fin dentro la mia stanza.
al quarto piano.
la notte mi affaccio al piccolo balconcino
per prendere una boccata d’aria,
e riesco a vedere i topi
grossi come gatti, panciuti
che si danno da fare tra i rifiuti, freneticamente
tutto sta andando in malora e nessuno fa nulla. “ (pag.43)

oppure:

“ in via acquaviva
c’è sempre un’ambulanza,
sia di giorno, sia di notte
con il buono e il cattivo tempo.
sempre lì a caricare qualche povero vecchio,
derelitto, pazzo.
vi chiedo solo una cosa,
quando sarà il mio momento
NON chiamate quell’ambulanza
lì, in via acquaviva. (pag.83)

Ma anche la precarietà, le violenze subite per strada e la paura di non uscirne vivo perché in fondo, nel mondo di Domenico Cosentino sono tutti affamati e moribondi con il corpo o lo spirito.

“ ti puntano un coltello alla gola
e vogliono i tuoi soldi.
come se fosse dovuto.
sono in tre e non hai speranze.
in tasca hai solo cinque euro,
per loro sono pochi.
non sanno che con quei soldi
tu devi camparci per una settimana.
iniziano a picchiarti. “ (pag.95)

Le parole, come accennavo poco sopra, sono dure, a volte grezze, pesanti e usate con l’intento di colpire duro, sempre ma non sono un artifizio. Sono lì per un motivo, per liberare la rabbia e l’odio, per tratteggiare una realtà che negli occhi dell’autore è esattamente come descrive, frustate e indifferenza sorda, morte e fame. Ci sono alcuni componimenti dove si sentono vibrare intenti empatici, sensibili, a dispetto del linguaggio e delle imperfezioni nella punteggiatura che viene snaturata, usata secondo una logica che forse solo l’autore conosce.

“ la gente muore
e non si sa il perché.
la gente muore perché ha i polmoni distrutti
divorati,
da finissime fibre di vetro
provenienti dalla vecchia fabbrica,
che lavora metalli, lì a cento metri da casa mia.” (pag.107)

In alcuni componimenti non sono riuscita a entrare, la poesia è soggettività ai massimi livelli per me. Forse ancora più della prosa perché nei brevi componimenti le parole sono ricercate, anche una pausa, una virgola o un punto diventano importanti. E Domenico Cosentino come già ho spiegato non te la manda a dire. E’ duro, crudo, selvatico potrei dire, non si preoccupa di apparire troppo cinico o esplicito o feroce.
Ma resta una prosa che spurga, sputa e alza le mani, cerca di farsi sentire in mezzo al frastuono, prova a lasciare tracce e vuole colpire. Ci riesce quasi sempre, per quanto mi riguarda.
Pur restando una lettura meno diffusa, la poesia, in questi versi si sentono delle potenzialità che spero, l’autore continuerà a coltivare, tracciare nero su bianco.
Brevissima annotazione per la prefazione dove il libraio Michele Paparella aiuta il lettore ad avvicinarsi a un Domenico Cosentino che conosce bene e ne svela gli intenti, le fragilità e la voglia di scrivere a tutti i costi, contro tutti. Pagine delicate e sincere che dovrebbero essere rilette anche a libro terminato.
Meglio per tutti dare la colpa a me
di Domenico Cosentino
Graus Editore
Isbn: 978-88-8346-209-2

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 29, 2008 alle 7:03 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Cotroneo Ivan – Cronaca di un disamore

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‘Cronaca di un disamore’ è un romanzo che parla d’amore certo, ma anche di demolizioni, ossessioni, mancanze feroci, ricordi che sopraffaggono, desideri e disperazioni.
È un romanzo semplice nella struttura della trama e nell’esposizione che diventa però assai complesso, un gioco di incastri, più affonda nelle viscere del personaggio, più strappa brandelli di un sentimento passato quanto presente.
Maurizio ha lasciato Luca e Luca non capisce, non riesce ad accettare la perdita, l’assenza, una fine che non gli torna, sembra un incubo da cui cerca disperatamente di svegliarsi. Allora ci passa sopra, ogni giorno un po’, ogni volta un frammento che rivive per poi gettarselo alle spalle. È un percorso lento, quello di Luca, che lui stesso non capisce, non è consapevole della strada che sta percorrendo, sente solo il dolore insopportabile e la perdita un organo vitale, il cuore che gli è strato strappato dallo stesso Maurizio il giorno in cui l’ha lasciato con ‘belle’ parole. Il cuore di Luca, dunque, si sposta con Maurizio mentre il suo corpo muta, dimagrisce e si contorce, si riempie di nuove cicatrici che sembrano sempre più vive e pulsanti. Sembrano.

“ Il semaforo scatta, tutti ripartono, e Luca resta lì a domandarsi dove sia Maurizio, e dove stia portando in giro il suo cuore.” (pag.94)

Di fatto in questo romanzo tutto è già scritto dai primi capitoli eppure c’è un’energia, una forza tra le righe che si afferrano solo assaporando i brevi capitoletti con calma, lasciando fluire i respiri di Luca, i brandelli passati che riemergono per poi essere lanciati lontano, sempre più lontano, proprio là dove non lo possono più scalfire solo che lui stesso non lo sa, non si accorge che sta percorrendo la strada del disamore. Perché Luca ama. Sempre e comunque. E fa di tutto per ritornare con Maurizio, lo cerca e lo desidera con l’intensità dei grandi sentimenti, lo sogna con la forza dei programmi mai realizzati, lo aspetta con la voglia di assaporare quel corpo imperfetto eppure rassicurante, che lo ha fatto stare bene.

“ Dormì. Non mangiò. Si svegliò di notte chiedendosi cosa gli avessero strappato dal petto. Capì che essere lasciati significa più di tutto essere derubati del futuro.” (pag. 96)

I due protagonisti sono adulti moderni, trentacinque anni Luca, più di quaranta Maurizio, eppure sono palpabili le incertezze, i ritmi ancora irregolari, le ricerche quasi adolescenziali che li portano a piacersi ma anche a dividersi.
In questo romanzo l’amore ha colori, odori, sapori, luoghi, voci, risate e singhiozzi. È un amore poliforme, mutevole. Tutto e il contrario di tutto perché, di fatto, è un amore che sta cercando in tutti i modi di andarsene, scomparire, zittirsi, allontanarsi. Disamore dunque, un processo strano, complicato, che il lettore avverte con certezza solo verso la fine, quando i gesti di Luca sono ormai esasperati, stralunati, sconclusionati nella loro dignitosa lucidità.
C’è una scena in particolare che decreta il percorso, che svela cosa sta davvero facendo Luca in mezzo al caos dei ricordi, delle finte speranze e dell’annullamento, ed è una scena semplice, delicata che Cotroneo infila delicatamente nella trama aspettando che il lettore se ne accorga da solo, che non è una scena della tante, è la scena che identifica il disamore.
Luca va a farsi una nuotata in mare, ha lasciato la città per concedersi una breve vacanza nella stessa casetta dove lui e Maurizio erano stati mesi prima, quando stavano insieme. Luca inizia a nuotare e ogni bracciata è faticosa, dolorosa. Luca è stanco, affaticato, avrebbe bisogno di riposare eppure continua senza voltarsi indietro, ogni bracciata lo porta sempre più lontano dalla riva finché si fermerà e noterà quanto si è allontano sicuro di non poter tornare, di non riuscire a ripercorrere lo stesso tratto eppure riparte. Bracciata dopo bracciata raggiunge la riva e rientra in casa. Così ogni sera prima della cena Luca si lascia avvolgere dal mare scuro e nuota sempre più lontano, ogni giorno qualche bracciata in più poi rientra. Eccolo dunque il disamore che chiude il cerchio, un allontanamento lento ma progressivo, costante.

“Piano, con una sicurezza crescente, capisce perché è venuto fin lì. Perché l’isola lo voleva. Pensa: nessuno si ricorderà di noi. Noi non ci ricorderemo di noi. Oggi sei entrato nel mio passato, nel passato della mia vita. Adesso capisce cosa succederà. Sarà sempre come oggi. Ogni sera, prima del tramonto, andrà a nuotare. Ogni sera si tufferà e si spingerà sempre più lontano …” (pag.132-133)

Non creda però il lettore che questa ‘cronaca’ sia scontata, banale. Tutt’altro. Il finale ci mostra un altro Luca sotto ogni punto di vista, come se il disamore lo avesse cancellato per lasciare al suo posto un’altra persona che si, si chiama sempre Luca ma non ha molti elementi in comune con il protagonista delle precedenti pagine. Ed è così evidente che questo Luca sa, di essere diverso, di avere bisogni che prima ignorava, di non riuscire più a vivere quei sentimenti che invece prima, con M erano spontanei, naturali. M è tutto ciò che gli resta del suo amore per Maurizio, neanche il nome per intero gli è rimasto.
Ogni tanto poi, in mezzo ai brevi flash del passato e del presente di Luca, Cotroneo inserisce capitoli che sono lì per tutti, per il lettore ma forse anche per se stesso. Capitoli che c’entrano con l’amore e quindi anche con Luca e Maurizio ma il lettore sente che è solo un dettaglio, per qualche paragrafo la storia non è più importante, resta in stand-by il tempo di concedere al lettore un ampio respiro e una riflessione per se stesso.

“ L’innamoramento, nei suoi comportamenti, presenta analogie con tre precise categorie di individui: gli affetti da disturbi ossessivi compulsivi, i tossicodipendenti, e le persone colpite da depressione” (pag.111)

Nella mia copia del romanzo sopra questa frase che inizia un capitolo deliziosamente crudo c’è la mia calligrafia storta che con la matita, mentre leggevo, ha scritto ‘meraviglioso!’. Appunto.

“ Pare che le lacrime siano nate nel corso dell’evoluzione della specie …[…] Nacquero così le lacrime basali. Ciascuno di noi ne sviluppa quindici centimetri cubici all’anno. Esse non si trasformano mai in goccia vera e propria, e servono in sostanza a tenere umido l’occhio. Esistono poi le cosiddette lacrime riflesse, quelle che sgorgano in seguito a un fenomeno esterno… […] E infine le lacrime emotive, detta anche psicologiche, che dipendono da fattori appunto emotivi. […] Le lacrime basali e riflesse differiscono completamente per composizione da quelle emotive. “ (pag.89)

Ossessioni, dipendenza, sbalzi d’umore e lacrime. Eccolo quindi l’amore nelle sue manifestazioni più comuni eppure così spesso banalizzato, ignorato per star dietro al ritmo della giornata, gli impegni e il lavoro. Non è così per Luca che davvero sente tutto e non si risparmia. Neanche quando Maurizio è solo M, neanche quando passa davanti a casa sua senza pensarci. Luca ha bisogno di essere toccato, di sentirsi ancora vivo, per non ripiombare in quel abisso che lo ha quasi risucchiato. Quasi.
La scrittura è semplice e ritmata, accompagna il lettore, i capitoletti sono intercalari veloci che solleticano la voglia di proseguire come se non ci fossero mai abbastanza parole per. Come se l’amore fosse più forte a ogni nuova pagina che ci si appresta a leggere. Come se l’annegamento fosse si lento ma anche dolce, contorto, sottilmente ironico e rassicurante. Come se tutti fossimo quel Luca.

“ Qualcuno, da qualche parte, quando ero piccolo, deve avermi detto che quando si è così amati non si può non amare, […] E io lo so adesso, lo so bene, che questa è la più grande cazzata del mondo, eppure non riesco a mollare, non riesco a mollarti, non riesco a non pensarti. Ogni ora che passa è sempre un po’ peggio. […] E tu salvami che sto affogando nel mare, e poi picchiami a sangue sulla spiaggia e fammi tornare a essere me stesso. “ (pag.38)

Cronaca di un disamore
di Ivan Cotroneo
I tascabili Bompiani
Isbn: 978-88-452-5982-1
Euro: 7

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 26, 2008 alle 8:49 am

Pubblicato in 2008, Lankelot, Non recensione

Genesi di Valerio – Avvicinamento a Cicatrici

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Valerio è il primo personaggio che ha iniziato a bussarmi in testa due anni fa. Ed è stato un bussare basso, all’inizio, una cadenza ritmica, un vago formicolio di quelli che non noti sempre ma sai che c’è.

Di Valerio sapevo già molte cose quando ho iniziato a guardarlo in faccia, mentre prendeva forma e si spogliava davanti e per me. Sapevo molte cose ma non ero sicura di capirle fino in fondo. E’stato questo l’ostacolo maggiore, forse lo è tutt’ora. Sapere ma temere di non riuscire.

Valerio è un personaggio complesso sotto molti punti di vista. L’ho amato molto, soprattutto quando ci siamo ‘conosciuti’ perché le sue fragilità erano così evidenti e il suo tentare di rimanere in piedi, a ogni costo, sempre e comunque mi faceva tenerezza. Avevo voglia di abbracciarlo e dirgli che sarebbe andato tutto bene anche se poi, sapevo (come so ora) che erano solo ridicole bugie neanche tanto velate per farlo stare meglio appena un pò, quel tanto che bastava a me per respirare in mezzo al suo dolore.

Poi sono cambiate alcune cose, tra di noi. Valerio ha tirato fuori altro, aspetti che evidentemente io non ero pronta a conoscere (prima) ma che poi mi hanno investita, avvolta. Aspetti duri, freddi, che mi hanno spaventato davvero. Perché andavano a colpire nervi scoperti, paure profonde, radicate e che non c’entrano con il sesso o l’età o le scelte di vita. C’entrano con cosa siamo. Dove andiamo. Ma soprattutto perché.

Valerio ha smesso di urlare da poco. Ha trovato una sua pace, credo. Io gliel’ho data, in effetti perché ne avevo bisogno quasi più di lui, sentivo che non poteva rimanere incastrato in una non – azione che da ormai un anno lo teneva sospeso, lo rendeva schiavo di un dolore davvero straziante. Ma non so se stia meglio davvero ora.

E capisco anche che può ’suonare’ strano parlare di un personaggio come se fosse un amico intimo, quasi un amante in un certo senso. Può si, sembrare bizzarro, da svitata. Ma è così che è andata, tra me e Valerio. E ogni volta che riprendo in mano quelle pagine torna e ci riprova. A trascinarmi nel cunicolo buio e freddo che ormai è la sua casa nascosta, da qualche parte nella mia testa.

Valerio è la scelta che inbavaglia, da cui non si torna indietro. Ma è anche una vita a metà, vissuta a testa alta per non vederlo quel burrone così vicino, così ripido che rischia di ingoiarlo. Valerio è la sottile rabbia sorda che martella fino a sfinire, che sgretola le false certezza e sa di essere il più forte. Valerio si è costruito un’armatura per convincersi che va tutto bene, che lui sta bene e continuerà a fare del bene ogni giorno un pò. Ma tutto questo bene alla fine si è ribellato e gli ha mostrato cosa c’è dietro lo strato superficiale di calma e tranquillità. E quel qualcosa lo ha trasformato o forse, ne ha solo svelato le vere sembianze.

———

Ringrazio molto Erika Furci (che mi ha letta e commentata con sensibilità e onestà) e il team di Books Brothers per aver pubblicato un monologo di Valerio, dandogli per la prima volta sembianze esterne a me. Per chi fosse interessato lo si rintraccia QUI per ora ma lo pubblicherò anche qui su Frammentando prossimamente.

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 20, 2008 alle 2:33 pm

Madri Assassine – riflessioni, avvicinamenti e approccio

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Di certi libri non si può parlare (scrivere in questo caso) per tanti motivi ogni volta diversi.

Nel mio caso non scriverò una ‘non recensione’ a questo romanzo, ‘Madri assassine’ di Adriana Pannitteri (Gaffi Editore). Non lo farò perchè la tematica che tratta mi stordisce, mi graffia da dentro da troppo tempo per poter mantenere quel minimo distacco necessario a commentare un testo nella sua interezza.

In questo libro ci sono aspetti positivi e negativi ma, come ho detto, non voglio soffermarmi sull’ ‘oggetto libro’, per fortuna non sono un critico, posso evitare uno schema rigido quando scrivo di un testo.

In questo libro ho trovato delle conferme.
Conferme legate alle analisi del fenomeno, l’infanticidio e più nello specifico di quelle dinamiche che portano alcune donne a uccidere i proprio figli. Conferme crude, macabre, dannatamente tristi e rabbiose. Eppure si, leggendo mi sono sentita immersa in una materia insidiosa ma che col tempo (ormai è più di un anno che studio e seguo le dinamiche), col tempo insomma ho imparato ad affrontare senza condizionamenti mediatici o teorie preconfezionate. Quello che si vede quasi mai è quello che è, nemmeno le madri stesse lo sanno, quello che è, non subito almeno e, in certi casi, neanche dopo.

” Una prima cosa che veniamo a sapere è che non sono malattie che si creano da un giorno all’altro. La dicitura ‘raptus’ che i giornalisti usano sempre è sbagliata e forviante. Ci sono, in ognuna delle storie riportate, lunghi periodi in cui il rapporto con la realtà, e in particolare con quella del proprio bambino, pian piano s’altera, fino a un punto di non ritorno raggiunto il quale bisognava uccidere…” (dalla postfazione di Annelore Homberg, psichiatra e psicoterapeuta, pag.117).

Questo per me è un nodo cruciale nell’approccio. Ne ho scritto anche nella prefazione a un romanzo (Gezim di Susanna Sarti) e si ritroverà in ‘Cicatrici’ (se mai prima o poi verrà pubblicato), pur non volendo cucirmi addosso un ruolo che non mi appartiene, ho sempre sentito che quel modo di raccontare, percepire le storie terribili delle madri assassine non può fermarsi alla mera catalogazione in ‘raptus‘ che lo snatura, di fatto, dal contesto, il passato e la ragione. Se è stato un raptus non era prevedibile. Ergo i parenti e amici non potevano fare niente. Ergo non c’era modo di prevederlo. Ergo la donna era davvero felice fino a pochi secondi prima poi le sono venuti dei ‘momenti di buio totale, spina staccata’ e basta. Ergo le madri assassine non si potevano aiutare prima del fatto. Ergo viviamo in un mondo di pazzi.
Più o meno funziona così, nelle discussioni a cena tra amici, nelle cene in famiglia, nei commenti davanti alla macchinetta del caffè e viadicendo.
E’certamente una valutazione di comodo, egoistica mi sento di definirla che ha un suo senso nell’essere imperfetti perchè uccidere un figlio è di certo una delle tragedie più sentite, dolorose e temute. Ancora più che uccidere un convivente, un amante… perchè coi figli si instaura (dovrebbe) un legame diverso, che ha radici in una profondità che nessun altro tipo di rapporto può raggiungere. Di solito. E allora quando arrivano certe notizie, queste, anche la mente di chi le vive da spettatore ha bisogno di trovare risposte (anche se fasulle), ha bisogno di individuarne le dinamiche e convincersi che non può succedergli. Convincersi che sarà diverso per la sua famiglia, gli amici e tutti quelli che conosce. Assolutamente. Allora arriva in soccorso il raptus che spiega tutto in fretta e bene. E ci rende schiavi di una motivazione subdola e sorda. In un certo senso le storie che oggi danno vita a ‘Cicatrici’ sono nate per demolire proprio questa dinamica moderna.

“Sono tornata a sedermi. Sola. Il dolore è diventato ribellione. Una rabbia che avrebbe voluto spaccare il mondo. Mi sono chiesta se tutti attorno a Manuela hanno finto di non vedere o non sono stati capaci di capire. Si gira sempre la testa dall’altra parte e si aspetta fingendo che il bene trionfi. E ho persino odiato gli uomini in camice bianco. Non ho avuto pietà per loro, imperfetti. Ho pensato a Debora, alla sua bambina com’era in una foto. I capelli ondulati, la pelle del viso morbida… odore di pesca, fragola, nuvole di soffice borotalco.
Ma in fondo si assomigliano tutti i bambini a quell’età. Ho guardato i suoi occhi dolci e grandi riempirsi di terrore, spalancati in una fuga impossibile.
E dentro, un tormento senza risposta.
Per Manuela, per Debora, si poteva fare qualcosa di più?” (pag.38)

Questa è la voce di Adriana Pannitteri, giornalista e donna sensibile, attenta che in un intermezzo si interroga, svela quei pensieri che , dentro l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere deve aver trattenuto, celato molte volte.
Questo è un’altro nodo stretto, strettissimo che spesso sento anch’io intorno al collo. Superata l’illusione del raptus, è davvero così difficile, addirittura impossibile, accorgersi di certi segnali? Non notare i malesseri, gli umori, i gesti e la sofferenza. Molte delle donne ricoverate a Castiglione erano già state da psicoterapeuti, chi più chi meno, eppure non era servito, non era bastato. Somministrazioni blande, pacche sulle spalle e sorrisi di gomma. Allora? Chi e come può? A volerle guardare da una certa angolazione, tutte queste vicende di morte, solitudine e dolori insopportabili, sembra che davvero nessuno possa. Eppure io non ci credo, non del tutto e forse, anche per questo bruciore che ho dentro, continuo a cercare, studiare, ascoltare. Forse.

“Talvolta le madri uccidono ciò che non sono riuscite ad amare, la loro stessa identità. Eliminado il loro bambino, spiegano i medici, è come se cancellassero la loro insoddisfazione ma anche la parte di sè che non amano, che non riconoscono e che dunque non accettano. Ci sono quelle che straziano i loro piccoli, ripetendo sul loro corpo ciò che magari hanno subito da bambine, come le violenze, il dolore degli abbandoni. E ci sono quelle che vogliono salvarli da un mondo crudele.
Accade qualcosa nella loro testa, come ‘un clic’ nel cervello, ma prima di quel clic c’è stato sempre qualcosa che gli altri non hanno capito. Nemmeno i medici. Quelle madri non hanno volti maligni, come pensava Lombroso, ma sono ombre, battiti di ciglia… chi guarda davvero negli occhi delle madri che stanno male?” (pag.44)

Ecco dunque la nuda e cruda realtà. Le madri assassine non sono donne indemoniate che sputano fuoco. Non sono creature nate malvage e dedite a riti satanici. Non mettono al mondo bambini con l’intento di ucciderli nel peggiore dei modi. La c.d. madri assassine sono un mondo complesso di silenzi (tantissimi, troppi), dolori, cicatrici del passato e del presente, difficoltà ad adattarsi ai modelli che oggi ci sono imposti (‘hai visto quella là che dopo due settimana dal parto sfila in passerella?’, ‘Ma lo sai che la Pina fa la pasta in casa e i suoi tre figli sono sempre ordinati, puliti ed educati?’). Sono creature che vorrebbero gridare, chiedere aiuto ma spesso non ci riescono, non sanno neanche loro come e dove farlo. Sono esseri umani, nient’altro, che perdono la rotta, non riescono a distinguere i contorni di giornate che diventano lente, soffocanti, piene di confusione e circostanze che faticano a gestire e sopportare ma che per gli altri sono assolutamente normali. E in questa normalità talune madri si smarriscono.

” Vorrei che tutti potessero vedere Maria P. come l’ho vista io e provare un pò di rimorso per le banalità scritte nei rotocalchi. Davanti a me c’è solamente una donne di ventinove anni che avrebbe potuto avere dinanzi a sè una vita felice e si è trasformata invece in una giovane madre divorata dalla depressione. Qualche medico l’aveva visitata ma non aveva capito. Si tende sempre a pensare che le donne quando hanno partorito diventano un pò noiose.” (pag.104)

Allora è questo il passo grosso, faticoso e complicato che tutti, come società ed esseri umani, dovremmo fare. Imparare ad ascoltare, non fermarsi ai gesti di rito, non lasciare che le cose si risolvano da sole perchè funziona così, lo dicono tutti.
Ma soprattutto non dimenticare che un papà e una mamma sono prima di tutto esseri viventi autonomi, con proprie identità, desideri, caratteri e bisogni. E amarli per quello che sono, offrire un aiuto anche se non richiesto, capire come vivono la neo condizione di genitori e non cedere all’egoismo, accettare anche la possibilità che possano avere dei problemi, delle difficoltà soggettive, delle imperfezioni insomma.
Perchè siamo tutti imperfetti.
Che ci piaccia o meno.

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 16, 2008 alle 9:15 am

Quella carne

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La sensazione.
Di calore dietro le orecchie.
Lo stomaco che si contorce ma non fa male, anzi. E’ eccitante quel movimento, le viene da sorridere.
Mentre parlano, tra la folla, in mezzo agli altri che programmano la giornata, le gite e tutto il resto. Mentre se ne stanno lì, in una specie di cerchio rotto dentro la hall dell’albergo lei non riesce a stare ferma. Non le piace l’alito del Giappi che, come sempre, si è ingozzato di salatini gratis e tramezzini alle nove di mattina. Né l’esuberanza di Paola, con quei capelli lunghi e lisci che non si capisce come possano resistere all’umidità e al vento fino a notte fonda.
Ma più di tutto c’è la sensazione, lo sguardo su di sè che sa, conosce fin troppo bene eppure ogni volta è diverso, la inebria..


Dentro l’ascensore lucido, claustrofico sospira, ora va meglio. Finite le discussioni, spento quel vociare noioso, insistente.
Ma quando le porte scorrevoli si riaprono lo vede davanti alla camera, appoggiato allo stipite.
Entrano e lei non sa cosa, come, dove. E’un gran casino che le esplode in testa e non le da tregua. Lui parla, come al solito, di questo o quello e si muove nella piccola camera come fosse a suo agio. Lo è.
Allora sgattaiola in bagno e si cambia, cerca di non pensarci, di ignorare il formicolio alla base del collo, le gambe che fanno le pazze e se ne vanno per conto loro.
Esce e lui è ancora lì, si alza dalla sedia accanto alla piccola scrivania e si avvicina.
Non lo guarda, non vuole sapere che espressione ha, lo sente parlare ancora e cerca di calmarsi, deve. Ma lo stesso quel qualcosa c’è, l’aria è troppo strana, vibra.
- Perché pensi che me ne starei qui a blaterale?
Cosa? Lei si immobilizza, non ha capito niente, di cosa parlava fino a poco prima e a cosa si riferisce adesso. Ma il tono. Cavoli. Quello l’ha capito eccome. Lo sente fermarsi alle sue spalle, i corpi premono. Il bacio sul collo è una scia invitante, calda.
- Possiamo… se tu…
No.
Non è sicura di averlo detto ad alta voce. Non le sembra. Eppure è un no. Non può essere altro. Boia. Il corpo è ancora rigido ma dietro di lei il richiamo è delizioso, tentatore.
Lui le sfiora i fianchi, il ventre, la stringe ma non c’è costrizione, è un abbraccio morbido.
No.
Certo che no. Eppure tace, le sembra la cosa più sensata da fare. Aspettare e vedere come va, starsene lì a godere del silenzio, dei respiri e non pensare, non agire.


- Non c’è un solo motivo per cui dovremmo.
Le è uscito all’improvviso, un soffio, anche se non sembra la sua voce, per niente. Lui non la lascia. Continua a strofinarsi contro di lei, ormai ha il suo odore ovunque e sta lottando. Per non voltarsi. Perché vederlo sarebbe, è, la resa.
- Sicura?
E’ un sussurro così eccitante che si sente cadere. Chiude gli occhi. Sicura dice lui. Tze. Di sicuro c’è solo che sono nella merda entrambi e mentre lo pensa le scappa un sorriso. Una mano le sfiora l’estremità del maglione, si intrufola sotto l’ombelico e raggiunge il primo bottone dei jeans.
Basta. Adesso basta. C’è un limite a tutto e se lui ha intenzione di superarlo allora, insomma, se è così, se proprio, se pensa e vuole, insiste e la stuzzica con quei modi che poi. Basta.
Si volta con uno scatto che non lo coglie impreparato. Bastardo. Lui la conosce, sa.
Inspira ed espira, si sente una stupida. La provoca perché non vuole decidere, aspetta che sia lei, come sempre, a valutare, frenare o forse no. Stavolta ha deciso lui, a quanto pare.


La mano slaccia il primo bottone, poi l’altro subito sotto.
Ancora non lo guarda. Quel viso è il suo peggior nemico, può ancora, se decide, se lo ferma, ci crede e rifiuta ma lo deve fare adesso, subito, allontanarsi e farlo uscire, chiudere la porta e riprendere fiato, poi tornare di sotto dove li aspettano e andare, stargli lontano, non sfiorarlo, non.
- Avevamo un accordo.
- Che abbiamo già infranto, in passato.
Le mordicchia i lobi, le mani sono ferme, la stringono a sé, le fanno sentire cos’è, cosa c’è che preme, quanto la vuole.
- Credevo…
Ormai balbetta.
- Anch’io.
Le labbra sono affamate, nervose.
Sono sempre tua sorella, pensa ma non è poi così importante adesso che, mentre quel bacio la inghiottisce e i loro corpi vibrano. Non quando loro sono, poi l’odore della pelle, la voglia e quel bisogno di cercarsi, spogliarsi, annusarsi con la fretta tra la lingua, i sapori sulle dita, dentro.
Non si torna indietro, sono due animali con lo stesso sangue e lo sanno. Sono due animali così simili che non possono, non riescono a evitarlo, hanno bisogno di unirsi, cercarsi, entrare e uscire da quella carne che è la stessa. E’la loro. Quella carne che da sola gratta, brama, non riesce a stare ferma.
Ma quando spingono è una liberazione, ogni volta sempre di più. Finché il piacere li lascia nudi e stanchi. In attesa.

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 14, 2008 alle 12:05 am

Pubblicato in 2008, flash, grattare, racconto, sex

Campolongo Sabrina – Il cerchio imperfetto

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Qualcuno sostiene che chi scrive non dovrebbe mai commentare, recensire o comunque ‘parlare’ dei libri altrui. Io non sono d’accordo. Chi scrive in genere legge anche molto (più facilmente moltissimo) e mi sembra limitante, riduttivo non condividere impressioni ed eventuali emozioni. Allo stesso tempo qualcun’altro sostiene che non si dovrebbe mai recensire il romanzo di chi si conosce. Un pò come il chirurgo a cui è vietato operare i familiari. Ni. Penso che leggere sia comunque un atto soggettivo tanto quanto esprimere poi un’opinione. E la ‘bonta‘ (come direbbe l’illustrissima Flannery O’Connor che di recente ho letto) la bontà dunque di una recensione dipende il larga misura dalle intenzioni.
Ebbene.
Io conosco Sabrina Campolongo, ci siamo sfiorate on line (ormai da quanto? Un anno?) poi ci siamo incontrate a una presentazione. Qualche mail, ogni tanto, confronti e spunti.
Ma del suo ultimo libro voglio scrivere ugualmente per lasciare una traccia. Che cercherà di essere obbiettiva, che non deve niente a Sabrina quanto a nessun altro. Ne scriverò come se fossimo tutti seduti su un enorme divano morbido, rilassati (magari con un bicchiere di vino in mano) a notte fonda.

‘Il cerchio imperfetto’ è un bozzolo.
L’ho pensato subito, dai primi capitoli. Non starò qui a ingolosirvi con la trama perché non ha senso, trovo che in testi come questo sia necessario entrarci ognuno col proprio ritmo, senza trailer insomma. Perché i personaggi importanti sono tanti e non importa quando si mostrano, quanto dicono o fanno. Li avverti pulsare tra le righe di questo enorme monologo della protagonista, Francesca, che li sente tutti anche se ogni tanto non se ne accorge, si perde, si confonde. Ma non è solo questo. I personaggi sono tutti imperfetti, sono segnati da quel tipo di imperfezione che sin da piccoli ci insegnano a camuffare, correggere, nascondere. Paure, fobie, irresponsabilità, gusti sessuali, incapacità, inaffidabilità, vizi, ossessioni, egoismi.
E’un bozzolo dicevo, nel senso lato del termine. La scrittura scorre, scivola ma resta a tratti imperfetta, istintiva, dolorosa come le situazioni che racconta, come i personaggi stessi che si cercano e si rifiutano in un cerchio infinito, un giro-giro-tondo pieno di buchi, dove le mani, a volte, scivolano, non si ritrovano.
La Campolongo le ha tenute dentro, cullate, queste storie, alcune più di altre e si sente nel modo in cui le presenta, in punta di piedi a volte, si percepisce nella scelta delle parole, nell’inquadratura che dovrebbe arrivare dagli occhi della protagonista ma che ogni tanto esula, si alza, si avvicina a un mondo ‘esterno’ che Francesca, da sola, non potrebbe cogliere in pieno, del quale ha una visione parziale. E il lettore la sente, questa parzialità, gli mancano dei ‘pezzi’ da subito, deve aspettare, scorrere le pagine e unire i tasselli. Ogni tanto forse si arrabbierà perché certi dettagli sfuggono, sono solo suoi, di Francesca e delle sue amiche, di questo gruppo di donne eterogenee e complesse. Donne moderne, certo ma mai eccessive. Tutt’altro. Donne che, spogliandosi davanti al lettore, si scoprono fin troppo uguali a tante altre che invece tacciono, si rinnegano o camuffano talune imperfezioni.

Volevo precisare però, che non c’è in questo romanzo, l’intento di idolatrare la fingura della donna, anzi, piuttosto il contrario. I personaggi maschili ci sono e ne escono un pò ammaccati, quanto meno, ma non va tanto meglio alle donne che si, sono il cuore pulsante della narrazione ma non c’è pietismo o accondiscendenza. Ogni personaggio è quello che è, e così viene presentato, nel bene e nel male.

C’è molto dolore in questo romanzo. Ovunque eppure si percepisce il sottile filo della speranza, qualcosa che si perde facilmente ma mai del tutto. E’una visione deformata dalla sofferenza, che ogni tanto soccombe (giusto il tempo di frenare, accucciarsi per un pò, abbracciare le ginocchia e chiudere gli occhi nel buio) ma poi risale, c’è sempre qualcosa per cui vale la pena. Magari piccola, un dettaglio, una telefonata, una mail, una persona che sta aspettando. C’è e tanto basta.
Sabrina Campolongo ci restituisce una realtà dove i silenzi hanno afferrato un loro spazio, molto più di quanto siamo disposti ad ammettere anche a noi stessi; è come se la solitudine entrasse con violenza nella vita dei personaggi e la invadesse, si imponesse.

‘So che non ci sarà un suo messaggio, lo faccio soltanto perché voglio ascoltare ancora una volta il silenzio, vedere ancora una volta il vuoto, cadere un pò più giù, nel buio pozzo nel quale mi torturo.
Sentirmi ancora un pò più sola, un pò più ignorata, un pò più illusa.’ (pag.143)

E questo chiacchierare, confrontarsi è un flusso continuo, un eterno singhiozzo di emozioni e sentimenti, di analisi e ricerca. Tutti cercano qualcosa, tutti si cercano.

Penso che un romanzo così pieno di scavi, umori, moti e incastri in alcuni punti sia rimasto diciamo’ incastrato’ nella narrazione in prima persona che diventa prepotente, necessaria quando la voce di Francesca è un grido, un pianto, la necessità di sputare lava e vomito. Ma il lettore sente che c’è di più, che Marga quanto Viola o Iris o Massimo o il dettaglio della strada, della casa, dell’alcova… tutti avrebbero altro da sussurrare, frammenti che la sola protagonista non può cogliere a pieno, non deve in quanto personaggio, parte attiva, divorante della narrazione. Ma questa è solo la mia percezione. Allo stesso modo, da lettrice, ho ignorato totalmente i titoli ai capitoli, è qualcosa che mi irrita perché non li capirò a pieno finché non avrò letto appunto l’intero capitolo e allora dovrò tornare indietro per recuperare quel titolo e dargli finalmente il senso che merita. Anche questo è, mi pare ovvio, un gusto personale.

Poi ci sono certi passaggi, quei passaggi dove le parole scorrono e colpiscono, dove tutto è così nitido e crudo da lasciarti spiazzato, disarmato di fronte a una realtà che esiste, lo senti che c’è (tra i tuoi ricordi o i racconti di altri), non la discuti, allora il lettore si ritrova in una casa sporca, con la voglia inspiegabile di ‘non essere’, ‘ non fare’ tra le ossa e la puzza di sudore sulla pelle. Fotogrammi di verità soggettiva, certo ma che hanno il dono di unire circostanze e sentimenti in una miscela equilibrata, dal sapore dell’aria fresca della sera e della paura amara, rantolosa.

‘Invece sono bloccata, incagliata come un relitto. Paralisi. Senza alibi né scuse. A convivere con il mal di testa, con gli occhi gonfi, con il prurito in testa, l’alito cattivo, la vecchia t-shirt stazzonata e l’odore del mio sudore.
In attesa che passi, o che qualcosa di nuovo accada.’ (pag.99)

Io c’ero. Ero lì con Francesca. Ero Francesca. In questa casa silenziosa, vuota, abbandonata. A lasciarmi respirare, inadeguata, incapace di qualsiasi cosa eccetto sentirmi ‘nulla’. Essere nulla.

‘Il cerchio imperfetto’ è uno di quei libri che quando lo finisci vorresti correre fuori a raccontarlo, ti lascia addosso qualcosa (almeno a me è successo), qualcosa di indefinito, indefinibile. Voglia di dire che si, assolutamente si, la vita è così, ci sono gli alti e bassi (tanti, troppi, onnipresenti). Ci sono gli amori strani, confusi, contorti, passionali. Ci sono i dolori profondi, grandi più di te che credi ogni giorno di non riuscire ma poi. Ci sono la pause e le svolte. Ci sono i colori insomma. E si sente tutto, prepotente in questo romanzo bozzolo che finisci col ninnare sulla tua spalla, gli sussurri qualcosa (di tuo, perchè alla fine ce l’hai trovato, qualcosa di tuo) e te lo tieni vicino. Con te.

‘… [...] alcuni cerchi non riescono a chiudersi, l’ho capito anch’io…’ (pag.170)

Ma ci sono, questi cerchi, e tu puoi solo viverli, ascoltarli, lasciare che ti attraversino e accettare le ferite come le gioie improvvise, i sussulti quanto i lamenti. L’imperfezione diventa allora consapevolezza perfetta, nell’attesa, nell’attenzione, nella percezione che invece, sempre più spesso, cerchiamo di evitare. Qui no. Non si può, non si deve.

Suggerisco la lettura della deliziosa quanto intensa prefazione di Rossella Postorino dopo aver concluso il romanzo. Lo so, è un controsenso ma io che l’ho letta prima, poi ho dovuto riprenderla. Perché certi passaggi, certe annotazioni, interpretazioni non le puoi capire fino in fondo finché non hai letto la storia, non hai vissuto con Francesca, non l’hai fatta un pò tua.

Ultima annotazione legata al linguaggio, lo stile. Sabrina Campolongo ce l’ha, un suo stile che preme contro il ‘bozzolo’, sa descrivere senza annoiare, sa colpire con poche frasi dure, precise. E’capace di farti vedere una scena come te la trovassi davanti in quel momento con tutta l’intensità, i rumori e i colori.

‘La sua risata acuta, di monetine tintinnanti, teatrale, con la testa rovesciata all’indietro. Una goccia di Negroni che le ho preparato scivola dall’angolo delle sue labbra, e cola verso il mento.’ (pag.17)

‘ Marciapiede, passi, gambe molli, affondo, i piedi affondano nell’asfalto vischioso, caldo, si è sciolto, si è sciolto sotto di me, mi risucchia gli stivali e io non riesco più a sollevarli, sono troppo pesanti. Non c’è tempo.
La porta, i tavolini, il barista.’ (pag.66)

In questo romanzo io le ho ‘viste’, le scintille che annunciano un’autrice con grandi potenzialità, empatia, attenzione, voglia di sporcarsi le mani, di scavare e lasciarsi andare, quanto di condurre una storia verso un punto che non è una fine, è solo uno dei tanti transiti. I nostri.

Per chi fosse interessato, segnalo alcune anticipazioni lasciate sul blog della Campolongo: qui, qui e qui.

Il cerchio imperfetto
di Sabrina Campolongo
Edizioni Creativa – collana ‘Declinato al femminile’ diretta da F.Mazzucato
Isbn: 978-88-89841-43-3
Euro 12

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 7, 2008 alle 9:50 am

Pubblicato in Non recensione

O’Connor Flannery – Nel territorio del diavolo, sul mistero dello scrivere

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Uno dei sogni più difficili da realizzare per chiunque scrive è ascoltare qualcuno che con la scrittura si è già scontrato, misurato, sta quindi ‘battagliando’ su uno strato più interno, ruvido, invisibile ai più.

‘Nel territorio del diavolo’ è un libricino piccolo. Centocinquanta pagine nel formato 12×17. È adattabile agli zaini, le tasche, le borse. Lo si porta in giro come un portafoglio. Eppure lì dentro c’è una persona in carne e ossa che parla, si racconta, spiega, sorride e si arrabbia.
Flannery O’Connor.
La O’Connor nasce nel 1925 a Savannah in Georgia e già nel ’41 perde il padre in seguito alle complicazioni del lupus eritematoso. Nel 1950 le si manifestano i primi sintomi del lupus che la costringeranno a una vita progressivamente minata nel corpo fino alla morte nel 1964 quando la diagnosi di un tumore non le da scampo. Aveva trentanove anni.
‘Nel territorio del diavolo’ non è un romanzo. Ma parla delle storie. Di come arrivano, di come diventano scritti più o meno ‘buoni’, di cosa c’è dopo l’aver scritto e tanto altro.
E’una chiaccherata. Un monologo, volendo considerare il libro per intero come un’unica entità e di fatto, se non ci fossero le ‘note sulle fonti’ il lettore potrebbe tranquillamente pensare che la O’Connor avesse steso questi testi con un intento unico, quello di lasciare delle tracce, di condividere esperienze e pensieri ‘sul mistero dello scrivere’.
Invece no. Il libro raccoglie diversi scritti della O’Connor che Robert e Sally Fitzgerald, amici molto intimi della scrittrice, hanno fortemente voluto riunire. Si tratta di articoli, parti di manoscritti preparati per alcune conferenze, discorsi per gruppi di scrittura, stralci di lezioni tenute in università americane e un testo preparato dalla O’Connor nel ’57 per un libro (The Living Novel: A Symposium, curato da Granville Hicks) che raccoglieva dichiarazioni di diversi scrittori sulla loro arte.
Ecco perché poco sopra ho scritto che dentro questo libro c’è Flannery O’Connor. Perché in ogni pagina la si sente pulsare, spiegare, infervorarsi e prendere in giro. C’è la sua voce, viva e diretta che si racconta, parla di quello che più l’ha ossessionata nella sua, seppur breve, vita. Racconta di quel diavolo e del mistero celato dietro le parole. E lo fa senza remore. Diretta, immediata, dura.
Sui banchi di scuola, quando ero ragazzina io, la si sarebbe definita ‘una che ce le ha grosse così’ che certamente è un’espressione poco elegante ma rende molto bene l’idea che traspare da queste pagine.
La O’Connor non ha illusioni sulla scrittura, sulla fatica, sulle tecniche e il mercato editoriale. E siamo nel periodo che va dal 1945 al 1963 grosso modo. Eppure la forza, l’elemento più sorprendente di questo testo è proprio l’essere così attuale anche oggi, nel ventunesimo secolo. Attuale è quasi riduttivo.
C’è la passione di una donna che nella scrittura tirava fuori se stessa, la sua realtà e quelle storie che non smettevano di tormentarla. Ma c’è anche tanta eleganza, grazia, nello spiegare che non c’è niente di preciso da spiegare sulla scrittura. Nel sottolineare come taluni aspetti non si imparano se non ci sono loro, le storie, se non c’è la voglia di scavare, di sprofondare con i personaggi e i dettagli. Se non c’è la voglia di lasciarla questa storia, al di là del mercato, delle vendite e degli editori.

“In primo luogo, non esiste lo scrittore, e se ancora non lo sapevate, mi aspetto lo sappiate alla fine di un corso del genere. […] So benissimo che tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un ‘colpaccio’. Essere uno scrittore, non scrivere. Vedere il proprio nome in cima a qualcosa di stampato, non importa cosa. E, a quanto pare, hanno la sensazione che tale obbiettivo si possa raggiungere imparando alcune cosette sulle abitudini di lavoro, sui mercati e sugli argomenti in voga in un dato periodo.” (pag.42)

A me è sembrato un passaggio meraviglioso. Così crudelmente reale da sembrare scritto l’altro ieri.
Ma c’è dell’altro.
L’idea che scrivere per guadagnare significa, il più delle volte, scrivere male ma azzeccare un onda anomala oppure organizzarsi altre fonti di guadagno, anche queste considerazioni ci sono, come se il tempo non fosse mai passato, come se lo scrivere allora (quarantacinque – cinquant’anni fa) come oggi non fosse cambiato nelle dinamiche, nella ricerca di una redditività che, invece, ambisce a seguire le richieste dell’offerta, le leggi di mercato che di buona o cattiva letteratura non si curano.

“È vero, ritengo, che di questi tempi scrivere male rende assai più che scrivere bene. In certi casi basta imparare a scrivere sufficientemente male per fare un sacco di soldi. Ma non è vero che a scrivere bene non si verrà mai pubblicati. Vero è che se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, meglio sarebbe fare in modo di ereditare del denaro o sposare un agente di cambio o una riccona capace di adoperare la macchina da scrivere.” (pag.43) [ E qui io ho riso, confesso.]

Si impone, a questo punto, chiarire cosa intende la O’Connor per ‘scrivere bene’. Di fatto non ci sono regole precise da lei enunciate ma brevi stoccate che dovrebbero (ripeto: dovrebbero) spingere il lettore (potenziale scrittore) ad alcuni riflessioni a mio avviso importanti.

“La natura della narrativa è in gran parte determinata dalla natura del nostro apparato percettivo.” (pag.44). Quindi chi scrive deve imparare a usare i cinque sensi, deve lasciarli raccontare, dare modo al lettore di vedere, sentire, gustare una scena ma soprattutto un dettaglio.

La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo fatti di polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi non dovreste tentare di scrivere narrativa” (pag. 45). In altre parole: sudore, fatica e profonda attenzione verso ‘l’umano’ con tutte le sue caratteristiche del caso(specialmente quelle meno piacevoli).

Secondo me, il giusto modo di leggere un libro è sempre vedere cosa accade, ma in un buon romanzo accade sempre più di quanto riusciamo a cogliere sul momento, accade più di quanto salta all’occhio.” (pag.48) Questo primo pensiero introduce una serie di elementi molto cari alla O’Connor: i simbolismi e i diversi livelli. La scrittura ‘buona’ enunciata dalla O’Connor è una scrittura che non si esaurisce, che cela. È una scrittura che non può avere un solo significato perché dietro ai dettagli c’è sempre qualcosa che il lettore più attento e allenato saprà cogliere ed interpretare. È una scrittura multiforme dove la trama esiste solo se i personaggi sono più forti, se sono frammenti di chi li ha tratteggiati e quindi reali al punto da diventare immagini precise.

“ […] quando scrivete narrativa state parlando con personaggi e azioni, non di personaggi e azioni.” (pag.51)

Poi la fatica, la difficoltà di scrivere di certi aspetti della vita e l’impossibilità di condividerlo finché l’ultima riga non è scritta e sigillata.

Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L’unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l’organismo. [..] Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.” (pag.52-53),

Se ne desume da queste breve carrellata che non esistono norme o procedimenti precisi che trasformano una persona in qualcuno che sa scrivere (sottintendendo lo scrivere bene) bensì è la pratica, l’osservazione, lo scavare con le mani nude, l’aver paura anche di quello che c’è dentro se stessi ma il non rifiutarlo, anzi, il tirarlo fuori piano piano, con rispetto e precisione. Poi le parole, il centro del mondo scrivente.

Né deriva che non esiste una tecnica da scoprire e applicare che rende possibile scrivere. Se frequentate una scuola dove si tengono corsi di scrittura, dovrebbero insegnarvi non a scrivere, ma piuttosto i limiti e le potenzialità della parole, e il rispetto a loro dovuto. “ (pag.57)

In un testo, letto a una conferenza, la O’Connor si occupa dei racconti, spiega la sua visione dello scrivere short stories piuttosto che romanzi, ci sono molte annotazioni dell’autrice sulle differenze e sui punti di forza dell’uno e dell’altro che vale la pena di analizzare con la lente di ingrandimento specialmente per chi, attraverso il web, pubblica propri testi e si mette alla prova con storie appunto brevi. Scrivere racconti non è un’arte minore, più semplice perché più breve, è qualcosa di diverso che richiede energie diverse e possibilmente un diverso uso della lingua, dei personaggi e degli svolgimenti.

Un racconto è riuscito se dentro ci puoi sempre vedere qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano. Nella narrativa, due più due fa sempre più di quattro.” (pag.73)

La O’Connor è una grande osservatrice del suo mondo e in questi testi specialmente del mondo universitario dove spesso tiene conferenze o seminari. Ed è proprio partendo da lì che spesso si scontra contro la svogliatezza e l’incomunicabilità di un mondo (quello giovanile) al quale non è stato insegnare come leggere, non hanno quegli strumenti necessari a trovare nei libri alleati piuttosto che nemici.

Il fatto è che molti non sanno cosa farne di un romanzo, e sono convinti che l’arte debba essere funzionale, che debba fare qualcosa piuttosto che essere qualcosa. Nessuno ha aperto loro gli occhi su ciò che è narrativa, e sono come quei ciechi che andarono a trovare l’elefante: ognuno ne tasta una parte diversa, e se ne riparte con un’impressione diversa.” (pag.88)

Ci sarebbe molto altro da dire su questo libro, moltissimo.
Mi fermo qui perché credo che chiunque se lo troverà tra le mani inizierà un proprio viaggio con la O’Connor, una chiacchierata intima quanto soggettiva, piena di riflessioni e considerazioni (che possono non collimare con quelle dell’autrice).

Volendo sintetizzare questo è il libro che avrei dovuto leggere a… non saprei neanche precisare a che età, diciamo quando oltre a leggere come un’invasata iniziavo a usare la bic nera sul piccolo bloc notes a quadretti, nascosto sotto i libri di scuola.

O’Connor Flannery, ‘Nel territorio del diavolo – sul mistero di scrivere’, Minimum fax, 2003 .

APPROFONTIMENTI IN RETE

Dalla scheda del libro sul sito di Minimum fax è possibile rintracciare una serie di recensioni a questo libro: QUI.
L’intero capitolo denominato ‘scrivere racconti’ è rintracciabile anche on line in formato pdf QUI

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 7, 2008 alle 6:09 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Dalle profondità di ‘cicatrici’

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‘Cicatrici’ (o qualsiasi titolo avrà mai, se ne avrà uno, di titolo), lui comunque – diciamo C – è il primo testo che scrivo che mi fa paura.
Non paura da ‘casa disabitata con il morto che cammina’, per intenderci. Tutt’altro. E’quel tipo di paura da sentimenti nascosti, in ebollizione, proibiti. E’la paura di trovare, dentro di me, qualcosa che non ci dovrebbe essere, non vorrei trovarci, quanto meno (anche se ormai penso di sentirli e il guardarli in faccia si può solo rimandare, mi sa).

All’origine erano semplici monologhi. Niente di più. Quattro personaggi diversissimi tra loro che si raccontavano a un immaginario pubblico. E un comune denominatore: i bambini.
Bambini come entità ad ampio spettro.
In arrivo quanto immaginati. Già nati ma anche abbandonati. Bambini che non potranno mai arrivare, destinati a rimanere proiezioni, ologrammi che ogni tanto si mostrano, sorridono poi scappano chissà dove, chissà come. Poi quelli che ci sono e sembrano altro, anime incomprensibili, occhi spiritati, lamenti e pianti conficcati nella carne.
All’inizio erano quattro voci pronte a svelarsi.
Un omosessuale.
Una che ha scoperto da poco di essere sterile.
Una che ha perso un figlio alla trentanovesima settimana di gestazione.
Una che ne ha due (di figli).
Mondi diversi eppure incrociati, cozzati, sfuggenti.
Nient’altro.

Solo che col tempo, C ha iniziato a contorcersi (o ero io a farlo, in preda ai suoi morsi). C è cresciuto, aveva altro da dire, da dirmi. Non si accontentava più degli assoli. Voleva che i personaggi agissero, si muovessero , mostrassero cosa fanno, pensano e desiderano.
Credo che C volesse salvarmi. Per questo mi fa paura. Perchè tenta tutt’ora di tirarmi fuori quei demoni che non hanno ancora un nome (non riesco a darglielo) eppure ci sono.
Forse dipende dalle impressioni a pelle. Odori e profumi nell’aria. Voci che si mescolano e sembrano confondersi, sembrano.

Sta di fatto che tutt’ora C mi perseguita. Ha dormito solo per un pò (gli ultimi sei, sette mesi del 2007) ma adesso è pronto. Io non lo so (se lo sono, intendo). Sto ancora cercando un ordine, un senso, uno scavo che sia meno profondo dei precedenti. Un punto di arrivo. O di partenza.

Onde evitare fraintendimenti C non è un romanzo sulle deviazioni, le morbosità estreme, le malattie mentali. Non solo direi. Ed è questo uno degli aspetti che più mi inquietano.

C racconta le storie di persone comuni che lavorano, amano, sperano, programmano. C parla di tutti noi e di quel momento delicato, fragile in cui consideriamo l’idea di generare figli. Non c’è niente di anomalo nelle premesse che accomunano i personaggi, niente che faccia presagire ‘colpi di testa’. Niente che non potrei altrettanto raccontare sui miei vicini di casa, i colleghi o la gente che mi sfiora al supermercato.
Eppure.
Loro quattro mi stanno mostrando un angolo buio diverso. Quel sottile ma profondo margine che ruota attorno al concetto illusiorio di ‘famiglia perfetta’, di perfezione come principio ampio, positivo. Loro quattro non ci stanno, a fare i personaggi ‘per bene’, pur nelle difficoltà, particolarità che li caratterizzano, pur nel dolore. Non ne vogliono sapere.

C è nato così, plasmato da e per me. Oggi, a distanza di un anno e mezzo circa dalla prima riga penso di intravvederla, quella luce là in fondo.
E si, mi spaventa.
Non so se sono in grado di ascoltare, capire e proseguire là sotto. Non so se davvero è possibile rintracciarlo, quel nocciolo lì. Quell’essenza che ci circonda, ci arriva dalla cronaca nera, dai pettegolezzi di quartiere, dalle urla dei vicini attraverso muri sottili. Quei moti che ci fanno credere, ci ipnotizzano sul farli (i bambini) e crescerli. Quegli schemi che da sempre (da subito, appena iniziamo a capire concetti) ci convincono che lì, dobbiamo arrivare, è quella la meta.
Averli. Farli. Concepirli. Poi.

E insomma, attorno a tutta questa lava in movimento c’è quello che si potrebbe definire il margine (vivono proprio lì i miei personaggi). Un limbo per pochi adepti, non tanto perchè sia difficile raggiungerlo quanto per il rimanere chiusi, il rifiuto. E’più facile non vedere, non sentire, non capire cosa c’è laggiù… mica tanto lontano sai? Quattro, sei passi al massimo verso il buio.

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“E’stata una reazione improvvisa. Non ci ho pensato. L’ho fatto e basta. Altrimenti non l’avrei lasciata lì da sola.

Avevo in testa i panni da stirare, il pesce e le melanzane. Poi lei, la solita testa gelatinosa mi impediva di pensare. Eppure dovevo fare tutto.

Fare tutto. Con mia figlia che strillava in quel modo insistente – trapana il cervello quando ci si mette, sa? -. Poi le gambe pesanti, le braccia molli, la voglia di sdraiarmi e basta.
Non volevo farle del male.

Non ci ho neanche pensato, insomma. L’ho spinta e basta.”

[Cicatrici - editing in progress]

Written by Barbara Gozzi

Febbraio 1, 2008 alle 2:30 pm