Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Gennaio 2008

il vuoto di un buco

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You say
One love
One life
When it’s one need
In the night
One love
We get to share it
Leaves you baby if you
Don’t care for it

1.
Se arriva non c’è niente da fare. Niente che se lo porti via.
Il vuoto.
E’un buco che trapassa, apre, annulla qualsiasi cosa (tutto). Voci, parole e sensazioni. Sapori, colori e rumori.
Tutto rallenta, diventa pesante e inutile. Fuori posto (perchè quando arriva è un pò come se il mondo perdesse quel senso che invece ha di solito, le strade non servono più e le scrivanie piene di libri sembrano ridicoli ammassi di parole perse).
E’una percezione strana, la risucchia all’improvviso. Sempre a un certo punto (mai sotto la doccia o quando accende il forno, mai se sta camminando o accende il cellulare), sempre e solo quando dovrebbe. E’un parassita che si sveglia all’improvviso, affamato. E le impedisce qualunque cosa.
Alcuni la evitano, si siedono in fondo e pensano che sia una che ’se la tira’ che fa la solitaria per costruzione mentale, facciata o qualcos’altro che non è importante. La signora davanti a lei, in prima fila sulla destra sembra irritata, forse non sta sorridendo quanto deve (come ci si aspetta). Poi ci sono quelli che si, si complimentano ma si tengono lontani e lei sa, sente cosa pensano ( ‘quella lì è una strana ‘).
In fondo hanno ragione tutti. E nessuno.

Quando arrivare il buco davvero non c’è modo di dimenticarlo, riempirlo o farlo tacere. Arriva e mangia tutto.

C’è un solo posto dove lui non può entrare, che la fa ridere e piangere e urlare e grattare e battere i piedi contro il muro ma lui no, divieto di accesso. Uno solo eppure perfetto. In quell’angolo buio della casa, con le dita sulla vecchia tastiera (le lettere e i numeri non si leggono più, per questo le piace, nessuno la userà mai, solo lei che scrive senza guardarli, i tasti). Là nell’angolo, il suo angolo non c’è bisogno di profumarsi i capelli, mettersi un vestito stretto e preparare il sorriso Colgate. Non c’è bisogno di spiegare perchè fa questo o quello e aspettare domande (rare), sopportare sbadigli e sguardi distanti. Poi fingere di non aver notato le facce tirate degli organizzatori (che si aspettavano più presenze, più vendite, più interesse. Non sono mai soddisfatti, è una malattia.). Là comunque c’è lei, lo schermo, le parole e quelle storie che la fanno stare bene (anche tra i rumori della tv accesa, i bambini che giocano, il telefono che suona, l’arrosto che si brucia e i panni ormai freddi dentro l’oblò della lavatrice spenta). Peccato non poterci rimanere sempre, là, adesso lo rimpiange. Vorrebbe scappare.

Il vuoto forse è suo amico, dopo tutto.

Solo che gli altri non lo capiscono.

E quel senso di non esserci, non appartenere a un posto, un momento, quello sforzarsi di non farlo capire (che non le va più, non serve a niente, non ha senso). Quell’infame stato di inadeguatezza latente, spozzatessa violenta e acida. Non si può spiegare a nessuno, condividere.
Allora apre la bocca, riflette (appena un attimo, due se proprio) e la richiude. Sperando che le lancette si sbrighino e arrivi il momento di alzarsi, abbassare lo sguardo e sospirare.
Non le piacerà mai.

2.
Sale sul taxi in fretta, ha voglia di abbandonarsi al sedile, ha voglia di chiudere gli occhi. Il taxista è un uomo ossuto con una testa ovale rasata e due occhietti vispi. Le chiede due volte dove la deve portare poi riparte sgommando. La notte è già calata, l’umidità inizia a farsi sentire. Osserva i muri delle vecchie case, un benzinaio intasato (è quasi l’ora di chiusura) e alcuni motorini che tentano sorpassi da rally (prima o poi…).
E’così ogni volta.
A un semaforo rosso si fissa su uno dei tanti cartelloni pubblicitari che penzolano dall’alto, la solita anoressica, con il solito sguardo da gattona maliziosa e quasi niente addosso (silicone a parte). Eppure non la infastidisce più di tanto. La radio sta trasmettendo ‘one’ degli U2 e le viene la pelle d’oca. Quel buco vorace distruttore si è riempito del nulla, del vuoto. Adesso può solo lascirlo fare. In mano stringe i libri e qualche foglio volante, le facce le ha già dimenticate. Restano i suoni delle voci, i colori. Presto anche quelli spariranno tra la nebbia del nulla.
Il taxista sta parlando. Del traffico in città e dei nuovi sistemi elettronici per il controllo della velocità. Sembra molto ferrato, si affanna a spiegare con una sigaretta stretta tra due dita malferme nella mano sinistra (e il finestrino accanto a lui aperto in fessura). Un ’si, si’ è l’unico suono che riesce a emettere, gli osserva la nuca e non pensa a niente. C’è troppo buio fuori da lì, troppe luci intermittenti, cartelloni e gente ovunque che sbadiglia e preme sull’acceleratore.
Sente le ossa scricchiolare, i muscoli si allungano, sono deboli. Il sedile è morbido ma quel senso di gelo, inutilità resta. Sale.
Abbandona la testa e chiude gli occhi. Allora tornano, le facce appena salutate, i silenzi imbarazzanti e tutti quei libri sparsi ovunque. Certe volte è davvero difficile. Capire, dire e rintracciare frammenti dolci, ricordi delicati. Abbracci profumati, sorrisi spontanei, battute divertenti. Quelli si, le restano addosso, non scivolano tra l’asfalto. Ma è decisamente poco, quello che resta, e in quel momento si sente svuotata. Persa.
Quando il taxi si ferma si è addormentata.

3.
In casa c’è rumore, la televisione in sottofondo e i bambini che corrono, ridono e chiamano. Ci sono gli odori della cena, carne e formaggio ma anche il succo di frutta rovesciato sulla tovaglia e il detersivo per i piatti. Li osserva, tutti, mentre si aggirano per le stanze, li segue ma non ha voglia di parlare. Ascolta. Non pensa.
Allora com’è andata?, è un rituale che si aspetta. Sa già come rispondere, con quali frasi non lasciarsi infastidire. Poche parole veloci e convincenti. Vanno sempre bene quelle cose lì, lo legge negli occhi stanchi di suo marito che aspetta di sdraiarsi sul divano e mollare le redini. Va sempre bene, non c’è altro da dire.
Le scappa un sorriso mentre li osserva che si preparano per andare a letto. Pigiama, spazzolino per i denti, baci e coccole, profumo di latte e il telecomando scuro.
Si toglie dagli occhi le corse della giornata, certe schegge restano, torneranno al momento giusto.
Si sdraia sul letto freddo e aspetta. Le basta poco. Lo stomaco brucia, ha voglia di staccare e annullarsi. Dormire per non pensare, ricordare. Dormire per non.
Lei non esiste, adesso.
E la fatica, la pesantezza e il cuore che lacrima si zittiscono, smettono di ricordarle che invece no. Non va sempre bene. E’una battaglia persa, contro se stessa e il mondo che non capisce, non ascolta e la lascia infreddolita e secca.
A raccontare di storie che sente solo lei. Con personaggi vivi solo nella sua mente.
Forse il vuoto fa parte del gioco.
E’necessario per continuare a scrivere, per non dimenticare il peso delle parole, per non arrendersi.
Forse.
Intanto il sonno è arrivato. Un sonno senza sogni.

[In sottofondo: 'One' versione di Mary J.Blige feat.U2]

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 25, 2008 alle 9:41 pm

Gambetta Deborah – La colpa

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‘La colpa’ è un romanzo sui silenzi. Sull’amore e la non comunicazione.
C’è una storia tra queste pagine lente, profonde che si alimenta di sesso e amore estremo, totale. Una storia d’amore, insomma, che sembra difficile da afferrare, capire. Almeno fino alle prime cinquanta pagine circa. Ed è un peccato che il colpo di scena cruciale venga svelato già nella quarta di copertina. Il gioco narrativo che da subito porta il lettore a separare la figura di Andrea da quella del fratello è un espediente perfetto per alimentare i dubbi perché l’intreccio tra la protagonista e Andrea appare da subito confuso, poco chiaro.

‘ Vorrei toccarlo. Chiedergli di abbracciarmi, di spogliarsi e fare l’amore con me. Se lui lo facesse, sempre, se lui fosse con me, sempre, non sarei quella che sono. Ma questo lo sa. E’questo il suo dolore. Di sapere.’ (pag.17)

Il lettore finisce per scervellarsi sui motivi che gli impediscono di restare, sulle ragioni che la portano a vivere sola a pochi passi dal mare senza fare nulla. Perché lei non lavora. Sta in casa. Beve. E quando ne sente il bisogno cerca uomini con cui sfogare gli istinti sessuale. In attesa che lui, Andrea, torni a trovarla, la rimetta in piedi.
C’è davvero una sottile linea di confine che si percepisce ma rimane sospesa. E il ritmo lento, la ricerca delle parole e lo stile rafforzano quest’atmosfera, proiettano il lettore proprio là, in quella casa silenziosa. O dentro i flash back che svelano nel corso della narrazione l’infanzia della protagonista. E di Andrea.
Perché in effetti, le radici del presente narrato affondano proprio in un’infanzia difficile, in una casa immacolata con una madre incapace di manifestare i suoi sentimenti, ossessionata dalla perfezione. Una madre che si sente, perfetta. Nell’aspetto come nei modi, nell’ apparenza che cura con maniacale precisione.

‘Ma lei non è in grado. Eppure non c’è rabbia nella sua lontananza. Una lontananza che è rassegnazione, come se la vita l’avesse sconfitta ancora prima di combattere, una sconfitta decisa a tavolino.’ (pag.40)

Tutti li considerano una famiglia modello. Tutti tranne loro, i due figli cresciuti tra regole tacite e silenzi. Abituati ai pianti della madre e alla condizione di totale subordinazione del padre.

‘Siamo il risultato del delirio di mia madre, ecco quello che siamo, della sua ossessione di controllare tutto, specialmente se stessa. […]Tutto si svolge in superficie, nella dimensione del visibile delle cose.’ (pag.68)

Il sesso è un elemento chiave, in questo romanzo. Non è un vezzo, un modo per attirare il lettore, un espediente. Tutt’altro.

‘ A volte credono di essere loro a decidere. Quando non li fermo, quando non mi oppongo, loro pensano così. Li lascio fare. Senza sentire dolore. Dimenticandoli subito nell’istante in cui li guardo.’ (pag.30)

La protagonista ne ha bisogno, lo usa per spezzare il silenzio, per annullare il dolore della perdita, l’impossibilità di dare sfogo a un amore condannato. Da sua madre ma anche dalla società. Lei vive pericolosamente. Andrea no, la cerca per tenerla a galla in una sorta di nuovo equilibrio instabile dove sono entrambi combattuti, frustrati, soli.
La figura della protagonista diventa più nitida mano a mano che la narrazione procede, è più facile capirne i gesti, entrare nella sofferenza, la ricerca dell’annullamento, gli istinti e le contraddizioni. E’lei che si svela, denudandosi in ogni pagina.

‘ Mi piace il bianco. Il bianco è il non colore e tutti i colori. Il bianco è come me.’ (pag.13)

Lo stile ha qualcosa di familiare, in un certo senso. E’la prima cosa che ho pensato pur essendo altresì il primo romanzo che leggo della Gambetta. Mi è familiare perché ci ho trovato intenti sperimentali vicini alla mia sensibilità. E mi è piaciuto molto. Uscire dalle forme narrative tradizionali. Entrare in quel modo spezzato, fatto di lenti affondi e ricerca delle parole, usate come parte integrante della trama. Strumenti di riflessione.
Altro elemento da non trascurare sono le atmosfere. I pini marittimi. Il profumo del mare. La sabbia. Il sole e l’afa. La notte. Tutto segue i respiri della protagonista. Tutto ne fa parte. In una lenta ricerca della verità. Di un finale che non c’è, non esiste. Ci sono loro, lei e Andrea, costretti per l’eternità a cercarsi senza potersi toccare, spezzati, sospesi.
Cos’è quindi ‘la colpa’?

‘Se mamma piange è colpa nostra, della nostra stupidità. Mio fratello lo penserà per anni, per sempre. Lui non sa quello che so io. Che lei non piange per noi, ma di noi.’ (pag.89)

E in quel ‘di’ c’è un cuore che sanguinerà sempre, nel romanzo.
La colpa, quindi, è un sapore amaro costante. E’il non essere adeguati, il non aver rispettato le regole comuni della società, l’essere stati cattivi. Ma diventa anche il non aver saputo amare i propri figli al momento giusto.
In un certo senso tutti si sentono colpevoli. Andrea sempre. Il padre per non essere stato. Forse anche la madre, a modo suo. L’uomo (padre di famiglia) che, in vacanza, finisce a letto con lei.
Tutti.
Tranne lei. Che la sente, la colpa, ne parla, la sviscera, le da un corpo e un nome. Ma non se ne rammarica, non rinnega quello che ha fatto, non tenta di cambiare, di andare avanti. Non si costruisce una vita nuova, diversa. Affatto. Resta lì. Tra il mare e la notte. Tra stordimenti temporanei e corpi in fuga. Resta lì e aspetta. Lo aspetta. E’tutto quello che può fare. Fino alla fine.
Un romanzo intenso, uno dei pochi dove il sesso non è invasivo né fine a se stesso, per i miei gusti intendo. L’ho trovato sapientemente costruito, le tensioni sono ben tenute, il ritmo lento è necessario per la maggior parte della narrazione, le dinamiche sono celate al punto giusto. Forse un pizzico di azione in più sul finale lo avrebbe rafforzato.
Mi è piaciuta l’analisi delle dinamiche familiari, l’intento di scavare tra ricordi e motivazioni. La figura paterna che si riscatta pur non potendo cancellare le mancanze passate, l’impossibilità di gestire una situazione che gli è sfuggita di mano, un amore (verso la moglie) più forte di tutto (perfino dei capricci e delle manie della donna, perfino dei figli).

‘ Questa colpa è così grande che non ha nemmeno il coraggio di vedervi. E’questo che la distruggerà. Non vedervi più, non poter rimediare. L’assenza di ogni rimedio.’ (pag.177)

Ecco perché la colpa li lega tutti con il filo sottile ma indistruttibile della separazione.

La colpa
di Deborah Gambetta
Rizzoli – collana la scala, sintonie- 2003
Isbn: 88-17-87199-0

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 20, 2008 alle 6:00 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

I piedi sulle nuvole e la testa che penzola

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Senti un pò.
Ha esordito così. Senti un po’. Con quel modo vagamente ironico, allegro per facciata che ormai conosce bene. Lui è fatto così, non c’è niente che possa cambiarlo. E trovarselo davanti, seduto storto al solito bar di periferia non le fa un gran bell’effetto, a conti fatti. Lo osserva, nota i toni e i gesti (i soliti) e le sbavature della voce che è sempre stata impastata, modulata come se.
Senti un pò, insomma, ci sei andata a letto?
Poteva dirlo in molti modi. Provocandola con le parole che gli piace tirare fuori quando vuole colpire duro, stupire e lasciare bocche spalancate mentre lui (figurarsi) se la ride di gusto. Poteva. Ma non l’ha fatto.
Quando si tratta di sesso (di uno di loro due) è sempre pudico. Ammalato di bisbigli e sguardi bassi. E’una strana forma di pudore la sua, che si manifesta senza clamori, si limita a mescolarla al resto del discorso e se non sta attenta, lei, non la nota, la differenza con il resto della conversazione. La differenza rispetto a ogni altro argomento che può essere smembrato, spogliato e ci si può anche sputare sopra, se gli pare.
Eccetto quello.
Il sesso tra loro. E Maddalena, finché non è morta (tre anni prima in un banalissimo incidente, in una banalissima notte invernale dopo una pizza durata più del previsto e una giornata troppo lunga sulle spalle).
Maddalena.
Lei sorride ma non gli risponde.
Perché dovrebbe? In fin dei conti non è tenuta a condividere anche quello.
Non adesso che sono rimasti in due e quel sentirsi, attirarsi per poi respingersi, cercarsi e dimenticarsi, quell’alchimia nata quando erano (in tre) si sta trasformando in fretta. Dopo che, dopo (l’incidente, la morte e il silenzio che non si può – non si deve – nominare) dopo, il mondo si è capovolto.

O forse no.

Sono loro che si sono fermati con i piedi sulle nuvole e la testa che penzola a qualche metro da terra.
E adesso che lui la fissa, insiste e finge (di non aver chiesto niente, dell’altro e dell’amore), non smette di cercare la risposta che non arriverà. Adesso.
Vorrebbe dirgli che non le dispiace essere rimasta l’unica donna della loro piccola società segreta dei sentimenti. Ed è crudele, l’ammetterlo, e drammatico. Ma è la verità.
Vorrebbe dirgli che Maddalena le manca (è ancora arrabbiata per come se n’è andata, senza un saluto, un senso, qualcosa da lasciare a chi resta, a chi deve continuare e capire e provare e ricordare e).
Eppure le piacerebbe.
Essere.
Stare.
Con lui.

Il caffè si è freddato.

——-

Questo flash narrativo è stato pubblicato sul blog ‘Promesse d’autore’ del gruppo Blogosfere nell’ambito della rubrica ‘il racconto del venerdì‘. Ringrazio Camilla Cannarsa.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 19, 2008 alle 1:47 pm

Trecentoventidue

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(Una stanza in ombra. Si vede una fila di sedie rigide attaccate a un muro bianco. Silenzio.)

UOMO1  (seduto con i gomiti sulle ginocchia, volta la testa verso sinistra) Se proprio ci tieni, parla.
UOMO2  (con la schiena abbandonata al muro, fissa il soffitto) E tu cosa ne sai?
UOMO1  Tu odi il silenzio.
UOMO2  (Pausa. Poi voce roca) Quand’è che la paura della solitudine diventa ossessione per il silenzio?
UOMO1  (si alza) Ricominci? Silenzio e solitudine sono due cose diverse, te lo deve ripetere ogni volta?
UOMO2  (sospira) Quando c’è silenzio, questo silenzio, mi sento solo. Sperduto. (pausa) Come fai a non vedere il collegamento?
UOMO1  (passeggia nervosamente) Non mi interessa. Io sto bene così.
UOMO2  (ridacchia)
UOMO1  La smetti? Mi fai incazzare. Credi di sapere sempre tutto, credi. Poi finisce che ti perdi in un bicchiere d’acqua. Ti vedo, sai? Friggi su quella sedia. Te ne stai rigido e rimugini. Sei deprimente.
UOMO2  Tu hai paura. Negalo se puoi!
UOMO1  (si blocca e fissa Uomo2) E se anche fosse? Cosa cambia?
UOMO2  Ammettilo, almeno. Sfogati. (pausa. Sottovoce) Se vuoi.
UOMO1  (torna a sedersi scomposto, si massaggia il collo) Non mi va. Lo sai. Tanto. (pausa) Resta tra noi, no? A cosa serve? E poi così… (alza le braccia in aria a voler indicare la stanza)
UOMO2  Tu sei solo anche qui. Anche adesso. Anche con me. (smette di fissare il soffitto e chiude gli occhi) Sono stanco.
(Pausa. Nessuno si muove.
La luce sopra Uomo 2 si spegne, la sagoma scompare
.)
UOMO1 (incrocia le braccia al petto e guarda davanti a sè) Ecco, bravo. Stai zitto che ti conviene. A chi parli in continuazione? Siamo sempre noi. Noi e il resto che c’è ma. Come adesso. Dove sono? Tutti gli altri, intendo, quelli in attesa di un verdetto, una risposta, una condanna o qualsiasi altra cosa gli tocchi. Non li vedo, non li sento. Io si, ci sono. Ma non basta. Non più. (pausa) Poi insomma. Parlare. Parlare. Va bene, ma non è che dopo mi sento meno solo, per dirla a modo tuo. (allontana la schiena dal muro e china la testa verso il basso) Parlare, aspettare. Aspettare, parlare. (sempre più piano) Tacere e non sentire. Silenzio. Silenzio.
(pausa)
VOCE FUORI CAMPO  Numero trecentoventitre, prego.
UOMO1  (si raddrizza in fretta rovistando nelle tasche dei pantaloni, agitato) Ha saltato il mio! Io sono trecentoventidue. Trecentoventidue!

VOCE FUORI CAMPO  Trecentoventiquattro? C’è il trecentoventiquattro?


(Silenzio. Uomo1 si blocca, si guarda in giro poi smette di cercare. Si copre la testa con le mani e piange.
La luce sopra Uomo1 si spegne, il pianto smette.
Torna la luce, illumina Uomo2 ancora addormentato sulla sedia.
Da una tasca della giacca gli cade per terra un biglietto.)

VOCE FUORI CAMPO  Trecentoventidue.

(Si spegne la luce)

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 17, 2008 alle 10:18 am

DeLillo Don – Love-lies-bleeding

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Love-Lies-Bleeding (Amaranthus caudatus- coda rossa di volpe, traduz.in italiano) è un fiore a cui sono state riconosciute proprietà terapeutiche.
Da un’erboristeria on line:

‘Questo fiore permette all’individuo di affrontare e trasformare il dolore e la sofferenza. Indicando quando il dolore è molto intenso e si esprime sottoforma di angoscia, tormento fisico o di malattia. Quest’essenza non ha la funzione di un analgesico ma spinge la coscienza dell’individuo verso l’esterno, dalla concentrazione su di sè e dall’isolamento a una consapevolezza transpersonale del significato e del proposito di tale esperienza dolorosa.’

‘LIA Love-lies-bleeding. Siamo stati in India una volta. Alex voleva vedere le grotte. […] lui mi ha detto il nome comune. Love-lies-bleeding. Fiori rossi sottili. Spinosi.
[…]
LIA  È un nome così bello. Taglia come una lama.’
(pag.21-22)

Love-Lies-Bleeding è quindi un fiore ma anche una breve commedia scritta da Don DeLillo rappresentata negli Stati Uniti nel 2005, allo Steppenwolf Theatre Company di Chicago.
E’il primo testo teatrale che leggo integralmente, per questo di certo mi è difficile essere oggettiva.
La trama è semplice: l’artista Alex Macklin, dopo il secondo ictus è costretto a vivere come un vegetale, attorno a lui si alternano tre personaggi chiave che discuteranno sul tema dell’eutanasia. Toinette, la terza moglie, Sean il figlio della prima moglie e Lia, l’ultima giovane moglie di Alex.
In ognuno di questi personaggi sono rappresentati i sentimenti più comuni verso una tematica difficile da affrontare perché mette in discussione la vita, lo stabilire che e se è giusto (per la morale, l’etica, la coscienza) scegliere o meno la morte per qualcun altro incapace di esprimere chiaramente un’opinione.
Lia non è la solita donna che si sposa con qualcuno molto più vecchio di lei per soldi o potere. Tutt’altro. Lia rappresenta l’amore devoto, quel particolare sentimento che la spinge ad accudire il marito ormai vecchio e infermo, incapace anche dei più piccoli gesti quotidiani. E’un bisogno, quello di Lia, forse egoistico ma estremamente tenero sotto molti punti di vista. Quanto meno non comune. Lia rifiuta l’eutanasia, con fermezza. Non accetta di lasciarlo andare, non può. Ha ancora bisogno di lui. Per ricordare i momenti felici, i gesti e le condivisioni. Per alzarsi ogni giorno e pensare che magari.
‘TOINETTE Fallo morire in pace.
LIA Non c’è la pace nella morte. Non c’è niente. Lui è quello che sente e quello che è adesso. È Alex Macklin. E voi non avete nessun diritto di intromettervi.’ (pag.17)
Toinette esprime un’altra forma di amore, secondo me. Tra lei e Alex ci sono stati anni felici ma anche una rottura definitiva, caratteri e aspettative che, a un certo punto, si sono divisi, hanno scelto percorsi diversi. Ecco perché Toinette è favorevole all’eutanasia. Perché sa, sente, che il viaggio dell’ex marito, compagno e antagonista, non è quello di rimanere inerme in una sedia a rotelle o su un letto qualunque. Toinette ritiene, senza ombra di dubbio, che gli sia dovuta, riconosciuta, una fine diversa, più rapida e dignitosa. Allo stesso tempo ha paura, Toinette, per qualcosa che non conosce, per quello che non sa sul ‘come’ e ‘quanto’.
‘TOINETTE Vogliamo fare una cosa di cui sappiamo niente… almeno io… non riesco nemmeno a parlarne. Guarda le scarpe da ginnastica’ (pag.14)
Sean è un personaggio complesso che il lettore (pubblico se la commedia fosse rappresentata) fatica a ‘catalogare’ da subito. Non è figlio di Toinette anche se tra loro c’è un particolare legame di sostegno e confidenze. Non ha conosciuto bene il padre, anzi, emergono tra loro fratture evidenti e silenzi (Sean non lo guarda mai, il corpo del padre seduto o sdraiato).
‘ SEAN Era anche in grado di assimilare certe persone, consumarle e assimilarle. Come ben sapete. E quelle che non riusciva a consumare le abbandonava per strada. Bisogna sempre parlare bene dei morti. ‘ (pag.17)
Eppure sostiene la teoria di Toinette al punto da essersi procurato il necessario per aiutare il padre in un passaggio veloce ma indolore, onesto insomma. È attraverso Sean che DeLillo da voce a quei sentimenti meno ‘nobili’ di fatica verso la situazione di una persona cara che non ha scampo eppure resta lì, fermo ma vivo, incapace di fare alcunché eppure in grado di respirare. È Sean che manifesta fastidio verso il prolungarsi una condizione destinata comunque alla morte, una condizione che non lascia niente a chi resta accanto al malato e addirittura lo sfinisce, svilisce e ‘ruba’ tempo.
‘ Potrebbe andare avanti così per altri dieci anni. Noi continueremo ad amarlo ma sempre meno perché la sua sopravvivenza ci avrà soffocato. Non è morto ma non è nemmeno vivo. Non ancora e non più. E’a metà strada’ (pag.26-27)

I dialoghi possono sembrare a tratti lenti, inconcludenti perché DeLillo non vuole colpire con frasi ad effetto o verità assolute. Non ci sono soluzioni o certezze in questa commedia. Così come non è la potenza narrativa l’elemento dominante. Sono le riflessioni, nascoste tra le frasi dei personaggi, le uniche protagoniste. Sono loro, a mio avviso, che il lettore (pubblico) dovrebbe arrivare ad ascoltare. I dialoghi, i modi e gli atteggiamenti dei tre personaggi sono un mezzo per arrivare alla vera essenza del testo. L’intento non è rappresentare scene realistiche, coinvolgenti o di impatto. L’intento è lasciare spunti.
Intendiamoci.
Da questo testo non emergono analisi o riferimenti nuovi sull’eutanasia. E’già stato detto tutto e il contrario di tutto sulla tematica.
Eppure il tentativo di DeLillo è sottile, non invasivo ma acuto.
Gli stessi legami tra i personaggi, il passato e quello che era Alex prima degli ictus emerge nel corso del dramma attraverso i ricordi, i flash back improvvisi sempre più rilevanti. E’come se DeLillo tentasse di far entrare il pubblico nella vita dei personaggi a piccoli gradi. Solo alla fine si avrà piena consapevolezza dei sentimenti, le evoluzioni passate e le difficoltà di quattro vite diverse eppure unite.
Indubbiamente è una lettura, questa, estremamente differente dalla narrativa comune, richiede un occhio in più, un approccio anche ‘fisico’ in un certo senso. Per immaginare le scene, ‘vedere’ i personaggi in movimento, focalizzare le espressioni e le pause. Eppure mi sono sentita molto ‘dentro’(pur non avendo, ripeto, altri termini di paragone sul genere). Se potessi vederla rappresentata in un teatro a me comodo andrei subito.
Unica osservazione meno positiva è legata alla traduzione che non mi ha convinto. Da lettrice. 

APPROFONDIMENTI IN RETE
Non ho trovato molto su questo testo.
C’è una breve recensione QUI che esprime un punto di vista un po’ diverso dal mio.
Qualcosa sulla rappresentazione teatrale QUI (in inglese): ‘This is an intelligent work that rivets on the concept of what consists life and when death is welcome.’ 

‘Love-lies-bleeding’ di Don DeLillo
Giulio Einaudi Editore, 2006
Isbn: 88-06-18390-7
E.7,00

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 16, 2008 alle 10:14 am

Pubblicato in 2008, Lankelot, Non recensione

Rigosi Giampiero – L’ora dell’incontro (rec.su Letteratitudine)

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‘La vita può finire da un momento all’altro. E allora perché non andare in fondo alle cose, finché c’è tempo per farlo?’ (pagina.11)La storia inizia. Intrigante. Sospesa. E in mezzo ai primi tessuti narrativi Rigosi infila questa frase che è un indizio. Su cosa sarà in realtà questo romanzo. Gli elementi per incuriosire ci sono tutti. Un oncologo sembra interessarsi intimamente (molto intimamente) ad alcune sue pazienti, malate terminali. Coincidenza? Stranezza? O qualcos’altro? E’ quello che si chiede Clara, personaggio controverso, discutibile tanto quanto l’oncologo che tenta in tutti i modi di incontrare e mettere alla prova. Tra Clara e il dottor Palmieri appaiono piccole meteore luminose, luci soffuse e suoni forti, stridenti. Personaggi che sembrano lì per caso ma che hanno tutti un motivo, per esserci e svelarsi. L’ex marito di Clara, distratto e nostalgico, il fratello, Paolo, musicista in cerca del ‘tocco’ perduto, Antonia, la madre di Clara e Paolo, che non è sicura di essere poi così vecchia e raggrinzita come la faccia che vede riflessa allo specchio. Rigosi pubblicò ‘Notturno bus’ nel 2000 e descrisse una Bologna frenetica, personaggi in perenne rotazione, quattro giorni incandescenti, cadenzati, dove le emozioni tendono a zittirsi per non perdere il ritmo, per non rimanere indietro. Eppure lì c’era l’inizio. Di un viaggio. Un viaggio che Rigosi porta a compimento con ‘L’ora dell’incontro’ rallentando i ritmi, dilatando gli spazi e i tempi. Gli intrecci maliziosi non mancano così come una certa morbosità latente verso una situazione fuori dal comune e per questo poco chiara, che si presta a molteplici interpretazioni. Rigosi non dimentica di far leva sul lato mediatico del lettore (che vive di telegiornali, news on line, giornali e dibattiti tv), non dimentica di solleticare il lato oscuro, insomma. Parte proprio da lì per scavare. E scava davvero, a fondo. I personaggi che tratteggia vivono tra le pagine in modo sorprendente. Ci sono capitoli talmente intensi da lasciare imbarazzato il lettore, sospeso in una narrazione pulsante dal sapore fin troppo reale. Antonia che davanti alla televisione, seduta nel salotto del suo appartamento silenzioso mischia il passato remoto con il presente deformato e dimentica dove abita e chi è. Clara che sotto la pioggia, in una notte buia e fredda si precipita a casa per baciare il figlio febbricitante, unico amore solido e stabile in una vita costruita sui silenzi e confusa da emozioni difficili da gestire. Paolo che sente la musica nella testa ma ne ha paura e si lascia intontire da alcol e sesso. Poi c’è lui.L’oncologo misterioso che solo verso la fine assumerà sembianze umane precise e aprirà una sottile fessura in quella che è la porta del suo mondo, protetto con ostinazione, e molto diverso dalle aspettative di Clara (e forse anche del lettore).

Tutto in questo romanzo ruota attorno alle attese. In un certo senso tutti aspettano qualcosa. Di smascherare le coincidenze. Di ricostruire una vita spezzata, sospesa. Di sapere se potrà vivere ancora. Di dimostrare al mondo chi è veramente, cos’è capace di fare. Di ritrovare l’amore perduto. Di tornare indietro, a quando tutto era più semplice. Di.

‘Perché nessuno ha quasi mai la forza per superare la breve distanza che lo separa da chi gli è vicino per toccarlo, fargli sentire la propria esistenza con un gesto, una stretta.’ (pag.385)

Verso la fine della narrazione eccolo. Un altro indizio. Su dove si concluderà il viaggio. Il romanzo è diviso in tre parti. Nella prima vengono presentati i personaggi principali, il lettore inizia a conoscerli e a entrare nelle dinamiche relazionali che riprenderanno con maggiore potenza e intensità nella terza parte dove tutti si intrecciano in un ultimo valzer solitario. La seconda parte è dedicata a una storia indipendente in un certo senso. Rigosi racconta un frammento della vita di una Laura come tante che scopre di essere malata in seguito a un tocco doloroso, una coincidenza. Inizia così un percorso terapeutico insidioso né più né meno di quello degli altri (malati). Rigosi sente fortemente la storia di Laura, entra nella sua vita di donna in carriera che ha una famiglia unita e felice eppure. Eppure il nodulo, la chemio e la pace. Temporanea quanto dolce in attesa del nuovo round, più duro e insidioso. In questa parte del romanzo i sentimenti sono i padroni della trama, restano alcuni punti di contatto con la narrazione principale ma sfuggono, si nascondono dietro alle terapie, i foulard e l’amore che Laura cerca con una tenacia straziante.

‘E’ solo grazie alla mia malattia che. […] Vedi, se domani mi annunciassero che il tumore è scomparso, che la mia vita può continuare come prima, non so cosa farei. Forse non riuscirei più ad accettare. Questa cosa incoerente. Assurda. Ma straordinaria, che mi sta capitando.’ (pag.201)

Stilisticamente è un romanzo immediato, fresco e trasparente. I dialoghi sono sospesi, lasciati volutamente incompleti come se la voce cedesse, si inclinasse. I capitoli sono brevi, flash intensi che descrivono scene precise come in un film proiettato lentamente, dove il lettore è anche registra proprio perché non ci sono vincoli. La brevità di ogni scena permette di staccare senza perdere il senso degli intrecci, la forza delle analisi che gli stessi personaggi svelano in primis a se stessi.

‘L’arte, come ha detto qualcuno, sono dieci minuti di ispirazione e parecchie settimane di paziente lavoro. Ma quei dieci minuti, cazzo, non puoi sprecarli a elaborare teorie, ipotizzare citazioni e omaggi, stratificare impalcature sempre più complicate. Così zavorri l’intuizione e la fai andare a fondo.’ (pag.50)

Non so se in queste frasi la voce di Rigosi stia consapevolmente parlando (anche) della scrittura, la sua, e di questo romanzo, davvero uno dei migliori che ho letto nell’ultimo anno. Non lo so. Eppure l’ho sentita, l’essenza di questo testo pieno, maturo e consapevole. Che parla di tumori, routine, sentimenti (tanti, sempre, ovunque, solo). Tratteggia storie di solitudine, ricerca, paure, disprezzo, separazioni e falsi stordimenti. Ma che lascia il lettore con la speranza che qualcosa c’è (a parte alzarsi ogni mattina, il caffè, il lavoro, mangiare, dormire…) e la consapevolezza che non sempre si può.

‘L’ora dell’incontro’
di Giampiero Rigosi
Einaudi, Stile Libero Big, 2007

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 14, 2008 alle 9:15 am

Hames Penney – I bambini non fanno mai i capricci

nessun commento

Cosa sono i capricci? Come si manifestano e perchè? Cosa si può fare per prevenirli e risolvere senza drammi?
In questo testo l’autrice, psicologa e giornalista, tenta di fornire spiegazioni pratiche, suggerimenti e tante utili analisi ai problemi quotidiani.
Il concetto di ‘capriccio‘ come manifestazione inspiegabile, inutile e ‘cattiva’ che taluni adulti hanno viene subito demolito. Annientato. I capricci sono tutt’altro, nascondono bisogni difficili da spiegare, desideri, necessità e richieste. Ecco perchè capire e gestire un capriccio diventa necessario all’interno di un percorso educativo coerente, positivo e costruttivo che il genitore dovrebbe avviare insieme al proprio figlio.
Essere genitore non è un mestiere facile, è il più difficile. E talune situazioni possono sembrare inspiegabili agli occhi di un adulto che non ricorda di averle provate o scatenate a sua volta da piccolo. In questo testo ci sono molte spiegazioni, idee, potenziali soluzioni utili per riflettere. Non esistono ricette infallibili o sciroppi miracolosi. Ma attraverso l’analisi del problema, della dinamica famigliare, dei sentimenti di tutti (fondamentale) e delle possibili soluzioni barra reazioni si può avviare un processo educativo amorevole, coerente e fermo. I figli hanno bisogno di amore e regole. E i genitori perfetti e infallibili non esistono. Allora bisogna imparare che ogni giorno è una sfida (in primis con se stessi, i propri modelli educativi, la propria infanzia) e ogni volta bisogna impegnarsi, costruire, tentare di capire (fondamentale). Poi certo, c’è la stanchezza, le preoccupazioni e il bisogno di ritagliarsi tempo per se. Assolutamente.
Ma l’aspetto veramente importante, che aiuta il genitore nel percorso educativo (qualunque esso sia) è la consapevolezza che i bambini ‘assorbono’ tutto e si porteranno dietro per tutta la vita i sentimenti, le reazioni, gli atteggiamenti appresi nei primi anni di vita (è un apprendimento indiretto, copiativo, il più delle volte non consapevole ma radicato nel loro background, nel baglio di esperienze).

‘Le sensazioni sperimentate durante l’infanzia possono essere molto intense e difficili da dimenticare. Se da bambini impariamo a diventare ansiosi oppure ci sentiamo goffi o percepiamo che, per essere amati, dobbiamo cavarcela da soli, continueremo a provare le stesse cose anche da adulti, rischiando di insegnarle ai nostri figli. (pago.45)

E ancora:

‘Fra i 18 mesi e i 3 anni circa [...] quello che dite a vostro figlio, ciò che fate o non fate per lui adesso avrà ripercussioni notevoli e durature per:
- la sua personalità;
- la sua capacità di gestire emozioni forti;
- la sua autostima;
- le sue capacità sociali;
- il suo atteggiamento nei confronti dell’autorità;
- la sua indipendenza.’
(pag.74)

Ascoltare, quindi, trasmettere amore, esternare i sentimenti, insegnare le regole e i limiti, accettarne i difetti, fornirgli gli strumenti (per gestire le emozioni, per imparare i comportamenti e le reazioni) e mettersi in discussione.
E’un testo, questo, che consiglio a tutti i neo genitori o comunque a chi si occupa in particolare di bambini piccoli. Si può non essere d’accordo su taluni soluzioni proposte (la stessa autrice comunque precisa che si tratta di suggerimenti nati dalla pratica ma che si adattano solo a talune situazioni, ogni bambino è unico e speciale) ma talune considerazioni possono diventare spunti per discussioni con il patner o altri. E discutere è il primo passo verso la consapevolezza di un ruolo complesso, mutevole, che assorbe tante energie e non si esaurirà mai.

‘ I bambini non fanno mai i capricci’
di Penney Hames
Edizioni Red!
Isbn: 88-7447-522-5
E.10,9

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 12, 2008 alle 10:01 am

Pubblicato in 2008, Non recensione

Maledetti sogni!

nessun commento

La via è stretta.
C’è una strana foschia, eppure si vedono le case che sembrano cadergli addoso, lo vogliono abbracciare. Tutto è decadente, abbandonato.
Le fiamme sono laggiù, in fondo. Lingue lunghe e biforcute che staccano teste e lambiscono perfino i mattoni.
La gente se ne sta ammassata davanti a lui. Poco più avanti. Sono tutti lì. Agglomerato informe che osserva eccitato, terrorizzato. Lui se ne sta in disparte. Qualche passo più indietro ma è solo un’illusione. La cosa laggiù, le fiamme enormi, stanno arrivando. Si agitano, hanno bisogno di nuovo ossigeno. Hanno fame di loro.
I poliziotti tentano di spostare la barriera umana. Alzano i manganelli, cercano di convincere la gente ad allontanarsi. Alcuni urlano così forte che la voce diventa un suono prolungato, acuto, doloroso. Niente. I corpi si spostano ma non indietreggiano. La gente è agitata, adesso, fiuta il pericolo ma non riesce a staccarsene, ne è attirata.
Ormai è tardi. Non si può più aspettare.
Un gruppo di miliatari si avvicina, viene lanciato qualcosa (un ordigno infernale o qualcos’altro che lui non può capire, né vuole farlo). Le fiamme esplodono in alto. Lunghe dita rossastre diventano filamenti biancastri e precipitano sulla folla.
Inizia la fuga.
Scappare.
Adesso conta solo quello, anche lui lo capisce, è questione di attimi. Secondi spaccati. Preziosi.
Tutti indietreggiano e si lanciano. Sente gli schizzi che gli passano accanto, cerca di schivarli muovendo la schiena insieme alla gambe, ogni tanto chiude gli occhi nel ridicolo tentativo di non rimanerne accecato.
Le vie sono strette, sbucano muri ovunque. La gente è inferocita. Tutti corrono senza una meta, alcuni cadono e ardono. Altri si fanno largo a colpi disperati, ciechi.
Finchè la strada finisce.
Non ci sono più buchi dove infilarsi. I filamenti incandescenti sembrano scomparsi, esauriti. Sta arrivando una nebbia fitta, fumo scuro, denso, che avvolge gli edifici. Risale dalla terra e ingoia tutto, tutti.
Sente i respiri affannosi, isterici di chi gli sta accanto ma non li vede. Eppure. Sono tutti lì, a pochi passi dall’ultimo muro, da quel casolare che sembra infinito e blocca tutto. Impedisce la fuga. Sono tutti lì ma non si parlano. Non si toccano.
Si appoggia con la schiena alla parete dietro di lui, il freddo è una consolazione. Il fumo entra nei polmoni, lo fa tossire. Si sente nero ovunque. Però non ha più paura. Chissà se le lingue infuocate sono roventi. Chissà se si muore subito. Chissà.
E’ contento, lui, di non avere delle risposte.
I rumori sono cessati.
I respiri si alternano in un concerto di ciechi e muti.
Si può vivere fingendo che gli altri non ci siano? Immaginandosi soli, fregandosene e basta?


Il cuore martella quando riapre gli occhi. La stanza è nella penombra di una mattina autunnale. Fuori c’è grigio, lo capisce dal colore della luce che filtra dalle persiane. Lo capisce perchè c’è troppo bianco per quell’ora.
Adesso va meglio.
Nessuna esplosione.
Si mette a sedere e quasi gli viene da ridere. I sogni. Questa stramberia generata dalla mente senza un criterio. Così. Arrivano. Scompaiono. A volte ti fanno cagare addosso senza ritegno. Oppure ne esci così bene che non vorresti tornare più, vorresti dormire sempre.
Poi sono subdoli, questi sogni.
Si alimentano di quei sentimenti che nel mondo reale devi filtrare. Non puoi manifestare. E te li rivoltano contro.
Sono simbolici se ci si mettono. E lì acquistano i massimi livelli di perfidia.
Questo per esempio, che gli ronza ancora in testa. Questo. Lo prende in giro, si fa beffa delle sue paure creando scene da film americano. E gli ribalta il cuore, solo che la reazione è reale, nessuna finzione.

Maledetti sogni!

——–

Versione ridotta su The Sleepers.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 11, 2008 alle 11:32 am

Kertész Imre – Liquidazione

con un commento

liquidàre
v. 1ª tr. (Ind. pres. lìquido) calcolare, determinare una ragione di credito, un conto e sim. e provvedere al relativo pagamento; est.: liquidare un impiegato, corrispondergli, alla cessazione del rapporto di lavoro, ciò che gli spetta come buonuscita; liquidare una merce, venderla a prezzo di realizzo; svenderla
com. pagare
fig.: liquidare un affare, concluderlo; liquidare una questione, risolverla, deciderla; liquidare qu., levarselo d’attorno o, anche, ucciderlo.

liquidazióne
s. f. saldo, pagamento: liquidazione di una pensione, pagamento che viene corrisposto a un dipendente di un ente pubblico o privato quando cessa la propria attività e comprende tutte le spettanze maturate durante gli anni di servizio
vendita a prezzi ribassati o di realizzo
cessazione di attività
rendiconto.

Ho cercato il significato di ‘liquidazione’ perché in tutto il romanzo si avverte questo senso (a tratti oppressivo, diversamente rassegnato) di fine, conclusione, tentativo di chiusura verso qualcosa che si percepisce come importante ma che, per gran parte del testo rimane impalpabile, quasi nebuloso, inafferrabile. Liquidazione, quindi, come chiusura della casa editrice (simbolo di un certo meccanismo di gestione della letteratura) ma anche conclusione del regime e sopratutto tentativo di ‘levarsi di torno’ (più semplicemente: uccidere) Auschwitz. E’quindi un processo enorme, quello di cui parla Kertész che va ben oltre la trama nuda e cruda, anzi, proprio attraverso la semplicità dei personaggi prova a scavare, incoraggia il lettore con dettagli che solleticano la curiosità, lasciano perplessi, spronano all’approfondimento, alla comprensione attraverso diversi strati narrativi.

La trama, accennavo sopra, è tutto sommato semplice.
B., traduttore appassionato, uomo contorto, rivoluzionario incastrato in un’esistenza difficile e perfino scrittore (anche se lui stesso nega con tutte le forze di esserlo), B. insomma, si suicida in casa sua. E lo fa con una modalità quanto meno singolare, che lascia intravedere premeditazione, un piano meditato fino all’ultima mossa. Lascia una lettera all’amante, Sara, (moglie di un amico) che arriva a casa sua per colazione (come lui le aveva chiesto in precedenza) e quindi prima di tutti gli altri. Sara, sconvolta, chiama poi Keserù (che narrerà in prima persona una fetta importante della storia), direttore editoriale e amico di B. che fruga tra le sue cose prima dell’arrivo della polizia per cercare di salvare quanti più scritti del defunto gli è possibile. Più di tutto però, Keserù matura lentamente la consapevolezza, poi certezza, che B. non può essersi ucciso così, lasciando un inutile biglietto ‘ Scusatemi! Buona notte!’. Ci deve essere qualcos’altro, di più importante, che custodisce il segreto di un gesto così estremo e di quei demoni del passato di B. legati ad Auschwitz e alla condizione di sopravvissuto a quarant’anni di distanza dall’olocausto. ( ‘Lì, in quell’ufficio, dove – per quel che sentivo – si concentrava tutta l’indifferenza del mondo, compresi che ogni storia giunge a una fine, e che la storia di noi tutti è una storia inenarrabile, e che lui, B., è l’unico ad aver tratto le conseguenze che da ciò si possono trarre, a modo suo […] Per questo avevo deciso di cercare il romanzo scritto dal defunto: perché probabilmente in esso c’era tutto quello che avrei dovuto sapere, e che comunque sarebbe stato possibile sapere ancora.’ (pag.30)
La ricerca sarà vana, il lettore lo intuisce ancora prima di scoprirlo, attraverso i pensieri di Keserù che ha vissuto una parte della sua vita grazie alle parole di quest’amico consumato dal vivere, dalle colpe, dalle assurdità che sente come inaccettabili, dall’essere proprio quello che è ( ‘Così che Keseru, ormai, non sapeva se stesse ammirando la preveggenza cristallina dell’autore – il suo amico morto -, o piuttosto la propria determinazione, quasi computa, a identificarsi con il ruolo prescrittogli, per poter dare compimento alla storia. ‘- pag.17- ma ancora più forte ed evidente in seguito: ‘ Vedevo un uomo vivere secondo le proprie leggi. Il tempo passò, e tutt’a un tratto mi ritrovai a vivere delle sue parole, come un parassita. Mi ritrovai sincronizzato con lui, a sentire il bisogno di sapere che cosa pensava, che cosa faceva, a cosa lavorava.’- pag.42-) Infatti nel momento in cui Keserù cerca disperatamente ‘il’ grande romanzo rivelatore, la prima moglie di B, Judit, ha già eseguito le ultime volontà dell’autore bruciando il manoscritto (dopo averlo letto, trovandoci parti di sè, della loro vita insieme e naturalmente di Auschwitz).
Definire ‘Liquidazione’ un romanzo è quanto di più riduttivo si possa fare. Dentro questo testo ce ne sono almeno quattro che latitano, si intrecciano, danzano e si amalgamano, senza che il lettore possa fare alcunché per evitarlo (a parte lasciarsi guidare tra meandri, silenzi, sottintesi): la narrazione di Keserù in prima persona, testi teatrali, brevi componimenti poetici e la stesura epistolare di Judit. Ci sono davvero molti sapori in questo testo e i personaggi si muovono con lo stesso ritmo altalenante. Quelli che sembrano vitali all’inizio della narrazione scompaiono in fretta per lasciare il posto ad altri, pronti a svelare l’essenza di una ricerca, di un uomo (Keserù) ormai stanco e confuso (’… per Keseru la realtà era diventata un concetto problematico, anzi, e la cosa è ancora più grave, uno stato problematico. Uno stato nel quale […] era proprio e soprattutto la realtà a mancare.’ – pag. 11-), di una donna (Judit) che ha cullato dentro di sè l’orrore verso la proprio condizione di ebrea eppure ha lottato per lasciarsi tutto alle spalle, abbandonando B (all’apparenza un abbandono definitivo, quasi un annullamento del precedente rapporto quando in realtà è solo una facciata, un modo per non ricordare continuamente cos’era per lei quel rapporto complicato eppure così ’sopra le righe’, inebriante) che la spingeva verso il pericoloso limite della perdita dell”io’ per poi risposarsi e avere figli con un altro(’ Perché, ti ho detto, è umiliante. Ma cosa c’è di umiliante? Quanto in basso si è riusciti a cadere. Che cosa vuoi dire? In basso cosa? In basso, giù, fino al livello di Auschwitz; fino al punto in cui l’uomo perde la capacità di resistere, la volontà, dimentica i suoi fini, perde se steso.
- Eppure hai resistito accanto a lui.
Era proprio vero. – pag.97 -).

Kertész ha un’abilità straordinaria nel cambiare registro, condurre la narrazione esattamente dove vuole ma senza forzature, senza lasciarlo intendere facilmente al lettore. Alterna pagine intense, con riflessioni che scavano, lasciano sospesi e immobilità apparenti con scene veloci, dialoghi pregni e sfuggevoli.

‘… e mentre si radeva si sentiva preso dalla sensazione che avrebbe dovuto finalmente decidere, quel giorno, anche se non aveva poi davvero presente cosa avrebbe dovuto decidere, e allo stesso tempo era perfettamente cosciente delle propria incapacità di decidere.’ (pag.19)

‘ADAM Nessuno può revocare Auschwitz, Judit. Nessuno, e non conta nessuna autorizzazione. Auschwitz è irrevocabile.
JUDIT (sempre più disperata) Io sono stata lì. Ho visto. Auschwitz non esiste.
ADAM (si avvicina a Judit, l’afferra forte per le spalle) Ho due bambini. Due bambini che sono per metà ebrei. Che non sanno ancora nulla. Dormono. Chi racconterà loro di Auschwitz? Chi di noi dirà loro che sono ebrei?
JUDIT (sottovoce, quasi scongiurando) E se non glielo dicessimo?

CALA IL SIPARIO

(pag.109)

Auschwitz è il terzo personaggio principale, tra B. e Keserù, o forse è semplicemente il protagonista assoluto che si nasconde per circa metà del testo, si cela dietro sguardi e provocazioni per irrompere come un fiume in piena quando ormai è inevitabile. Quando ogni scena è stata rappresentata e non resta che svelarsi, scarnificarsi e lasciarsi osservare, senza pudore (e qui l’esperienza diretta di Kertész pulsa in un modo che non si descrive, si legge e basta). Auschwitz è un ‘non ritorno’, qualcosa che sprigiona una potenza inaudita su chi l’ha vissuto (in qualsiasi modo possibile). Auschwitz è un marchio profondo che alcuni personaggi cercano di celare, ignorare, relegare in cantina (per poi riconoscere il totale fallimento di tale intento. In particolare Judit svelerà questo specifico atteggiamento nella lettera al marito Adam: ‘Odiavo il fatto di essere ebrea, e avrei odiato ancora di più il fatto di negarlo. Soffrivo di vere e proprie nevrosi, come tanti altri, e proprio come questi altri, anch’io vedevo l’unica via d’uscita nell’abitudine. Ma accanto a B. imparai che ciò non era sufficiente.’- pag.98 -) mentre altri, in primis B. ne sono ossessionati, lo cercano, lo ritrovano nella realtà che vivono, a quarant’anni di distanza, al punto dal sentirsi come se.

‘ Il sopravvissuto costituisce, nel suo sistema, una specie a parte. – continua -, una sorta di specie animale. Secondo lui siamo tutti sopravvissuti, e ciò determina il nostro mondo concettuale perverso e atrofizzato. Auschwitz. E poi questi quarant’anni alle nostre spalle. Diceva di non aver trovato ancora una risposta precisa a qust’ultima deformazione della sopravvivenza – cioè a questi quarant’anni. Ma la stava cercando, e ormai era assai prossimo a trovarla.’ (pag.24) (il dialogo è riferito a B.)

B. è decisamente una figura contraddittoria. Praticamente venerato da Keserù che allo stesso tempo ne riconosce i limiti e le ambiguità. Amato da Sara in un modo quasi fanciullesco, fresco e altrettanto adorato da Judit che, pur rimanendo nell’ombra, svela i propri sentimenti più intimi proprio quando è ormai inevitabile confessare la colpa (l’essere ebrea) e il passato con il primo marito ovvero B. (che acquista così spessore come uomo capace, nonostante gli estremismi e il rifiuto, di provare sentimenti profondi attraverso le parole di Judit). E’curioso come B., di cui si parlerà per tutta la durata dell’opera, in realtà non c’è. È già morto. Eppure i ricordi degli altri personaggi sono sufficienti a ‘tenerlo in vita’ per il lettore, ne delineano tratti, voce, movenze, modi. B. è talmente forte, carismatico, che lo si sente respirare anche da morto.

Resta comunque senza risposta la domanda che più di tutte ha assillato Keserù, perché B. si è suicidato? Lui che aveva sempre lottato facendosi forza di questo suo essere comunque, a ogni costo, vivo. Rarefatto. Disgustato eppure energico (specie nei suoi scritti), intenso, profondo.
C’è in particolare una pagina dal tocco poetico che rafforza i dubbi di Keserù (e quindi del lettore che lo segue come un’ombra):

BI Morire è facile
la vita è un immenso campo di concentramento
che Dio ha messo su per gli uomini sulla terra
e che l’uomo ha poi sviluppato
sino a farlo diventare un campo di sterminio per l’uomo
Suicidarsi corrisponde
a fregare quelli che stanno di guardia
scappare disertare e di quelli che rimangono
sghignazzare contenti
In questo grande lager della vita
[…]
qui ho imparato che la ribellione è
RESTARE IN VITA
(pag.55-56)

Lo stesso Keserù, nel corso della narrazione si interroga sui motivi di un cambiamento così radicale, si rimbrotta perfino, a un certo punto, perché sente di aver dato per scontato il suicidio con troppo leggerezza, come se fosse ovvio che uno come B.l’avesse fatto e basta. Al lettore un pò resterà il dubbio, anche dopo aver saputo della dipendenza di B. dalla morfina che Judit gli lasciava prendere dall’ambulatorio fingendo di non sapere, non vedere che. Anche dopo averne saggiato l’amarezza, la depressione per uno stato di cose che non si sposta, cede alle illusioni e dimentica facilmente.

Concludo con un passaggio che a mio avviso svela l’umanità più profonda di B., quei sentimenti che sembrano mancanti, persi, annientati dal passato, i ragionamenti, l’isolamento. Quel particolare sentimento che non sembra appartenere a uno come B. e invece. Eccolo spuntare come un piccolo fiore in pieno inverno destinato all’unica donna che ha davvero amato senza riserve, Judit.

‘Tra le fiamme la scrittura si faceva incandescente:
... sulla base dell’autorizzazione che mi viene da quanto ho vissuto e sofferto, per te, e soltanto per te, revoco Auschwitz…  
E’ sempre colpevole chi rimane in vita. Ma saprò sopportare la ferita.
(pag.108)

Liquidazione
di Kertész Imre

(Feltrinelli, 2005), isbn: 88-07-01673-7
Titolo originale: Felszámolás
Traduzione di Antonio Sciacovelli
——————————————–
APPROFONDIMENTI IN RETE

Una recensione dal punto di vista del traduttore, a mio avviso molto acuta, QUI (ed è proprio in libri come questo dove la traduzione diventa indispensabile strumento di trasposizione dell’intento, lo stile e più semplicemente lo scrivere dell’autore). Un’altra su Wuz QUI.
Auschwitz su wikipedia QUI e su YouTube QUI e QUI.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 9, 2008 alle 5:39 pm

Pubblicato in 2008, Non recensione

Mi presento…

nessun commento

Mi chiamo Michele (Loiacono di cognome ma non lo uso mai, semmai lo tirerò fuori per il necrologio).

La mia passione sono i bambini, le patologie, le fasi evolutive, lo studio dei fattori ambientali, dell’emotività e dei potenziali.
Calmi, non è come pensate. Faccio il pediatra. Mi piace occuparmi dei piccoli, analizzarli, capirli, aiutarli, tutto qui. Ciò che accade nei primi anni di crescita rimane indelebile nella mente e nel cuore dell’individuo per tutta la vita. E mi fa stare bene sapere di aver contribuito, in un qualche modo a questa crescita difficoltosa (magari con una benda, uno sciroppo o una lastra).
Non credo però che diventerò mai padre. Ho trentotto anni e vivo solo. Non è tanto per il fattore ‘donne’, tutt’altro. Sono io che non credo di volerlo fare, il padre.

Gli adulti sono i responsabili delle cicatrici più profonde, piene di pus e grinze che i bambini si portano dietro per sempre (da piccoli ma soprattutto quando ormai sono indipendenti). Ogni gesto, urlo, comportamento, frase, tutto insomma, viene registrato dalle testoline laboriose e non si può mai sapere come andrà a finire.Intanto cerco di curarli.

Sono un tipo preciso, puntiglioso, detesto sbagliare, per questo non lascio mai niente di intentato. Studio sempre, ordino nuovi libri on line ogni mese e mi consulto coi colleghi dell’università. Siamo una bella squadra, tutto considerato, non ci vediamo mai ma abbiamo risolto molti casi clinici unendo le forze.

Non mi piace la routine, anzi no, la detesto. Non ho mai avuto orari precisi tranne all’ambulatorio. Per il resto vivo come mi va, rispetto gli altri ma me ne frego dei giudizi, le imposizioni sociali e le mode. Se mi alzo presto la mattina corro mezz’ora, mi rilassa.
Da ragazzino ero un discreto nuotatore, mia madre mi portava tre volte a settimana, non potevo lamentarmi. I miei gestivano un negozio di alimentari in centro a Bologna, una tipica drogheria d’altri tempi dopo il latte guardava le fatte biscottate che dividevano il ripiano con i grissini; accanto al frigorifero, invece, si nascondevano i detersivi più comuni.
Era un bel posto. Ci passavo interi pomeriggi. Fingevo di fare i compiti, in realtà seguivo la gente per strada, ascoltavo le clienti. Mio padre si arrabbiava spesso con me, diceva che non era normale fissare così le persone, notare i dettagli, ricordare particolari e azzeccare caratteri. Non era normale per un uomo, sia chiaro. Alla fine ha smesso di farsi venire la gastrite.
Io sono così, non c’è niente da fare. Se non seguo quello che mi succede intorno mi annoio.

Vorrei trasferirmi a Monteselva. Mi piace il posto, sembra tranquillo. Sono fuggito da Bologna cinque anni fa perché non sopportavo più il grigio, lo smog, le multe e la gente. Ce n’è troppa, ovunque e si finisce per litigare per niente. Ho bisogno dei miei spazi, di non dovermi preoccupare se carico la lavatrice alle tre di notte (anche perché, se non l’ho fatto prima, vuol dire che non mi sono accordo di avere tutti i calzini sporchi) né di farmi venire il nervoso se quando chiudo l’ambulatorio rischio di arrivare a casa dopo un’ora anche se, in linea d’aria, ho mezzo chilometro da percorrere.

Oltre tutto ho sentito dire che a Monteselva c’è carenza di pediatri, dunque sarebbe perfetto.

Sono un uomo fedele, quando mi innamoro. Il problema è arrivarci a quel click in più. Le donne mi incuriosiscono ma non devono soffocarmi né tentare di manipolarmi con ciglia finte o moine. Con anni di esperienza riconosco la puzza di una stronza anche se è ancora dietro l’angolo. Apprezzo la tenacia, lo riconosco, e l’intraprendenza. Quelle timidine e insipide, o peggio, omologate all’ultima collezione di Dolce e Gabbana mi fanno ridere e basta. Se poi non ti vuoi sporcare le mani ti conviene starmi alla larga.

Quando stavo ancora con i miei lavoravo in giardino nei fine settimana (non abitavamo in centro bensì in un paesello di provincia). E’un’abitudine che mi manca, in effetti. Piantavo bulbi e concimavo. Anche far nascere e crescere una pianta è un impegno, dopo tutto. Richiede cura, attenzione e responsabilità. Non ci si può dimenticare o i fiori non sbocciano (sempre che la pianta in questione sia ancora viva). Un po’ come con i bambini, in scala inferiore naturalmente.

Spero di trovare un posticino piccolo, mi basta un angolo cottura con camera da letto e uno stanzino da usare come studio (l’ho già detto, vero, che ho tanti libri e ne compro in continuazione?). Poi se ci fosse un piccolo giardino sarebbe perfetto.

Dimenticavo (ma dove ho la testa oggi?). Mi serve anche un locale per l’ambulatorio. Due stanze sono più che sufficienti (per la sala d’attesa e le visite) anche se sarebbe meglio poter attrezzare un bagno per le emergenze.
Per il resto faccio tutto da solo, non voglio assistenti o segretarie. Ho il mio sistema di archivio dati (George, il fedele portatile lo sa eccome) e so gestire le questioni burocratiche e gli impegni senza andare nel pallone (basta un’agenda elettronica mica una seconda laurea in ingegneria aerospaziale, no? Mentre per le faccende puramente contabili mi cercherò un commercialista).

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C’è un comune, Monteselva.
Ci sono degli abitanti (in crescita).
E ci sono loro. I personaggi e le storie.
Dall’estro e il talento di Patrizio Pacioni un blog che trasforma un suo celebre personaggio, il commissario Cardona, in una comunità a tutti gli effetti. Con tanto di location virtuali, personaggi, eventi, tutto quello che succede in una qualsiasi cittadina italiana.
Michele Loiacono è il mio personaggio.
Info sul progetto QUI.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 6, 2008 alle 6:29 am

Iniziativa ‘Corto si può fare’

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Ma non era solo quello di Barbara Gozzi

Il letto era enorme. La testata in legno chiaro aveva dei disegni sottili che sembravano fiori panciuti ma potevano anche essere semplici motivi geometrici. Focalizzavo l’attenzione su di loro mentre lo stringevo a me per fargli riposare la schiena eppure non li ho mai notati davvero, stavano lì, impressi nel legno e basta.

La finestra era spalancata, con le lunghe tende bianche tirate e i vetri socchiusi, era un Aprile caldo. Ma non era solo quello. Dovevamo far circolare l’aria o la puzza avrebbe invaso tutto. Quell’odore inconfondibile di pelle secca, strinata. Di stantio, muffa (dentro di noi) e decomposizione. Era ovunque.

Lui mi ha guardata, immobile, seduto sul letto con le coperte tirate fin sul petto e tre enormi cuscini dietro la schiena. Aveva due occhietti vispi, solo da quelli si capiva che era ancora vivo. Mi fissava in silenzio e io già sapevo cosa cercava.

Mi sono avvicinata, pensavo (temevo) che sopportasse dolori forti (gli infermieri domiciliari ci rassicuravano. Non sente male sa, dicevano alla nonna, le medicine lo aiutano. Eppure mi sembrava che quegli occhietti acquosi li smentissero.)

L’ho afferrato per le ascelle e l’ho spostato delicatamente verso di me in modo che la schiena non aderisse più al cuscino.

Ricordo che ho sentito la sua testa muoversi su e giù, come se annuisse. In quel momento ho sperato. Ho pregato. Che tutti quei movimenti, quel tirarlo un po’ di qua, un po’ di là, servissero davvero. Che quel vegliarlo notte e giorno, sedersi accanto a lui, parlargli di niente avessero un senso. Lo facessero sentire meno solo in quel transito che lo risucchiava. Lo trascinava chissà dove, lontano. Da un corpo sfatto, deformato, ricoperto di pelle in eccesso e organi secchi. Marci.

Ricordo che avevo paura.

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Pubblicato nell’ambito dell’iniziativa ‘Corto si può fare‘ promossa da Barbara Garlaschelli e Daniela Losini.
Questo breve tratteggio è per mio nonno Elvidio. Morto di tumore alla prostata ormai vari anni fa.
Per te, nonno. Mi manchi.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 2, 2008 alle 12:24 pm