Senza cuore
Mi sono precipitata alla stazione.
Così com’ero. Vestito da lavoro e portafoglio.
Ho camminato a testa bassa fissando l’asfalto irregolare, la gente intorno mi infastidiva. Un’occhiata al tabellone elettronico e via. Di corsa. Verso il binario due.
Il treno era in ritardo di cinque minuti e già fremevo. Mi guardavo in giro cercando il controllore. Dovevo sapere se c’erano dei problemi. Se saremmo arrivati lo stesso per l’una. Se.
I primi movimenti ondulatori mi hanno rassicurato. Per tutto il resto del viaggio mi sono rotta le labbra a morsi, strappato unghie e pellicine inesistenti, massacrato un vecchio pizzicotto trasformandolo in un cratere eruttante muco biancastro e sangue. L’uomo seduto davanti a me leggeva. Calmo, concentrato. Mi ha lanciato sguardi fugaci, sospettosi. Qualsiasi cosa pensasse di me era ininfluente. Dovevo arrivare per l’una. Dovevo.
Sono saltata giù dal treno come in quei film in bianco e nero dove l’amato aspetta alla fermata. Trepidante, sorridente. Altro scenario, altra vita. Non c’era nessuno ad aspettarmi, non era il caso che venissero a prendermi.
Mi sono infilata in un taxi senza guardare la faccia dell’autista. Ho pagato allungando banconote a caso. Tutt’ora non so quanto gli ho lasciato in più.
Sono scesa sbattendo la portiera e lì mi sono bloccata. Piombata nel buco. Fagocitata da loro, le tre sorelle. Ansia, Incertezza e Paura. Un vago tremore al braccio sinistro. Suggestione.
Sono entrata usando la mia chiave. Erano anni che non lavorava, la poverina, e ha faticato a girare.
Lo scatto brusco sembrava il boato di un bicchiere che si frantumava sul pavimento.
Ho ripreso a correre, non era il momento di vacillare.
Ero arrivata.
Mancava così poco.
Lungo il corridoio non c’era nessuno, accaldata e sudata ho proseguito. Ampie falcate, rigide, silenziose.
Davanti alla porta c’era gente. Che solo dopo avrei riconosciuto.
Nessun saluto, nessun cenno.
Li ho oltrepassati e già le gambe si facevano pesanti. Il cuore martellava. Mi arrivava alle orecchie un brusio di fondo. Strizzate alla gola. Formicolii alle braccia. Avevo il naso rosso, nessuno me l’ha detto in realtà, l’ho sentito io, rosso.
La camera era sempre la stessa. Nella penombra mi ha risucchiato verso tempi lontani, nascosti nella memoria di bimba curiosa. Risate. Ti prendo? Cucù! Baci sulla fronte. Passa la febbre, piccola? Letture alla luce della vecchia lampada sul comodino basso. Magie. Bollicine. Gelato alla fragola. Torte di mele bollenti. Farina. Matite colorate. Profumi fruttati dentro i cassetti. Il bagno allagato. Risate.
Il letto era al suo posto, esattamente nella stessa posizione di sempre, attaccato alla finestra aperta con il comodino in angolo.
Gli scuri accostati bloccavano il calore ma fasci di luce sfuggivano alla fragile barriera e illuminavano squarci del materasso. Le lenzuola chiare erano accartocciate. Spiegazzate all’inverosimile. Il cuscino sottile piangeva. Lo sentivo singhiozzare avvolto dall’aria stantia. L’odore di disinfettante si mescolava a qualcos’altro. Pelle secca, abbrustolita, in decomposizione.
Le lacrime hanno iniziato a rigarmi le guance rispondendo ad un impulso. Non potevo controllarle, non ne avevo il tempo.
Il nonno non c’era.
Avevo fatto tutto quel viaggio all’improvviso. Con il cuore in mano. Trascinandomi, sperando perfino. Perfino.
Ma lui non c’era.
Sono rimasta sulla soglia, con gli occhi sbarrati, le braccia molli e le gambe inchiodate al pavimento rovinato dal tempo.
Il nonno era morto.
Senza di me.
Così l’ho lanciato, il mio cuore, dritto sul letto, tra le lenzuola scomposte. Lui ha rotolato per un po’ poi è scivolato sul pavimento.
Sono uscita.
Il sole mi ha bruciato la faccia. Ma era più facile continuare a camminare fino alla stazione.
Senza cuore.