Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Dicembre 2007

Senza cuore

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Mi sono precipitata alla stazione.

Così com’ero. Vestito da lavoro e portafoglio.

Ho camminato a testa bassa fissando l’asfalto irregolare, la gente intorno mi infastidiva. Un’occhiata al tabellone elettronico e via. Di corsa. Verso il binario due.

Il treno era in ritardo di cinque minuti e già fremevo. Mi guardavo in giro cercando il controllore. Dovevo sapere se c’erano dei problemi. Se saremmo arrivati lo stesso per l’una. Se.

I primi movimenti ondulatori mi hanno rassicurato. Per tutto il resto del viaggio mi sono rotta le labbra a morsi, strappato unghie e pellicine inesistenti, massacrato un vecchio pizzicotto trasformandolo in un cratere eruttante muco biancastro e sangue. L’uomo seduto davanti a me leggeva. Calmo, concentrato. Mi ha lanciato sguardi fugaci, sospettosi. Qualsiasi cosa pensasse di me era ininfluente. Dovevo arrivare per l’una. Dovevo.

Sono saltata giù dal treno come in quei film in bianco e nero dove l’amato aspetta alla fermata. Trepidante, sorridente. Altro scenario, altra vita. Non c’era nessuno ad aspettarmi, non era il caso che venissero a prendermi.

Mi sono infilata in un taxi senza guardare la faccia dell’autista. Ho pagato allungando banconote a caso. Tutt’ora non so quanto gli ho lasciato in più.

Sono scesa sbattendo la portiera e lì mi sono bloccata. Piombata nel buco. Fagocitata da loro, le tre sorelle. Ansia, Incertezza e Paura. Un vago tremore al braccio sinistro. Suggestione.

Sono entrata usando la mia chiave. Erano anni che non lavorava, la poverina, e ha faticato a girare.

Lo scatto brusco sembrava il boato di un bicchiere che si frantumava sul pavimento.

Ho ripreso a correre, non era il momento di vacillare.

Ero arrivata.

Mancava così poco.

Lungo il corridoio non c’era nessuno, accaldata e sudata ho proseguito. Ampie falcate, rigide, silenziose.

Davanti alla porta c’era gente. Che solo dopo avrei riconosciuto.

Nessun saluto, nessun cenno.

Li ho oltrepassati e già le gambe si facevano pesanti. Il cuore martellava. Mi arrivava alle orecchie un brusio di fondo. Strizzate alla gola. Formicolii alle braccia. Avevo il naso rosso, nessuno me l’ha detto in realtà, l’ho sentito io, rosso.

La camera era sempre la stessa. Nella penombra mi ha risucchiato verso tempi lontani, nascosti nella memoria di bimba curiosa. Risate. Ti prendo? Cucù! Baci sulla fronte. Passa la febbre, piccola? Letture alla luce della vecchia lampada sul comodino basso. Magie. Bollicine. Gelato alla fragola. Torte di mele bollenti. Farina. Matite colorate. Profumi fruttati dentro i cassetti. Il bagno allagato. Risate.

Il letto era al suo posto, esattamente nella stessa posizione di sempre, attaccato alla finestra aperta con il comodino in angolo.

Gli scuri accostati bloccavano il calore ma fasci di luce sfuggivano alla fragile barriera e illuminavano squarci del materasso. Le lenzuola chiare erano accartocciate. Spiegazzate all’inverosimile. Il cuscino sottile piangeva. Lo sentivo singhiozzare avvolto dall’aria stantia. L’odore di disinfettante si mescolava a qualcos’altro. Pelle secca, abbrustolita, in decomposizione.

Le lacrime hanno iniziato a rigarmi le guance rispondendo ad un impulso. Non potevo controllarle, non ne avevo il tempo.

Il nonno non c’era.

Avevo fatto tutto quel viaggio all’improvviso. Con il cuore in mano. Trascinandomi, sperando perfino. Perfino.

Ma lui non c’era.

Sono rimasta sulla soglia, con gli occhi sbarrati, le braccia molli e le gambe inchiodate al pavimento rovinato dal tempo.

Il nonno era morto.

Senza di me.

Così l’ho lanciato, il mio cuore, dritto sul letto, tra le lenzuola scomposte. Lui ha rotolato per un po’ poi è scivolato sul pavimento.

Sono uscita.

Il sole mi ha bruciato la faccia. Ma era più facile continuare a camminare fino alla stazione.

Senza cuore.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 30, 2007 alle 12:31 pm

Potrestiesseretu – extended version

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Morire non era nei miei piani.

Mi spettavano altri quarant’anni (almeno) di vita. Cinquanta se ero fortunato. Forse non avrei combinato granché.

Forse.

Ma mi fa impazzire l’idea di non saperlo, cos’avrei potuto combinare.

Soprattutto non pensavo di morire abbandonato, solo.

—–

Info qui.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 24, 2007 alle 10:08 am

Il rosso è arrivato

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Il rosso è arrivato.
Quel rosso che abbraccia tutto prima di scomparire, prima di lasciarsi inghiottire dalla notte che incalza, pretende, vuole essere la padrona anzitempo. Ma lui, il rosso del sole che tramonta in un pomeriggio invernale, lui non la manda a dire. Illumina i vetri, si riflette sulle superfi, scaccia le tende (le trapassa addirittura).
Ha aperto la finestra, l’aria fredda è entrata subito, un soffio gentile.
Ma è un freddo che sa di buono, di aspettative cullate, tempo allungato. Perchè l’aria lo sente, il rosso, e sorride.
Marco inspira. Lentamente. Assapora l’eccitazione, assorbe l’attesa, la voglia di fare (che di solito gli scivola addosso, lo stordisce giusto il tempo di farglielo credere, che farà insomma. Poi evapora, non c’è verso di ritrovarla e finisce spossato, confuso, tediato).
Marco aspetta.
Che il rosso gli entri dentro. E spera.
Che stasera. Stanotte. Finalmente sarà. Arriverà.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 21, 2007 alle 7:18 am

Sai

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Sai che così non si può.
So che lo sai perché ti si arriccia la fronte quando mi guardi. E tenti di sorridere alle scemenze della tv.

Sai che certe volte c’è bisogno.
E non è per te. Sono io che mi sono persa, annaspo in acque grigie, torbide (forse non le guardo davvero, per questo sembrano putride, lancio occhiate svelte come faccio ogni volta che mi convinco di non farcela, non riesco, ogni volta che sento quel fastidio alle ossa, il battito che trema e la paura di rimare, rimanerci piantata, immersa in sabbie mobili dense, filamentose, raggrumate ).

Sai che gli spazi sono stretti, convulsi, strizzano i polmoni fino a farli sussultare dal dolore. Non c’è soluzione, però, è così. Di meglio non possiamo permetterci, non è proprio possibile che. E anche qui, se ti guardo riflesso nel vetro della bottiglia (la tua, quella frizzante fredda che posizioni a tavola con maniacale precisione ogni sera) se tento di acchiappare i tuoi occhi allungati, i contorni deformati, la bocca enorme, se lo faccio sento un disagio sotterraneo. Che striscia e si contorce a ogni gesto ripetuto, ogni volta che ci sfioriamo, rubiamo un bacio che scivola via (lontano, non è nostro).

Non mi sento.
Poi la nebbia è un animale selvatico che per sopravvivere mi afferra da dietro, con i gomiti preme sul collo e mi zittisce. Allora non ho più parole (come del resto capita spesso anche a te) e se non le dico, certe cose, poi di notte mi torturano. Sfregano la pelle e la fanno morire, succhiano linfa direttamente dal cervello (c’è una cannuccia speciale per queste cose, è spessa e sottile, affonda tra le cellule della testa e si arpiona con facilità alla materia, non risente dei movimenti – perché io mentre dormo non riesco a stare ferma, mi si informicolano le braccia – comunque lei entra attraverso le orecchie e loro escono. Loro, i pensieri trattenuti, mi odiano perché ho negato la libertà, ho impedito all’aria fresca di accarezzarli, ho frenato la gioia dell’uscita, ho allontanato la liberazione dalla scatola chiusa.)
Ecco perché non mi sento.

Sai che succede qualcosa quando arriva la nebbia, quando ci accarezziamo attraverso le bottiglie piene. Lo sai ma non capisci. Non è possibile che tu, che poi, che.
E non mi arrabbio più, mi sento abbandonata, lontana, persa in quelle acque che.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 16, 2007 alle 9:33 am

Pastorino Marta – Effetti Collaterali

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Quando un libro mi lascia un sapore, un certo sapore ecco. Penso che la lettura doveva arrivarmi proprio per quello, il sapore che mi è rimasto e che probabilmente porterò con me, è parte di me adesso.

‘Effetti collaterali’ è un romanzo che si potrebbe scomporre in due macro parti. La prima dove il lettore rimane disorientato, confuso, barcolla tra due personaggi che sembrano camminare su binari paralleli e di rado si sfiorano. Dopo, però, taluni pensieri si ricompongono, la maglia acquista consistenza e i punti passati diventano finalmente comprensibili. Allora il lettore esce dalla nebbia e inizia a farsi delle domande. Tenta di capire, spiegare, quei comportamenti che l’avevano lasciato perplesso, forse ha addirittura storto il naso di fronte a certe scene poi però.

I personaggi sono due, un uomo e una donna anche se è attraverso gli occhi di lei che il lettore arriva ad afferrare i fili, passati e presenti, perché è la voce della donna che racconta, piano, lentamente (molto lentamente) gli eventi (i suoi ma anche quelli del compagno). E’quindi una narrazione che può disorientare perché la storia passa attraverso una voce sola che salta tra i ricordi lontani e quelli più vicini, tra pensieri attuali e annotazioni passate, digerite eppure ancora latenti.

Questa è la storia di due persone sole, che vivono le rispettive solitudini dividendo un letto, una casa e qualche gesto. Come pupazzi che compiono gesti rituali e non si accorgono che insieme esiste un noi, che potrebbero confrontarsi, compiere azioni comuni. Non si accorgono perché il loro mondo è un altro. E’un mondo fatto di dolori taciuti, ferite celate, parole che sfuggono, si mescolano e sembrano così poco importanti da non meritare.

Lei è commessa in una panetteria. Lui lavora nella farmacia vicina. Si incontrano ogni giorno due volte, a pranzo quando lui compra il panino al prosciutto e poco prima della chiusura quando lei entra in farmacia a fare scorta di farmaci che lui le fornisce senza ricetta (e senza fare domande).
Si incontrano dunque e poco alla volta iniziano a cercarsi, ma non è un corteggiamento, non nel senso comune del termine. A un certo punto lui la invita a salire in casa sua (un piccolo appartamento sopra la farmacia) e lei non se ne andrà più. Non ci sono richieste, promesse o progetti. Perché non ci sono tante parole tra loro, non quelle ad alta voce, alla luce del giorno insomma. Le parole che si scambiano sono sussurri notturni.

‘ Abbiamo iniziato a dormire insieme. Ogni sera. Ogni sera, a letto, siamo stati vicini nella penombra. Ogni sera, mi hai raccontato qualcosa di te.’ (pag.42) e ‘Ogni sera mi hai raccontato un pezzo di questa storia.’ (pag.44)

‘Certe notti non dormivo.[…] Avvicinavo la bocca al tuo orecchio. Come se volessi mettermi a parlare, a raccontarti sottovoce anch’io le storie di quando ero bambina. I miei ricordi. Il tuo sonno era cullato dai miei pensieri.’ (pag.51)

Eccolo dunque il linguaggio adottato, il compromesso per rimanere estranei e sentirsi nello stesso tempo vicini, accomunati da traumi, dolori, ferite.
Perché questi personaggi coprono con il silenzio mali profondi, solchi indelebili. Lui schiacciato da una madre possessiva, ossessionata dal bene del figlio, e che si scopre fragile quando deve muovere i primi passi da solo (nell’appartamento lontano dalla famiglia). Un uomo pieno di insicurezze, che teme i rumori notturni e accetta la convivenza con una donna che non può avere (gli nega il sesso e ogni tocco più intimo) eppure la cerca, si preoccupa, tenta di guarirla, le procura ogni medicina poi le butta via in un ultimo gesto estremo. Un uomo sperduto.
Lei straripante di sofferenza acquisita, cresciuta dai nonni perché la madre si è ammalata poco dopo averla partorita (il padre si è poi accompagnato con un’altra donna). Lei che ha interiorizzato tutto, moti, sentimenti, l’atmosfera familiare di colpa e le frasi bisbigliate. Lei che vive una bulimia farmacologica perché i farmaci sono l’unica variabile certa in un equilibrio instabile, i farmaci dovevano curare sua madre così oggi li usa su se stessa, li cucina, li mischia a ingredienti, succhia pomate, ingoia pillole colorate.

‘ Mi immaginavo di rubare le medicine e di portarle alla mamma, per farla guarire. Ma non l’ho mai fatto. Me le mangiavo, invece, di nascosto. E non sono più riuscita a smettere. Non ce l’ho fatta.’ (pag.86)

Si tratta quindi di un corpo violentato, forzato, sul quale è stato scaricato tutto. Frustrazione, paure, dolore. Un corpo costretto a subire, che si trasforma, deforma. I capelli cadono. La pancia si riempie di bolle e croste, le prude, la fa urlare e le impedisce di riposare. Ma non è la pancia, in realtà, bensì quello che rappresenta (la maternità e quindi la madre che l’ha messa al mondo e poi è stata male, è ingrassata a dismisura ed è stata ricoverata, praticamente abbandonata da tutti, marito compreso). Il nodo cruciale è lì. Tra medicine incapaci di curare dolori dell’anima, sguardi che sottintendono e un passato scomodo, difficile da evocare, fatto di frammenti, aneddoti, pezzi di sofferenza sparsa.
Questa è la storia di una donna che racconta di una bambina convinta di aver provocato la malattia della madre. Colpevole quindi, alla ricerca di una pace chimica che non troverà mai. In continua fuga. Fuga dalla madre, dal nonno, poi da lui. Fuga da se stessa, dalle croste, dalla pancia e dai cibi cucinati con le medicine che solo lei mangia nel silenzio della cucina.

‘ Non è colpa tua. Non è vero che lo pensano tutti. Sono io, nonna. La mamma sta male da quando sono nata io’.(pag.78)

E’una narrazione sociale, che mostra i danni di un’infanzia pesante, desolante e desolata. Svela com’è possibile crescere una bambina con ferite così profonde da impedirle di essere libera, di lasciarsi ‘essere’.

Il romanzo è breve, scivola davvero come un tazza di tè fumante. Ma non ci si deve lasciar ingannare dalle frasi svelte, spezzate, ritmate. Ogni paragrafo è un tassello, una riflessione, un dettaglio vitale per la comprensione di un’opera più articolata di quanto il formato induca a pensare.

‘Effetti collaterali’
di Marta Pastorino
Merdiano Zero
Collana ‘Gli intemperati’
Isbn: 888237120-4
Euro : 6

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 13, 2007 alle 12:13 pm

Pubblicato in 2007, Lankelot, Non recensione

Matteo B.Bianchi – Tu Cher dalle stelle

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<La verità è che una favola è una sfida affascinante per uno scrittore, ma anche impegnativa. Una fiaba non è un racconto come un altro: richiede atmosfera, magia, candore, sorprese.> Sacrosanto. Ecco dunque dalla parole dello stesso Bianchi cos’è questo libricino alto e sottile con uno stivale in copertina che non è uno stivale, somiglia un pò a un pattino ma è nero. Tutto e il contrario di tutto.
Luca è un bambino che non capisce (e meno male) certe dinamiche da grandi, ragiona a modo suo e non si spiega come mai per due anni filati Babbo Natale si sia sbagliato a portargli il regalo. Eppure lui la letterina l’ha sempre preparata per tempo, chiusa la busta, scritto l’indizzo che gli ha spiegato sua madre e imbucata per bene. Ecco quindi che Luca si preoccupa: un altro Natale sta arrivando e non ha certezze.
‘ E prima di addormentarsi, pensa che Babbo Natale forse non capisce bene il tipo di regali che lui vuole, ma una così, di sicuro, li capirebbe benissimo. Si chiede: ma è proprio obbligatorio scrivere sempre e solo a Babbo Natale?’ (pag.14) Eccolo dunque il personaggio che non ti aspetti, che stupisce l’adulto e diverte il bambino. ‘Tu Cher dalle stelle’ prende il posto del tradizionale Babbo Natale attempato e smemorato. E non solo.
Questo libricino è una favola delicata, che si legge in un attimo (quasi non ci si accorge di aver buttato giù tutto d’un fiato le pagine) è un tentativo di avvicinare il mondo dei bambini a quello degli adulti. ‘ Anita, io ho più di sessant’anni. Ti sembra possibile questo?’ (pag.27) è un esempio di sottile ironia rivolta agli adulti, che si mescola con un tessuto fiabesco semplice, magico (come spiega lo stesso Bianchi) e che sottintende. Molto.
‘Ecco: come facciano i grandi a sapere se una cosa è da femmina o da maschio è un mistero che Luca non è ancora riuscito a capire.’
Appunto. Annotazione da bambino (da mente bambina) che sarei molto curiosa di vedere come viene spiegata dall’adulto (mi farei piccolo piccola, ape silenziosa, e li osserverei – adulto e bambino- da un angolino).
Consiglio la lettura di questo libricino in famiglia, tra genitori e figli (certo non troppo piccoli) per riflettere un pò insieme. L’omosessualità è davvero un’erba cattiva da estirpare alla radice, finchè è giovane e fragile? Ed è così che si deve fare, come nella fiaba di Bianchi? Ovvero senza spiegare, semplicemente usano i simboli e la routine a vantaggio dell’idea adulta? Esistono, dunque, ‘le cose da maschi e quelle da femmina’? Ed è davvero necessario tenerle separate, sottolineare le differenze e catalogare i bimbi di conseguenza(è una scienza esatta insomma)? – preciso che non sto proponendo risposte, tutt’altro, lascio qui delle domande aperte, a cui chiunque può rispondere come crede. -
Stile sobrio, tenero ma lucido, pungente in alcuni brevi spruzzi e nel complesso godibilissimo.
Poi, insomma, spero che quanto meno un mezzo sorriso scappi a chi arriva all’ultima pagina e trova dei brillantini.

‘Tu Cher dalle stelle’
di Matteo B.Bianchi
Playground
Isbn: 88-89113-20-0
Euro: 5

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 13, 2007 alle 6:22 am

Pubblicato in Non recensione

Sei pronta, baby?

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Ci sono temi che ci stanno più a cuore.
E non c’è niente da fare.
Che si sia abili o meno con la penna o con la parola, loro, esserini infaticabili, ossessioni notturne, loro, monopolizzeranno pensieri, discorsi e a volte scritti.
Le mie ossessioni sono varie, diverse tra loro, coesistono nella mia testa e mutano, si allargano come olio caldo che scivola nelle fessure, giù (sempre più giù).

Le malattie, i bambini, i disturbi alimentari, l’autodistruzione, la solitudine, l’incomunicabilità, i moti del cuore, i dettagli, il lato più buio, le menti deviate, la morte, le assurdità sociali, i silenzi distruttivi, i cieli…

… e le violenze.

Spesso quando si parla di violenze sessuali ci si concentra sul fatto, come, cosa, dove, perché, volontarietà e negazione. Oppure si seguono le reazioni, le sequenze immediatamente successive, si cerca il colpevole, si ricostruisce la dinamica, si condanna questo o quell’altro, si ascoltano i pensieri.
C’è però anche un post stupro nel lungo periodo, per così dire. Quando la polvere torna a mescolarsi con la terra, i volti si spostano, si riprende a correre e fare e dire, la vita torna a seguire un ritmo regolare (ma lo ha mai abbandonato?), quel ritmo regolare che ci fa stare tranquilli. Solo che lei, la vittima di una violenza sessuale non se lo ricorda più, quel ritmo lì. Si scopre segnata in un modo che è impossibile nascondere (a se e agli altri). Sente odori diversi, i colori sono insipidi e certe volte le sue reazioni sembrano assurde, repentine, strane. Si scopre estranea a eventi e circostanze che invece prima erano familiari, routine. Le vittime di una violenza sessuale non dimenticano e devono combattere contro demoni che se ne fregano del tempo, della gente e dell’amore. Sono insistenti e meschini (sbucano fuori senza preavviso, basta un dettaglio insignificante, un tocco nuovo o un suono simile a). Le vittime di una violenza sessuale sanno. Che il prima non esiste più e quel qualcosa che è stato rubato non lo si potrà riavere indietro, è perduto, è diventato qualcos’altro. I demoni di uno stupro sono cicatrici permanenti che ogni tanto si svegliano e fanno male (un male d’inferno). Ma si va avanti, si arranca, si boccheggia fino a sera, quando finalmente si potrà tentare il riposo di corpo e mente (e sperare, di nascosto, avvolte nel buio della notte, in mezzo a quel silenzio sospeso che solo in mezzo al sonno esiste).
Ecco.
Di questo volevo scrivere. Che è una delle tante angolazioni, senza la pretesa di essere o sapere o generalizzare.
Così è nato un racconto, è ‘uscito da solo, in una notte (giusto un paio d’ore frenetiche, schizzate, possedute ).
Poi è rimasto a sonnecchiare. L’ho riscritto varie volte, e per riscritto intendo proprio parola per parola, ogni volta lo strato si ispessiva, ogni volta la carne era più nuda.
Finché ha trovato una strada (la sua) e oggi respira sulla carta. E per questo ringrazio
Misia Donati che lesse la stesura ombelicale e mi lanciò i primi input, Francesca Mazzucato che pubblicò sul blog di ‘Declinato al femminile’ il colpo di coda di questo racconto, Thereupon, ovvero un ultimo respiro rimastomi tra gli occhi, grezzo, istitintivo e Walter Pozzi che ci ha creduto (e non è poco) al punto da pubblicarlo.
Il racconto si chiama ‘Sei pronta, baby?‘ ed è stato inserito nel numero 5 (dicembre-gennaio) della rivista culturale ‘PaginaUno’. (Qui potete trovare alcune informazioni).

‘Sei pronta, baby?’ è decisamente un frammento di me. Forse l’unico frammento di cui, fin ora, vado fiera incondizionatamente (senza i se, ma , però, forse che invece mi accompagnano in ogni cosa che scrivo). Lo stile è quello che è (il mio direi o comunque la pelle che oggi mi rappresenta) ma sono le emozioni che fanno la differenza. Il sentire, sentirlo, quel dolore lì, che spero arrivi anche a chi legge. Comunque sia, questo racconto è un pezzetto di me (del mio cuore). La storia non è autobiografica, ma i sentimenti si.

Isabella è stata violentata. Ripetutamente. In passato. Da una persona che conosce bene.
Isabella è Lei e l’Altra. Lei che vorrebbe dimenticare e l’Altra che schiuma rabbia. Lei e l’Altra si rincontrano nei sogni, ogni notte, e tornano là, dove succedeva, dove lui. E là ricostruiscono aspettando la liberazione dalle sofferenze più feroci (che neanche il tempo sembra lavare via). Là si scontrano. Ricordano. Tremano. Odiano. Piangono. Digeriscono.

Vorrei che questo frammento di me raggiungesse chiunque lo volesse con se.
Basta contattarmi via mail (gozzib@tiscali.it) e lo invierò via posta prioritaria a mio carico.

Persiceto, lì 8/12/2007
Barbara Gozzi

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 8, 2007 alle 6:12 am

Gardini Nicola – Lo sconosciuto

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Sono capitata sulla scheda on line di questo libro per caso e l’ho comprato di getto, così. Perché si parla di Alzheimer. Una malattia che di recente ho scoperto essere molto vicina alla sfera dei miei affetti. E avevo bisogno di confronti, di ascoltare la voce di altri, di provare a capire.
Quindi sono arrivata a ‘Lo sconosciuto’.
L’onestà è qualcosa che considero merce rara nei rapporti umani ma anche in taluni libri, quando si promettono storie che invece servono solo ad attirare, per favorirne l’acquisto. Ebbene, ‘Lo sconosciuto’ è un libro onesto. E il primo patto è lo stesso Gardini a stipularlo nella breve introduzione ‘ai lettori’: ‘ alla fine, che io c’entri o no, questa <storia della mia vita> è soltanto una storia, con la sua miscela di commedia e melodramma.’ (pag.8) E lo stesso concetto verrà ripreso e più ampiamente spiegato in seguito, quando ormai il lettore sa (di cosa parla questa storia) e può cogliere meglio il senso di un’affermazione che nasconde un mondo di analisi e consapevolezze: ‘Nelle vere storie gli individui non esistono. Una storia è qualcosa che accede, è fatta di eventi, e un evento non appartiene a una sola persona, a un solo personaggio, ma mette insieme più persone, più personaggi.’ (pag.171).
Dunque, questa è la storia di un malattia che avanza, l’ Alzheimer appunto, di un padre che si svela (lento, sconnesso, contorto, egoista), di una madre che lamenta ma ama, si sforza di accettare e porta con se tanti ricordi di un passato che è stato ma non si è ancora risolto del tutto. E’la storia di come una persona possa ammalarsi e diventare qualcosa di diverso, un altro, sconosciuto perfino a se stesso. Ma non è una narrazione esterna, estranea, tutt’altro. E’Nicola, il figlio, che prende per mano il lettore e lo porta a visitare ogni angolo, passato e presente, non sempre con linearità ma con un ordine logico ben preciso. Nicola è un uomo che si trascina una crescita difficile, un’infanzia costellata da ricordi spinosi, che lo infastidiscono e mortificano, accanto a un padre il più delle volte incomprensibile nelle scelte, negli atteggiamenti, nei modi.
E’ di certo questo, un romanzo dove l’incapacità di comunicare mostra crudelmente i suoi effetti attraverso il tempo, è impossibile non notare quanto Nicola si sia sentito (e si sente ancora mentre racconta) solo, arrabbiato, incerto (perché molti fili che lo legano al padre non li ha capiti fino in fondo), combattuto (tra il volere bene comunque a un uomo che ’sta perdendo la testa’ a causa della malattia, e il rimanere distaccato davanti a un padre che tanto gli ha negato). L’incomunicabilità di fatto è la colonna portante di una trama che si snoda tra paesi e decenni finché alcuni spiragli arrivano a illuminare eventi passati e presenti, permettendo a Nicola di iniziare a capire e quindi accettare, ciò che è stato (e in questa comprensione c’è perfino un gesto affettuoso per Bruno, il padre che finalmente gli aperto quel cassetto del cuore che non aveva mai svelato a nessuno, l’ha lasciato entrare giusto il tempo di sbirciare e accettare, gettando nuove proporzioni a quel passato difficile e indigesto per il figlio).
‘Lo sconosciuto’ insomma, è un romanzo onesto perché non dice niente di più e niente di meno di quello che deve. C’è una famiglia (anzi più d’una si scoprirà). Ci sono i caratteri che cozzano. I silenzi. C’è la voce di un figlio che non dimentica e cerca, aspetta, spera finché potrà trovare quel nuovo equilibrio, finché potrà guardare negli occhi un padre, che è ormai uno sconosciuto, e immaginare a cosa pensa, o a cosa ha pensato. Ci sono amori di sottofondo, viaggi, scelte dure, abbandoni e scoperte.
Poi c’è ‘lui’, l’ Alzheimer che in questo testo trova una sua dimensione specifica, è come se si fosse annidato in un qualche punto tra i personaggi e le scene, come se fosse sempre lì, sotto sotto, e il lettore lo sente respirare mentre segue la narrazione, anche se non è il protagonista del capitolo.
Gardini è un autore sensibile, accorto, che sa di cosa parla (o almeno io – che non lo conosco – ho avuto da subito quest’impressione perché non si possono narrare solo situazioni vissute ma è altrettanto vero che quando si scrive di ciò che gli occhi hanno visto ‘si sente’ eccome). E quando si tratta di Alzheimer (come di certo per molte altre malattie) approfondire è necessario, essendo una patologia di cui di cui si sente poco parlare (io stessa qualche mese fa avevo idee vaghe e confuse e non immaginavo lontanamente tutta una serie di ‘effetti’ che invece oggi, purtroppo, conosco).
Certi libri sono necessari. Per condividere, diffondere e in questo romanzo, al di là della trama specifica, dei personaggi che sono e dicono e fanno, oltre i luoghi e i tempi, racchiude tematiche che si ripetono nella vita di tutti i giorni (e quando ci si sbatte contro ecco che diventa necessario sapere, capire e ascoltare). ‘Lo sconosciuto’ racconta una storia, si diceva, ma non si dimentica di precisare, puntualizzare, annotare quelle esperienze di vita che uniscono i malati di Alzheimer e chi gli sta accanto. E’, quindi, un libro che favorisce la comprensione di una malattia subdola, difficile da diagnosticare per tempo ( i sintomi sono facilmente riconducibili ad altre patologie o ai disturbi tipici dell’età avanzata) ma anche traditrice perché intacca proprio quell’unico organo che ‘governa’ il corpo umano da dentro. La mente.
Cos’è allora l’ Alzheimer?
Da Wikipedia: una demenza progressiva invalidante più frequente nel soggetto anziano ma che può manifestarsi anche prima dei cinquant’anni. Prende il nome dal suo scopritore, Alois Alzheimer. La malattia o morbo di Alzheimer è oggi definito come quel «processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale»
Spiegazione tecnica a parte, sono gli esempio semplici, concreti, che a mio avviso chiariscono come funziona, cosa succede a un malato.
E qui arrivano in aiuto le parole di Gardini.
‘Quella malattia esaspera i tratti essenziali del carattere, come una punizione dantesca. Per questo all’inizio non la si riconosce, e io e mia madre ci ostinavamo a maledire la vecchiaia’ (pag.11). Ma questo è solo l’inizio. Bruno, il padre, si avvicina piano piano al <nulla>nella sua eccezione più ampia che lui stesso enuncerà a pag.14 per poi riemergere dai racconti di Nicola trasformato in inutilità globale: ‘Tutto gli dava ai nervi, tutto era per lui inutile”. Ecco che inizia a isolarsi, ‘Diceva che si erano rincretiniti tutti. La verità era che faticava a stare con gli altri. Non capiva più i discorsi’ (pag.72). E’decisamente una discesa, veloce e inesorabile e chi legge ne rimane stordito: ‘Non era questione di alternative, figlio o non figlio. La mente di un malato di Alzheimer – ho imparato – si sposta lungo un segmento, non su un piano, ma da una lontananza tridimensionale, come se venisse incontro all’oggetto da un orizzonte brumoso.’ (pag.89)
Bruno diventa quindi, piano piano, un uomo qualsiasi ( ‘lo sconosciuto’, per l’appunto) circondato da nebbia più o meno fitta a seconda del momento narrato, attorno a lui si muovono altre persone, oggetti e situazioni ma lui li intravede appena, tutto gli arriva ‘da lontano’, ovattato, irraggiungibile. E in questo l’immagine in copertina rende magistralmente l’idea che Gardini inserisce nel tessuto narrativo (non ho trovato il nome dell’autore dell’immagine, in ogni caso è perfetta).
La narrazione è divisa in quattro parti, ognuna indicativa rispetto a una fase della narrazione, la linearità temporale viene a tratti spezzata dall’esigenza dell’autore di approfondire o lasciare in ’stand-by’ una ramificazione della storia.
Il romanzo non ha una fine, un certo cerchio si chiude ma il lettore si trova davanti a una scena che in effetti è solo l’ennesimo tassello intermedio, ‘Una storia è come certe anime dannate: continua a reincarnarsi; da sola, senza sangue, non vive, ha bisogno di passare da un corpo all’altro per esistere.’ (pag.173)
In conclusione è una narrazione intensa, scorrevole e precisa, che lascia addosso la sensazione di difficoltà, disagio, paura, incapacità di. E altro che fino alla fine non ho saputo definire con precisione, fino a qui: ‘Nel guardaroba delle mie emozioni non trovavo un vestito da mettermi.’(pag.174). In questa frase Nicola si riferisce a una situazione precisa che si appresta ad affrontare. In realtà io mi sono sentita così dalla prima pagina.
L’Alzheimer trasforma, porta il malato in un mondo diverso, lontano, silenzioso, incerto, dove tutto è confuso, non esiste più un passato, un’unica persona da chiamare ‘padre’ o ‘figlio’ o ‘moglie’. Perfino trovare una parola diventa una sforzo, un ostacolo troppo alto. E tutti questi (e molti altri) aspetti emergono prepotenti e crudi da un libro sincero quanto difficile.

‘Lo sconosciuto’
di Nicola Gardini
(Sironi Editore, ottobre’07)
ISBN: 978-88-518-0090-1
Euro : 14

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 5, 2007 alle 5:45 pm

Pubblicato in Lankelot, Non recensione

Cielo ferito

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Cielo ferito di Barbara Gozzi

Il cielo si è tagliato, mamma.

Stringe il volante e sorride. La bambina seduta dietro, sua figlia, è alta e sottile in quei sette anni portati con urgenza. Si è messa le calze da donna, come le chiama lei, che sono un paio di collant centocinquanta denari a righe fitte rosa, bordeaux e verde pisello. La gonna a frange nocciola le arriva a mala pena al ginocchio ( quella mamma, quella ce l’hanno tutte le mie amiche ti dico, e poi ormai sono grande posso fare la signorina ogni tanto).
E’bella, sua figlia, ha l’ovale chiaro incorniciato da lunghi capelli castani che la luce del mattino stria di rosso, sono spettinati adesso, i capelli, perché la partenza è stata frettolosa (decisioni così diventano urgenze incontrollabili, pruriti da croste che si staccano).

Il cielo si è tagliato.

Torna a osservare la strada poi più su, quel cielo frizzante che le si para davanti, come a volerla rassicurare. Andrà bene vedrai, sembra sussurrarle, non vedi cosa sono?
Lei osserva e le sembra di essere meno. Trepidante, tremante, schiacciata.
Si sente bene a fissare quello squarcio come fosse normale, agganciare gli occhi alla ferita sanguinolenta di qualcosa che non le appartiene ma sente vicina (è anche un pò suo, quel cielo striato, rossiccio, venato di promesse e bellezza muta, suo e di sua figlia).
L’orologio accanto al conta chilometri segna le sette e venti. D’inverno la luce arriva prima e in certe giornate limpide si concede di giocare con gli elementi, sposta le nuvole, allunga le forme e colora lo spazio con toni mutanti che aprono varchi in quello che normalmente è cielo e basta (perché sopra la terra c’è solo lui, il cielo e neanche ci si fa più caso che c’è o com’è, perché poi? E’sempre lì, basta alzare gli occhi, staccarsi dai volanti, abbandonare per un attimo i cicalii nauseanti e i piedi che si muovono, basterebbe poco, si, ma ormai non lo fa più nessuno).

Quando arriviamo, mamma?

Lancia un’occhiata fugace alla figlia curiosa riflessa nello specchietto retrovisore, la bimba muove la testa attorno al finestrino, le gambe rannicchiate si nascondono sotto il debole riparo della gonna corta.
Certe risposte non sono semplici, sembrano (semplici) ma quando le devi pronunciare diventano talmente pesanti da non poterle sopportare. Non lo so, si sente uscire dalle labbra screpolate e ha già gli occhi umidi. Torna a guardare il cielo, quel cielo ferito così intenso e pensa di fermarsi. Perché no? Le strade sono deserte, la campagna non ha nulla da aggiungere a ciò che la sovrasta mentre l’aria fredda apre i polmoni, calma i nervi. Fermarsi va bene, ma dopo? Restare con la faccia per aria a immortalare (imprimersi nella mente) quello spettacolo che le ha accolte senza chiedere, le ha aspettate proprio la mattina che sono partite, trafelate, eccitate. Ma dopo?
Si concentra sulla strada, stringe il volante ancora, e ancora. C’è questo silenzio sottile che avvolge l’abitacolo dell’utilitaria (la radio si è rotta da un pezzo, è rimasta muta, ha detto sua figlia). E’ un rumore avvolgente, il silenzio, e il rosso del sole che tenta di abbracciarle toglie il fiato. E’un rosso intenso come quello delle foglie autunnali e tutto quello che tocca si ammorbidisce, sfuma, sembra più caldo.
Vorrebbe spiegarle perché la macchina le sta portando lontano. Perché certe volte si sbaglia strada e allora bisogna cercarne un’altra, infrangere le regole pur di togliersi da lì, correre lontano e non voltarsi (mai guardare indietro, allungare una mano e perdersi in qualcosa di familiare ma bruciante, che si fissa sulle dita poi risale il braccio, raggiunge il collo e si dirama, arpiona il cuore con un uncino e blocca il cervello, troppo alto e possente per essere annullato, mai).
Vorrebbe raccontarle cos’è questa vita che crediamo di conoscere, gestire, decidere e invece è lei la padrona di tutto, è lei che sa di noi e può anche pensare male, toglierci l’amore e regalarci un cielo ferito.

Dove sono tutti? Qui non c’è nessuno.

Non c’è nessuno. Sospira e tenta un sorriso pacato, tenta ma in fondo non si sente sincera e smette. Dormono, risponde, o mangiano o fanno, vivono. E’tutto quello che le esce. E’presto per parlarle della solitudine, del sentirsi soli in mezzo a tanti, del riconoscere quei momenti in cui nessuno (ma proprio nessuno) può.
La bimba resta in silenzio.
Le piace stare lì, lasciarsi cullare dai sedili vagamente ruvidi ma profumati (hanno quel particolare odore che solo abbracciando sua madre ritrova). Le piace ascoltare il cielo, lasciarlo raccontare e sorridere al vetro del finestrino che riflette due occhi neri e qualche angolo che può essere il naso o lo spigolo della bocca. Ma più di tutto le piace stare con lei, sua madre, che ha qualcosa. Di diverso, insomma, che non le è mai riuscito di spiegare ad alta voce eppure c’è.

Ha male, il cielo?

Sorriso lungo, morbido.

No, non preoccuparti. Vedi quanti colori? E’contento perché siamo qui e lo osserviamo.

Ma lui come fa a saperlo, mamma? Che siamo dentro la macchina e lo stiamo guardando?

Il volto si distende, la paura evapora, diventa pulviscolo e sale, si infila nella fessura del finestrino e sparisce, rapita da una folata di vento.

Perché ci vede.

———

Oggi 1/12 due anni fa è nato mio figlio. Gli dedico questo racconto che la scrittrice Francesca Mazzucato ha generosamente pubblicato su Books and other sorrows.
Ma oggi vorrei anche ricordare i bambini scomparsi.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 1, 2007 alle 10:32 am