Archive for Ottobre 5th, 2007
Quella volta là è successo qualcosa. Lui lo sapeva, se lo sentiva tra la spina dorsale che scricchiolava già da tempo. Eccome. Solo che ha tentato di tenere duro. Di proseguire nelle azioni ripetute come se. Se fosse niente. Solo che niente era un’illusione. Come credere di sapere la strada che si percorre. Finzione. Costruzione mentale. Poi quella notte. Immerso nel silenzio irreale, stantio dei sonni altrui è successo qualcosa. Qualcosa si è rotto. (Ha sentito il toc, da qualche parte nel suo cervello stanco). Toc. Fine. Raus. Le lacrime erano un contorno. Necessità di espellere quel grande dolore. Il vuoto. Le paure. Le insofferenze. I fallimenti. Il senso di. E tutte le stramaledette volte che qualcosa o qualcuno l’ha trattenuto afferrandogli l’elastico delle mutande. Si. Lui era già lanciato, in corsa. Deciso. Fiero. Pronto al duro lavoro. Ma. Ma l’elastico si tendeva e a un certo punto lui si fermava. Non c’era verso di. Finiva sempre con le gambe sospese nel vuoto, in quel periodo (anche prima solo che ci faceva meno caso, era normale fallire all’inizio. Poi l’inzio è diventato un sempre lancinante. Assurdo.). Sudore sprecato. Stomaco attorcigliato, epilettico. Fatica. Cristosanto quanta fatica che si poteva risparmiare! Quella notte là però, davanti al vecchio pc sputa brusio si è spezzato l’equilibrio. Eppure era lo stesso da anni. Tavolo traballante. Muro grigiastro davanti agli occhi. Tastiere nera. Tutto come. Come. Ma lui ha interrotto la catena. Prima le lacrime poi la scelta. Scelta. Quasi poteva ridere. Se solo avesse smesso di singhiozzare come un bambino cagasotto. Non si vince quando si combatte ad armi dispari. Quando non deve. Non è. Questo era quanto. Allora ha spento tutto, quella volta là, e si è lasciato andare. Solo. Vuoto dentro. Stanco, soggiogato dalle fatiche inutili, assorbi energie diaboliche. Stanco. Mortalmente stanco. Di quei tiepidi bagliori che, invece, erano solo illusioni. Al primo soffio d’aria svanivano lasciandolo fragile (sempre di più, poi ancora e ancora come tante pugnalate svelte, ben assestate) e piegato. Allora. Allora era difficile comunque. Proseguire o continuare. Lui era una larva. Bavosa. Rantolante. Odiosa. Per questo era finito così. Per questo o quello. O magari per niente in particolare. E ha smesso di credere. Credere è una deformazione della realtà, si è detto prima di annegare nel letto freddo e grande. Annegare invece no, era una bella parola. Dolce. Musicale.
Tato. To.
Questo vuoto. Si, si proprio questo. Q. Lo so che non lo senti, tu. Ma prova un attimo a fermarti. E stai zitto, tanto non ti ci vuole niente. A tacere. Allora fallo e basta. Ieri sera ero stanco, proprio molto (cos’è che dici? Non si usa ‘proprio molto’? Ma vaffanculo). Adesso non mi ricordo più di cosa volevo parlare. Ah. Sai che mi sembrava di aver finito (te l’avevo detto lunedì, ricordi?) e invece. Invece no. Restano ancora da scrivere delle pagine, pezzettini che mi erano rimasti tra il cervello e le mani. Dici che forse mi posso risparmiare la fatica? Cosa ne sai, manco l’hai letto il mio ultimo romanzo. Appunto. Lo so che non ti va di perderci tempo, lo so. E ti dirò: mi ci sto abituando. Prima o poi ti pentirai ma adesso non mi va di continuare su questa strada. E bevi una buona volta! Quando sei nervoso apri il frigo e ingoi quello che trovi, ci hai fatto caso? Dai mò, fai anche il sostenuto adesso? Si, sto sbuffando e allora? Provarci con te è un’impresa. Di quelle che risucchiano energia e linfa vitale. Sei mostruoso ecco. Com’è poi che ti sei deciso a venire. Ad abitarci intendo. Com’è pure? Il silenzio è più o meno lo stesso anche se distribuito tra due case, non trovi? … Lo immaginavo. Che finivi col fare così. Cosa mi guardi a fare, porco mondo? Non importa. No. Davvero. Tanto è sempre la solita vecchia minestra insipida. Io qui. La notte che arriva. Poi si dorme un pò e via a produrre merda. Beh ok, ultimamente non riesco a dormire, è vero. Va bene lo stesso. … Non ne ho più voglia. Cosa parlo a fare? Ci sarebbero questi vuoti qui ma. Ma poi. Poi vedi come va a finire? Che mi escono le parole ma tu non ascolti. E se. Niente. Mi manchi però. Tante cose che non ci sono più mi hanno lasciato dei solchi aperti. Giuro. Poi si, si cambia in tutto però certe cose. Certe. Dovrebbero rimanere ecco, e invece. E non capisco cosa diavolo ci facciamo con le corde vocali e la bocca se poi non le usiamo. Manco le dai aria, tu, alla bocca. Dici é? La scrittura. La. A me sembra il contrario. Mi libero. Sputo di tutto e le parole si fissano dove vogliono. E dai, ricominci? Sarà anche fallimentare ma senza. Senza. Cazzo cos’è la mia vita senza? … Certe storie poi, se non le racconti si perdono. Non le trovi più ed è un peccato non poterle mostrare ad altri. Non è una questione di farsi i cazzi proprio, sù, non fare il cinico forzato che sembri una caricatura. Tutto è personaggi. Trama. Tu pure lo sei, solo che non hai battute e improvvisi. Te ne freghi e non lasci tracce. Io non lo so. Ci ho provato così tante volte a lasciare. La. Sci. A. Re. … Ma poi. Vero. Poi finisco come adesso a ragionare sui vuoti e faccio decisamente ridere. O pena, povero esserino ingobbito e inutile. Cosa vorrei? Essere ascoltato. Essere. Ascoltato. Tato. To.