Archive for Settembre 2007
A testa in giù
Sono sicura.
[E fai male.]
Sono padrona del mio corpo.
[Oh lo credi, mia cara, per ora.]
Ho imparato ad amare, a lasciarmi andare.
[Disimparerai. Vedrai.]
Non le è molto chiaro il punto.
[L’eccitazione è una bomba potente, pronta a esplodere. Potente quanto l’adrenalina che è un ormone, eppure sembrano parenti quando ci si mettono.]
Perchè ha paura? Sa che deve averne, di paura, ma è tutto così confuso. Equivoco.
Perchè si sente forzata? Paralizzata in una posizione che non è la sua, non è così che vuole stare.
[La tiene sotto di sè ed è esattamene così che deve essere.]
La mente. Il corpo. I gesti. Le parole.
Tutti negano. Urlano. Segnalano un’intrusione. Furia cieca da frenare. Bloccare in fretta. Il più in fretta possibile. Poi scappare. Scappare lontano e chiudere gli occhi. Solo che.
Solo che non serve, non è sufficiente. Muoversi. Far uscire parole. Agitare gambe e braccia. Perfino piangere.
[Lei si dimena ed è così giusto che non importa altro. L’odore della pelle, dei vestiti che sbatte lontano e si strappano. Del suo sesso. Secco o umido è ininfluente. Per quello che deve fare sa come preparla. Tutte le donne ne hanno bisogno, di essere stimolate, solo le professioniste sono autonome ma a lui non interessano. E’ sempre e solo una questione meccanica, lui lo sa e si da da fare aspettando.]
E’come trovarsi all’improvviso a testa in giù. Puoi dimenarti quanto voi ma niente di quello che fai serve. Continua a non capire. I significati si sono capovolti, sembra. La paura può confondersi con il piacere? Mescolarsi fino a diventare una brodaglia profumata e succulenta? Un pianto forse può essere sia l’una che l’altro. Forse.
Lui non sembra preoccuparsene, ha una sola versione in testa e quella gli basta. Quando l’acceleratore è premuto non gliene frega un cazzo di chi travolgerà durante la sua corsa. Perchè è la sua corsa, sua e basta. Di chi non ascolta e prosegue. Strappa. Stordisce. Entra. Sbava. Tocca.
[Lo sa e si da da fare aspettando.
Aspettando che l’eccitazione prema così forte da fargli esplodere il cervello. Quando proprio non può più aspettare e ciò che rimane di superfluo verrà spezzato, allontanato. Senza cerimonie. E allora? Il piacere è piacere. Non servono convenevoli. E i ‘no’ sono così dolci da diventare mugolii necessari, preludio al finale. Il suo finale, quando il corpo arriva sul burrone e si getta. Il dopo è già oltre. Lontano. Conta il lancio, sentire.]
Cosa si può fare? Se lo sta chiedendo ossessivamente ma è solo un modo per tenere occupata la mente. Lei sa. Sa che non troverà una risposta. Perchè non c’è una soluzione. Non per lei. Non adesso. E’ confusa. Ormai non si torna indietro. Lui è già arrivato e la lascia. Così.
[Dannazione. Sentire è tutto. Senza è come morto, uno qualunque che si fa le seghe in solitudine e non conclude niente. Sentire è tutto.
E se lei ha un’altra idea.
Se.
Lei.
Piagnucoli pure. Sono lì adesso, lei sotto. Pronta, sudata. E’ora di agire, gestire ritmi e gesti. Arrivare.]
La lascia così.
Così.
Seminuda. Con qualche livido. Il seme sparso tra le gambe doloranti per lo sforzo, nel tentivo di impedire. Il seno arrossato per le strette violente. E quella sensazione di schifo.
Schifo.
Repulsione (verso se stessa).
Annullamento (perchè da oggi questo non è più un corpo che prova piacere, avverte giusto la pena e si nasconde, si celererà anche a se stesso).
Ferita che sputa. Silenzi (presenti e futuri, necessari quanto imposti).
Silenzi.
[Niente ha senso se il piacere non è violento. Incontenibile. Duraturo e preteso.
Allora ciò che resta è solo una conseguenza, che vive perchè respira. Nient’altro. Resterà lì finchè lui se ne sarà andato.
Soddisfatto.
Appagato.
Come deve essere.]
Negare non è servito allora.
Accettare sarà sufficiente?
Aste Fiorenza – Cocci di bottiglia
All’origine della lettura c’è stato un errore. Uno scambio per l’esattezza.
In uno di quei rari momenti in cui i programmi sembravano incastrarsi alla perfezione, aspettavo un libro che mi è arrivato tra le mani il giorno dopo averne concluso un altro.
Tempismo si potrebbe dire. Richiamo ho pensato io, con un sorriso ebete.
Sta di fatto che ho aperto il pacco in fretta (i libri mi trasformano in una bimba invasata davanti alle caramelle) poi sono rimasta immobile. La copertina. La grafica. I caratteri. Li conoscevo eppure. Eppure non era lui, quello che aspettavo.
Era ‘Cocci di bottiglia’ di Fiorenza Aste.
Di cui avevo letto un’appassionata recensione di G.Franchi che mi aveva emozionata. Ricordi vicini eppure già lontani. Flash di facce. Letture fugaci on line.
Ho deciso. I libri tra le mani chiedono solo di essere letti e sapevo che questo sarebbe stato un viaggio tra emozioni intense. Graffi.
C’è una prefazione di Antonella Lattanzi che è un frammento di storia tra le storie, un’introduzione che vorrebbe presentare ma non ci riesce perchè a conti fatti sono altre le cose da dire, da spiegare a chi non sa. Tante sono le sensazioni, le percezioni di un testo e di una donna, la Aste, che emerge dai racconti e non teme il dolore, lo condivide. Antonella Lattanzi racconta di un parco, di un cane che le si è avvicinato e di una telefonata con l’autrice che l’ha fatta sentire a casa, le ha fatto arrivare parole e sensi già risvegliati dalla lettura di “Cocci di bottiglia”. Una prefazione che è il battito di ali delicate ma acute, lucidamente profonde, che trasforma l’oggetto libro in uno strumento di conoscenza. Perchè dentro “Cocci di bottiglia” ci sono tre donne e un uomo, quattro persone le cui voci hanno toni diversi, presenze che si alternano ma che lasciano al lettore piccoli doni. Il cuore che pulsa e sanguina, le mani che dirigono e le pennellate sfumate ma decise sono della Aste ma le vene che portano in giro quel sangue sono della Lattanzi così come la pelle che racchiude ogni coccio non può che appartenere a Francesca Mazzucato. In ultimo, per rispetto e intelligenza, arriva la voce di Gianluca Ferrara, editore atipico che vive di testi capaci di trasmettere e lotta dentro un mercato che invece si nutre famelico di proiezioni di vendita e marketing.
Entrare nei dodici racconti è un risucchio. Un universo di colori, odori, percezioni e dettagli. Piccoli si potrebbe pensare, quasi insignificanti e invece. E invece è proprio in quegli elementi di margine che si nascondono i sentimenti intensi, crudeli, tristi. Reali. Mollemente appiccicosi.
La vita è un insieme di dettagli che spesso ci scivolano dalle mani senza che ce ne accorgiamo ma che racchiudono percezioni prepotenti che possono trascinare in un viaggio da cui non si torna. Non del tutto e non come prima.
C’è una patata pelata che intorpidisce l’acqua in cui viene immersa. Ci sono espedienti olfattivi di una forza impressionante come l’odore di casa.
“Quell’odore. Si sente quell’odore appena si entra dalla porta di casa. Non sa che odore è. E’ l’odore della casa.” (pag. 39)
Lo stesso sentire che anch’io più volte ho provato a spiegare ma non ci sono termini appropriati. Casa mia ce l’ha quest’odore che non è lo stesso delle altre case e la Aste trova così l’espediente letterario per farci entrare il lettore.
Oppure c’è una certa sensazione che sale fino alle labbra riunendo due stimoli contrari:
“Ha una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Come se avesse fame e nausea insieme”. (pag. 85)
Poi sarebbe infinita la lista dei dettagli visivo-olfattivi che emergono dal tessuto narrativo risvegliando nel lettore emozioni associate alle parole.
“Ha un colore noioso. Latte e luna. Liscio e floscio”. (pag. 51)
oppure
“La voce suona grigia nella stanza nuda. Chissà perché è così nuda, pensa. Tutta bianca di formica e di metallo.” (pag. 66 )
In mezzo a tutto questo “sentire” emergono annotazioni, riflessioni importanti che si annidiano tra i respiri. Tutto nei racconti della Aste arriva e si incolla in un continuo valzer di contatti.
“E’ perchè leggo troppo che sono così. Noi tutti siamo condannati a sapere. Sdraiati sui letti e sui divani e condannati a sapere. Non è una bella cosa.” (pag. 63)
Oppure ancora
“Tutta questa gente condannata a sapere. Anche i bambini. Così piccoli e già vecchi. Decrepiti.” (pag. 73)
Quando poi l’olfatto e la vista entrano anche nei racconti e portano il protagonista di turno a tornare indietro con la memoria, a ricordare qualcosa o qualcuno che sembrava perso, ecco che il processo della Aste è completo, si chiude un cerchio. Sono associazioni. Le stesse evocate dal flusso di parole poi associate a puntuali percezioni soggettive e per questo variabili e incontrollabili.
“Un odore. La faccia di mia madre. E’ improvviso e violento. Viene e va.” (pag. 100)
Ho pensato, mentre leggevo, a come tratteggiare questa raccolta di racconti coraggiosi, intensi, delicati e dolorosi. Ho pensato a come riuscire a spiegarli senza sminuirli, senza farli sembrare qualcosa che non sono.
Ma non c’è un modo.
Bisogna leggerli e non è retorica. La narrazione della Aste ha tanti strati, tanti sussurri, tante percezioni racchiuse in parole usate con sapienza. E’ un libro che richiede più di una lettura, senza dubbio, perchè quello che ho sentito oggi probabilmente sarà diverso fra qualche mese o magari un anno. I racconti hanno quell’alone di sospensione che abbraccia il lettore e lo trascina verso ragionamenti soggettivi, che dipendono proprio da lui, dal lettore, sospeso negli spazi e nei tempi modulati dalla Aste. Qui il bagaglio di esperienze e percezioni di chi affronta la lettura può fare la differenza nella decodifica degli elementi.
Non è quindi un libro facile, tutt’altro. Scivola veloce ma bisogna entrarci per bene, accettare le emozioni che sgorgano, le attese, il pulvuscolo negli occhi. E non si deve avere fretta.
Alcuni racconti li ho già letti due volte. Ne avevo bisogno e lo consiglio a tutti. Leggere. Riflettere. Poi di nuovo tornare, ripartire. Arriveranno nuovi odori che la prima volta vi avevano appena sfiorato, credetemi.
Cosa mi è rimasto addosso dunque? Cosa porto con me di questo libro così graffiante? Solitudine. Insoddisfazione. Tristezza (quel tipo di tristezza che si fissa nelle ossa e ti fa cigolare a ogni movimento, sempre). Passione non sfogata, erotismo sussurrato. Dolcezza. Quel senso di incapacità e consapevolezza dell’incapacità. L’incomunicabilità (pesante eppure sopportata con quella vaga rassegnazione che è morte nel cuore). Il gelo della fatica ma anche il fuoco dei ricordi. E.
C’è questo frammento, fermo immagine, che mi ha avvicinata a “Cocci di bottiglia” prima ancora di sapere cos’era, prima ancora di decidere. Lo recupero ora che mi è tutto più chiaro, ora che so.
Sabato pomeriggio a Bologna. Uno dei pochi reading a cui posso partecipare senza fare i salti mortali per lasciare il mio piccolo angelo a giocare (perchè per ora le letture ancora non lo interessano!), senza dovermi scervellare per far coincidere impegni e scadenze.
Un sabato pomeriggio, dicevo, di inzio settembre. E una lettura potente, appassionante, devastante. Poi, nella semioscurità, in mezzo al brusio generale e alle opere d’arte appese un abbraccio. Una piccola magia tra due donne. E io lì per caso, sto per uscire alla ricerca della calma necessaria per assorbire l’urto. Un abbraccio che è l’essenza di questo romanzo. Due donne. Una era Francesca Mazzucato. L’altra Fiorenza Aste.
Berselli Alessandro – Io non sono come voi
Ci sono romanzi fatti per essere gustati con calma, lentamente, una porzione alla volta fino al gran finale che può (si spera ma non è detto)lasciarti dentro qualcosa anche in virtù del tempo dedicato, della lettura appassionata, dell’attesa. Ce ne sono altri che ti si incollano addosso finché non hai consumato l’ultima riga e anche oltre, te li porti in giro perché un frammento di quella storia è diventata la tua. Una scheggia veloce tanto quanto il libro stesso che hai letteralmente divorato.
‘Io non sono come voi’ fa parte della seconda categoria, senza ombra di dubbio.
E’un romanzo coraggioso.
L’autore ha fatto una scelta stilistica graffiante, ha superato lo spartiacque e ha imposto una logica ben precisa. Rimanere concentrato sul protagonista e far si che anche il lettore veda e senta sempre e solo quello che vuole il protagonista. Paolo Graziani, portiere di un palazzo di ricchi, appena quattro appartamenti, che ragiona. Pensa. Riflette. Racconta. Spiega. Ripercorre. Affronta. Tutto in prima persona. Eccolo qui il rischio, una narrazione dove non c’è l’esterno, non ci sono ‘altre voci’, il lettore non deve immedesimarsi in nessun altro che non sia Paolo Graziani che gli si siede accanto per tutto la lettura. Un rischio, a ben pensarci, davvero grosso per il mondo della letteratura contemporanea dove impazzano i generi rigorosi, accurati, tecnici e pieni di dettagli di ogni tipo (dall’uso dei cinque sensi agli approfondimenti legali, medici, scientifici, politici, religiosi…). Il lettore viene abituato a un certo modo di ‘sentire’ la storia. Anzi, a tanti modi, punti di vista, descrizioni chiare e il più possibile oggettive.
In questo romanzo non c’è niente del genere.
C’è Paolo Graziani.
La sua vita monotona, inutile, passata a lamentarsi e ubriacarsi nell’illusione momentanea di poter smettere di pensare quando invece non fa altro. Pensa Paolo. Riflette. Analizza il mondo che lo circonda e lo disprezza. Le coppie che vanno al supermercato sperando di perdersi di vista (e quando ci riescono ne sono sollevati), quelli che vanno a mangiare al ristorante poi non dicono una parola e sperano che il conto arrivi il prima possibile. Poi ci sono gli abitanti del palazzo dove lavora. Per ogni inquilino Paolo ha idee precise, difetti e deformazioni da mettere in evidenza, che lo schiacciano nella sua condizione di misero portiere incapace e inutile perfino nelle ridicole mansioni attribuitegli.
‘ Io non sono come voi’ è l’autopsia del cervello di un pazzo.
Di una persona ordinaria, con un lavoro banale e neanche tanto impegnativo dove a poco a poco taluni neuroni iniziano a girare ‘storti’, la mente stessa si ribella alla ciclicità di un esistenza che non ha senso, si ripete e basta ( ‘La vita è davvero lo stesso giorno ripetuto trecentosessantacinque volte l’anno’ pag. 15). Dove tutto è malinconico, tedioso, doloroso e inutile.
Perché Paolo Graziani non ha mai provato. Alcunché di fatto.
‘ Contento come può esserlo qualcuno che arriva alla conclusione che se sei incapace di amare anche l’odio può diventare un sentimento apprezzabile. L’importante è non lasciarsi morire da soli. Nell’indifferenza’. (pag.94)
Ecco l’essenza della svolta di Paolo. Il passaggio dalla condizione di insofferenza, dolore, malinconia, rassegnazione alla scelta di riscattarsi. Di uscire dal tunnel di banalità e darsi un senso (anche se temporaneo). Paolo inizia a uccidere. Dapprima casi isolati, occasioni scatenate da una frase, un dettaglio fuori posto o un’offesa gratuita. Poi inizia la premeditazione, l’organizzazione di ogni cosa (la conta dei passi, di cosa ha mangiato, di quante macchine passano…). Paolo è un assassino e in quanto tale rivendica questo nuovo ruolo scelto (addirittura anelato dopo la prima volta), una scelta che lo allontana dalle masse e gli farà dire ‘Io non sono come voi’.
Se i primi tre quarti del romanzo sono l’autopsia di una mente malata che arriva alla follia e ci si crogiola candidamente, l’ultimo quarto è adrenalina pura. Da pagina cento in poi si fa sul serio e le chiacchiere di Paolo sono descrizioni di scelte, analisi di accadimenti in corso, riflessioni ad alta voce. Se prima analizzava la vita che lo attraversava, la routine che si ripeteva, dopo è lui stesso che la gestisce, questa vita, togliendola agli altri. E ce n’è davvero per tutti, credetemi.
Il romanzo è un’indigestione che può durare anche un pasto solo perché la lunghezza lo permette e non potrebbe essere diversamente. Quel rischio di cui accennavo sopra avrebbe reso complicato e forse poco credibile una narrazione più lunga e complessa. Oltre che priva di senso in quanto andrebbe contro all’intento originale dell’autore.
Entrare nei meandri di un borderline del ventunesimo secolo per arrivare a svelare come il passaggio dalla ‘normalità’ (propriamente detta) alla follia è in realtà infinitamente sottile, facile e fin troppo vicino alla quotidianità di ognuno di noi.
Perché Paolo Graziani è uno di noi, solo, con dei rimpianti, tanta confusione in testa, paure, tristezze, acidi in movimento per i torti subiti, fragilità e un piccolo vulcano all’interno che produce lava.
Alla fine Paolo Graziani è esploso.
E voi?
Sicuri, sicuri che non?
Non.
Credo che questo romanzo sia una scommessa vinta perché considerando l’atipicità nella struttura, la scelta coraggiosa di concentrare le energie in una sola voce e l’addentrarsi in quei meandri di normalità comuni a tutti (e quindi poco attraenti agli occhi del lettore medio che cerca emozioni, evasione, storie forti, sangue, sesso, and c.) quando si chiude l’ultima pagina le parole così sapientemente usate lasciano una traccia. Una riflessione in mezzo alle riflessioni. Un non so che di angosciante barra incerto barra incredulo barra ‘certo che però pure io…’.
Vi è mai capitato (immagino di si) di seguire un servizio al telegiornale, quando intervistano i vicini o i parenti o i compagni di classe che con quelle facce stranite, confuse e desolate dichiarano ‘Gente per bene’ o ‘inimmaginabile’ o ‘ Li si vedeva ogni tanto ma erano riservati, mai un problema o un capello fuori posto’, vi è mai capitato? Ecco. Il nocciolo della questione mi sembra tutto lì, quel nocciolo che Berselli cerca di analizzare svelandone i segreti, i lati oscuri e la ridicolezza di una mentalità che ogni giorno ormai si scontra con la cronaca nera presentata come ‘inspiegabile’. Dopo aver letto questo libro, talune dinamiche, certi tasselli sono molto più che spiegabili. Sono addirittura comprensibili.
Sarasso Simone – Confine di Stato
“Confine di Stato” è il primo libro di una trilogia sui misteri d’Italia. In questo romanzo la storia si svolge dal 1954 al 1972.
Prima ancora della dedicata si legge “Le vicende qui narrate sono finzioni letterarie al cento per cento. In esse compaiono personaggi e circostanze riferiti a un periodo della storia d’Italia, ma da intendersi come pura elaborazione di fantasia”, molto bene mi sono detta, allora procediamo. Poi, mano a mano che proseguivo nella lettura mi arrivavano flash lontani, di avvenimenti che invece di fantasioso non avevano niente se non, forse, nelle conclusioni tutt’ora nebulose e incerte che la storiografia recente attribuisce. Perchè “Confine di Stato” è questo: un romanzo che affonda le radici nella storia recente e la rielabora, con un pizzico di fantasia certo, ma con tante valenze concrete, reali, analisi di quella storia che ha macchiato l’Italia e della quale molte generazioni (a partire dalla mia che è la stessa di Sarasso fino agli adolescenti di oggi) ignorano l’esistenza. Se ne fregano perchè è un gran casino. Non si capisce niente, non c’è un’interpretazione unica o almeno abbastanza chiara, non ci sono risposte, non ci sono fatti oggettivi. Non. Bene, Sarasso ha fatto secondo me uno sforzo non da poco. Si è studiato incartamenti, stralci di giornali, ha intervistato chi c’era, ha cercato le interpretazioni, le versioni e le analisi. Poi ha rielaborato il tutto mescolando per bene in modo che il “prodotto finito” fosse sufficientemente accattivante da incuriosire il lettore medio (da qui la fantasia che cammuffa la realtà, i nomi tutti rigorosamente inventati e le licenze “poetiche”). Incuriosire con l’obbiettivo di far riflettere. E’ questa, a mio parere, la chiave di lettura. Sarasso non ha la pretesa di raccontara la storia (che comunque tutt’ora non è stata chiarita) né si illude di poter illuminare quei lati oscuri di un’Italia che nel ventesimo secolo ha davvero dato il peggio di sé per molti aspetti. Sarasso vuole intrattenere ma con la giusta dose di approfondimento, pungolando il lettore ad approfondire, a capire il riferimento alla cronaca reale, a farsi domande o quanto meno a dubitare sui motivi di un dato evento passato e trasferito alle masse in un certo modo dalla stampa, dai politici e dai critici. Lo spiega bene lo stesso Sarasso in un’intervista su “il paradiso degli orchi”:
“Io non racconto la storia del delitto Montesi, né quella di Piazza Fontana o dell’omicidio Mattei. Per il semplice fatto che i documenti dicono che quelle tre storie non sono andate come le racconto io. Le tre vicende giudiziarie sui tre Misteri Italiani del mio libro sono concluse. Concluse con tre sentenze di piena assoluzione degli imputati. Per la legge italiana nessuno è colpevole per Piazza Fontana. Né, tanto meno per la morte di Mattei e quella di Wilma Montesi.
Nel mio libro i colpevoli ci sono. Eccome. E alcune delle manovre che compiono (penso in particolare alle porcate dei ministri Dc nella prima parte della storia) sono storiograficamente discutibili (anche agli occhi dei peggiori complottardi).
Detto questo si giustifica il disclaimer. Non è bieco rifiuto di responsabilità o un meschino tentativo di nascondersi dietro a un dito. È la linea di demarcazione tra Storia e fiction, uno dei capisaldi del mio mestiere.
Nella speranza, questo sì, che la mia fiction scateni un interesse per la Storia vera.
Ester Conti può restare un personaggio da romanzo. Per conto mio non c’è nulla di male.
Ma se qualcuno leggendo di lei pensasse a Wilma Montesi e gli venisse voglia di saperne di più sul suo caso, allora sarei davvero felice. Avrei fatto bene il mio mestiere senza tentare di rubarlo ad uno storico.”
“Confine di Stato” è senza dubbio un libro impegnativo. Che non può lasciare indifferenti al di là della trama in senso stretto e dei personaggi che si muovono. L’Italia di “Confine di Stato” è la nostra Italia solo adattata ai ritmi e alle dinamiche della fiction e in parte dei fumetti. Ci sono tutti, ma proprio tutti. Politici corrotti che muovono le pedine sotto di loro per un disegno futuro più grande, militari addestrati per uccidere all’occorrenza nel silenzio della notte, poliziotti mandati al macello (“Da vivo non valeva un cazzo. Da morto era oro.” [pag. 328]) , giornalisti costretti a cammuffare la realtà per non rimetterci le penne (e quelli che invece si impuntano e scavano tra i meandri finiscono appunto ammazzati brutalmente), il mercato delle droghe in ogni forma e salsa come meccanismo propulsivo dell’economia e della ricchezza, l’evento di cronoca nera trasformato in espediente per agire sulle forze politiche al potere, gli insabbiamenti gestiti con perizia e precisione, infiltrati, idealisti, mercenari, strategia della tensione…
E’ un quadro doloroso e deprimente, che denuda un paese spaccato, corrotto e malfamato dove non esiste la realtà ma varie versioni di essa a seconda di chi-ne-trarrà-profitto.
“Da quello che si dice, niente è come sembra in questa faccenda. Niente è come sembra in questo Paese. Voglio solo rendermi conto di come vanno le cose…” [pag. 131]
“Te l’ho già detto: la verità non interessa a nessuno. Conta solo il peso politico delle storie intorno alla cosa.” [pag. 133]
Non vi ricorda qualcosa?
Ci sono poi stralci di analisi sulla situazione economica italiana che meriterebbero interi dibattiti. Il concetto di indipendenza energetica come strumento basilare per rendere l’Italia veramente competitiva e sana nelle strutture economiche e lavorative.
“Fabio Riviera aveva un sogno: l’indipendenza del suo Paese. L’indipendenza energetica. E poi non ci sarebbero stati più ostacoli. La povertà sarebbe sparita. Sarebbe sparita la disoccupazione. La gente non avrebbe più dovuto trasferirsi.” [pag. 220]
Oppure:
“L’autonomia politica e la rinascita economica dell’Italia passano attraverso l’indipendenza energetica.” [pag. 287]
In realtà ci sono molti altri punti che mi sono annotata, frasi così significative che non passano inosservate tra i meandri del tessuto narrativo che Sarasso sviluppa con ritmo ma senza fretta, ogni aspetto viene attraversato con rispetto e dovizia. Lo stile è fluido, scorre davvero, immediato e vario (molto vario per stili e stacchi), ti arriva addosso senza chiederti permesso.
Ne sono uscita con un senso di impotenza tra la pelle e di schifo per la gente, i poteri e il denaro, perchè ogni scena è così vivida che sempra davvero vera (non si va comunque lontano da taluni accadimenti reali, come accennavo sopra). C’è poi l’uso di tecniche narrative che trasformano la narrazione in sequenze di scene da film, con la camera che si sposta e muta le inquadrature. Al lettore sembra di essere davanti allo schermo del cinema.
Cimara Diego – Genocidio turco degli armeni
Questo è l’inizio della Premessa:
“ … gli Armeni si presentano come una popolazione non assimilabile e perciò nel 1915 si procede con l’eliminazione dei maschi attraverso un obbligo di leva che va dai sedici ai sessantacinque anni. … Subito dopo tocca ai notabili, ai vescovi e ai preti Armeni. Le abitazioni, le scuole, le chiese, i conventi, i collegi, gli alberghi Armeni vengono distrutti o requisiti. La popolazione rimasta, donne, vecchi, bambini e malati viene deportata verso destinazione ignota con l’intenzione di eliminarla. Lungo la strada si cerca di fiaccare la determinazione delle donne, attraverso lo stupro delle ragazze e delle giovani spose. I bambini, dopo essere stati immediatamente circoncisi e infibulati, vengono usati come schiavi o concubini delle famiglie che li adottano, li acquistano o li rapiscono. … Le cifre parlano di due milioni di deportati: un milione e mezzo di vittime, cinquecentomila sopravvissuti.
…
Il negazionismo di questo barbaro massacro, questo primo grande genocidio, con cui si è aperto il nostro secolo, e il suo rapido oblio hanno ribadito quella legge che regola la storia dove ‘ogni amnesia è in un certo senso un’amnistia’.”
Inizia così il saggio.
E già qui ho chiuso il libro. Cos’altro c’è da dire? Mi sono chiesta. A parte il fatto che gli esseri umani fanno schifo (e ho usato un termine soft).
Questo saggio nasce dall’intento di Cimara, giornalista, di dare una voce alle 18.563 pagine scritte dal nonno, Zarian Costant ritrovate in una cassapanca vecchia. Cimara studia e approfondisce il materiale che include oltre agli scritti anche dischetti dove Costant salvava le informazioni che avrebbe poi usato per le lezioni universitarie e i suoi numerosi scritti (saggi, poesie, analisi teologiche, sociopsicologiche, drammaturgiche e geopolitiche). La teoria che porta avanti Zarian Costant è evidente: gli Armeni sono stati sterminati per soddisfare l’esigenza degli uomini al potere dell’impero ottomano che vedevano nella questione armena una fastidiosa spina nel fianco. Una razza che non doveva crescere né mischiarsi alle altre.
Di fatto tutto il saggio è incentrato sulla figura di Zarian Costant, attraverso il racconto della sua vita Cimara mostra le fasi di preparazione, esecuzione e insabbiamento del genocidio armeno senza però risultare ossessivo o ridondante. D’altra parte gli occhi che vedono e le labbra da cui escono dialoghi e descrizioni sono quelli del nonno.
Ne emerge prepotentemente la figura di un uomo, poeta e drammaturgo, isolato per il suo impegno verso la questione armena ma anche per natura. Per esigenza, si potrebbe dire. Costant viaggia di continuo, è per lui motivo di stimolo e approfondimento. E’ un uomo controverso insomma, Cimara lo tratteggia con un portamento dignitoso anche se eccessivamente eretto che lo fa assomigliare a un despota dittatoriale (ricordo degli obblighi collegiali). Veste bene, fuma tabacco inglese nella pipa e nei gusti alimentari è abbastanza abitudinario. Eppure è un tipo curioso, inesauribile, che si fa domande di ogni tipo e non si risparmia. Cerca, scava, raccoglie informazioni e le divulga. Ma sa anche essere pigro, maleducato e brutale. Dicevo, un uomo controverso quanto geniale. Ma Costant non è soltanto un documentarista, uno che osserva e registra informazioni. E’ anche un narratore apprezzato, le sue produzioni sono numerose come le sue idee sulla struttura di un testo narrativo. Oggi li chiameremmo i trucchi per fare un bestseller (e già immagino Zarian Costant menare le mani). Comunque. In sintesi (senza volervi togliere il piacere di queste pagine squisitamente delicate e intriganti) la Bibbia di Costant per favorire il piacere della lettura comprendeva: nessuna descrizione degli ambienti (la noia è una pessima compagna), banditi i prologhi (inutili) e le descrizioni dettagliate dei personaggi, pochi punti esclamativi e, dopo altre regole, quella che ho trovato davvero sublime ovvero ‘eliminare le parti che il lettore salterebbe’.
Per tornare sul seminato, in mezzo alle narrazioni a tratti ironiche e quasi buffe di quest’uomo decisamente fuori dal comune, Cimara prosegue nel ripercorrere le tappe della vita del nonno e con esse le evoluzioni storiche.
Già nel 1906, infatti, Costant scriverà. “ Noi Armeni, da sempre guardati con sospetto dal popolo mussulmano, anche per la nostra religione cristiana, di cui siamo fortemente fieri e convinti, siamo diventati una popolazione assai scomoda per il governo centrale, trovandoci tra l’altro ad essere una sorta di ‘cuscinetto’ tra l’impero ottomano ed il grande impero zarista ed avendo ripetutamente avanzato richieste di autonomia da Costantinopoli.”. Dalla lettura di questi anni emerge una fase di preparazione al genocidio disarmante. E tutto sotto gli occhi di un’Europa indifferente che lascia il potere nella mani dei Giovani Turchi, movimento rivoluzionario estremamente nazionalistico (e per questo ostile agli ‘stranieri impuri’ Armeni).
Il saggio in effetti è l’intreccio, la fusione di riassunti degli avvenimenti storici dove la voce di Cimara mi sembra più forte e decisa che introducono i resoconti del nonno sulle realtà vissute fino ad arrivare alle parti puramente narrative dove Costant diventa il protagonista di una storia, sì vera, ma tratteggiata con tutti gli elementi di un romanzo delicato che cerca di cogliere ogni sfumatura e contraddizione. Il mix può risultare contraddittorio all’inizio o forse è sembrato a me perché precedenti saggi che ho letto erano impostati con un unico linguaggio e un rigore quasi scientifico. Questo libro no e devo dire che è il suo punto di forza. Non credo che una tematica così grave e controversa possa essere affrontata per ben 252 pagine con rigidità. Ci sono così tante anime che urlano in mezzo alla voce di Costant che chiuderle dentro a rigorosi schemi è impensabile. Oltre al fatto che l’intento di Cimara è quello di recuperare l’immenso lavoro del nonno e riportarlo alla luce in modo che tutti, oggi, possano riconoscere il valore e l’importanza di una vita dedicata a scrivere soprattutto di tragedie vere. Dure. Assurde. Legalizzate nel silenzio. Sangue. Scomparse. Violenze. Terrore. Tutto concentrato in un’unica vita vissuta di certo intensamente con l’intento di non mollare la presa, anzi, di registrare ogni particolare.
La narrazione è piena di aneddoti, personaggi che si alternano e raccontano tante piccole e miserabili anime che si lasciano vivere mano a mano chi incontrano Costant e con lui instaurano dialoghi o rapporti duraturi tra un viaggio e l’altro.
Di certo è un libro crudo. Diretto. Lucido nel suo tentare di riunire tanti fili. Tante voci che sono poi la stessa, quella di Costant che ha raccolto davvero ogni conchiglia.
Non è una lettura facile, tutt’altro. Io ho faticato. Certe pagine se lette davvero col cuore, ascoltando il suono delle parole e addentrandosi nei meandri dei significati sono strazianti. Decapitazioni. Violenze carnali. Sadismi. La politica del terrore. Torture di ogni tipo. Sfruttamenti. Morti per fame tra il piscio e la merda. Cataste di corpi sparsi. Pestilenze. Gente che pur di sopravvivere mangia cani e topi. E mi fermo. Non sono una con lo stomaco ‘forte’, mi sembra evidente. Nonostante i bombardamenti dei tg giornalieri ancora mi viene la pelle d’oca quando appaiono certe immagini. Per cui.
Per cui questo saggio è stata una delle sfide più dure per me. Davvero.
Eppure non si può non sapere.
Non ascoltare la voce di Costant e di Cimara. Sono due isolate e misere voci, potrebbe ribattere qualcuno. Vero. Verissimo. Eppure trovo che due sia sempre meglio di niente. Specialmente quando trattano di una tragedia di queste portate che a tutt’oggi trova ancora esponenti pronti a negare (si sgolano per negare) che sia mai successo. O se proprio che non era un genocidio, solo qualche morto come in tutte le guerre civili. I commenti mi sembrano superflui. Poi.
Poi come in tutti gli avvenimenti storici recenti le versioni possono essere varie, i critici si spaccano e la realtà cambia i suoi contorni a seconda dell’angolazione e dell’opinione socio-politica-economica del soggetto che la divulga.
In quest’ottica non si può sostenere oggettivamente che tutti gli avvenimenti e le opinioni espresse in questo saggio corrispondano a realtà. Si può, però, a mio avviso registrarli, questi avvenimenti e opinioni, e farne tesoro. Confrontarli con le altre posizioni. Metterli in un angolino della testa a maturare.
Concludo con uno stralcio dell’ultima pagina che mi ha lasciato addosso qualcosa, ho pianto. Si tratta della testimonianza di Karapert Mkrtchian, nato a Tigranakert nel 1910.
E’ giusto sapere ma fa davvero male.
“Sulla via per Deir-ez-Zor ci hanno staccato, noi bambini, e portati in una valle e messi in fila. Ci hanno fatto sedere su un prato. Non sapevamo cosa sarebbe successo dopo. Uscendo dalle file, mia madre venne parecchie volte da noi, ci baciò e tornò indietro. …. Quando mia madre venne per l’ultimo volta, ci baciò come una pazza, era vestita solo della sottoveste … Noi bambini non sapevamo nulla di ciò che accadeva. Strappavano loro i vestiti una dopo l’altra … e tagliavano la testa con un’ascia e gettavano i corpi nella valle. Mia madre venne per l’ultima volta, ci baciò e tornò indietro. Aveva dato una moneta d’oro alla sentinella ogni volta che veniva da noi, i suoi tre bambini per baciarci.”
Stevenson R.Louis – Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde
‘Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde’ è stato il libro che mi ha aperto il mondo delle analisi oltre la facciata narrativa nuda e cruda. Il primo e unico che mi abbia coinvolto al punto da spingermi oltre pur avendo sedici anni in una classe affollata e rumoreggiante. E qui il merito va all’unica insegnante di italiano in un istituto tecnico che riusciva a trasmettere la passione e a rendere interessante e stimolante la lettura e le analisi.
Di questo libro si ricorda sempre il tema del dualismo. Il bene e il male che si scontrano.
Non sono molto d’accordo. Non del tutto almeno.
Jekyll è un uomo metodico, stimato nell’ambiente medico e con amici fedeli che provano sincero affetto per i suoi modi misurati e gentili. Una persona per bene diciamo.
Hyde è basso e deforme, un viscido che si muove di notte a calpestare bambine e uccidere chi osa chiedergli qualcosa. Chi lo incrocia prova repulsione e le sue gesta rimbalzano di quartiere in quartiere.
Troppo facile.
Jekyll è si rispettabile e gentile ma ha partorito Hyde, ha lottato per farlo uscire, per dargli una forma umana e liberarlo senza freni nel mondo. Hyde è una parte di Jekyll che per questo non è il Bene in senso stretto. Per niente.
‘ Fra i miei difetti, il peggiore consisteva in una sorta di impaziente esuberanza che avrebbe fatto la felicità di molti, ma che in me mal si conciliava con l’imperativo morale di andare sempre a testa alta ed esibire in pubblico un contegno grave e più che irreprensibile. Fu così che mi abituai molto presto a celare i miei piaceri…’
(pag.109)
Quindi Jekyll scelse la rispettabilità ma era pienamente consapevole di avere desideri e bisogni, probabilmente anche carnali, che facevano parte di lui pur non essendo rispettabili. Proprio da questa consapevolezza parte il viaggio alla ricerca di Hyde, di quel lato oscuro che fino a quel momento si è espresso meno, è rimasto rinchiuso a pulsare. A vivere una vita di certo più noiosa, lenta e impegnativa di quella che avrebbe voluto e potuto vivere.
Hyde, dicevo sopra, basso e deforme. Eppure agile e capace di percepire odori e suoni deliziosi, eccitanti. Un uomo che si sente forte, pieno di vita e voglia di fare. Avvezzo ai vizi estremi, li cerca anzi e se ne vanta.
Il tema del dualismo c’è ma non è così scontato come sembra e si respira in molti dettagli come nella casa di Jekyll che ha quella porta secondaria da cui entra Hyde e il laboratorio in disuso. Di fatto, pur essendo lo stesso edificio, è come se avesse due anime opposte, due fondamenta. Poi il rapporto giorno-notte. Hyde scorrazza quasi sempre di notte, tra la nebbia e i vicoli silenziosi. Jekyll passeggia di giorno e se riceve i suoi amici per la cena lo fa sempre in casa sua davanti a ottimi bicchieri di vino, dentro quell’aurea di rispettabilità che si confà a un uomo perbene. Perfino le bevande hanno una natura specifica: il vino e la pozione si scontrano nella realtà quotidiana scandendo il ritmo delle trasformazioni.
La pozione. E’ l’elemento fantastico, il mezzo che aiuta Jekyll a diventare Hyde, all’inzio, e viceversa anche se la proporzione tende a sfasarsi al punto che Hyde non avrà più bisogno della posizione per ‘tornare’ bensì il contrario, il povero Jekyll, stanco e preoccupato per le conseguenze dei gesti di Hyde, si servirà della pozione per scacciarlo, rintanarlo il più lontano possibile finché.
Finché l’ingranaggio si inceppa, gli ingredienti iniziano a scarseggiare e quelli acquistati di recente sembrano avere dei difetti (solo dopo si scoprirà che erano i primi ingredienti a essere difettosi rendendo quindi uniche e irripetibili le dosi con essi preparate), la pozione non è più la stessa. La tensione sale in una dinamica di simbolismi che ho vissuto come briciole lasciate da Pollicino. Considerazioni che Stevenson ha tentato di lasciare oltre le righe.
Siamo tutti più di uno. Non solo buoni. Non solo cattivi. Gradazioni. Miscele variabili che spesso mutano col tempo, le opportunità, gli accadimenti, le scelte e le persone che ci ruotano attorno. Però coltivare il lato Hyde può essere molto allettante, appagante. Allo stesso modo il prezzo da pagare è alto. Altissimo. Solo che si rischia di accorgersene tardi, quando ormai si è diventati schiavi di quel ‘mostro’ che sono gli istinti più bassi, il piacere fine a se stesso e l’egoismo malsano. Ecco perché all’inizio Jekyll intraprende l’esperimento in uno stato di soddisfazione e tranquillità. Ha tutto sotto controllo. Finché arrivano le prima anomalie e Hyde si rivela sempre più forte e autonomo. Allora il dottore prova a fermarlo, rinuncia alla pozione ma è solo un’illusione. E la discesa è fin troppo scontata.
‘ Ma la verità è che ero ancora perseguitato dalla maledizione della mia duplicità; e, quando l’ardore iniziale della contrizione si attenuò, i miei più bassi istinti, così a lungo assecondati e ora così saldamente incatenati, cominciarono a ringhiare per uscire dalla prigione. …. E, alla fine, come un comune peccatore, caddi in segreto sotto gli assalti della tentazione.’
(pag.126)
C’è molto, insomma, sotto lo strato esterno di un testo che sembra una favoletta leggera. Italo Calvino scriverà: ” Contrariamente a quanto si può credere, dato che è entrato a far parte della letteratura popolare il dr. Jekyll è un testo molto difficile”. Perché Jekyll non è solo un dottore geniale quanto azzardato e Hyde un banale concentrato di cattiveria. Molto altro.
Tra le nebbie e le tensioni per gli sviluppi inattesi che il lettore scopre per bocca dei personaggi che circondano i protagonisti ci sono tematiche importanti. C’è la Morale, il codice di condotta rispettabile che uccide la fantasia, i piaceri e i desideri. Anzi li schiaccia pensando che senza sia meglio, più giusto insomma. Ma l’uomo è anche fantasia, piaceri e desideri. E’ da qui che la contraddizione prende forma e Hyde si ribella. Ringhia e sguscia. Poi c’è il tema dell’irrazionalità umana che in talune condizioni estreme prende il sopravvento oltre l’inimmaginabile. L’uomo vorrebbe essere lucido e razionale sempre, in modo da controllare gli istinti e non cadere in tentazione ma. Ma non può perché la sua natura è un’altra. Questa mi sembra l’eredità di un testo che trasuda consapevolezza.
Ma anche tristezza. Perché la lotta Jekyll-Hyde è persa in partenza. E qui, forse sbagliando, mi sembra di avvertire il lato umano di Stevenson che scrisse questo testo tra una crisi polmonare e l’altra, a letto eppure con la mano concentrata e veloce. Lo scrisse in tre giorni, si dice. Circa diecimila parole al giorno. Quasi in uno stato di ‘possessione’ per quei personaggi a cui ha dato vita pur in una condizione di salute difficile, non stabile.
Un aspetto che ha fatto discutere i critici è legato alla predominanza delle figure maschili. A parte alcune cameriere e qualche personaggio in gonnella che si intercetta per caso lungo le vie, le donne non hanno voce nè compiono azioni rilevanti per la narrazione. Curioso in effetti. Taluni ci hanno visto l’intento di non destare scandalo allontanando l’attenzione del lettore da quelle riflessioni che invece Stevenson riteneva importanti. Per altri dietro alla scelta dei personaggi maschili si celano quelle pratiche omosessuali comuni nella Londra vittoriana. Non essendoci indicazioni dirette dall’autore resteremo nel dubbio.
Sull’esatta collocazione del testo a un genere predominante ci sono correnti di pensiero contrastanti. Giallo, thriller, noir o… ? ‘Francamente me ne infischio’ mi prude tra le dita.
Estratto da ‘E’tornato al mittente’
Stropiccia i capelli. Flette le gambe. Ruota il collo.
Il sogno sta svanendo eppure l’occhio è ancora lì. Davanti a lui.
“Vattene!”
La voce è impastata. Ruvida.
“Cosa vuoi?”
Non risponde. Fluttua in modo che il suo viso, ispido per la barba incolta, ne noti ogni più piccolo dettaglio.
Afferra il cuscino, Paolo, e ci immerge il volto. Chiude le palpebre e le strizza furiosamente.
Quando si stacca dal tessuto se n’è andato, l’occhio. Paolo rimane in silenzio. Non deve più tornare. E’ un’allucinazione subdola, questa dell’occhio che lacrima, si nutre del suo cervello, glielo succhia dall’interno. Di continuo.
Lo rispedirà al mittente, questo farà. Si adopererà affinché lei lo riceva, e allora si, sarà libero.
Sarà.
Libero.
——–
Estratto della short story ‘E’tornato al mittente’ finalista al concorso ‘Image not found’ e presto pubblicato per intero nell’omonima antologia edita da Eumewil.
Il tunnel
«Ehi tu! Ti vuoi spostare? Non puoi stare qui, intralci gli altri!».
Con la punta di una scarpa sta picchiettando la mia schiena, sento la forma quadrata e dura contro la spina dorsale e mi decido a muovermi.
«Ok… ok, stai calmo. Mi ero solo fermata un attimo a riposarmi. Chissà che danno!».
L’ometto si pulisce gli occhiali con un lembo della maglia, prima di rispondermi. Fai pure con calma, tanto fretta di alzarmi non ne ho di certo.
«Il tunnel ha delle regole, bella. E se ancora non le hai imparate, almeno levati dalla strada. Non si bivacca ne si intralciano gli altri. Chiaro?».
Non gli do altri pretesti per riprendermi, mi alzo barcollando, d’altra parte cosa ci posso fare? Sono ancora semi-addormentata e non mi aspettavo un risveglio del genere.
Il tunnel è molto buio in quel momento, ma poi, ripensandoci, quando mai l’ho visto illuminato?
La forma circolare delle pareti impedisce il famoso bivaccamento che mi è già stato contestato, altrimenti perché diavolo avrei dovuto sdraiarmi per terra? L’omino occhialuto si è mischiato agli altri senza che io me ne accorgessi.
Gli altri. Mentre muovo qualche passo li osservo ma non c’è molto da vedere, in realtà. Le facce sono tutte uguali. Concentrate. Scolpite. I corpi camminano seguendo un percorso preciso con ritmo e cadenza.
Solo io sembro “stonata”, in effetti. Ho iniziato a camminare davanti a me, ma il concetto non è proprio chiaro perché per alzarmi mi sono voltata verso sinistra e da lì sono partita, ma chi mi assicura che non sia la direzione sbagliata? Magari sto facendo il gambero e neanche me ne accorgo! Pazienza, ormai muovo i piedi, tanto vale proseguire poi vedrò cosa fare.
Un ragazzo con due grandi occhi luminosi mi avvicina, a guardarlo bene non avrà più di vent’anni. Parla. Parla. Ma non ho tempo per le chiacchiere vuote, non mi interessa e lo allontano proseguendo a passo più svelto. Se non altro, so cosa non voglio, è già un inizio.
Adesso il tunnel è immerso nell’oscurità, mi accorgo che urto qualcuno quando ormai il danno è fatto. La donna mi rende il favore strattonandomi con un gomito.
«C’è molto da fare. Sei pronta? Là ti aspettano ma non per molto».
Mi fermo indecisa. Ho anche la sensazione di sapere cosa c’è da fare, ma non ne sono sicura. Poi vedo, con la coda dell’occhio, dei movimenti veloci accanto a me, folate di vento improvvise. Sono altre persone che corrono nella mia stessa direzione.
Maledizione! Vuoi vedere che mi frego, proprio quando sono vicina?
Inizio a correre anch’io, ho il fiatone ma continuo e quando mi fermo mi piego sulle ginocchia. Ho esagerato, come al solito, dovevo capirlo subito che quelli erano troppo veloci per me. Fisso il pavimento e mi sembra troppo chiaro per il tunnel, ripresi i normali battiti mi rialzo e tutto intorno a me è pieno di luce.
Vuoi vedere che ce l’ho fatta lo stesso? Strizzando gli occhi riesco a individuare montagne di carte che mi circondano, mi avvicino e ne prendo in mano alcune.
Qui mancano dei dati… e qui ci sono degli errori di compilazione… bisognerebbe…
Mi guardo in giro in cerca di una biro o qualsiasi cosa con cui scrivere.
Aspetta un momento. Ma tutta questa roba è per me? No, dico… scherziamo? Ho corso, rischiando l’infarto, per farmelo venire lo stesso seppellendomi qui?
Non sono più sicura di voler rimanere lì, forse non riesco a tornare indietro ma ci provo.
Cammino per un po’ convinta di rifare il percorso al contrario, chiudo anche gli occhi sperando di riaprirli nell’oscurità ma i primi tentativi non danno risultati. In testa continuo a vedere i numeri e gli spazi nei documenti e, quel che è peggio, la mia mente continua a inserire i risultati in quei fogli dietro di me.
Alla fine tento il tutto per tutto. Riprendo a correre.
Che fatica, però… non ho il fisico per queste cose, non l’ho mai avuto…
Quando mi sento ricoperta di sudore fino alla punta dei piedi, mi fermo. Finalmente è tornata l’oscurità.
Dopo tutto, il tunnel non poteva essere sparito… ho male dappertutto però l’ho ritrovato… perché diavolo non mettono delle indicazioni? Almeno uno si evita di correre avanti e indietro, pensando di sbagliare!
Dovrei fermarmi, giusto per capire quale sarà la prossima mossa, ma so che facendolo decreterei il ritorno del sonnellino sul pavimento e l’omino con gli occhiali mi ha già seccato una volta; non ho voglia di ricascarci.
La passeggiata prosegue tranquilla, gli altri sembrano meno fitti del solito e la strada è più libera.
Meglio così… prendersi contro è proprio seccante! E poi finisce che è colpa mia, ma che ne so? Io cammino o corro, poco per fortuna, ma ogni tanto lo faccio. Tutto qui. Sono loro che cambiano strada e incrociano la mia, ti pare che colpisco qualcuno, tanto per fare? Anzi, se non mi vengono addosso è molto meglio anche per me, ma sospetto che qualcuno lo faccia apposta…
Non riesco a smettere di pensare, camminare inizia a diventare noioso e monotono.
Poi lo sento. All’inizio sembra una cantilena lontana, finché si trasforma in un suono costante per trasformarsi in un pianto vicino. Ma non è un pianto qualunque. È quello di un neonato.
Ma dov’è? Qualcuno lo sente?
Nessuno mi dà retta, come immaginavo, e mi guardo intorno perplessa. Non riesco a capire se anche gli altri possono sentirlo. Forse sono l’unica a cui interessa.
Ok, qui bisogna darsi una mossa… non si può lasciare da solo un bambino per molto tempo, specialmente se piange in questo modo…
Riprendo a correre, ormai sono più allenata e non sento la fatica. Le gambe si muovono come avessero il pilota automatico, la mente valuta ogni possibilità.
Quando mi fermo sono di nuovo circondata dalla luce, non è proprio la stessa della volta precedente e mi tranquillizzo.
Il pianto si avvicina sempre di più, anche se adesso sono ferma.
Ma allora dov’è?
Sto per perdere la pazienza proprio quando un uomo mi raggiunge, in braccio regge un neonato che indossa una tuta colorata.
«Ma non lo senti piangere? Almeno prova a cullarlo… ha mangiato? L’hai cambiato?».
L’uomo mi sorride orgoglioso, posa un bacio sulla fronte del bambino, che si dimena, e me lo piazza tra le mani.
«Adesso vado. Se hai bisogno chiamami al cellulare. Ricordati però, che non posso tenerlo acceso mentre lavoro».
Come sarebbe? Ho bisogno adesso, resta e ti eviti di dover tornare…
Lo osservo mentre si allontana. D’accordo allora, vediamo cosa si può fare qui.
Il neonato ha smesso di piangere e mi fissa. Il suo profumo di buono è inebriante. Gli bacio una manina, una guanciotta paffuta e la testolina senza capelli.
Sai cosa ti dico? Proviamoci… poi vediamo come ce la caviamo, cosa ne pensi?
Un gridolino di risposta è più che sufficiente. Riprendo a camminare ma non faccio molta strada perché senza preavviso mi si para davanti la donna che mi aveva strattonato prima.
«Allora quando torni? Non ti vogliamo sostituire definitivamente, ma se non riprendi al più presto saremo costretti a farlo. Lo capisci vero?».
Sono contrariata per essere stata interrotta, dopo tutto ho appena cominciato per la miseria! Ma quando la guardo rivedo quei fogli e quello che potrei fare per completarli.
Nel frattempo il piccolo si agita e devo cambiargli posizione appoggiandolo su una spalla.
Ehi… ehi… aspetta un attimo topolino… sto cercando di capire cos’è meglio fare…
«Hai deciso?».
«Veramente…».
La fisso ma non mi sento sicura, abbasso lo sguardo sul piccolo corpo che stringo e non miglioro la situazione.
Ma dico io: può una donna essere monotematica senza tradire la propria natura? Perché deve rinunciare a una fetta di possibilità per partito preso?
Non ho ancora trovato una risposta.
Le allungo il bambino talmente in fretta da non darle il tempo di reagire, finché non lo tiene in braccio.
«Ehi! Ma cosa fai?».
«Me ne vado».
«Come sarebbe? Qui siamo in ritardo e io devo…».
Sento le parole che scorrono veloci ma sono sempre più lontane. Ho ripreso a camminare e non mi volto indietro, non posso. Prima o poi deciderò ma non adesso.
All’improvviso il tunnel mi sembra un posto più confortevole. Almeno lui non mi obbliga a decidere. O no?
Estratto inedito da ‘La questione di Jekyll e Hyde’
Apre gli occhi con una sgradevole sensazione addosso.
Qualcosa non quadra, se lo sente dentro la bocca impastata dal sonno appena concluso.
Prova a focalizzare l’ambiente ma non gli riesce.
Gli occhi gli fanno male. Bruciano, se li sente gonfi o forse è solo la suggestione del momento.
Il deja-vù è un lampo improvviso che attraversa le cornee e si fissa in un angolo del cervello. Gli era già successa una cosa simile. Di svegliarsi e non sapere bene dove si trovava e cosa aveva fatto. L’impressione a pelle di essere estraneo a se stesso.
Muove il collo, nessun dolore. Ecco un dettaglio diverso. Finalmente.
Ricorda dolori allo stomaco, bruciori così intensi da desiderare di non essersi svegliato, di rimanere nel limbo a vagare, pur di non doverli subire, quei dolori, da qualche parte oltre i polmoni fino all’inguine che pure pulsava ritmicamente. Danzavano al ritmo di una musica martellante, senza pietà. Poi la testa, le tempie, i nervi del collo. Tutti insieme bollivano, friggevano. E quel male - fisico si, ma forse già aggrappato ai brandelli rimasti della sua anima - partiva come il miglior staffettista. Iniziava la corsa che avrebbe svegliato tutti. Arti, schiena, mani e piedi. Proprio tutti. Svegliati di soprassalto da un male inspiegabile. Violento e irruento che gli appannava gli occhi. Le orecchie ronzavano, qualcosa gli era rimasto incastrato dentro, qualcosa che doveva aver sentito la notte prima o chissà quando. E in quel momento tornava a disturbarlo.
Ma quello ero un altro film. Un’altra vita. Quando era più giovane e dannato. Quando mister Hyde, il suo mister Hyde, aveva il controllo di tutto. Del corpo come delle intenzioni sfogate solo dall’imbrunire, quando i più non potevano riconoscerlo, non ci avrebbero neppure fatto caso a uno come lui per strada.
Osserva un ciuffo di peli ribelli sul petto nudo. Grigio sporco. Si. Decisamente, si, sta pensando. Altra vita, altri risvegli.
Taluni ricordi si divertono a importunarti, è un modo come un altro per farti sapere che ci sono, sono ancora vivi e, anzi, godono di ottima salute. Solo che tu li tieni imbavagliati e finisci per trascurarli. Allora loro si ribellano, fanno i capricci. Ti saltano addosso e si divertono a punzecchiarti. A rievocare momenti impressi ma seppelliti. Volutamente seppelliti.
Lo fanno solo quando sei più vulnerabile, ci mancherebbe, quando non riesci a controllare le emozioni e sei meno vigile. Mentre dormi, ad esempio, o in quello spazio di incertezza che è il risveglio, la porta tra due monti opposti.
Strizza gli occhi e finalmente riesce a focalizzare la stanza.
E’ camera sua. Dove poteva essere altrimenti?
Inedito RELOADED da ‘Il prototipo – Prologo’, 1mo libro
…
Ellis usciva dal bar mentre il rintocco della vecchia campana annunciava che mancavano trenta minuti a mezzanotte. La tipa aveva lasciato il tavolino da un pezzo abbandonando la fotografia plastificata in un angolo accanto alla tazza con un goccio di tè freddo sul fondo. Lui era rimasto a osservarla, la tazza, finché si era reso conto che il tempo passava.
Passava inesorabile come sempre quando era in ritardo e non aveva uno straccio di idea. Gliene bastava una, di idea, un minimo convincente ma non c’era niente da fare. L’articolo non accennava a voler nascere. Vagava da qualche parte tra i suoi ricordi di bambino povero e la neve di dicembre. O quella volta che.
Non importava, non in quel momento almeno. Non c’era tempo per le stronzate da diari di famiglia strappalacrime.
La Coscienza, cinica e brusca come sempre, è arrivata a tradimento per riportarlo alla realtà ma era un’impresa impossibile perfino per una come lei. Una che se ne fotte di tutti.
Sei proprio un caso perso mio caro Ellis, neanche la storiella della tipa mollata dal cavaliere codardo che le porta un regalo di pace ti ha dato una folgorazione? Dai Ellis, c’è tutto. La pianti di fare il poeta? Non sei manco uno scrittore. Sei uno che si crede un giornalista ma non conclude niente di buono. Dai su, mettici dentro l’intreccio dei sentimenti rubati poi magari concludi con le ‘meravigliose’ considerazioni filosofiche sul Natale, regno del consumismo, ma anche capro espiatorio delle colpe degli uomini moderni. Mi ascolti? E’notte fonda e sei maledettamente in ritardo per fare un pezzo coi fiocchi quindi.
Quindi caro Ellis, muovi le chiappe e spara l’unica cartuccia che hai!
In effetti non le si poteva dare tutti i torti. Per niente.
Si è fermato all’improvviso, Ellis. Le strade erano buie e silenziose. Da una vetrina illuminata a festa un gruppo di bambole a grandezza reale gli sorridevano. In quel modo finto e plastico che gli procurava i brividi perfino da bambino, quando ringraziava per non doverci giocare con quei mostri in gonnella. Avevano la bocca aperta in una specie di risata sostenuta da denti candidi e opachi, una smorfia che non aveva niente di umano tanto meno di allegro.
E’stato così che si è deciso.
Le soluzioni facili non gli erano mai piaciute. Un articolo era pur sempre un articolo. Lungo o corto. Impegnato o allegro. Era un lavoro. Quello che si era faticosamente impegnato a raggiungere. Consegnare due puttanate era il meno, il redattore non se ne sarebbe accorto comunque, non per un tappabuchi sul Natale. Ma lo saprebbe lui. E di robe scritte per convenienza del portafoglio ne aveva abbastanza.
Liberatosi dai brividi provocati dalle facce sardoniche delle bambole si è incamminato a passo svelto. Il vento era decisamente ghiacciato, sferrava pugni a tradimento sul naso e sulle guance arrossate. La sciarpa di lana non serviva granché. Non a Praga. Non in un dicembre pieno di neve.
… … …
IL NATALE è MAI NATO?
Siamo davvero sicuri che sia venuto alla luce, questo benedetto Natale? Che qualcuno abbia assistito alla nascita e lo possa testimoniare?
Le illusioni non servono, non dopo secoli di domande, risposte false, mezze verità e ricerche. Per nascere deve prima essere stato qualcosa.
Dunque.
Il Natale cos’è? Talune religioni hanno specifiche teorie in proposito ma tutti gli altri?
Tu. Si, proprio tu. Credi? Non credi? Professi? Tramandi? Rispetti?
Come ti pare.
In fondo, se ci guardiamo negli occhi senza mentire sappiamo entrambi che non importa a nessuno. Basta sapere. Che il venticinque dicembre è Natale. E’festa. Niente studio né lavoro. Si incontrano i parenti e gli amici. Ci si scambia regali rigorosamente enormi, luccicanti e impacchettati da mani sapienti (perché se non te n’eri accorto anche saper fare bei pacchetti è un’arte. La teatralità dell’oggetto è fondamentale).
Il ventunesimo secolo è appena iniziato. Robot. Computer. Microchip. Tecnologie che si autoalimentano. Telecamere ovunque. In tutto questo c’è davvero posto per il Natale? La nascita di Cristo? Di un bambino all’apparenza come tanti ma destinato a grandi cose. A salvarci dicono.
Salvarci.
Basterebbe che oggi, ma solo oggi, riuscissimo a salvare noi stessi dai demoni che ci si sono ancorati addosso, invisibili parassiti succhiasangue.
L’egoismo. L’odio. Il consumismo. La fame di potere. La sete di vendetta. I rancori. Le ossessioni. La rabbia feroce. La cattiveria marcia. E.
E il resto che sai.
I sentimenti ‘nobili’, grandi direbbe qualcuno, forse sono rimasti in una capanna isolata, tra il freddo e i vagiti di un neonato sporco. Con due bestie che lo vegliavano. E l’indifferenza delle stelle.
pubblicato il 26 Dicembre 2.006
Incastri
Ho sognato che mi chinavo. Facevo una cosa qualunque, credo dovessi raccogliere qualcosa, niente di rilevante comunque. Mi chinavo insomma e quella strana sensazione di ghiaccio e fastidio è arrivata all’improvviso. C’era gente attorno a me così ho finto noncuranza e l’ho rifatto, mi sono chinata ancora per terminare di raccogliere (ancora non ricordo cosa, davvero non era importante). Allora ho capito.
Si trattava di una palpata sul sedere. Una manata di quelle piene, palmo aperto e in movimento. Sul mio sedere attraverso i jeans. Mi sono voltata di scatto e ho scaraventato quello che avevo in mano sul proprietario delle dita viscide. Basso e grassottello. Unto e bavoso. Un evidente stereotipo. Ma l’aspetto più inquietante è che ricordo perfettamente il ribrezzo, lo schifo sulla pelle, addosso ovunque. La sensazione di vomito sulla lingua. E la voglia di urlare. Credo di averlo anche fatto, devo aver urlato nel sogno. In quel momento ho notato una donna accanto a lui. Seduta proprio di fianco. Sorrideva in quel modo ironico che vedi nei talk show. Come se stessi facendo una scenata per niente. Come se fossi una specie di pazza sotto l’effetto di un allucinogeno. Quello sguardo granitico e insieme divertito mi ha gelato. Ho smesso di meditare vendetta sul lussurioso e sono fuggita.
Dovevo tornare al lavoro.
Dove e come non lo so.
Tutto pur di smettere di vederli, di sentirmeli addosso. Di sapere che funziona così. Si fa così. Nella realtà, è evidente, l’avventura onirica era un espediente.
Il sogno mi stava preparando a prendere una decisione?
Quindici anni di niente
Si muove, pesante e stanca. Finisce per crollare sulla prima sedia libera che trova. La stanza è in penombra, gli scuri sbattono rabbiosi mossi da un vento autunnale già freddo. Insistente.
Seduta si sente meglio, ma è una delle tante illusioni. L’ennesima.
Prende fiato, lo guarda poi attacca. Così. Una scarica secca. Inferocita.
- Si può sapere cosa vuoi da me? Cos’altro vuoi da me, dovrei dire. - Lo fissa seria ma non è sicura che lui capisca davvero. I significati. Il senso di tutto quel parlare che alla fine sembra solo l’unione di tante parole messe in fila per fare ‘il trenino’ delle feste disperate.
Dei disperati.
Come lei.
- Allora? Neanche ti prendi la briga di rispondermi vero? Ho trovato quel lavoro per diventare indipendente. Ovvio. E pensavo di esserci perfino tagliata. Ok, diciamo che è abbastanza nelle mie corde, alla fine me la cavo più o meno con tutto. Sono quindici anni che entro alle otto meno cinque ed esco… dipende, diciamo dalle diciassette alle diciotto. Ti torna? Bene. Allora, facendo due conti funziona così: mi alzo alle sei, colazione, make up, doccia e vestizione, non in quest’ordine si intende, poi via in macchina ad affrontare il traffico e il tempo, porco d’un tempo, poi si entra. Negli anni ho cambiato scrivania. Alcune faccie si sono alternate come in quei valzer che vedi alla tv dove certi sorrisi scompaio dall’inquadratura e amen. Dentro e fuori. Quelli più rompicoglioni sono rimasti, chiaro neanche dovrei stare qui a ribadirlo. E mi hanno esasperato. Pungolato. Stressato. Forzato. Rotto i coglioni insomma. Cosa dici? Non fare il furbo, va là, che lo sai benissimo che ne ho due grossi così anche se non si vedono. Ce li ho tra il cuore e il cervello e fin ora li ho anche usati. Non come avrei dovuto. Ma tant’è – Riprende fiato e non smette di fissarlo. Spera in una reazione che non arriva. E’sempre più stanca. Incazzata certo ma più qualcos’altro. Che a chiamarla rassegnazione si rischia il pestaggio.
- Allora dicevo. Quindici anni a battere tasti, far quadrare conti, scrivere robe che il più delle volte non sono servite, rispondere al telefono con voce dolce e accondiscendente per beccarmi gli urli del capo del tipo ‘il dottor Meneghini chi?’ oppure ‘ Rossi di che ditta? Stia più attenta quando risponde!’ Ecco. roba così che a raccontare tutto facciamo notte davvero, lo sai. La pausa pranzo è una puttanata. Al bar si spende un quinto dello stipendio giornaliero per cui mi rintano in mensa su sedie di plastica che dire scomode fa venir da ridere. Mangio per lo più robe fredde. Ultimamente abbiamo fatto una colletta per prendere un microonde anteguerra per cui adesso qualcosa si riesce a scaldare, una pacchia insomma. Poi arriva sera e si torna a casa. Dieci ore su ventiquattro passate così. Tutti i sacrosanti giorni da quindici anni. A tacere. A fingere interesse. A fingere di lavorare anche quando te ne hanno tolto perchè hai partorito e devi pagare dazio. Anche quando vedi delle robe che a spiegarle fuori ti prendono per una demente e invece sono tutte vere. Ecco. – Stavolta si ferma e non sembra intenzionata a riprendere.
Rotea gli occhi e si blocca sul dettaglio della finestra che sbatte.
- Cosa posso fare? Ti decidi a rispondere? Vorrei solo sapere questo: cosa. Per evitare di impazzire del tutto e diventare come quelli che manco si accorgono di essere arrivati alla pensione e di non aver fatto un demerito cazzo di niente che valga la pena di essere ricordato. Cosa?
Talune volte il silenzio è un conforto. O una maledizione.
Lei si alza mentre la sedia crolla di lato. L’espressione sdegnata che ha sul volto è più di una maschera. Un contegno forzoso per non esagerare. Eppure c’è così vicina.
- Forse un pò hai ragione. Sono un anima inquieta. Dovrei farmi bastare i gesti ripetitivi. La busta il ventisette. Il tempo passato in macchina o coi colleghi che se li ribecco fuori ufficio rischio di farli sotto. Dovrei andare e basta.
Sembra quasi convinta. Ma lui sa che è una tempesta annunciata e di poco ritardata. Non si muove e aspetta.
- Solo che io non ci sto. Mi sono rotta di tutto. Delle stronzate che non restano e forse manco servono. Delle gentilezze di facciata. Dello stare inchiodata a una sedia che ruota. Parlare, anzi sparlare, di questo o quello. Tutte cazzate che non mi possono interessare di meno. Come pure fare la carina con chi so che tenta di continuo di sputtanarmi davanti al capo. Stà merda qui è un ridicolo circo dove hai l’impressione di correre di continuo. In realtà non ti muovi di un millimetro. Poi, porca puttana, tutta la vita che c’è fuori dalla mia scrivania dove la mettiamo? Tutta quella che non vedrò mai se continuo a marcare e rintanarmi là dentro a battere sulla tastiera, spedire fax e compilare documenti. Col tempo poi, ho anche scoperto di non aver ottenuto niente. Quindici anni di niente mi sembrano un pò troppi, che dici?
Ancora tace. Lui.
Non è che possa fare molto di più.
Con la testa aperta in due. Il sangue secco che ha deformato i lineamenti in decomposizione. Il colorito indefinito nella penombra ma freddo come una lama tagliente.
Quando se ne va lascia aperta la finestra.
C’è puzza qui dentro, gli ha detto stizzita prima di uscire.
Quando non si trovano le risposte giuste è difficile non continuare a domandare.
Tornerà domani. A tormentarlo
Caro Gigi
Caro Gigi,
Pensavo.
Non ci conosciamo. Eppure la tua faccia quadrata e abbronzata la ricordo molto bene.
E’come una caramella succhiata ma non finita che è rimasta appiccicata alla pelle, in un punto che non vedo spesso come dietro il collo o tra i capelli. Eppure è rimasta lì, la caramella mezza consumata e appiccicosa, finchè adesso si è fatta vedere. Mi ha unto le mani, non riesco a scollarla facilmente dai polpastrelli.
Quella caramella lì mi sa che sei tu, caro Gigi. Il ricordo di un Sabani che vedevo, perchè io si che potevo farlo, tu no. Insomma, un Sabani che ho visto anni fa. Che mi ha anche fatto ridere sebbene le memorie si perdono facilmente in mezzo ai nuovi eventi registrati. Eppure i modi, i tuoi modi, mi piacevano, di questo sono sicura.
In quel periodo ero una ragazzina e in casa dai miei dopo il tg delle venti c’erano i varietà, le trasmissioni fatte di ballerine già seminude (non lo sono sempre state?) e verso il fine settimana le risate. Di rado si guardava un film con la pancia piena, almeno tutti insieme. Meglio quei programi che non si capiva bene chi arrivava, chi andava, chi cantava e chi… va bè, lasciamo perdere. Eppure certi volti mi sono rimasti impressi, il tuo per esempio.
E non ci avevo fatto caso.
Che mi eri rimasto in un angolo della memoria, ecco. Come per Alberto (Castagna). Stessa reazione a pelle. Stesse emozioni impolverate ma forti. Perchè poi funziona così? Chissà.
Volevo dirti, caro Gigi, che certe volte mi sembra così deprimente vedervi lì, dentro lo schermo che oggi è piatto ma allora era piccolo e ingrombrante. Mi sembra deprimente perchè alcuni di quelli della ‘vecchia guardia’ erano sempre ad aspettarmi quando accendevo poi all’improvviso siete spariti.
E i culi e le tette e i dibattiti allo scanno e i film pieni di messaggi promozionali e le soap piene di facce nuove e fresce e i reality (mamma mia stavo per dimenticarmeli, pensa che gaffe!) e i serial (stavolta è voluto, li ho tenuti a posta per ultimi) e. E il resto dai, non scrivo tutto altrimenti esco dal seminato.
Dicevo, voi della vecchia guardia vi vedevo sempre da bambina-ragazzotta. E alla fine anche se sbuffavo mi facevate compagnia. La Cuccarini (sempre carina, anche oggi devo dire), tu, Alberto, un pò Mike e Pippo che però mi prendevano meno, La Saluzzi quando d’estata a casa per le vacanze la mattina raccontava un sacco di cose interessanti, Corrado (ah Corrado… mi ipnotizzava ed ero proprio piccina), ….
Ogni tanto, poi, vi viene in mente di andarvene.
Scusami se te lo dico in questo modo, non è carino, hai ragione. Di certo te lo risparmiavi se lo sapevi (e potevi farlo) hai ragione. Però capita e allora mi viene la malinconia per un certo modo di vivere che adesso proprio non esiste più.
Per quel modo di vivere dove la tv era un bene comune (mio ma poi anche di mamma, papà, fratello medio, fratello piccolo, nonna, nonno e…). Dove dopo cena e a volte anche durante si seguivano questi varietà dal sapore agrodolce misto che sembravano a tratti ridicoli ma era quello il bello. Dove si andava a letto presto (perchè la prima serata non finiva mica come oggi alle 23.30 anzi). Dove la mattina dopo mi aspettava il freddo, la nebbia e il pulman per andare a scuola. Dove non sapevo un cazzo dei diritti tv, lo share, le strumentalizzazioni pur di apparire, le telecamere perfino su per (auto censura) e stavo così bene. Davvero. Uno stato di grazia potrei definirlo.
Non so, Gigi, forse mi sbaglio. La mente a volte ricorda quello che vuole, impasta, stende e allunga a piacimento. Forse sbaglio. Eppure di te ricordo modi garbati, allegria sobria e spirito di iniziativa. Come per Alberto del resto.
E questi colpi improvvivi sono inspiegabili.
Non mi conoscevi. Io pure.
Però mi sembra che sia andato via un vicino o magari un compagno di sventura sul bus o in ufficio. Non so, è una sensazione a pelle. Di quelle che non ti lavi via neanche strofinando per bene.
Non so quasi niente delle ‘vicende oscure’, le accuse infondate (come scrivono tutti oggi, no dico, oggi a giochi fatti ribadiscono e sottolineano ) e la discesa, almeno professionale perchè della tua vita privata come di quella della maggioranza di voi dello spettacolo proprio non me ne frega granchè. Scusami sai ma mi piace dire le cose come stanno.
Gli spettegùlez mi provocano l’orticaria. Oggi è praticamente impossibile non sapere in che prigione è finita Paris o quanto è dimagrita Nicole Richie perchè ti infilano i flash a tradimento nel tg o negli spot o tra una telefilm e l’altro. Proprio non puoi evitare di sapere qualcosa. Però di quelli della vecchia ‘guardia’ come te, permettimi Gigi, vecchia in senso affettuoso, bonario. Insomma di voi non ho voluto sapere niente. Dal parrucchiere non ci vado mai. E certi giornaletti se me li regalano li uso per asciugare quello che rovescia mio figlio sul pavimento.
Quindi non lo so com’era la tua vita privata. Ma quella professionale mi sembra di captare se la passasse male.
E’proprio strana questa vita, Gigi.
Penso spesso che ognuno di noi ha almeno un talento dentro di se. Secondo me il tuo l’avevi trovato, così mi sembrava quando ti vedevo radioso dentro la scatoletta colorata. Così mi arrivavi.
Poi più niente.
E adesso ciao ciao.
Caro Gigi, ti volevo dire queste cose. Qualcuno potrà pensare che non avevo di meglio da fare. Anche questo è ‘fare’ per me. Liberare ’stè cosette che mi ronzano in testa da quando.
Caro Gigi, buona fortuna.
Alter (o, quando sono in vena Ego, ma non oggi) e io.
Insomma smettila! Di infastidirmi con inutili tarli, di stressarmi in continuazioni coi ‘farei’ ‘andrei’ ‘potrei’, di farmi vedere cosa potrebbe essere. Smettila hai capito! Non ti sopporto più!
Alter ma che hai? C’è quache problema?
C’è qualche problema dici? Ma ci sei o ci fai? Non vedi come mi riduci ogni settimana? Ti ascolto, non posso fare altre, e piano piano mi consumo. Tu e le tue stupide illusioni. I sogni. Di fare altro sempre, in continuazione. Sei davvero così cretino che ancora non l’hai capito?
Senti il tuo tono inizia a irritarmi…
E allora? Cazzo vuoi? Tu mi fai venire il nervoso in continuazione… scrivi, scrivi, leggi, e leggi e ancora ricominci. Bravo. Lodevole. Perfetto. Però smettila di desiderare di farlo più spesso. Intiendi scemotto? Smettila! Cosa credi, che ti passerà ‘la sbrusia’ di fare? Ma dai, va là, va là…
Senti, non so cosa ti ha preso tutto in un colpo ma posso dirti che non intendo farmi mettere i piedi in testa anche da te. Io adoro scrivere. Si può dire che quasi vivo per quello e tu lo sai anche se fingi di non capire. Allora perchè non la pianti di strillare e mi stai ad ascoltare per una volta?
Non ci penso neanche. Ti ascolto sempre, sono l’unico sfigato io. E poi? Cosa ricevo in cambio? Un cazzo. Solo sogni. Vagonate di inutili progetti. Speranze… puà! Ma ti rendi conto? Quasi non dormi per scrivere… sei proprio un perdente.
Ah si? Dici? E tu allora? Cosa pensi di ottenere fingendoti neutrale? Non è così, non funziona. La vita ha colori, gusti, odori, emozioni, sensazioni… e se ti neutralizzi perchè non li puoi avere allora cosa ti resta? Niente. E’tutto opaco. Monotematico, monotutto. Per cosa vivi, Alter? Per arrivare a sera?
Ci risiamo con le puttanate da romanzi rosa… io vivo perchè lo facciamo tutti. Solo che non ci credo alla favole e non mi va di rompermi il culo per qualcosa che non avrò mai. Tu non sarai mai uno scrittore. Intiendi? Mai. Mai. Mai. Sbattiti fin che ti pare, fai le due di notte e poi in uffici ti sale l’emicrania… mangia pure un panino al volo… rinuncia ai film post cena… rinuncia a certe serata con gli amici che tanto non ti capiscono perchè loro si che sanno vivere, mica scrivono sempre. Io vivo come posso. Come devo! Tu sei falso come la bigiotteria!
Sarà come dici tu… però io almeno luccico ogni tanto. Non sarò oro. Neanche argento e allora? Però ci provo. Ci credo. E lotto. Non mi lascio morire dentro come taluni che arrivano a settant’anni e non ricordano neanche cos’hanno combinato…
Sè, sè… loro però ci arrivano ai sessanta poi settanta e alcuni anche novanta… tu invece? Con quel ritmo lì è già qualcosa se rimani a galla fino a Natale. Dammi retta bello, piantala di sognare, molla la doppia barca e rassegnati. Per campare vai in ufficio, china la testa fino all’ora di uscire, sali sulla macchina e poi vai a casa. Cena. Film o sesso, fai tu, poi nanna. E amen. A m e n.
No.
(risata)
No.
(risata che continua)
Non posso.
Silenzio.
Lo so che non puoi. In questo sei uguale a me. Putroppo.
Alter (o, quando sono in vena Ego, ma non oggi) e io ci fissiamo. Che palle però ’stò vicolo cieco. Siamo d’accordo di nuovo. Impressionante.
Io e Alter (o, quando sono in vena, Ego)
Il sole non c’è. E piove pure. Allora che si fa?
Si fa che ti adegui e taci.
Dici è? Dovrei si.
…
Ma, voglio dire, non sarebbe più semplice finirla qui? Change, non si dice così? Prendo le due cose che ho accumulato negli anni e me ne vò.
Non dire cretinate, per favore! Con quella faccia lì non vai da nessuna parte e tu lo sai. Lo sai eccome. Guardati. Dove credi di andare? A fare cosa? Dai va là non farmi ridere proprio stamattina…
Ah grazie. Sempre molto incoraggiante.
[pausa]
Va bene, hai ragione. Da qui non mi posso muovere. Mi servono i soldi.
Come a tutti. E allora? Perchè mi stressi sempre? Cosa vuoi che faccia? Lo sai che io non c’entro, sono affari tuoi. Arrangiati.
Si, si, grazie. Sempre il solito scassaballe. Era per dire, per non tenermi dentro ’stò nervoso che mi rode lo stomaco. Lo so che tanto non c’è soluzione. Sto qui. Faccio. Chino la testa. Mi incazzo. Poi mi deprimo. E arriva ora di andare a letto. Lo so che funziona così. Però insomma…
Insomma niente. Ci dai un taglio e fai venir sera. Cosa credevi che fosse la vita? Giochetti? Favole? Lieto fine? Ridicolo credulone, ecco cosa sei. Se la smettessi di pensare ti faresti un favore.
Può essere.
(sospiro rassegnato)
Muso lungo.
Io e Alter (o, quando sono in vena, Ego) ci sediamo. E tic, toc, tic, tuc, tuc, don, din, clap, clap. I rumori ripetitivi sono un vero schifo (lo pensiamo entrambi stavolta).