Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Archive for Agosto 2007

Lo scantinato – pag.2

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A un certo punto si immobilizza.
Sta urlando da così tanto che non sente più la sua voce. Si sta dimenando come un’anguilla da così tanto che si è graffiata indifferentemente braccia e gambe.
Però c’è qualcosa che non torna. Così. All’improvviso.
Lo scantinato se lo ricorda piccolo. Stretto. per via del mobile che ci mise suo padre per custodirci cianfrusaglie, robe sue comunque che la madre non voleva vedere in giro per casa. I vini li appendeva negli spazi creati dai ferri piantati nel muro a formare quadrati stretti, adatti alle sagome delle bottiglie. Fortunatamente quelli, i ferri, li ha tolti. Non ricorda quando ma a un certo punto, qualche anno fa, suo padre ha smesso di investire in bottiglie pregiate e lì sotto la struttura per sorreggerle non aveva più ragione di esistere.
Meno male, pensa. Altrimenti le toccava di rimanere anche accovacciata, a testa bassa insomma.
Di nuovo quel senso. Di incertezza. Sfuggevolezza.
C’è il mobile. Dalla parte opposta i buchi dove prima c’erano i ferri. Lei tocca una parete umida con la parte sinistra del corpo, proprio sotto a dov’era sistemata la scaletta pericolante. Così sono tre lati. Allora…
Allora davanti al mobile cosa c’è?
Niente.
Si sente una cretina.
Ha urlato e si è sbucciata pelle e muscoli per rimanere in un angolo strettissimo che in realtà non esiste.
Esita. Credere è un’arma pericolosa. Se si sbaglia come ne esce viva? Credere è sperare. E sperare può farle sbattere il muso contro qualcosa di insopportabile in quel momento.
Fanculo.
Allunga il braccio destro verso l’esterno.
Niente.
Non c’è niente.
Fanculo.
Con un colpo di reni sposta la gamba verso destra. Stesso nulla.
Muove il sedere in avanti. Ancora. e di nuovo. Toc. Con la punta dei piedi nudi ha colpito un angolo. Sarà il mobile. Certo che lo è, cretina!
Poggia le mani con il palmo rivolto verso il pavimento. Non fa caso al freddo, ormai è concentrata. Si aiuta con il sedere perchè la schiena le lancia ancora fitte dolorose. Con un piccolo movimento verso l’alto, sposta il busto e con i palmi cambia direzione. La schiena adesso poggia contro un’altra parete, quella che prima le ha scorticato il braccio e la gamba sinistra.
Provo? Fanculo, si!
Allunga le ginocchia, rilassa i muscoli delle cosce e spinge i piedi (punte comprese) fino alla massima estensione. Niente.
Niente!
Sente le formiche che camminano sui muscoli rattrappiti finalmente liberi di distendersi a piacimento. Con la mano sinistra esplora il vecchio mobile. Arriva ai piccoli piedi e si convince. Si. Adesso c’è posto davanti a lei. Può addirittura sdraiarsi.
Respira più in fretta. Anche meglio, le sembra. Sopra la sua testa alcuni tiepidi raggi sottili provengono dall’alto, da quelle fessure che non sono mai state sistemate.
Finalmente.
Fissa i coriandoli luminosi, così sottili eppure li vede bene. Sarà per l’oscurità a cui si è abituata. Sarà perchè da qualche parte ha letto che nei momenti di pericolo i sensi si potenziano. E’una forma di difesa.
Quello che è insomma.
Li fissa finchè le parlpebre si fanno pesanti.
Perchè no? Adesso si che può riposarsi senza preoccuparsi dei crampi, dei movimenti. Certo, non può ancora alzarsi, quello no. La schiena ha preso una certa botta nella caduta. Proprio. Nè può voltarsi completamente perchè adesso alla sua destra ha la parete lunga mentre a sinistra il mobile ormai famoso.
Però.
E’un cambiamento notevole.
Dolce.
Inaspettato.
Chiude gli occhi.
Sembra quasi sorridere per il piacere dell’abbandono.
Scivola nel sonno senza sentire nient’altro. La fame. La sete. La paura. Il dolore. La solitudine. L’angoscia. Le strizzate all’altezza del cuore.
Puf.
Spariti.
Lo scantinato si schiude come i petali di un fiore raro e profumato. Per proteggere quel sonno nuovo. Silenzio.
<!– –>

Written by Barbara Gozzi

Agosto 29, 2007 alle 6:42 am

Lo scantinato

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Aiuto! Aiuto!
Urla. Forte. Fortissimo. Ha mal di gola per lo sforzo. E gli occhi che lacrimano.
Si spostata con le gambe ormai insensibili, ha provato ad allungarle ma il colpo contro il muro freddo ha frenato ogni tentativo. Adesso sono semipiegate, che è già quacosa tutto considerato.
Aiuto! Aiuto!
Non dovrebbe urlare, una vocetta tra i pensieri confusi e terrorizzati glielo ricorda con insistenza. Ma lei non ce la fa. A smettere. E’l'unica azione che le riesce. E allora insiste, si sgola. Solo una parola. Nient’altro. Non può muovere le braccia, bloccate davanti al petto dal nastro adesivo spesso mentre le gambe restano rannicchiate, meno di prima ma pur sempre piegate un pò. Quel tanto che basta per impedirle di rialzarsi. Di provarci almeno.
Si è dimenata per un tempo indefinito, sospeso. Fino a poco fa. O erano ore? Non saprebbe dirlo con certezza. ll tempo senza lancette è difettoso. Strano. Impalpabile. Spece se trascorso a muoversi all’impazzata in uno spazio angusto finendo con l’urlare di continuo.
Contorcersi. Urlare.
E magari pregare. Magari. Che qualcuno lassù si faccia venire in mente lo scantinato e noti la sua assenza.
Dopo che se ne saranno andati, è chiaro. O sono già usciti? Chissà.
Vera. La pensa e spera. Che alla piccola cagna randagia non abbiamo fatto del male. Se l’hanno drogata non importa, ma se. Se. No. Meglio evitare certe considerazioni, non da quel posto almeno.
La schiena e il sedere le fanno ancora male. Non bruciano come prima, per fortuna, pulsano a intermittenza. Di più se riprova a spostarsi tra i quattro muri umidi che puzzano di vecchio. Muffa. Merda secca. Ci deve essere anche un mobile ormai mangiato dalle termiti appoggiato al muro davanti a lei, il legno è leso e gonfio per via dell’umidità. Per questo il posto è così piccolo.
Non ci veniva nessuno da anni in quello scantinato che è, in realtà, una buca di due metri quadrati suppergiù. Ci portava le bottiglie pregiate suo padre, attraverso una scaletta di legno cigolante. Ogni volta sua madre gli urlava di tornare in fretta, che quei gradini si potevano spezzare ogni volta, tanto erano vecchi e mal messi.
L’hanno tolta, la scala. Ovvio. Prima si sono arrampicati con lei in braccio non proprio svenuta ma incoscente abbastanza da non reagire. Non sono scesi del tutto però. Lui non è sceso, quello che l’ha afferrata per la vita. E’arrivato fino all’ultimo gradino, è riuscita a contarli. Sei. Lì si è bloccato e se l’è tolta di dosso. Peso morto. E’stato così che si è procurata il mal di schena. L’osso sacro deve aver scrocchiato o qualcos’altro nei dintorni si è indispettito. Il dolore le ha fatto vedere nero per un pò. Il solito lasso che poteva essere qualche minuto come ore.
Aiuto! Aiuto!
Continua. La paura è meno pungente ma la voce non smette di uscire, è un riflesso incondizionato ormai. Qualcuno deve sentirla, prima o poi. Forse i suoi sono rientrati. O c’è la polizia. O i vicini. Dipende da come hanno lasciato la casa, riflette. Se non sembra ‘diversa’ da fuori ci potrebbero volere ore. Altre ore. Chissà cosa si sono portati via, si domanda per l’ennesima volta, sembravano sicuri come se sapessero dove andare a cercare. Ad ogni modo i suoi torneranno comunque, al massimo dopo cena.
Blocco.
E se si decidono per l’albergo?
Freddo. Tanto freddo. Goccie di sudore che le scorrono sulla pancia. Sgorgano dalle ascelle e la innondano.
Sua madre non è una che si lascia convincere facilmente. A tutto ieri mattina, prima della partenza, aveva ostentato un ‘no’ secco. Perentorio. Non le andava di restare più di una notte fuori casa, aveva delle faccende da sbrigare al lavoro, aveva decretato davanti al caffè. E lì suo padre si era arenato, se lei ha da fare non c’è cristo che tenga. Allora niente notte in più fuori casa.
Ma se alla fine ha cambiato idea?
La domanda le martella il cervello, trapana il crano e le toglie aria. Aria vitale.
No.
Impossibile.

Qualcuno deve arrivare. Fra poco. Anche ore, non importa. Basta che arrivi. Non la possono lasciare in quel buco buio un altro giorno e più. Con le braccia bloccate e le gambe insensibili. Il mal di schiena. La fame. E la sete.
Poi questa specie di buio corporeo che le entra dentro la pelle. Si muove davanti a lei sotto i sottili raggi che filtrano dalla porticina scardinata. Devono aver dimenticato di rimettere il tappetino sopra, nota. Solo per questo arrivano lingue chiare, impercettibili che tagliano il nero.
Questo nero. Opaco. Denso. Si diverte ad averla come compagna in quel posto dimenticato da Dio. Le sfiora le caviglie e i seni.
No. Lì dentro non si sopravvive a lungo. Lei lo sa. E il terrore le gonfia le vene.
Aiuto! C’è nessuno lassù? Aiuto!

Written by Barbara Gozzi

Agosto 23, 2007 alle 11:30 am

Se proprio

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- Se proprio.
E’ un ’se proprio’ grosso. Importante. Di quelli che buttì lì fingendo noncuranza quando invece esattamente dove stai andando. Quante cazzate si porta dietro il ’se proprio’.
Se.
Proprio.
Valentino non sorride. Dovrebbe, sta pensando, almeno per darsi un contegno ma non gli riesce e lui di fingere ne ha fin sopra i capelli. Certe falsità vanno bene finchè si è ragazzi. Finché ci si sente ancora forti, in grado di sopportare di tutto o quasi. Lui no, non più.
Elena, la sua amante, ha un piede sul marciapiede e l’altro sul primo gradino del treno. A Roma va. Si è decisa, alla fine. Il biglietto sola andata l’ha comprato on line, gli ha detto. Se proprio non mi trovo vado alla biglietteria direttamente in stazione. Ha continuato a spiegargli mentre spingeva la chiusura a scatto con il sedere sopra la valigia rossa, comprata in saldo il mese scorso.
A Valentino non sembrava ci fosse altro da replicare. Gli strappi non si ricuciono quando sono ancora freschi, mollicci. Viscidi. Elena ha lasciato la lettera di dimissioni nell’ufficio del capo reparto. Tre giorni fa. Lui non c’era. Aveva una chiamata fuori sede, di quelle urgenti che proprio non ti levi di dosso finchè non ci vai e fai tacere tutti. Valentino se lo sentiva. Come adesso. Tra i nervi. Che lei stava per mollare. O aveva già mollato.
Tutto.
Lavoro. Casa. Vita, in pratica.
Se proprio ci vediamo nel week end, gli sta dicendo con entrambi i piedi sul secondo gradino. Ha i capelli sciolti, selvaggi. Lei che li piastra ogni due giorni per la paura di essere in disordine.
Sta cambiando, Elena e a lui verrebbe da urlare, prendere a pugni qualcosa o magari qualcuno. Doveva succedere o se l’è procurato questo strappo? A saperlo…
Intorno a loro tutto fischia. La gente parla e si muove.
Il biglietto è a posto. La valigia rossa è dietro di lei, oltre i gradini. Aspetta in silenzio. Lei lo sta guardando,
ancora, ma non come si aspettava Valentino. Lo osserva e basta. Non si capisce se è più contenta per l’aver mandato tutti a puttane o se le dispiace lasciarlo solo. In pieno agosto. Con la città deserta e la casa vuota.
Non si capisce.
Se proprio glielo chiedo stasera, al telefono, pensa. Quando è arrivata e si è sistemata. Quando ha meno fretta e magari si è data una rinfrescata dopo il viaggio. Le voci sono meno pericolose degli sguardi. Si possono pronunciare molte parole se non ci si vede, se non si annusa l’atmosfera. E’quella che frega, quasi sempre. Il capire tutto. Meglio limitarsi. Non scavare e lasciar perdere i contorni.

Elena si siede ma non si stacca dal finestrino. Lui è sempre lì, davanti al vagone. Non capisce ma tace e lei vorrebbe ringraziarlo ma non le escono le parole giuste. Ammesso che esistano davvero, parole giuste per circostanze sbagliate.
E’tutto sbagliato in questa vita fatta di automatismi e spazi stretti. La casa. Il lavoro. Il sesso.
Tutto fuori posto. Per lei almeno. Non è tanto una faccenda di ruoli o schemi, affatto. Le piace ancora non essere niente in particolare e allo stesso tempo rappresentare tutto quello che lui vuole. Cerca. Brama. E’ il resto che non torna, non quadra come dovrebbe.
Se proprio glielo dico dopo, mentre sono in viaggio. Si rassicura mentalmente. Lo ringrazio per non aver creato problemi. Per avermi accompagnata e guardata senza pretendere.
Se proprio torno, non subito. Fra un pò. A respirare di nuovo quest’aria densa. Magari scopro che è meno soffocante del previsto. Magari.

Il treno parte. Con ventisette minuti di ritardo.
Se deve finire senza schiamazzi, è proprio un modo perfetto quello.
In ritardo. In silenzio. Senza risposte.
Via.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 22, 2007 alle 8:46 am

Click Jeans – estratto

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Ispirato da: i jeans che ho tenacemente portato nel corso delle scuole superiori come unica alternativa al nulla.

IV. Cinque mesi e un giorno dopo (l’inizio)

Quando riesco a tenere gli occhi aperti, l’orologio sul comodino segna le dieci e quaranta. Poco male. Oggi è domenica. Sbadiglio e mi rituffo tra il tepore rassicurante del piumone. Non ho voglia di alzarmi. In effetti, non mi va di fare alcunché. Ripensandoci, mi capita spesso, di recente. Sono stanca di essere stanca. Potrei abbandonarmi a una risata, per via del gioco di parole involontario, ma mi muore in gola. L’anno scorso, mi svegliavo alle sette per andare a correre con Lingualunga, il mio cucciolone la cui lingua perennemente a penzoloni ha fatto storia nel quartiere. Il nome è imbarazzante, me lo dicono tutti, ma non ho saputo dire di no alla bimba della mia vicina.

Mi sono ricordata di lasciargli da mangiare, ieri sera?

Mi alzo in fretta, con il pensiero del povero Lingualunga, affamato da più di dodici ore. Aspetto che la testa smetta di girare, poi mi avventuro lungo le scale per raggiungere il garage e lo apro. Lui è lì, davanti a me, con la coda che disegna figure geometriche e quell’aria felice, quella che ha sempre quando mi vede.

Come può essere contento, se l’ho tenuto a digiuno?

Gli verso una porzione generosa di bocconcini e lo accarezzo, mentre lui divora avidamente ogni pezzetto come fosse l’ultimo. Mi viene la tentazione di scusarmi ad alta voce, ma mi sento una stupida e desisto.

Non si parla con gli animali, è da suonati.

Eppure, ho la netta impressione che lui saprebbe capirmi molto meglio di tanti esseri umani. Quando rientro in casa, vedo la borsetta abbandonata sul divano e una luce si accende nella mia mente. Ieri notte, ero così stanca che mi sono addormentata, dimenticandomi del regalo.

Mi siedo con cautela tra i cuscini imbottiti. La testa mi gira ancora, appena un po’. Dovrei fare colazione, ma la curiosità è più forte. E poi, una tazza bollente con dentro un filtro di tè verde non è poi così allettante, stamattina.

Chissà cosa mi hanno regalato, quelle matte!

Lo libero dalla borsa e strappo la carta colorata, un po’ incerta. Le mie amiche non fanno mai niente per caso. Ma non è il mio compleanno!

Mi ritrovo tra le mani un mini album, di quelli che contengono al massimo dodici fotografie, ma che sono molto comodi perché si possono portare in giro senza ingombrare troppo. La copertina è morbida. Blu e azzurra. Nel centro, ci sono delle onde che si infrangono sulla spiaggia. Le osservo meglio alla luce del giorno e noto che, se cambio angolazione, le onde si muovono. Mi scappa un sorriso. Alzo le gambe e le incrocio sul divano, nel mezzo appoggio l’album e inizio a sfogliarlo. Il passato mi risucchia con la forza di un tornado.

Sono circondata dai compagni di classe e sorridiamo in modo scomposto. Dietro di noi, si intravede il Ponte dei Sospiri. E la prof. di italiano, la signora Rinaldi-tutto-a-memoria. Avevamo diciassette anni ed eravamo in gita. Le mie guance erano tonde.

Abbasso lo sguardo.

Mia sorella si nasconde dietro di me in modo goffo. Stiamo festeggiando il compleanno di mamma nel piccolo salotto di casa. Simona ha quattordici anni. Ed è già più alta e lunga e di me. Anche le sue guance erano tonde. Meno delle mie, ovviamente.

Volto pagina.

Sul lettino, le mie amiche sono sedute sopra di me. Facciamo delle smorfie strane all’obiettivo. Se non ricordo male, stava scattando Maria. Weekend lungo a Riccione. Io avevo superato i venti da un po’. Mia sorella è rimasta in piedi a fissare il mare. Il suo corpo sembra la metà del mio. O di quello di una qualsiasi delle mie amiche.

Abbasso lo sguardo.

Eleonora. Serena. Rossella. Maria. Io. Tutte attorno alla torta, con alcune candeline mezze storte. La mia faccia sbuca da dietro il quartetto con l’accendino, ma qualcuno scatta, prima che io riesca ad accenderle.

Quella sera ci siamo divertite come matte. Non avevo ancora compiuto i trenta.

Volto pagina.

Simona a capodanno. Con i jeans elasticizzati e un top aderente. Si vedono le ossa. Il seno e i fianchi sono scomparsi. Emergono solo i jeans, gli stivali col tacco, il top luccicante e il trucco pesate. Non riesco a trattenere le lacrime. Tre mesi dopo è morta. Aveva ventidue anni.

Abbasso lo sguardo.

Io, all’uscita del solito pub, due settimane fa circa. Un pugno in piena faccia. Non sapevo che le ragazze mi avessero scattato questa foto. Sto pagando il conto alla cassa. Si vede la camicetta corta che ho comprato per l’occasione. Le altre mi sono tutte troppo larghe. Il seno che spunta è il nocciolo di una prugna. C’è un fianco che sporge da dietro il tessuto dei jeans. E il resto della ciccia, dov’è? Sto piangendo e mi si appanna la vista. Ma c’è ancora un’ultima foto dietro. Tremo.

Volto pagina.

 Natale ‘94. Simona e io in giro per il centro con gli amici di allora. Abbracciate. Luccicanti. Spensierate. Bellissime. Le nostre guance sembrano assomigliarsi. Anche il luccichio negli occhi.

Il mio naso cola. Ho la faccia bagnata e i singhiozzi mi fanno sussultare.

Click.

Uno solo, ma sufficiente a farmi perdere un battito. Il secondo punto di svolta in pochi mesi.
Rivoglio quel luccichio. Subito.

E una brioche. Anche senza marmellata. Purché sia calda e croccante.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 9, 2007 alle 7:59 pm

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< Sarà perchè piove.
Sarà perchè è agosto e dovevo fare tante cose. Dovevo.
Sarà perchè il tempo si rallenta quando non ne hai bisogno.
Sarà quello che vuoi. Mi manchi. E piantala una buona volta di farti dei film. Mi mancano le chiacchierate. Le nottate a ragionare. A litigare. Ad abbracciarci. Mi manca il tuo appoggio. E la disapprovazione. Come sai individuare tu le cazzate che faccio non ce n’è per nessuno. Lo sai vero? >

Pausa.

< Mi manchi Pat. Mi senti? Mi manchi sul serio. Quand’è che ti deciderai che è qui che devi stare? Non a Milano o Roma. Non da questo o quello. Puoi lavorare anche stando in un paesello sperduto, se lo vuoi. Cazzo hai un computer che ti scalda il caffè fra un pò! >

Pausa.

< Pat? Piantala di fare lo stronzo e torna. Sai dove trovarmi e non fare il timido.
Ti voglio bene.
Anche se sei uno stronzo, si. >

Fruscio. Sorriso.

< Dai la colpa a me. Lo fai sempre, no? Di che sono io che ho bisogno. Che sto a pezzi e roba così.
Ma torna. >

Il suono del registratore che si spegne è metallico. Irreale.
Mani sottili estraggono la piccola cassetta. La infilano dentro una busta bianca preaffrancata.
La stringe. Se la rigira tra le dita.
- Esco un attimo. Vado in posta!

Written by Barbara Gozzi

Agosto 8, 2007 alle 11:34 am

Fallo perchè

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Il caffè gorgheggia.
Una mano callosa spegne il fornello, ruota la manopola del gas e versa il contenuto dentro due tazzine spaiate. Una giallo sporco con i bordi bianchi, l’altra azzurrina con un gambo stilizzato su un lato.
L’aroma si diffonde nella piccola cucina. Il lavello è ancora insaponato.
- Allora, ti decidi a spiegarmi? Il caffè è pronto.
- E’bollente.
- Fai lo schizzinoso?
Sbuffo.
- Allora?
- Ma niente, ho solo deciso di lasciar perdere.
- Oh?
- Si, mollo. Mi tiro indietro. Non se ne fa niente. Mettila come ti pare.
Sopracciglia inarcate.
- Ah si? E per quale motivo, se si può sapere…
- E’un insieme di cose. Non so… diciamo che non mi va l’idea di fare il burattino.
- Scherzi vero? Stai seriamente pensando di rifiutare un contratto che ti porterà in tutte le principali radio nazionali per… per cosa?
- …
- Ti ricordi quando ci siamo conosciuti?
- Cosa c’entra adesso?
- Rispondi.
- Boh, non lo so. Avevamo sei o sette anni, credo. Ai giardinetti?
- Esatto. Ricordi cosa stavi facendo?
Irritazione.
- Ma che cazzo ne so! Fai certi discorsi alle volte che saresti da lettino psichiatrico…
- Cantavi! Da quando ti conosco tu canti ovunque, perfino a letto.
Grugnito.
- Allora?
Mani in aria (callose).
- Allora dice! Smettila di fare il finto ritardato. E’il contratto della svolta. Ti mandano in onda ogni giorno. Cristosanto! Ogni maledetto giorno ti sentiranno… quante persone? Centinaia? Migliaia? Avrai pur visto delle previsioni statistiche…
- La seconda di sicuro.
- Perfetto. E tu mandi tutto a puttane perché sei diventato timido?
Sbuffo.
- Come la fai facile tu! Non devi metterci la faccia! Poi c’è tutta la questione del marketing, l’immagine… quella roba lì insomma. Lo capisci che mi faranno i raggi x? A me piace cantare. C a n t a r e! Mica fare il modello, trascinarmi in tv o in braccio a giornaliste piacenti… intiendi?
Bocca storta, espressione scettica. Semiseria. (Di mani callose).
- Non proprio. Non è una novità questa storia della visibilità. Perché ti sei dannato cinque anni al corso serale? Perché hai speso tutti quei soldi per un maestro privato?
- …
Tazzina vuota posata dentro al lavello ormai asciutto.
- Se ti preoccupi di quello che diranno i tuoi, la Rosa e chicazzoneso allora lascia perdere. E’un mestiere difficile, lo diciamo da una vita. Ma tu hai talento. E non farmi quella faccia perché hai rotto. Dacci un taglio. La modestia lasciala ai pivellini. Tu ci sai fare. E hai tra le mani un contratto che ti aprirà le porte. Così finalmente la smetterai di lavorare in quella specie di scantinato puzzolente. Dunque?
- …
- Fallo perché te lo meriti. Fallo perché alla fine, sotto sotto, ti solletica l’idea di metterti in mostra. Fallo se vuoi scoprire sul serio fin dove potresti arrivare con la tua musica. Fallo per dimostrarti che ci puoi campare. Fallo perché senza non sapresti come alzarti ogni mattina. Fallo perché diversamente non ti resta niente, non sei niente.
Pausa.
- O non farlo e basta. Smettila anche con la vita spericolata. Al limite della sopportazione. Molla l’insegnate e i provini. Piantala di cercare ossessivamente nuovi festival che ti facciano cantare. Stop ai microfoni. Taglio netto.
La porta della cucina che si chiude ha un sapore metallico. Odore di silenzio. Spazi aperti. Mente che gira, si rotola su se stessa. Corre. Rincorre. Si ferma e guarda. Poi riparte, in discesa fino alla prossima salita. Solletico alla base della pancia. Tensione sulla schiena. Ronzio in testa. Sete. Sonno.
Poi telefonare.

Telefonare?
Si.
E accettare.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 7, 2007 alle 7:19 am

Oltre oceano

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“Sei proprio sicuro di quello che fai?
No, niente. Te lo chiedevo per sicurezza. Magari stanotte hai cambiato idea.
Perfetto. Allora ci vediamo.
Certo, te l’avevo detto. Ci vedremo al mio ritorno.
Chiaro, se ci sei.
Nessuna faccia, no. E’che ho la testa piena di liste. Non vorrei dimenticare qualcosa.
Si alle dieci. Se il volo è puntuale.
Stai. Stai pure. Non serve. Sono a posto.
Ciao.
Ok, fai tu. Ciao.
Ciao.”

La porta che si chiude è un buco nero che assorbe. Tempo trascorso. Ricordi. Emozioni. Voglie.
Non prova niente, Pietro. Non adesso. L’ha lasciata andare perchè era l’unica cosa che poteva fare.
Chissà poi dov’è finito. Quell’amore che gli usciva dei pori. Che lo faceva rientrare la sera fischiettando. Che gli faceva desiderare di averla in ogni momento. Che lo mandava a comprare piante e profumi senza un motivo. Che lo teneva sveglio la notte quando lei stava male (e lui è uno che va in letargo di notte). Che lo portava sul divano davanti a un telefilm assurdo di quelli che lei, invece, adorava.
Chissà.
C’era, questo è sicuro.
Poi.
Poi si sarà stancato. Afflosciato. Rotto. Tirato.
Sarà che le diversità si rafforzano con gli anni.
Sarà che lui ha avuto un’altra. Sarà.
Ora lei va in vacanza da sola. Oltre oceano.

Si infila in macchina alla velocità di un pit stop da F1. Le lancette verdi fosforescenti segnano le nove e cinque. Può ancora. Se preme sull’acceleratore può.
Arrivare prima che lei sia già in viaggio per l’Oltre Oceano. Che sembra un altro pianeta e forse lo è. Che la porta così lontano che neanche il cellulare può colmarla, questa distanza tra loro.
Questa distanza che c’era anche prima, fino a stamattina, pur vivendo nella stessa casa. Eppure.
Eppure poteva allungare un braccio e toccarla.
Ma Oltre Oceano no, non può più farlo. E adesso gli brucia lo stomaco.
Le strade sono semi deserte. Sono tutti in vacanza a metà agosto. Tutti tranne lui. Che le vacanza se le farà a casa. Da solo.
Ma prima deve afferrarla un’ultima volta.
E chiederle scusa.
In modo che le sue scuse si incollino alle valigie e l’accompagnino Oltre Oceano. In modo che lei se ne ricordi, di lui. Anche se forse vorrebbe non pensarci. Va così lontano per quello.
L’aeroporto lo accoglie.
Pietro parcheggia storto e va.
A pronunciare l’unica parola che aveva dimenticato di dirle.
Scusa.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 6, 2007 alle 8:34 am

Due Agosto 1980

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Sospira e si lascia cullare dal movimento ondulatorio della sedia con le ruote.
Fa caldo nel piccolo appartamento. Ed è presto perfino per uscire. Il programma prevede shopping selvaggio pre partenza. Tanto ci sono gli sconti.
Però sono appena le sei e lei non ha più voglia di dormire. Fabio neanche l’ha sentita alzarsi. Sarà nella fase remromrum.
Afferra il mouse e avvia il motore di ricerca.
Due agosto 1980.
Gliel’ha nominata qualcuno, la data. Solo che non ricorda quando e in che contesto. Non importa. E’una di quelle date che rimangono impressa comunque. Lei aveva due anni. Anocora non abitava nell’interland bolognese.
Per cui non ha memorie di quel giorno. Ore 10,25.
Certi avvenimenti ci scivolano tra le dita. Altri no. Perchè li respiriamo con maggiore attenzione. Casualità. Momento ricettivo. Sensibilità temporanea. Chiamatela come volete.
L’undici settembre ad esempio. Lei se lo ricorda, eccome. Ogni odore. Colore. Parole lanciate. Parole trattenute. Sentimenti. Tutto impresso in un cassetto della mente. Pulsante. Straripante di roba forte. Molto forte. Come i filmati, trasmessi a oltranza su tutte le reti, commentatori sconvolti dalle voci a tratti ansimanti poi concitate poi urlanti poi sussurrate poi sibilline poi incazzate poi. Poi.
L’undici settembre, si. Potrebbe raccontarlo ai suoi figli ( se mai ne avrà) o ai nipoti. Ecco, è una di quelle storie da nipoti.
Il due agosto invece latita. Nebbiolina fina ma fitta. Aveva due anni dopo tutto. Cos’altro dire.
Clicca sui link proposti.
Scorre le videate con veloci colpi dei polpastrelli.
Certi avvenimenti si frammentano col tempo. La verità, quella con la v maiuscola, sfugge, si defila. Viene tagliata in pezzi minuscoli e sparpagliata. Deformata addiruttura, a volte.
Legge lei. E i brividi non dipendono dalla brezza estiva tiepida.

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.

[ Fonte : Stragi.it ]

 
Saltella nel mondo virtuale come un equilibrista che si lancia e guarda il vuoto, ma poi riparte.  E ancora. Indecisa. Se quel due agosto è un dolore che può sentire. Afferrare. Spingere giù, accanto agli altri che hanno già fatto la traversata verso il suo cuore.  Che sonnecchiano in un ripiano della sua mente e ogni tanto le pizzicano i tessuti. La fanno lacrimare. Le provocano bruciori e ferite.
Il due agosto millenovecentottanta.
Mentre lei dormiva. O giocava. O rideva. O piangeva. O mangiava brodaglie. O.
Mentre lei aveva due anni e abitava in provincia di Modena.
A uno schioppo di passi da quella Bologna capoluogo che sembrava così lontana.
Così lontana che neanche la conosceva, lei, a due anni.
A due anni ingenui.
Ingenui come quelli che il due agosto hanno pensato di prendere il treno.
Prendere il treno per andare.
Andare senza sapere che non sarebbero tornati.
Taluni sono anche tornati, ma con il corpo e la mente devastati da un’esplosione subdola. Improvvisa. Imprevista e imprevedibile. Silenziosa e assordante. Irriverente. Noncurante. Dolorosa ferita tra i muri di una città che di storie ne ha viste tante.

Smette di cliccare e si alza. Afferra la tazza di caffè fumante e lo sorseggia. Nel silenzio mattutino è più facile pensare. Assorbire gli urti e lasciarli fluire attraverso gli arti, verso gli scaffali.

Il due agosto millenovecentottanta non l’ha vissuto. Ma può ricordarlo. Sapere è potere. Potere di non lasciarsi accecare dall’ignoranza. Dal menefreghismo. Dalla paura per quello che si scoprirà. Sapere è anche ricordare. Trasferire. Non perdere i contorni. E non fingere che certe volte.
Certe volte fai qualcosa di banale e non sai se sarà proprio così.
Se sarà davvero come sembrava, routine insomma.
Se tornerai come hai sempre fatto.
Dal supermercato.
Dal cinema.
Dal parco.
Dalla stazione.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 3, 2007 alle 6:14 am

Prima di averlo

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Piangeva.
Rannicchiata tra il divano e la poltrona, per terra.
Un pianto sommesso. Quasi isterico, una cadenza ripetitiva. Musicale.
E quasi non la si vedeva. Rattrappita com’era. Pallida. Un gatto magro arruffato. A piedi nudi.
- Tesoro, per favore…
Le parole si libravano ma l’aria era secca. Pesante. Si sono schiantate sul tappeto. Stecchite. La donna ha provato ad avvicinarsi ma ha mosso un passo solo. Guardingo. Non era sicura, che fosse il caso, che le si avvicinasse insomma. Certe situazioni scottano. E prenderle in mano può essere pericoloso.
- Vedrai, si sistemerà tutto…
Ridicole frasi da film spazzatura. Che suonano già strane nel momento stesso in cui le si pronuncia. Muffa profumata venduta come crema miracolosa.
Lei non riusciva a smettere, i singhiozzi le muovevano le ossa della schiena. Si riusciva perfino a sentirne gli scricchiolii, delle ossa in collisione. La donna si è spostata verso l’angolo cottura per riempire la teiera e accendere il fornello. Le smancerie non le appartenevano. Non ha mai abbracciato i suoi figli, figuriamoci se iniziava proprio con la vicina di pianerottolo. Graziosa, per carità. Gentile all’occorrenza. Educata con tutti. Ma. Ma la donna non toccava nessuno. Non occorreva. Le parole erano sufficienti, dovevano esserlo.
Stava ancora meditando quando si è accorta del silenzio improvviso. Non piangeva più. Voltandosi se l’è ritrova in piedi, davanti alla finestra socchiusa. Stringeva le lunghe tende ricamate.
- Tesoro… non fare così.
Respiro lungo. Calibrato. Era il momento di ragionare.
- Sai bene che non possono farlo. Non possono toglierti tuo figlio così, sparando stronzate in giro. La legge è dalla parte delle madri, da sempre. Lo sanno tutti. Anche quando… lasciamo perdere. Tu, tesoro, adori quel bambino. Cosa dovresti temere in concreto?
Silenzio.
- Senti, parla con l’avvocato Graziano poi, se vuoi, ne discutiamo con calma.
Ha versato il tè con le ultime parole tra le labbra, poi ha aspettato. Non sembrava intenzionata a spostarsi dalla finestra, lei.
- Tesoro? Bevi e riposati un po’.
Silenzio.
- Tesoro? Vedrai che con una bella dormita…
Finalmente si è voltata. Gli occhi lampeggiavano, due fiamme scure. Feroci. Terrorizzate. Le labbra screpolate erano fessure sottili. La pelle arrossata e i capelli spettinati l’avevano trasformata in. In una disperata.
- Marco è morto, Lina. Nessuno può aiutarmi.
La donna ha aperto la bocca, le è uscita bava bianca. Stupita.
- E loro sono i nonni di mio figlio. Parenti di sangue, mi segui? Sanno come muoversi, hanno le spalle coperte. Un cugino lavora in procura, credo. Comunque sanno. Sanno come trasformarmi nella madre scapestrata che serve.
Ha roteato gli occhi, la donna.
- Serve?
Lei ha annuito con le pupille dilatate. Allucinate.
- Serve alla causa. Per portarsi via Nicola.
Silenzio.
Lei era lì eppure sembrava da un’altra parte. In un altro posto. Stringeva i pugni. Schiena dritta. Secca. Mascella contratta. Spigolosa.
- Il mio Nicola.
Ha appoggiato la fronte sul vetro della finestra. La donna non si muoveva, dietro di lei. La mano che stringeva la tazza di tè tremava, però.
- Passeranno su di me. Prima.
L’alito disegnava sagome multiformi a contatto col vetro freddo.
- Prima di averlo.

Written by Barbara Gozzi

Agosto 2, 2007 alle 6:34 am

L’altra fame

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Ci sono tanti tipi di ‘fame’. Intesa come smania. Esigenza. Desiderio.

La prima volta che è stata usata l’espressione ‘fame di sesso’ qualcuno deve aver riso. D’altra parte è una necessità che, per alcuni, può tranquillamente paragonarsi al bisogno biologico di nutrirsi. La ‘fame di potere’ ha secoli di storia alle spalle. E molti altri che l’attendono. E si potrebbe continuare ancora. La fame. Di successo. Di ricchezza. Di bellezza.

C’è però un’altra fame che di rado viene ricordata. Molti neanche la conoscono. Per nome almeno. Perché coinvolge il cibo e viene quindi identificata con lo stimolo naturale al nutrimento. Reazioni chimiche che ci procurano quell’urgenza perentoria di mangiare. Per non morire. Per dare carburante agli organi, alle cellule, a tutti i tipi di collegamenti che ci tengono insieme.

Peccato che l’altra fame sia qualcos’altro. Il cibo ne è causa ed effetto, in questo si, sono legati stretti. Causaeffetto. Ma nasce da carenze più profonde. Radicate. Nascoste da sorrisi plastici e silenzi rumorosi.

L’altra fame è subdola. Velenosa. Logora i nervi. Annerisce il cervello. Gioca a bocce con le priorità e ne inverte l’ordine. Si diverte, lei, perché spesso vince. E’abituata a vincere. E si sente forte. Invincibile addirittura. Le sue vittime sono fragili. Anime inquiete. Dubbiose. Che cercano. E quasi mai trovano. E hanno la stessa maledetta paura di non farcela.

L’altra fame è più vicina di quanto immagini. Non la vedi. Non la senti. Arrivare. Ma quando ti avvolge sai che la battaglia è iniziata. Sarai capace di togliertela di dosso?

L’una e ventitre minuti. I rumori in strada sono impercettibili, assorbiti dall’oscurità. L’aria umida entra da una finestra. Timida. Le ante sono accostate. La casa è immersa nel silenzio, fatta eccezione per il ronzio del televisore a volume quattro. Trasmette l’ennesima replica di un telefilm americano.
La porta che si affaccia al corridoio è chiusa, nessuno dalle camere da letto deve interrompere il sonno. La notte è fatta per dormire.
Il rumore inconfondibile del frigorifero sembra amplificarsi tra le mura della cucina. Si apre. E chiude. Una, due, tre volte. Gli sportelli della credenza cigolano a ogni movimento. Fruscio di scatolette e sacchetti che cedono sotto la pressione di dita svelte. Piatti e posate che tintinnano allegramente.
Concerto notturno per pochi intimi. Lei sola.
Finalmente assaporare. Masticare. Riempire.
Si abbandona al divano con le mani piene, appoggia il bottino su un cuscino, facendo attenzione a non sporcare niente, e si immerge nel telefilm. Continuando a fagocitare. Gli occhi sono dentro lo schermo, il cervello vede e rielabora, la mente si immedesima e immagina. In tutto questo lavorio l’unico riflesso incondizionato, a cui non deve pensare affatto, è il trasferimento del bottino dal cuscino allo stomaco. Attraverso le fauci che si spalancano ritmicamente e la mascella che mastica. Vorace. Impaziente.
Sono le due e cinque minuti quando sciacqua in tutta fretta forchetta, coltello e piatto piccolo. Il sacco dell’immondizia è ben livellato, con una manata ha appiattito tutti i residui. Lava la mano con il Nelsen per i piatti, contro i microbi è imbattibile. Si spera. In salotto controlla di non aver sbriciolato o unto qualcosa, poi si rituffa davanti alla scatola ipnotizzatrice. L’avvocato occhio-di-ghiaccio sta per vincere l’ennesima causa di stupro anche se c’è una tipa del suo studio che ha commesso un’infrazione e rischia di essere radiata. Peggio per lei, quelle gambe secche sotto le minigonne, con cui si presenta in tribunale sono un reato bello e buono. Disturbo della quieta pubblica delle donne over size. Vilipendio agli affamati.
Sbadiglia e si massaggia lo stomaco.
E’ il momento del pentimento. Dell’odio. Dello schifo.
Con la pancia piena si ragiona meglio, lo dicono in molti, solo che lei li detesta. I ragionamenti che le piombano addosso dopo l’ennesima abbuffata. Le si incurva la schiena per il peso.
Si osserva le cosce. Flosce. Grosse. Il primo segnale che il suo corpo fa pena. La pancia e i fianchi può anche non vederli, basta indirizzare lo sguardo altrove. Ma le gambe no. Le nota anche se non vuole, sono troppo ingombranti e quando sta seduta, come in quel momento, se ne stanno in bella mostra a poca distanza dal viso. Maledette. 
Un’ora fa non gliene fregava niente. Contava solo quell’urgenza. Aveva una fame che avrebbe mangiato un pollo intero. Se ci fosse stato. Invece si è accontentata di pietanze già pronte, trovate qua e là. Prosciutto e maionese. Biscotti al cioccolato immersi nel latte caldo. Patatine fritte in busta e ketchup. La ciambella con la marmellata della zia Edda. In ultimo, giusto perché aveva l’impressione di non essere sazia del tutto, ha trangugiato mezza confezione di sottaceti all’olio d’oliva dentro il gnocco ingrassato, quello che avrebbe dovuto farcire di lì a poche ore per Federico. Devo ricordarmi di preparargli un’altra merenda prima di colazione.
A quell’ora le tentazioni sono troppo forti. Amanti irresistibili. Passionali. Che sanno come accecarla lasciandola scossa da brividi di piacere. Hanno quell’odore inconfondibile, un richiamo carico di promesse. E lei ne ha bisogno. Delle promesse. Per smettere di stare male. Ogni leccornia brilla a modo suo, luccica al punto da accecare tutto il resto. Ansie. Paure. Insoddisfazioni.

Azzeramento dei debiti. Temporaneo ma efficace.

Se solo non ci fossero, le leccornie, se non le avesse sotto gli occhi tutte le sere. Forse. Il prima diventerebbe dopo. Ma c’è un problema: in una famiglia numerosa come la sua, non si può lasciare la cucina vuota. Federico ha dieci anni e Francesca sei. Poi c’è suo marito che da solo saprebbe ripulire metà dispensa. La zia Edda che si presenta all’ora dei pasti per una ‘visita a sorpresa’. Gli amichetti di Federico che a giorni alterni si fermano a merenda. E la lista potrebbe continuare. C’è sempre qualcuno da sfamare. In ultimo arriva lei, che si nutre di notte.

Si nutre.

Quanto tutto tace.
Quando nessuno la disturbare.
Quando è impossibile capire. Vedere.
Apre e si serve con quello che trova. Senza l’impiccio di dover cucinare. Raramente scalda precotti al microonde. Ha paura che i rumori sveglino qualcuno. Sarebbe troppo umiliante lasciarsi guardare con la bocca piena e le mani sporche. Nessuno deve sapere. Immaginare. Sospettare.
Che lei mangia come un maiale.
Che lei ha così fame che mescola i sapori, ignora le scadenze, si riempie di cibo al limite della nausea.
Lo stesso cibo che di giorno rifiuta.
Alla luce del sole si traveste da salutista. E’una vera professionista. A pranzo un’insalatina con poco pane. Molti liquidi durante il giorno. Frutta e verdura. Storce il naso davanti agli snack. Fa la linguaccia ai dolci e rimprovera i grassi saturi e non.
Tutte le colleghe la invidiano.
Solo che non si spiegano come possa avere qualche chilo di troppo. Giusto un paio, sei al massimo, non di più. Ma rispetto a quello che non mangia è incredibile lo stesso.
Sarà la tiroide. Buttano lì.
Una disfunzione del metabolismo. Meditano.
La cucina viene avvolta dall’oscurità. La televisione smette di brontolare.
Adesso si che può concedersi qualche ora di sonno.
Farà ginnastica domani, prima di cena. Smaltirà l’abbuffata a suon di flessioni delle gambe. Non ci vuole poi gran ché. Bastano due o tre cicli da cinquanta.
Si, bastano.
Poi a letto presto, insieme ai bambini. Domani a quest’ora dormirà profondamente e non ci penserà. Agli odori che aleggiano in cucina.
Promesse. Le stesse che infrange ogni giorno.
Eppure non le può evitare, ne ha bisogno per continuare la sua esibizione, in equilibrio sul filo della sopportazione. Quell’equilibrio che la porta in giro ogni giorno con un corpo che rifiuta. Che fatica a guardare. Che la mette a disagio. La fa sentire goffa. Inadatta.

Eppure è una fame che la divora da dentro. Prepotente. Impietosa. Una voragine sempre aperta, che non conosce riposo ne bonus.
Ritorna.
Sempre.
Implacabile.
E allora crolla tutto. Programmi. Auto-imposizioni. Buoni propositi.

E’sempre più forte lei. L’altra fame.

Il videoregistratore lampeggia. La musica urla attraverso le casse. Non come vorrebbe lei, ma si deve adattare. I vicini hanno padiglioni auricolari satellitari, captano anche gli starnuti.
Si è seduta davanti al tavolo, con i fiori di plastica sopra il centrino che cercano di sorridere. Li fissa. Peccato che la plastica non sia particolarmente divertente.

Fuma.
Non le interessa se poi ci sarà puzza. Tanto fra poco deve cucinare. L’odore del cibo ha il potere di assorbire ogni altra esalazione, fagocita tutto. Sempre.

Simone tornerà verso le venti affamato e pieno di aspettative. Filetto al pepe, contorno di zucchine alla piastra con pane alle olive e torta margherita con uno strato di frutta fresca di stagione.
Sbircia l’ora sul videoregistratore. C’è ancora tempo.
Giusto quei minuti necessari.
No.
Inspira e si volta. Non vuole vedere il frigorifero. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Dall’altra parte c’è la dispensa. Andiamo bene.

L’idea di un’unica stanza come cucina e salotto sembrava molto fica quando hanno comprato quell’appartamento. Roba all’americana. Cazzate. Nient’altro che cazzate nude e crude. E’una vera rottura, non c’è posto per fare niente. Se guarda la televisione o ascolta la musica è costretta a sentire la vocina del frigo. Se sta cucinando sente i rumori del salotto e si distrae.
No.
Si alza, butta la cicca dentro la pattumiera e cambia stanza. Resiste appena cinque minuti. La doccia l’ha già fatta. Non ha sonno. Non ha voglia di leggere. E allora?
Rientra con passo incerto, svogliato. Ennesima sbirciata all’orologio. C’è ancora tempo. Minuti preziosi per.
No.
Si affaccia dall’ampia finestra accanto ai fornelli. Macchine. Clacson. Traffico. Tipe in tutine aderenti che portano in giro cani enormi, espressione della totale mancanza di buon gusto della gente in soprappeso. Carrozzine.
Boring.  
Si volta e lo rivede. Il frigo. Amico di tante battaglie perse, nemico subdolo che le sbatte in faccia la sua superiorità. Lui vince sempre, è questo il dramma.
Si avvicina. Ipnotizzata.

Forse non c’è più tempo, dovrebbe iniziare a preparare la cena. Si, dovrebbe proprio. Solo che adesso è lì, lì. Per avviare un contatto. Il contatto. Tra il cibo che aspetta al fresco e il suo stomaco che brontola. Impietoso. Doloroso. Ma brontola davvero? O è la mente che vuole farglielo credere? Che tenta di convincerla con segnali distorti?

Continua a fissarlo.
No.
Lo apre. Finge noncuranza. In ogni caso deve tirare fuori la carne. Giusto una sbirciata.
Quella bastarda della contabilità ha una faccia da schiaffi da manuale. Gliele passano tutte, errori compresi. Sarà per quelle tette che sfidano le leggi della gravità? E io sgobbo come un mulo per un pugno di euro…

No.

Allunga un braccio verso il secondo ripiano.
Simone vorrà fare l’amore dopo cena. L’altra volta stavo male. Per davvero. Ma oggi? Cosa mi metto con questo corpo da pera cotta? Se avessi qualche giorno davanti potrei provare a mangiare meno, qualche chilo lo riesco a perdere con un pò di tempo…
No.
Afferra un formaggio fresco. Biancastro. Molle. Profumato.
Questo fine mese iniziano le rate della macchina. La bellezza di euro 180 a botta sul groppone. Centottanta euro in più che volano via senza chiedermi il permesso. Almeno la carta di credito pretende la firma, ogni volta che la uso. Il bancomat vuole il codice. Ma le rate no. Ce la farò? In teoria si… forse dovevo rinunciare alla pizza della settimana scorsa e al cinema. Ma se il mio conto va in rosso cosa mi fanno?
Lo annusa.

Aumenta la salivazione. Le narici si ingrandiscono. Le mani iniziano a tremare. Lo stringe come un avvoltoio con la sua preda.
Una volta in più non cambia niente…

Addenta il formaggio con un balzo felino. In piedi davanti al frigorifero aperto. Con gli occhi sulla confezione aperta di salumi, lasciata in bella mostra sull’ultimo ripiano. L’odore della mortadella le solletica il naso. La scelta è fatta, in un istante.
Il solito istante.
Quello che calma l’anima.
E aumenta i cuscinetti di grasso. I suoi cuscinetti che la fissano sotto la doccia facendole pernacchie e smorfie patetiche.
Ma non adesso.
Il sapore sulla lingua è favoloso, insostituibile. Tutto il resto viene assorbito dai morsi. Durante la discesa verso lo stomaco che attende con trepidazione di sentire.

Riempire.

Almeno per ora.

I vuoti.

Alle venti e tredici minuti serve la cena. La torta margherita sta terminando la cottura in forno. Diventa croccante giusto in tempo per concludere il pasto, la guarnisce in fretta con la crema già pronta e la frutta tagliata mentre Simone finiva la doccia. Voilà!
Tutto perfetto.
Come sempre.

Ha spiluccato il filetto e si è tuffata sul pane alle olive come un drogato in crisi d’astinenza. In effetti si sentiva già sazia dopo lo ‘spuntino’ pre-cena, ma cucinare ha risvegliato il bisogno.

Sazietà. Tepore. Stordimento. La voglia di prolungarli è irrefrenabili. Anche la torta non è male. Tiepidobollente ma buona. Tre porzioni generose spariscono in pochi minuti. Simone è intento a seguire una trasmissione sportiva, non guarda neanche il piatto che ha davanti. Figuriamoci se fa caso a quello che succede dall’altra parte del tavolo.

Adesso si sente bene. E’ come un palloncino pieno d’aria teso, fino al limite, poco prima di scoppiare.

Gonfia e in pace. Intorpidita.

Non c’è posto per nient’altro.

Pensare è troppo faticoso. Ed è meraviglioso, finché dura.

Appuntamento a domani pomeriggio, quando  l’altra fame tornerà.

Din.

Round numero…

Go!

 

Written by Barbara Gozzi

Agosto 2, 2007 alle 6:32 am