Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

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Il dolore c’è

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Il dolore c’ è.

Quello che ti apre lo stomaco, lo taglia spostandone i brandelli molli, e ti strappa le viscere, una a una.
Quello che ti fa sorride mentre dentro, giù fino ai reni senti urlare così forte che ti stupisce come nessun altro possa sentirle (le urla), mentre tornando sù, alla base dell’esofago i singhiozzi premono contro le pareti, le tirano fino a renderle sottili e trasparenti nella speranza di trovarci una minuscola via di fuga ci sia, un forellino sottile dentro cui strisciare.
Quello che ti trascina sul divano con addosso un piagiama bucato e sporco poi ti infila tra le mani sacchetti enormi di patatine unte che si agiteranno nel tuo stomaco finchè sarai tutto verde – e non per la digestione-.
Quello che ti costringe a truccarti fino alle ginocchia, due o tre strati di fondotinta, almeno almeno, per non svelarti, impedire al mondo di sentire chi sei – nessuno deve saperlo, mai -, fai quello che vuoi ma non dimenticartene.
Quello che ti arrossa il naso quando scopri una vecchia fotografia nel portafoglio che neanche ricordavi di avercela messa eppure se ne sta lì e ti guarda innoqua, ti riporta indietro trascinandoti per una manica, senza troppi formalismi.
Quello che la notte non può lasciarti dormire, perchè il riposo non ti è permesso finchè lo sentirai, questo dolore, al punto da non riuscire a bloccare l’onda anomala – perchè sono diventate tutte a-nomale -.
Quello che se ne senti parlare (della causa scatenante) , le gambe ti diventano molli e devi scappare lontano finchè le luci si saranno abbassate e allora si, potrai anche fermarti, per stavolta.
Quello che si attorciglia attorno al tuo collo e stringe, sempre più forte e poi ancora, e ancora, ma tu non ti dimeni – non tanto comunque- perchè sai che presto smetterà -(qualcosa lo hai imparato dopotutto).
Quello che ti fa lacrimare nei momenti più impensati, quando dovresti mostrare il muso duro, che il mondo non deve scalfire perchè è rivestito di criptonite e invece niente, le lacrime scendono e tu puoi solo arrestare la loro corsa, acchiapparle in fretta e nasconderle in tasca.
Quello che ti dice ‘io ci sarò sempre, ricordalo perchè senza di me non sei niente’ e tu taci, perchè sai che non c’è altro da aggiungere.
Quello che si annidia dentro la cornea e oscura tutto perfino i ricordi che avevi dei colori, dentro i timpani attutisce i rumori e tra la lingua trasforma la materia in poltiglia insapore.
Quello che gioca a bocce con le tue priorità e le disintegra con una risata, la stessa che hai fatto tu mettendole in ordine poco fa, le priorità così belle e luccicanti, che davano in senso a tutti. Poi. Però.
Arriva lui e non sai più niente.
Non capisci più niente.

Il dolore c’è.

Perchè lo nascondi? Smettila. Te lo dico per il tuo bene. Credimi.

Il dolore.
Resta anche se lo copri. Con risate scomposte o maglioni di lana. Non illuderti, è tempo perso. Non fidarti di chi ti dice che passerà. Si, passerà. Ma solo quando.

Quando ti deciderai a farlo uscire. Il dolore.

E fregatene se ti dicono che no, meglio di no. Oggi non c’è tempo. Domani non ti devono vedere in certe condizioni. Poi c’è da finire quel lavoro. Raccontare la fiaba ai bambini. Cucinare perchè vengono a cena gli zii. Andare al cinema se non che vita di merda è.

Non entrare. In quel club così esclusivo che tutti ci sbavano davanti. Quello dove è importante essere. Mostrarsi. Volere. Lottare. Sorridere -sempre e comunque, come unica fede- e poi sgomitare. Mai lasciarsi andare. Peccato mortale! Nessuno deve sapere. Nessuno è interessato (e qui ti devi impegnare perchè se te ne scordi rischi ematomi permanenti).

Lascia perdere, credimi almeno stavolta. Credimi perchè io ci sono stata, in quel club esclusivo. E sono scappata a piedi nudi. Ho lasciato dentro i tacchi, il rossetto effetto bagnato e l’orologio firmato. Non me ne frega più niente. Vuoto. Sai perchè?

Perchè il dolore c’è.
Lo sento sulla pelle, attraverso i pori. In mezzo alle articolazioni. Dove si muovono i muscoli e pompa il sangue. Dentro, tra succhi gastrici. Si, proprio lì. Poi più sù, tra la schiena e la testa. In quella congiunzione che non ha un suo senso compiuto. Se ne sta lì. Unisce gli organi e sembra annoiarsi. Sembra.
In realtà soffre. Con me.

Perchè il dolore non se ne va. Torna quando gli pare. Non avvisa e apre la porta con le chiavi di riserva, quelle universali che nessuno gli può strappare, sono sue per diritto divino. Te lo trovi a tavola che è un attimo. Un maledettissimo fottutissimo attimo. Tanto basta per ricordarlo. Respirarlo. Sentirlo ovunque.

Se proprio non mi vuoi ascoltare ricordati almeno di annullarti per bene. E’l'unico modo. Devi trasformarti in qualcosa che piano piano non sente, non entra nei meandri dei sentimenti. Sordo. A tutti e per tutto. I colori non devono essere luminosi. I sorrisi non possono essere corrisposti. Provare emozioni è bandito per regolamento. Guai!
Se proprio non mi vuoi ascoltare sappi che stai per diventare qualcos’altro. Diverso, certo. Ma poi? Ti piacerà questa cosa? Sicuro?

Il dolore è sapere che qualcosa non va. Che sei vivo e non te lo scordi. Che non lasci a nessuno il diritto di impedirti di provarlo. Il dolore.
Il dolore è necessario. Faticoso. Ghiacciato. Traditore. Pesante. Opprimente. Feroce. Lento. Silenzioso. Misterioso. Eppure sincero. Pulsante.

Finchè provi dolore puoi stare tranquillo.
E non è una questione di cuore che batte, quello funziona comunque a dispetto di ci vuole vedere sentimentalismi sterili. E’un fattore emotivo. Di odori. Luci. Suoni. Rumori. Gusti. Parole.
Parole.
Non perderle, le parole.
Per favore non farlo.
Liberale.
Lasciale uscire poi guardale allontanarsi.
Sono loro che ti salvano.
Anche dal dolore.

Written by Barbara Gozzi

Luglio 17, 2007 alle 9:04 pm

Pubblicato in 2007, grattare, pensierando, sentimenti