Iris
And I’d give up forever to touch you
’cause I know that you feel me somehow
You’re the closest to Heaven that I’ll ever be
And I don’t want to go home right now
Cammino.
Fa freddo, umidiccio stantio. Non importa. A me non importa. Ho deciso e non torno indietro. Per fare cosa?
So che mi senti. Attraverso microchip. Percorri chilometri infiniti di cavi, di corsa. Sfrecci. Invadi i circuiti del mio computer, senza fiato. Ansimando per la fatica. Su sempre più su. Rintracci il collegamento e risali fino al mouse. Lì incontri i polpastrelli. I miei. Sudati. Molli. Isterici.
And all I can taste is this moment
And all I can breathe is your life
And sooner or later it’s over
I just don’t want to miss you tonight
Ho assaporato ogni momento. Ti ho immaginata. Sognata. Svestita. Annusata con la faccia spiaccicata contro lo schermo freddo. Ti ho scritto. Tanto. Sempre. Di tutto. Liberamente.
Ho assaporato ogni momento perché sapevo. Che poteva essere l’ultimo.
Start. Spegni computer. Arresta sistema.
Anche il ronzio della ventola si ferma. Tu non ci sei più. Non voglio perderti, non stanotte. Ma devo.
And I don’t want the world to see me
’cause I don’t think that they’d understand
When everything’s made to be broken
I just want you to know who I am
Sono arrivato. Il ponte è scuro. Nero e profondo. Sotto si sente il chiacchiericcio della notte. Quello che accompagna ogni trattativa. Squittii. Voci profonde. Sgommate.
Lei mi sta aspettando appoggiata a un palo. Che non fa luce perché è rotto. Non funziona. Come me. Le allungo le banconote. Neanche controlla. Le infila nella borsetta e ci incamminiamo. I gradini sono stretti e sconnessi, li percorriamo a due la volta. Anche lei che con gli stivali sembra più alta di venti centimetri. Raggiunto il bordo della strada ci fermiamo. Sotto di noi il mercato dei corpi è una pentola in ebollizione. Con uno strattone mi butta per terra, l’erba è umida. Mi solletica la schiena riparata dal tessuto della camicia di cotone. E.
Tu devi sapere chi sono.
And you can’t fight the tears that ain’t coming
Or the moment of truth in your lies
When everything feels like the movies
Yeah you bleed just to know you’re alive
Volevo farlo. Ora sai. Non te ne saresti accorta, puoi arrivare solo fino ai miei polpastrelli. Eppure. Tu senti. Ascolti. Le vibrazioni che attraversano la tastiera. Cadenze. Frequenze. Sospiri metallici. Simboli neutri che trasudano significati.
Credevi.
Mi è arrivata quest’immagine sfuocata. Dolciastra. Nauseabonda. Incrociarsi on line, piacersi fino all’incontro vero. Scintille e tante colombe in volo.
In questo credevi?
La verità è una bugia al contrario. E io sono il degno riflesso di uno schermo piatto che deforma le immagini. Le allunga a piacimento.
Noi due siamo uguali. Vivi solo perché respiriamo e ci trasciniamo davanti a una macchina che sputa colori. Parole. Immagini. Suoni.
Nient’altro.
Quello che facciamo nell’altra vita, a computer spento, non esiste davvero. Bisogni e necessità primari.
Nient’altro, Iris.
Iris.
Perché devo ancora usare il tuo nickname?
[ Musica: Goo Goo Dolls, ‘Iris’ dall’album ‘Dizzy up the girl’ (1998) ]