Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scrittura, schegge di storie.

Coelho Paulo – La strega di Portobello

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Ci sono due macro-elementi che in questo romanzo ne determinano l’andamento, un vago senso di odio-amore in contorsione.
Il primo, caratterizzato dall’immagine della ’strega’ e dunque da tutta una vasta gamma di evoluzioni moderne al concetto. La filosofia della ‘Madre’, delle percezioni, del sentirsi e lasciarsi andare con e attraverso diverse tecniche (la danza, la calligrafia, il cucito…).
Il secondo (ma non per importanza, solo per consapevolezza, perché si coglie dopo, all’inizio si resta catalizzati dal primo macro-elemento, è inevitabile), l’Amore.
Perché in fondo, specchi per le allodole coperti, questo romanzo è una storia d’amore, secondo me. Di tanti amori diversi, anzi. Di una donna vista da mille e più occhi, attraverso angoli e spigoli spesso incomunicabili eppure da dove lei, comunque, emerge.

Durante le conversazioni, ho potuto notare che le cose non sono assolute, ma esistono a seconda della percezione del singolo: spesso la maniera migliore per sapere chi siamo è quella di cercare di scoprire come ci vedono gli altri.

(pag. 22)

Ne esce una protagonista complessa, a tratti quasi assurda eppure carismatica proprio per questo suo scivolare oltre le regole, toccando un ‘terreno delicato’ che oggi è spesso temuto, guardato con sospetto da chi crede e chi no ovvero la fede oltre la religione, il credere nelle percezioni sensoriali soggettive, nelle energie interne da liberare, nei riti che trasformano, nelle capacità oltre il corpo. Tutto questo veicola l’attenzione, indubbiamente. Non per niente il titolo lì punta il dio. La strega.
Invece no, superando l’impasse, guardando oltre l’immaginario di pozioni, celebrazioni sataniche, mistificazioni e trasformazioni dell’anima, oltre il ritmo che rallenta, oltre l’eccessivo bisogno di dettagliare ogni racconto dilatando un tempo che già pare eccessivo, per la trama in sé; oltre tutto questo. Resta quest’Amore che solo nelle ultime pagine prende corpo, anzi, si palesa come non materia, in molti sensi, come tutto e niente, come presenza sentita ma anche ricordata.

“L’amore non è un’abitudine, un impegno o un debito. Non è il sentimento che ci insegnano le canzoni romantiche – l’amore è. E questo è il testamento di Athena, o di Sherine, o di Hagia Sofia: l’amore è. Senza alcuna definizione. Ama, e non porti molte domande. Semplicemente ama.”

(pag. 262)

C’è poi, sul finale un espediente che mi è parso di per sé geniale, un colpo di coda decisamente inaspettato che trasforma parte del racconto, risveglia il lettore.
L’intero romanzo è una sequenza di racconti. Diversi personaggi, che hanno conosciuto la protagonista, Athena, in modi e maniera e tempi differenti, ma che comunque ’sono informati dei fatti’ si prestano a raccontare, appunto, pezzetti dell’intera storia che, seppure attraverso frammenti, mantiene una ragionevole linearità spazio temporale. Avevo già letto un’altra storia raccontata con lo stesso espediente narrativo, ‘l’amore paziente’ di Anne Tyler. Eppure qui Coelho tende l’intreccio, intervalla le voci con velocità eppure ogni singolo racconto è pieno e unico (spesso anche lento, come già accennavo). Ogni voce ha qualcosa da lasciare e lo fa senza dimenticare se stessa e la unica e indiscussa protagonista ovvero la strega, Athena. Il problema, forse, la causa di una certa ‘pesantezza’, di una sorta di ‘odio’ maturato con calma, sta proprio nel voler eccedere nei dettagli multiangolo, nel permettere a ogni singola voce di spiegare a modo suo, virando ogni tanto, riportando dialoghi infiniti, chiarimenti tra personaggi che il lettore segue ma perdendosi, forse troppe volte, forse perché è di lei, di Athena che aspetta di ascoltare la voce, o forse perché la tecnica narrativa stessa impone questa sorta di accelerate, virate e retromarce.
Poi l’intera ’sfera dell’occulto’ scatena perplessità, credo sia inevitabile. Al di là del credere o meno, in questo o quello o niente in particolare. Viviamo in una società abituata alle fattucchiere, ai finti guaritori, alle cartomanti e affini. Sappiamo che lì, in quella sfera oltre la materia, è facilissimo mentire, manipolare, giocare con le paure e le disgrazie della gente. Dunque, questa protagonista è difficilissima  farsela piacere, ammesso che sia poi quello il senso, il bisogno del lettore. Eppure in una storia costruita su frammenti differenti, assemblati tra loro ma mai coincidenti; in questa narrazione spigolosa, il tratteggio di una protagonista complessa, controversa, a tratti umana diversamente quasi ultraterrena. Credo che tutto questo renda complessa la lettura, scateni quell’odio-amore già accennato in precedenza.

Avrei potuto spiegarle che stava seguendo il cammino classico di una strega che, attraverso l’individualità, cerca il contatto con i mondi superiori e inferiori – ma finisce sempre per distruggere la propria vita: si impegna per gli altri, diffonde energia, senza mai riceverne indietro.

[…]

E’importante permettere al destino di interferire nelle nostre vite e decidere ciò che è meglio per tutti.

(pag. 105,107)

Ciò che accade in effetti, gli sviluppi nella trama, di fatto non sono poi così coinvolgenti, in alcuni casi sono – devono esserlo – prevedibili. Eccetto il finale. Dove il cerchio si chiude alla perfezione, entro una perfezione inaspettata proprio perché ormai il lettore si è abituato al ritmo del resto del romanzo. Dunque lì, proprio in dirittura d’arrivo credo si senta nitidamente l’estro, la creatività e l’arte di Coelho che si sfogano, in un certo senso, che tirano fuori tutta l’energia improvvisa, da colpo di scena.
Un romanzo complesso, in sintesi, pieno di rischi (per il lettore di sicuro) e qualche rara perla da saper cogliere però, che richiede attenzione, perché lì tra visioni e intrecci, Coelho lascia briciole in attesa che ‘un Pollicino’ le colga.

“Sono sempre stata una persona irrequieta. Lavoro troppo, mi occupo molto di mio figlio, danzo come un’ossessa, pratico l’arte della calligrafia, frequento dei corsi di perfezionamento per venditori, leggo un libro dopo l’altro. Tutto per evitare quei momenti in cui non accade nulla, perché gli spazi in bianco mi suscitano una sensazione di vuoto assoluto, nel quale non c’è neppure un’infinitesimale briciola di amore.”

(pag.127)

Interessanti le osservazioni di Deidre, la guida di Athena, a libro appena iniziato. Interessanti, dicevo, gli archetipi classici in cui le donne si identificherebbero: Vergine, Martire, Santa, Strega. Impossibile non sorridere facendosi ‘due conti’.

Written by barbaragozzi

Luglio 11, 2009 alle 2:27 am

Pubblicato in 2009

Il ponte

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di Barbara Gozzi

“Sono sempre stata una persona irrequieta. Lavoro troppo, mi occupo molto di mio figlio, danzo come un’ossessa, pratico l’arte della calligrafia, frequento dei corsi di perfezionamento per venditori, leggo un libro dopo l’altro. Tutto per evitare quei momenti in cui non accade nulla, perché gli spazi in bianco mi suscitano una sensazione di vuoto assoluto, nel quale non c’è neppure un’infinitesimale briciola di amore.”

(’La strega di Portobello’ di Paulo Coelho – pag.127)

Trovare un senso alla giornata.
Riuscirci insistendo, smettendo di guardare l’orologio muto e immobile, e tirando fuori energie perse, evaporate.
Scovare la forza di farsi piacere quello che c’è, i gesti ripetitivi, autonomi e inutili, gli spazi che bloccano limitando gesti e azioni.
E continuare ancora e ancora a fingere che ci sia, qualcosa di sensato da fare, che ci sia quel dopo che invece è vuoto, ingegno vano, stupidità.
Trovarlo, il senso che da il via alle ore, le fa scorrere regolarmente senza renderle pesanti, faticose e insopportabili.
Non è cosa da tutti.
Poi smettere di sentirsi urlare dentro, di strepitare col corpo immobile, all’apparenza rilassato mentre dentro – nel suo fondo – ogni singola cellula si strizza contro le altre, stare fermi è impossibile, alienante.
Si potrebbe anche riconoscerne un altro. Di senso. Ovvero non cercarlo,  smettere di credere alla sua esistenza. Tra giornate, gesti, nell’essere. Si potrebbe non ascoltare quella linfa che pulsa, spinge e continuamente raspa. Cedere.
Ce.De.Re.
Il giorno cos’è poi? Il preludio alla notte. Ma poi anche viceversa.
Le nove servono a suggerire le dieci. E le dieci per le undici. Via così, sempre, comunque.
Azioni, lavori, mestieri. Riempitivi spazio temporali nonché economici.
Dunque?
Cosa importa come, dove, in che modo, quanto e con che ‘residuo’.
Cosa importa l’inutilità, l’assurdità, l’attesa di un dopo che poi è speculare?
C’è un salto preciso, tra l’adesso e il poi, tra questo gesto e il successivo, una parola e l’altra, chiudere e riaprire gli occhi. E quello spazio lì, intermezzo lo si potrebbe battezzare, non si può eludere. Esiste da sempre. E’ l’unico margine impossibile da riempire. E’ il ponte tra le cose. E quando lo si attraversa pare che tutto si fermi, rallenta perfino il flusso temporale. Lì, dunque, tutto si chiarisce, diventa evidente, indiscutibile. Disperato.
Non l’ho trovato, il senso.
E fatico a smettere di cercarlo.
Se non c’è, un motivo, una logica, il ponte si allunga, diventa illlimitato, scricciola ma non cede.
Non c’è l’uscita, non la vedo. Cammino, corro, saltello, e ancora un passo davanti all’altro. Niente.
Sono incastrata in una congiuzione che non ha fine. Se guardo sotto, il vuoto. Sopra idem. Attorno non c’è granchè, qualche mano ogni tanto, parole appena sussurrate e rapite dal vento.
Alla fine l’inevitabile lotta si trasforma in resa. O attesa. O semplice respirazione.
Ma se potete, se lo riconoscete prima di salirci, prima del risucchio. Se. Evitatelo, fuggite, fate qualunque cosa eccetto ascoltarlo perchè a lui – al ponte – di voi non interessa nulla. Fagocita e azzera, è il suo mestiere, è appena una congiunzione, in fondo.
Appena un intermezzo. Appena silenzio bucato.

Written by barbaragozzi

Luglio 7, 2009 alle 2:26 am

Pubblicato in 2009

Grugni Paolo – Mondoserpente

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Pillole da un libro (agitare con cura)

Pensando a ‘Mondoserpente’ di Paolo Grugni (Alacran Edizioni) mi vengono in mente due concetti: punto di rottura, flessione sperimentale.
Di fatto è un romanzo che gioca coi punti di rottura, e ci gioca premendoci contro il più possibile, miscelando tecniche narrative, andando a plasmare uno stile che assembla, abbandona punteggiatura e convenzioni che segnalano. (Ir)rompe strutture. Passato, presente, discorsi diretti, pensieri. Tutto pulsante, ‘vivo’ in quanto depurato da sospensioni e intermezzi formali. Tutto assieme, in un gioco di incastri tra prosa, poesia, e struttura simil teatrale usata per i dialoghi.

Il ricordo
Non rende immortali
è il ricordo
a rendere mortali
le persone
perché se non so che esisti
tu non puoi morire
e non puoi
farmi morire
(pag.201)

È una lingua sensoriale, quella di Grugni. Che nella forma muta pelle. Mentre la storia, il ‘come’ che è fondamentale per catturare attenzioni, incatenare il lettore e presentare situazioni, personaggi; il come dunque mastica gli svolgimenti, li tende e rilascia a piacimento.

Stirpe si siede su un lato del divano, Mary su quello opposto – non volevi offrirmi un caffè – si, subito – lei si alza, in cucina rumore di tazzine lavate, poi il soffio asmatico di una fiamma che si accende, la raggiunge e l’abbraccia da dietro – non ti sembra di andare troppo in fretta – scusa – ma non toglie le mani dal seno, o questa volta o mai più, lei si gira e lo bacia, le lingue ruvide e le mani che si aggrappano ai genitali, l’inizio di un amore, bei ricordi, ci ripensa, la fine era lontana, ma se è vero che c’è un inizio allora c’è anche una fine, quindi una cosa è già finita quando inizia, mi piacerebbe però innamorarmi ancora.
(pag.14-15)

È stato definito un antitriller, per esigenze di marketing io credo. Di certo non lo è, triller. Non solo. È figlio della sperimentazione. Di quel tipo di sperimentazione rischiosa, secondo me, dove molti degli elementi cardine a cui il lettore è abituato si sbriciolano. È necessario abituarsi a un’incedere preciso, a focalizzare l’attenzione anche sulla lingua, oltre alle immagini e i pensieri che scatana. Il rischio è tutto qui, in fondo: in una richiesta di attenzione costante, nel modificare continuamente registro, tono e sapore. Perché non si può leggere tutto allo stesso modo (o no?).
Grugni ci prova. Con coerenza e insistenza pericolosi. Perché superato l’empassé iniziale si rischia l’effetto dipendenza.
’Mondoserpente’ è dunque un buon esempio di romanzo che attraverso la mera lettura insegna (insegna di scrittura, dello scrivero attraverso appunto rotture, miscele e ritmi). Tutti i libri lasciano tracce, molto dipende dal lettore, dall’imperfetta soggettività di chi li avvicina, ci entra dentro poi ne esce (e anche qui è il ‘come’, che fa la differenza, sfuma e plasma briciole da conservare tra tasche delle memorie). Ma in questo romanzo è proprio la lingua, la continua sfida verso punti di rottura quasi tangibili, il tentare sperimentazioni evidenti, impossibili da trascurare (senza perderne rumori, colori e odori necessari).
Allo stesso tempo è anche un ottimo esempio di mediazione costruttiva. Grugni è autore sensibile, ‘pieno’ di molto da dire, lasciare, raccontare. La sua è una ricerca sfociata nelle narrazioni, che rischia di stringere fino a soffocare dentro dinamiche e schemi consolidati.
Ed è qui, secondo me, che sono subentrati i compromessi.
‘Mondoserpente’ si è aggrappato ha elementi intriganti, che ammiccano al lettore, lo incuriosiscono. C’è una Milano ostile, marcia dentro, che spurga melma (e che ho ritrovato, nella crudeltà, quanto nell’inevitabiltà in un’altra autrice contemporanea: Elisabetta Bucciarelli). C’è uno spietato assassino dai contorni sfocati, uno di quelli seriali che uccide con un rito che neanche nel CSI più moderno e tecnologico, pare possibile. Ci sono due protagonisti che gli danno la caccia, per motivi diversi e che vengono svelati lentamente, attraverso un processo che ne favorisce l’immedesimazione nel lettore (sono entrambi figure imperfette, con fragilità e brutture del vivere quotidiano, lontani dall’immaginario dell’ispettore bello e dannato dei vecchi polizieschi).
Poi le miscelazioni fantastiche, il ribaldamento del ruolo classico del ‘giallo’ che deve cercare il colpevole mentre in questo romanzo è più forte, pulsante, l’intento dei due protagonisti di lasciarsi trovare.
Compromessi, come accennavo, che hanno permesso a Grugni di impastare una storia capace di stupire e coinvolgere camminando oltre la sottile linea delle regole, delle aspettative quanto delle catalogazioni. Camminando in territori meno esplorati ma a lui congeniali, dove sentirsi più libero di esprimersi.
Dell’ ‘oggetto-libro’ si può dire ben poco: la copertina realizzata da Bonsaininjia è molto bella, il serpente stilizzato è un simbolo nerissimo per chi lo prende in mano. I caratteri che facilitano la lettura. Nell’insieme decisamente un oggetto piacevole.

Mondoserpente
di Paolo Grugni
Alacran Edizioni, 2006
Isbn: 88-89603-44-5
Pag.248, Euro 14,80

Una bella e significativa immagine su Flickr ispirata dal romanzo: Qui è Milano

Written by barbaragozzi

Luglio 4, 2009 alle 9:19 am

Male

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di Barbara Gozzi


Malessere. Essermale.

Ricorda quando ne hanno discusso, a lungo, con ragionamenti puntigliosi e quell’innocenza testarda degli adolescenti sfacciati. Ricorda anche gli esempi. A Sonia veniva sempre in mente la zia, Teresa, una di quelle persone con un soprannome che ha senso solo per chi la conosce, dunque non per lei. Strega, si sussurrava nel quartiere, durante riunioni di famiglia che puntualmente la donna evitava. Però Sonia la nominava in continuazione, quell’estate nel mezzo degli anni ottanta. La portava a esempio di malessere, ne faceva soggetto, giuria e imputato di quanto si potesse essere sfortunati, disperati, soli senza aver fatto nulla. Così. Per libero destino, si erano dette loro due, amiche da sempre, ragazzine alte e con la pelle ancora ‘vecchia’, con le croste e i pori dilatati dell’infanzia in fuga.
Ma poi erano arrivate anche altre logiche.
Oggi se l’è ritrovate davanti.
E saprebbe anche spiegarselo, il motivo di quell’arrivo improvviso, del viaggio nel tempo, se smettesse di mordersi le pellicine attorno alle unghie.
Forse è un essermale, aveva detto Sonia, una specie di istinto. Zia Teresa non era mai stata una brutta donna, anzi, un tantino bassa ma formosa al punto giusto, coi capelli castani morbidi, il naso piccolo. Graziosa l’avevano definita, piacente avevano sentito dire altre volte dai Grandi (non grandi come loro, beninteso, ma gli adulti veri e propri, i vecchi-vecchi che ormai potevano solo morire, altri passaggi intermedi non ce n’erano).
Dunque graziosa e piacente, zia Teresa. Con una casa ereditata dai genitori. Non se la passava poi così male, insomma. Eppure.
C’era nel suo modo di stare, essere, qualcosa che stonava. Infastidiva e confondeva.
Era quel malessere lì, ripensa, quello su cui da ragazzine avevano spettegolato in molti pomeriggi afosi, tra giri in bicicletta e granite insapore.
Però magari essermale era necessario, stare-male perché lo si è, male. Lo si merita, in un certo senso. Perché solo così si esiste, non ci sono scuse o sconti di pena.
Alla fine dell’estate si erano tranquillizzate, lei e la Sonia. Doveva essere così, era la spiegazione più logica (per loro).
Non si sceglie il dolore, non lo si cerca men che meno cattura.
Dunque zia Teresa aveva questa specie di ‘dono’ per leggitima acquisizione, dalla nascita in pratica.
Mai, decisamente mai, era venuto in mente di spiegarlo, alle due ragazzine. Quel male che fagocitava zia Teresa, che la rendeva ossuta e raggrinzita, che la faceva sbiancare, e tremare. Mai si sono chieste chi era. Il male non è essere. Esiste e basta. La colpa, perchè di questo si trattava, era di quella donna capitata tra i parenti di Sonia ma lontana da ogni senso del vivere che conoscevano. Loro, due ragazzine padrone del mondo su biciclette bourdeax, cestino nero davanti e due marce con cambio manuale.
Ricorda, si, e non le piace per niente.
Vorrebbe telefonarle, ora, nella vaga speranza di tranquillizzarsi. Ma poi, chissà dov’è Sonia. A Roma o Napoli, in una delle mille filiali a strappare contratti e blaterale su compravendete innovative.
Si rigira nel letto ancora indecisa.
Addosso solo una lunga sottoveste di seta ormai sgualcita e sbiadita. Rosa pallido che con la pelle smorta che si ritrova la rende molto simile a Morticia, che però aveva i capelli neri, lunghissimi e splendenti. Lei no. Li tieni sfilacciati, di un biodiccio banale. Rosa. Giallo. Bianco. E la nausea risale, gli acidi scivolano, tra esofago, fegato, interiora.
Zia Teresa, anche lei la chiamava così, aveva sempre un ottima ragione per stare male, per quel malessere diffuso, pressante, opprimente che la rendeva incapace di. Qualunque cosa, alla fine. Eccetto forse amare. C’era stato quel ferroviere, il nome proprio non l’ha memorizzato, ma era alto e robusto, proprio bello. Si guardavano in un modo che ancora non sapeva spiegare, lei che faceva la smorfiosa e si metteva il lucidalabbra sentendosi ‘grande’. E zia Teresa pareva trasformarsi perfino nelle pieghe delle mani, quando c’era anche lui. Poi più niente. Non ricorda cos’è successo, forse non lo dissero, erano appena delle ragazzine ignoranti, nessuno si preoccupava di spiegare. Ci sarebbe stato tempo, per quello. Il ferroviere non si è più fatto vedere comunque, con zia Teresa (che non era sua zia ma l’aveva sempre chiamata così, forse perchè da bambina passava interi pomeriggi a casa sua, la donna preparava la merenda, raccontava tonnellate di storie buffe e avventurose, forse perchè sembrava appena un battito d’ali vicina ma all’epoca ancora non sapeva. Non. Sapeva. Quanto.)
Si decide per la resa.
Non si alzerà per oggi.
Aspetterà di puzzare, verso pomeriggio.
Di provare noia, vuoto e fastidio tra le ossa per essere rimasta nelle stesse tre posizioni tutta la notte e parte del giorno.
Aspetterà di avere le guance indolenzite. Di tremare e sudare.
Poi dovrà decidere di nuovo.
Il pavimento sembra lontano. Da dov’è,  nascosta da strati di coperte, non pare ragionevole. Scendere. Poi?
Malessere, e sghignazzavano.
Essermale, e si facevano facce assurde, lei e Sonia, linguacce e occhi storti.
Chi vorrebbe essermale?
Nessuno certo.
Ma forse ci si nasce.
Anzi no.
Le basta guardarsi allo specchio, fissarsi dita, gomiti o ginocchia.
Essere.
Male.
Male.
Di essere.
C’è qualcuno che piange,  sotto le coperte o nella stanza ma vicino, molto, addosso. Sente.
Ormai sa.

Ora che non ci sei,
che manchi qua dentro, ovunque.
Ora che aspetto qualcuno che già mi stringe la gola.
Il Nulla.
Mi chiedo se potrò, ancora, nuovamente,
resistere senza, rialzarmi, tornare là fuori
come se tu non fossi mai stato.
Come se non lo sentissi, il Nulla,
neanche lo vedessi, nell’inutilità di essere.
Ora.
Non posso.

Written by barbaragozzi

Luglio 3, 2009 alle 2:25 pm

Pubblicato in 2009

Bernardi Luigi – Senza luce

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Un paese alla periferia di Bologna. In una notte senza luce, una serie di abitanti-personaggi si rincorrono, svelano, scoprono, all’ombra di una tragedia annunciata dai risvolti complessi.

Bernardi è un abile giocoliere. Gestisce molte voci coerenti ognuna nel proprio micro mondo di impegni, scelte e umori. E ognuna persa nel proprio angolo di disperazione, confusione, incertezze, paure e nevrosi.

Una notte senza luce, dicevo, perché il titolo racchiude i simboli, i significati che si rincorrono in una struttura a spicchi, dove ogni pezzo si incastra con gli altri in una lunga rincorsa al buio, una corsa che attanaglia, sempre più veloce, sempre più soffocante in un crescendo che sorprende. Perché poi, in una periferia come tante, in assenza di elettricità, con il dubbio misto a curiosità che qualcuno abbia sparato, o lo stia facendo, o lo farà; con la notte sulla testa e null’altro da fare se non aspettare e vedere cosa succede, se, succede qualcosa; dunque in questa condizione di forzata attesa, sospensione vigile, cosa ci si può aspettare? Bernardi ha un’idea precisa. Un’idea che ha a che fare con i letivmotiv di una storia che tanto ‘costruita’ o fantasiosa, alla fine non è.

Domenico pensa a come si potrebbe raccontare una storia così, una storia senza luce. Il buio non consente la descrizione, le parole hanno bisogno di luce, di materia sulla quale riflettersi. Il buio è l’immagine piatta di un’assenza, presuppone l’oscuramento di qualcosa che comunque c’è e si potrebbe rivedere da un momento all’altro, se solo tornasse la corrente: è un pieno che si è svuotato…

(pag. 161)

Senza luce. Buio. Luce. Materia. Buio. Assenza. Oscuramento. Rivedere. Corrente. Pieno. Svuotato.

Parole precise, qui sapientemente usate ma che riprendono altri spunti precedenti.

La fuga è un rito di passaggio doloroso. Il diritto alla sopravvivenza è una conquista da realizzare passo dopo passo, come camminare nel buio di questa notte, senza altra luce che non sia un altrove da raggiungere.

(pag. 159)

Fuga. Rito. Passaggio. Sopravvivenza. Buio. Notte. Senza altra luce. Altrove.

Altre parole, che continuano a incastrarsi, anzi, si sono già incastrate nella cronologia delle pagine, come tante briciole che Pollicino dovrebbe seguire, riconoscere e decodificare.

Guarda fisso il buio come a stringere la mente in uno spazio dal quale non si possa sottrarre. Piove con maggiore intensità, un lampo restituisce un brivido di luce: svanisce subito, perfido come un’illusione.

(pag. 141)

Buio. Stringere la mente. Spazio. Non. Piove. Intensità. Lampo. Brivido di luce. Perfido. Illusione..

Luce e buio che è non luce appunto, tornano sempre, comunque. Perché è li che Bernardi vuole colpire duro, durissimo. Denudando, scarnificando dolori, ossessioni, manie, e soprattutto (secondo me) disperazioni. Disperazioni comuni, diffuse, eppure concrete.

Quella sera i suoi bambini erano eccitati dalla novità di essere costretti al buio, questo aveva loro fatto perder di vista il resto, ovvero che la luce sarebbe ritornata, restaurando sè stessa, le sue ombre e la quotidianità intorno.

(pag.130)

Sera. Eccitati. Costretti. Buio. Perdere. Resto. Luce ritornata. Restaurando. Sue ombre. Quotidianità.

Nessuno si salva, nessuno deve. Il lettore lo sente, lo capisce. Donne e uomini di età diverse, estrazioni sociali, mestieri e tipi di vita differenti. Perfino i bambini galleggiano in questo senso luce-non luce perenne, pressante.

E’ una notte diversa, su questo non ci sono dubbi. Da subito si intuisce. E non è solo il blackout, gli spari, la confusione generale che è poi improvviso silenzio in una realtà di periferia abituata ai suoi rumori ripetuti, rassicuranti. Non è un momento qualunque, dunque, gli stessi personaggi lo notano, se lo ripetono nel corso della narrazione. Qualcosa, comunque, sta accadendo, deve. La non luce forse è solo un pretesto, la ‘famosa’ goccia che rovescia il contenitore. Forse. L’espediente per dare a ciascuno uno spazio, un modo, un’occasione per scarnificarsi, tirarsi fuori quel buio dentro.

Troppe cose vengono meno se non c’è la luce, persino la calma, la serenità dell’anima.

(pag. 47)

Questa però è una serata nella quale le regole non valgono, una serata in cui tutto si reinventa e dopo la quale niente sarà uguale a prima. Niente sarà uguale a prima: lo scrive anche, con gesti ampi del braccio e la luce della torcia sul buio, lettere grandi che svaniscono ancora prima di comporsi.

(pag.158)

E la luce sul buio, in questa storia, resta anche dopo l’ultima pagina. Perché ognuno di noi ci resta dentro, io credo, in questo percorso che non ha punto di partenza tanto meno di arrivo. E’ come una di quelle fotografie piene di sfocature che però nitidamente riporta ogni volta a quel momento rubato ma mai passato del tutto.

Si legge facilmente ma non è un romanzo facile.

Written by barbaragozzi

Giugno 29, 2009 alle 2:23 pm

Pubblicato in 2009

Nerozzi Gianfranco – Il cerchio muto

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Non ci sono angoli in cui fermarsi e respirare con calma, non ci sono aperture dove sgusciare, luci rassicuranti o tempi di ripresa.

I personaggi, i luoghi, gli sviluppi, qui tutto pulsa di quell’oscuro che pare assurdo, estremo, eccessivo per essere considerato ‘reale’. Pare. Ma ogni nuova pagina riconsegna consistenza, rafforza una storia che nasce per angosciare, non c’è dubbio. Eppure il terrore non è insensato, tutt’altro. Ci sono paure non poi così lontane dall’immaginario. La strada. Gli incidenti. Le morti premature, improvvise. Le ossessioni della gente.
Incastri di mondi dove ognuno ha un ruolo in contorsione, dove l’oscurità insiste, si allunga, mostra la sua faccia più temuta.

Nerozzi si sbizzarrisce, rincorre i personaggi, li spennella con pazienza descrivendo aspetti e gesti con dovizia, gioca coi linguaggi in un mix che cattura, dove il genere ‘horror’ recupera parte di quella forza perduta.
Ormai ci si aspetta quasi tutto. Nella grande famiglia dei gialli, il morto. Nel romanzo ‘rosa’, l’Amore controverso. Nell’horror però più che paura, pare siano ormai rimaste risatine basse, qualche ‘ohhh’ sommesso. Perchè non ci si spaventa più. Tutto è prevedibile, gli sviluppi sono spesso scontati, il concetto stesso di ‘tensione’ è ormai perso, quel tipo di tensione che attira e respinge, che sale d’intensità senza particolari effetti speciali (cosa che il cinema invece ha imparato a fare anche all’eccesso).

Invece in questo romanzo Nerozzi si impone, è capace di abbattere alcune di queste barriere, e non c’è forzatura, si sente nel modo in cui gli sviluppi si susseguono, nell’urgenza di spiegare anche il più piccolo dettaglio, nei giochi tra parole e significati più o meno evidenti. Negli incastri. E nell’ingresso in micromondi che esistono davvero, basta alzare la testa.
————————-
Ed eccolo, il sabato.

Un altro sabato di merda, tanto per gradire.
Mattina in giro per negozi con un’amica che le stava un bel pò sulle balle, ma tan’era… Con gli occhi che giravano di continuo di qua e di là sperando d’incontrarlo, di vederlo di sfuggita… Era tutta la settimana che lo faceva, che sperava in un ritorno di Franz l’oscuro.

Non appena tornata a casa, verso le due del pomeriggio, Maria si era rifugiata in camera sua, chiusa a quattro mandate con lo stereo a palla con su un greatest hits dei Depeche Mode, e non aveva voluto nemmeno pranzare con sua madre, che oltretutto aveva come ospite quel suo nuovo fidanzato che a lei non piace per niente.
(pag.306)
———————-
Quante volte ci si spegne durante un tentativo di redenzione? Quante volte un artista si sente percorrere dall’incertezza?

Alla fine, la scrittura è la stessa cosa della vita. Tutti i giorni sono irti di confronti incrociati tra quello che se e quello che vorresti diventare
(dalla postafazione dell’autore)

Written by barbaragozzi

Giugno 27, 2009 alle 2:25 am

Pubblicato in 2009

Il nodo, la deformazione sul mio corpo

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Ho un nodo.
Un nodo enorme, artigliato, parassita che mi succhia, saldamente ancorato, che si allunga su questo mio collo indolizito, rattrippito. Ombra di un collegamento inesistente.
Me lo porto in giro, il nodo, mi appesantisce testa, spalle, tutto. Succhia, succhia. Energie, forze preziose ma forse, già cedute.
Come posso, come.
Scioglierlo, strapparlo.
Come reggerò, domani, oggi, oltre, questo peso.
Questo.
Peso.
E com’è successo, come te l’ho lasciato tra le mani?
Ancora non credo, capisco, assemblo.
Mi basta sentire il collo pulsare. Respira al mio posto. Affonda tra la carne, crea nebbia, quella nebbia che nell’afa rende complicati i movimenti più elementari. Sterile ricordare. Non posso, ricordare. Non posso nulla, ora.
Il nodo, la deformazione sul mio corpo secco è sintomo invisibile, unica manifestazione violenta, non riuscirei comunque, ad annullarlo, togliergli materia ed essenza.
Lui è, lo so. Il grande male che ho dentro. L’impossibilità che hai cercato di insegnarmi. La fonda caduta senza contorni né confini. Unico sfogo a un dentro sfaldato, rosicchiato, spezzato in tanti modi che ancora latitano, sento solo bruciori sparsi, altalenanti.
Vorrei fuggire e restare. Molto imparerò, da questo nodo anche se sono costretta a muovermi coi gomiti, trascinandomi ridicolmente tra le banalità del vivere. Molto mi resterà, sotto nel mio fondo, tra le radici della deformazione, quando l’apnea smetterà di togliermi aria. Quando, non so quando. E le paure, vaghe meteore sparse, sono diverse, mutevoli, le osservo e ci annego.
Lo sfinimento lo sento fino alle falangi.
Mi guardo. Sono pezzetti assemblati male, errore di me stessa.
Clown senza trucco.
Corridore che non ha gambe.
Porta orfana di serrature.
Ma lui – il nodo – è anche il trofeo di una sconfitta magmatica, di barriere crollate per illuse debolezze, un’esperienza che già ci si aspettava archiavata, memoria acquisita, invece no.
Ora però, c’è.
E’.

E ho male, male, male. Sono. Male.

(di Barbara Gozzi, 23 Maggio 2009)

Written by barbaragozzi

Giugno 23, 2009 alle 2:44 am

Pubblicato in 2009

Franchi Gianfranco – Monteverde

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Monteverde, il quartiere romano dove vive il protagonista – Guido Orsini – è luogo di memorie, amarezze, di lucide e crude registrazioni che gli occhi dell’autore, Gianfranco Franchi, ‘prestano’ al protagonista (alter ego apparso per la prima volta in ‘Disorder’ pubblicato da le Edizioni Il Foglio nel 2006). Occhi acuti, dunque, ironici quanto precisi, capaci di annegare nel dolore, nel malessere di un vivere faticoso, incerto e perennemente in bilico, ma anche delicati, desiderosi di esplorare, tentare ancora, e ancora.
‘Monteverde’ conclude un percorso preciso, iniziato con il già accennato ‘Disorder’, passando per ‘Pagano’ ( Edizioni Il Foglio, 2007). Un percorso costruito su frammenti, tasselli uniti e slegati che poco alla volta si insinuano, delineano una strada tortuosa eppure nitida.
Guido Orsini è un laureato alla disperata ricerca di quella che, per le generazioni precedenti era un passaggio obbligato, ovvero un posto se non propriamente definibile ‘fisso’ quanto meno stabile, la possibilità dunque di dedicarsi all’unica vera e inviolabile passione-ossessione ovvero la Letteratura. Ma Guido è anche sensibile osservatore della società che lo circonda, di questo ‘Monteverde’ specchio del suo vivere tra limitazioni volute e imposte eppure immerso in tanti sottili interessi importanti. In perenne contorsione, tra ricerche fallimentari, amori sfocati, musica e calcio, orari e vizi.
La struttura stessa del romanzo fornisce una prima guida alla decodifica: sei macro oggetti letterari, un antefatto che è uno ‘spot’ di ciò che il lettore affronterà, e cinque interludi tra gli argomenti principali. Su questi ultimi, gli interludi, vorrei soffermarmi.
Nel primo c’è un cane, che muta nella razza, con gli occhi di due colori diversi e che lo fissa (‘lo’ riferito a Guido sebbene in queste pagine che staccano volutamente la struttura amalgamandola, mi è parso di sentire prepotente e trasparente, la volontà, la voce unica dell’autore). Il cane è un simbolo, un messaggero, ripreso con intelligenza nella copertina e che ritorna anche nel secondo interludio.

“… e mi spieghi se mi stanno venendo a prendere o se c’è qualcosa che sta per capitare oppure se devo smettere di cercare Letteratura e quindi incanto, magia, segno, assurdo e meraviglia in tutte le cose. Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.” (pag.55)

Attraverso questo simbolo, dunque, la voce inizia a denudarsi, a svuotarsi di contenuti, a riconoscersi in perenne lotta. Non è una guida dunque, il cane, è probabilmente la necessaria virata che attraversa gli oggetti tematici e ne affonda tra le carni.

“Forse il cane voleva avvertirmi che stava per tornare il male, che si avvicinava e che avrei dovuto soffrire ancora per un pezzo.” (pag.113)

Ma anche più avanti, nel terzo interludio, si insiste e si riprende l’antefatto, si incastrano, sovrappongono sensi e significati, l’eco è forte, urgente e necessario. Disperato.

“… e non trovo riposo e non conosco più gioia. Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s’esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così ti stomaco.
Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo.
Il lavoro è un’ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male.
Voglio dormire. Fammi dormire.” (Pag. 177)

Il malessere è un leitmotiv pressante, sintomo evidente di un vivere che è trascinarsi tra precariato, esperienze lavorative fallimentari, deriva degli affetti, disagio economico e confusione. C’è molto dolore in questo romanzo, molta fatica da acido e sangue, molta tenace affermazione di quei ‘sogni’ schiacciati ma mai dimenticati, impossibili da accantonare del tutto, perfino nelle scene più grottesche e ironiche, che strappano sorrisi amari, consapevoli.

“… e maledetto il dio della sofferenza, che sia verità o menzogna poco cambia e poco importa: per tutto quel dolore che t’intorpidisce, per quel veleno che s’insinua, e che sordo scava, scava. Sordo, scava. Ma quanto a fondo può scavare, quanto avido ancora può essere, per ossa, e sangue infetto, e polvere e cenere, cenere. Scava. “ (pag.235)

Infinte, nell’ultimo interludio l’immagine del ponte. Che è più d’un simbolo. È chiave di decodifica. Ognuna delle sei tematiche-oggetto di cui accennavo sopra, ovvero: casa, lavoro, donne, musica, la Roma e Patrie letterarie; ognuna è ponte dell’altra, sottile collegamento capace di far traballare l’equilibrio instabile senza disperderlo del tutto, la caduta pare vicina ma mai definitiva.
C’è speranza in questo libro, nella lotta, nel cogliere i fallimenti, il dolore, il male feroce quanto l’insanabile conflitto dei sentimenti, senza imporre conclusioni. I brevi capitoli, ognuno a suo modo indipendenti, possono – sì – cadere ma subito dopo c’è una risalita, una ripartenza, un tentare e ri-tentare in una visione complessa, onesta dell’essere giovani oggi, tra titoli di studio che paiono carta straccia, mestieri inutili, illusori e legami faticosi.
Guido non è persona facile, solitario, poco incline alle mediazioni, mal disposto a cedere ai compromessi, che non accetta la rassegnazione che vede nella sua generazione, inutilità che non ha sapore né odore, senza ‘quel’ fuoco che invece è così prepotente dentro di lui: la Letteratura, amore inviolabile, passione violenta, ragione di vita probabilmente.

“Ho scelta come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme.” (pag.306)

È un romanzo amaro, ‘Monteverde’, pieno zeppo di scene, dettagli, schegge taglienti mai pietose. Ma anche sottilmente colmo di amore e sentimenti forti quanto pieni, intensi.
Franchi è autore poliedrico, acuto e preciso. La sua lingua si plasma, è materia in evoluzione dove nulla è lasciato al caso o all’intuizione del momento. In questo romanzo, il progetto iniziato con ‘Disorder’ raggiunge una maturazione notevole, nell’intensità, gli intenti incastrati, numerosi. La lunghezza, elemento di stacco dalle precedenti opere, è pregio e difetto di un’opera che non può essere vissuta come mero romanzo. Richiede tempo e pazienza, analisi e recupero dei frammenti, delle ‘storie nelle storie’. La suddivisione in oggetti narrativi semplifica al lettore parte della comprensione, dà modo all’autore di spogliare quel Guido alter ego amato e odiato, all’interno di precise tematiche. È dunque possibile che il lettore perda la ‘strada’ nel corso della lettura, eviti di oltrepassare un certo ponte, ad esempio quello della ‘Roma’ se non ha precisi interessi per il calcio o ‘Musica’. Franchi sa essere tecnico, intinge la sua materia narrativa in elementi fortemente caratterizzati dalla stessa vita che conosce e cerca. E sono rischi calcolati, io credo, necessari per collocare Guido e il suo raccontare in un contesto preciso e inequivocabile.

Ultima annotazione personale: Franchi che scrive d’amore è secondo me perla rara. Già in Disorder alcuni capitoli sono delicati sfarfallii, inni ai sentimenti fondi, lirici senza scivolare nella dolcezza filante che stomaca.

“Una goccia di spirito cade nel silenzio d’un, e aspetto ogni giorno un pezzo di te. Se tu sapessi, che.
Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine. “
(pag.49 – capitolo ‘Pelle’, ‘Disorder’)

In ‘Monteverde’ ho ritrovato pagine di una dolcezza meno celata, più spudorata, che si mostra fiduciosa e nulla chiede, nulla aggiunge a se stessa. C’è ‘un’ bianco che rimbomba con la forza che toglie il respiro, un bianco che può essere tutto e niente, non colore che facilmente, da un momento all’altro, rischia di finire fagocitato dalle altre tinte eppure brilla, irradia.

“Scende dal cuscino e si mette col muso contro il mio, naso contro naso, occhi negli occhi. Oddio amore mio che occhi che hai, dovresti guardarmi sempre, io questi tuoi occhi li sento dentro sempre, anche quando non ci sei.
[…]
Bianca quella notte che non voleva finire, bianco il telefono che la mattina suonava, bianca la carta delle pizze, bianca la vasca del mio bagno, bianco il pacchetto delle sigarette, bianche le mie scarpe che dovevi sporcare. Bianco il foglio che hai sporcato, bianca la luce del domani.
«Non sono mai stata così».
«Ti amo».
«Ti voglio ancora. Vieni qua».
(pag.131-133)

Monteverde
di Gianfranco Franchi,
Castelvecchi, maggio 2009
pg.310, Euro 16

Written by barbaragozzi

Giugno 19, 2009 alle 2:12 am

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Corazza Riccardo – Un inverno perenne

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C’è una voce, che racconta. Si alternano paragrafi, mentre la voce prosegue, in una sorta di unico ‘magma’, unico grande capitolo, flusso senza inizio né fine. Dunque paragrafi che alternano la grafia normale con il corsivo, in un gioco di rincorse, incastri, fusioni che mescolano parole, pensieri, ragionamenti e ricordi.

La voce, unica protagonista è di uno scrittore senza nome, i cui dati anagrafici sfuggono, qualcosa si intravvede verso la fine ma non è poi così importante, conoscerlo da vicino, dall’esterno. E’ del suo ‘dentro’ che si finisce, in un romanzo che non è tanto storia di una vita bensì analisi, scavo, di precise scelte del vivere, di un modo – una percezione profonda, intima – di affrontare e registrare le giornate, gli impegni, gli spazi.

La voce, dunque, narra la sua storia, in un simil monologo frammentato eppure sottilmente amalgamato.

“… non so nemmeno perché te lo stia raccontando, ma questo luogo è diventato una specie di confessionale, e non vedo perché non dovrei essere sincero almeno qui, non renderti partecipe di tutto.” (pag. 25)

E di nuovo, la parola ‘confessionale’ ritorna nelle pagine successive, assieme a ‘verità’ che si incastra con il ‘sincero’ di cui sopra. Ma anche, dopo due pagine, emerge il bisogno prepotente di un preciso tipo di dialogo, quasi un non-dialogo, dove la realtà s’incurva per tornare indietro.

“… ma per la forma di lealtà cui alludevo prima, non avrebbe senso che non l’avessi rispettata qui, in quello che è diventato un ‘Secretum’ delle mie pene, una raccolta di tutto quello che non sono mai riuscito ad esprimere (e che forse non avrei voluto esprimere) nei miei libri.” (pag. 41)

Qui l’allusione al ‘Secretum’ é un simbolo, abilmente inserito in un contesto non troppo evidente, tra flussi di pensieri che scivolano veloci. Eppure è uno strumento di decodifica necessario, quasi prepotente. Petrarca costruì un dialogo tra due personaggi precisi, se stesso e Sant’Agostino. Corazza, decisamente abile, impasta la voce del protagonista come davanti a uno specchio. Non ci sono risposte, al flusso, riscontri diciamo ‘pratici’ rispetto a quanto espone, recupera, affronta lo scrittore. Eppure è come se ce ne fossero.

Il protagonista si rivolge sempre e soltanto a una persona, delicatamente tratteggiata da parole volutamente imprecise: l’Amata. E qui le capacità dell’autore nelle spennellate multi direzionali, si apprezzano a pieno solo a finale ultimato.

Volendo ragionare sulla struttura, è una narrazione in prima persona anomala, quasi una seconda persona al contrario: il protagonista ricorda, s’interroga, affonda le unghie nel passato, rivolgendosi – condividendo – tutto con un altro personaggio che mai si palesa, mai entrerà veramente in scena se non nel già citato finale, spennellata sapiente che chiude il cerchio.

E’ dunque un bisogno, un’esigenza prepotente, feroce, questa scrittura, queste memorie, questo cercare comprensioni, sensi, consapevolezze. Lo scrittore si guarda ora vivere, tra presente e passato, tenta di vedersi riflesso in quell’immaginario specchio a cui alludevo sopra, e non sempre ci riesce. Ma deve insistere, continuare a liberare logiche che dentro hanno probabilmente macerato, maturato per anni. Una precisa cronologia non è data da sapere, irrilevante per l’intento dell’autore a cui non paiono interessare sequenze di azioni precise, piuttosto sensi celati, nascosti, chiusi nelle segrete di un cuore malato di parole, in perenne movimento.

“Mi viene in mente un pensiero di Jeff Buckley, sai quanto lo adori, diceva che esiste una musica privata, una musica che suoni soltanto per te stesso, non destinata alla divulgazione, e forse è questo il destino di questo mio sforzo notturno, come lo era forse per il Petrarca. Capirmi meglio, capire meglio. Non è per questo che scrivo?” (pag. 41)

Il tema del viaggio, del continuo spostarsi di città in città, in cerca di luoghi, a caccia di storie, volti e spunti, è fondamentale per la comprensione del libro. Lo scrittore proprio per il mestiere che si è scelto, che è riuscito a raggiungere tra fatiche e battaglie, proprio per quello che è in fondo; è sempre in viaggio. Ha una casa a Roma, assieme all’Amata per sua stessa ammissione, ma che dimora non è. Resta un luogo, come gli altri, dove ogni tanto torna per ripartire poco dopo. Perché non c’è dimora fissa, per un uomo che vive dentro ‘un inverno perenne’. Non esiste patria precisa, alternarsi di stagioni e ritmi cadenzati, la routine è variabile friabile calciata lontano e mai più cercata.

“Solo quando torniamo a casa ci accorgiamo che per noi non esiste ritorno. E’ come se la nostra volontà di spostarsi fosse bulimia, e ci continuasse a spingere verso il futuro, senza possibilità di saziarsi.” (pag.15)

L’inverno diventa così l’ennesimo simbolo di una necessità ardente, dell’unico modo possibile che il protagonista-narratore conosce per  affrontare a pieno la vita. Dilatando spazi, prendendoseli, questi spazi, se necessario, ascoltando il freddo che è anche distacco più o meno perdurante nel tempo. Che è un camminare lento ma mai incerto, un affrontare strade nuove tornando anche su quelle conosciute, senza smettere mai di cercare, afferrare, aprirsi al mondo, alla vita che lenta scorre.

“… ora dobbiamo inseguire questo inverno, questo inverno perenne lungo le strade del mondo, perché le nostre idee, i progetti, possano avere uno scenario, la prospettiva adatta.” (pag. 31)

Inseguire appunto.

Lo scrittore è anche uomo pieno, consapevole di cos’è il mestiere dello scrivere, e di ogni altro aspetto che ci ruota attorno, le aspettative dei lettori, l’afferrare schegge di vite altrui per poi fissarle su carta, immobilizzarle per sempre dentro pagine statiche. Sono analisi lucide quanto oneste, quelle costruite da Corazza, amare quanto sincere. Non è un trascinare malesseri logoranti o stagnanti, piuttosto un riconoscere i limiti e le difficoltà del vivere scelto, portato avanti nell’impossibilità di cambiare.

Ci sono due colpi di scena, a mio avviso, che spezzano la lettura, afferrano il lettore dal torpore in cui scivola seguendo il flusso narrativo e lo scuotono con forza. Uno legato al passato e all’Amata, a qualcosa che dopo tante pagine di condivisioni e comprensioni, pare perfino una stonatura seppure non c’è ricerca della perfezione (qualunque significato si voglia attribuire al termine) tanto meno definizione di ruoli precisi, assoluti e inviolabili.

L’altro, nel finale, dove l’autore scioglie ogni riserva, svela anche un’informazione anagrafica – l’età del protagonista – e non gli risparmia nulla, non gli interessa renderlo ‘piacevole’, da lieto fine insomma. Non gli interessa trasformarlo in una sorta di eroe solitario, devoto all’Amata e alla scrittura, in continua ricerca spazio-temporale quanto interiore. Non gli interessa lasciare qualcosa per forza.

“In alcuni momenti ti senti una cosa sola con il Tutto…” (pag. 52)

E in questo ‘Tutto’ il protagonista-narratore si accetta, riesce – forse – a vedersi riflesso, ad ammettere fallimenti e piaceri, scelte e mancanze, assenze e vuoti. Con tante, tante, parole che gli schizzano fuori, urgenti, delicate, stratificate.

Riccardo Corazza scrive con fluidità, è la lingua della ‘voce’ questa, di una voce io credo a lui parzialmente vicina, piena di buchi, sospensioni, attese, silenzi. Logiche. Viversi oltre gli altri.

E l’affettività profonda, l’amore tratteggiato da Corazza, è un bene prezioso, che tocca corde fonde, intime e sensibilissime. Dal sapore della comprensione che non chiede né pretende, è un prendersi cura dell’altro oltre gli schemi convenzionali, oltre le etichette e le imposizioni sociali. Tenero e duro allo stesso tempo.

“Ma tu, amore mio, tu che mi sei accanto da anni, tu che mi conosci meglio di tutti, tu che giorno dopo giorno hai imparato ad assecondare le altalene dei miei umori e non considerarle legate a te, al rapporto che ci unisce, tu saprai capirmi come nessun’altra, saprai capire e comprendere se mi assenterò dal nostro letto come adesso, nel cuore della notte…” (pag.35)

Prima prova in prosa, dopo diversi libri in versi; una scrittura promettente, dagli intenti e gli snodi interessanti, autore che spero ancora in evoluzione ma pieno di tanto, molto, da lasciare.

Un inverno perenne
di Riccardo Corazza
Pendragon, Aprile 2009
isbn: 978-88-8342-757-2

Pag.53 – Euro 11

Written by barbaragozzi

Giugno 14, 2009 alle 2:29 am

Pubblicato in 2009

Non potevi capire

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Io me lo ricordo, di quando mi brillavano gli occhi. Li sentivo.
Sono state le sue ultime parole.
Le ultime che gli hai sentito dire. Che poi. Non potevi immaginare, figuriamoci. Ne diceva tante, la Lella, davvero tante. Erano mesi, forse addirittura anni che stava così. Opaca, direbbe lei ora, se potesse commentare. Insopportabile, stai pensando tu. Si, insopportabile.
Cazzo.
Si può non trovarne neanche uno, dico uno non dieci o cento, uno di bastardissimi motivi per?
Niente.
Ha preso a non vedere questo e quello. Non le restava mai niente per.
Certo, bisogna essere almeno onesti a questo punto, ti pare? Tu lo sapevi che alla fine l’hanno licenziata. Ma alla fine, dopo tutti quei casini sulle mansioni tolte o non dette o non capite o quello che era, non ti ricordi neanche cosa ti disse, lo so.
Ah, la faccenda della casa. Anche lì però, che è un periodo – anzi un decennio – di merda per comprare mattoni lo sanno anche i muri, cristosanto! Poi va a lasciare il compagno e scoppia il casino della separazione dei beni. Figuriamoci.
Dai, non te la prendere.
Non potevi capire, non ne avevi i mezzi, i tempi e forse – forse – manco le energie. Eravate così giovani quando. Si, vuoi che non me lo ricordi? Proprio io che registro e impacchetto tutto! Lei poi, dai, era così carina coi capelli scompigliati e i segni della scolorina sui polpastrelli. Proprio carina, si. Poi è andata storta, so benissimo. E non è stata solo colpa tua, ricordo tutto ti ho detto, non c’è bisogno che puntualizzi.
Comunque.
C’è un sacco di gente disperata, non si poteva proprio capire.
Che lei.
Ma senti.
Quella volta che hai trovato quelle chiamate perse, quando stavi al cantiere esatto, quella volta lì potevi almeno richiamarla, per sentire dai. Dici? E se si metteva a piangere, cazzo, te la sciroppavi e amen. Cosa ti costava poi, mentre te ne tornavi a casa sulla tua macchinina usata di finto lusso, dai. Potevi. Almeno ammettilo.
Mi brillavano gli occhi, si, ha detto esattamente così e ti do ragione: è una gran frase di merda. Poetica e inconcludente. Inutile in effetti. Se si ha il tempo di guardare cosa brilla e cosa no, non si ha un cazzo da fare. Magari. Oppure non so, è questione di curarsi solo delle cose importanti. C-o-s-e im-por-tan-ti. Tipo? Dai, fammi un esempio che non sia banale. Si, i soldi si, rientrano ma poi bisogna vedere a cosa sono collegati tipo lavoro o incastri finanziari o gestioni. Ma lì senti, non è che le si potesse dare poi tanto torto dopo quasi quindici anni rintanata in quel buco, ritrovarsi che le prendono la casa e il resto che sai, dai. Lì aveva ragione. Qualcos’altro? Non la metterei così ma va bene. Godersi la vita. Go-der-si la v-i-t-a. Suona bene anche lui.
Ssst.
Aspetta un attimo.
Ho come l’impressione che tutto questo tuo parlare ti dia l’affanno.
Non ti sembra tutto così.
Stupido.
Lei che.
Tu qui a cerebrare.
Io che aspetto.
Si, hai capito bene.
Aspetto.
Paziento.
Ti spingo.
E ancora aspetto.
Che tu lo dica.
Dai, ora puoi, cosa cambia ormai? Lei sarebbe riuscita ma gli altri no, dunque sei al sicuro.
Dillo.
Dillo.
DILLO!

Lo conosci anche tu, quel ricordare luccichii caldi, si, che mancano e scavano dentro. Si.
Ma hai ancora qualche toppa colorata, usane una adesso. Ne hai bisogno. Prendila con cura, lisciala, poi posala davanti al nuovo buco – questo – massaggia per bene assicurandoti che non resti nulla da vedere. Poi cementala.

Vedi?
E’tutta una questione di riparazioni e angolazioni.
Una cosa c’è solo se tu la vedi.
O manca se vuoi sentirne lo strappo e l’assenza.
Potevi provare a spiegarglielo, alla Lella, chissà.

Va bene, va bene, stai calmo. Lo dico. Tranquillo?
Allora, la Lella non doveva mollare così. Proprio non doveva, è stato uno spreco assurdo. E se stava male doveva piantarla e darsi da fare, tentare qualsiasi cosa. C’è sempre un tentativo che non si è ancora provato. Sempre. E vedere tutto nero non serve, avere sempre freddo neanche.
Sei a posto adesso? Mi sembri ancora agitato, chessò. Come insoddisfatto. Irrequieto ecco.
La gente non si aiuta, te lo disse tuo padre che avevi quindici anni, quella volta che volevi portarti in spalla Piero (poveretto, con quel gesso lungo tutta la gamba). La gente non si aiuta, comunque. Al massimo si subisce, compatisce, sopporta e qualche volta, ma proprio qualche, si tiene vicina. Tutto il resto è tu e tu contro il mondo. ‘Con’ se preferisce il collegamento meno invasivo.
Come sarebbe? Ti sto dicendo quello che vuoi, quello che ti aspetti ora che hai una gran voglia di piangere per lei e non ci riesci. Trattieni. Ti impunti e ti incazzi, con quegli occhi lì pure miopi.
Non potevi capire, però adesso.
Hai ragione.
E’ tardi.

Written by barbaragozzi

Giugno 10, 2009 alle 2:33 pm

Pubblicato in 2009

Ancora un pò

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di Barbara Gozzi


Ci pensa un attimo. Stringe ancora il bicchiere vuoto. Ma no, no. Non ce la fa a starsene lì fermo, solo.

Si alza, deve camminare. Sa che la sta inseguendo, sa che quel potere glielo sta ridando e che dovrebbe smettere di cercare, di pensare a. Ma è più forte di lui.
Al terzo piano c’è ancora meno gente, la musica è di quella che ormai i giovani non ascoltano più, neanche conoscono probabilmente. Anni ottanta, al massimo qualche vecchia ballata dei novanta. E lì, esattamente dove doveva essere, la rivede. In piedi davanti a un ampio finestrone aperto, spalancato. L’aria le muove i capelli.
Si avvicina, deve farlo.
Mi stai seguendo? Neanche si volta mentre lo dice.
No, o forse si. Mentire con lei non è mai servito, almeno questo lo ha imparato, a suo tempo.
Perché sei qui? E non pare una domanda scomoda, lei volta la testa, ha i gomiti appoggiati al davanzale.
Non lo so, non volevo stare a casa. E si appoggia al muro. Tu? Le vede il mento che si abbassa, come a cercare una risposta che non trova, non c’è.
Più o meno la stessa cosa direi, e non è sarcastica. Solo triste.
Continua a fissarla, così da vicino, basterebbe muovere una mano per toccarla. Basterebbe e ci pensa. Si sposta dal muro, un passo, uno soltanto si dice.
Non farlo, la voce è secca stavolta, asciutta e svelta come quando si rimprovera un bambino. Come quando si sta per fuggire.
Lei ha spostato i gomiti, ora tiene le mani incrociate davanti al petto, si protegge. Non farlo, ripete. E con gli occhi la cerca, la via d’uscita. Ma dietro di loro la gente balla, gruppetti di ragazzi passano in quell’unico spazio di transito rimasto.
Non ci sono parole, lui lo sa eppure si sforza, qualcosa vorrebbe dirla, smentire o confermare ma non può. La vede mentre si mordicchia le labbra e fissa la gente che attorno continua, ride, cammina, spintona.
E’ tardi devo.
Poi con un colpo di anche tenta di oltrepassarlo.
Ma la sua mano è pronta, le afferra un gomito, la blocca.
La sente tremare e all’improvviso decide. La guida oltre i rumori, oltrepassano gente, sorrisi. Si ferma in un angolo, dietro di loro la scala a chiocciola che collega i piani. Lei non ha protestato, non si è ritratta né a commentato. Si guarda attorno ora, finge di non sentirla, la vicinanza. E’ impaurita, lui lo sa, sente tutto.
Allunga una mano, le alza il mento. Ora si, sono così vicini da sfiorarsi anche senza volerlo.
Dimmi, le mormora a fior di labbra. Ancora trema lei, poi chiude gli occhi. Non farlo, non farlo, è tutto quello che riesce a rispondere. Ma è già abbandonata. Così anche lui cede e la abbraccia, se la prende contro e la stringe sentendole la schiena, i capelli, il corpo addosso al suo.
Non farlo ripete lei, contro il suo collo, poi si scosta. Mi stai giudicando, lo so.
Lui le sposta una ciocca di capelli dagli occhi. No, ora non più, e si stupisce di averlo detto. Perché è vero.
Naso contro naso si studiano, gli occhi parlano ma le parole, i messaggi, sono confusi, complicati. Lui le accarezza la schiena, piano, lentamente. Non andare via adesso, ed è uno sforzo disumano riuscire a dirlo. Lei vacilla, teme e vuole. Le indica i divani dietro di loro. Solo qualche minuto, vorrebbe urlarle ma non serve, anche lei sa.
Vieni qui.
Da seduto allunga un braccio.
Vieni.
Qui.
E lei cede, si accomoda sulle sue gambe, si lascia stringere i fianchi mentre appoggia la testa tra il collo e le spalle. Ora può annusarlo, sente quell’odore che aveva dimenticato o forse no, voleva farlo ma poi. La mano destra disobbedisce e si allunga, glielo accarezza il collo, lo sfiora con la delicatezza di chi ha paura di romperlo, di spezzare la superficie con il solo contatto dei polpastrelli.
Sente che le sta baciando i capelli e rialza la testa. Vuole vederlo. Guardare quegli occhi enormi, confusi quanto i suoi. Avvicinarsi. Ancora un pò. Ancora.

Written by barbaragozzi

Giugno 6, 2009 alle 2:32 am

Pubblicato in 2009

Vighy Cesarina – L’ultima estate

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Mia grande amica, mia unica amica è La Gatta: tonda, timida tigre parlante mi ama di più da quando sono malata. Non, come gli umani, “nonostante” sia malata ma “perché” sono malata e sto sempre in casa e molto a letto.
(pag.16)

‘L’ultima estate’ di Cesarina Vighy ha vinto il premio Campiello Opera prima 2009. Questa la dichiarazione dell’autrice in proposito:

Accolgo con vera gioia e una punta di commozione il Premio Campiello Opera Prima e ringrazio i giurati che me l’hanno assegnato all’unanimità. Per me, poi, tale gioia è triplicata perché: da vera madre, Venezia ha accolto e perdonato la sua figliola fuggitasene lontano nell’adolescenza, quando l’irrequietezza e i primi errori vengono imputati ai luoghi e non a sé stessi. Anche altrove, però, il figliol prodigo tentato di tornare mantiene la fierezza della sua origine se, si diceva un tempo, come gli inglesi si svegliano ogni mattina ringraziando dio di essere inglesi, così fanno i veneziani per il loro essere veneziani.
Ho modo ora, se pure troppo tardivamente, di dare una soddisfazione e una ricompensa a mio padre e a mia madre, che sempre hanno sperato che io smentissi quel detto: “Nessuno è profeta in patria”.

Il Premio Campiello Opera Prima assegnato a un’esordiente settantenne mi fa sorridere di tenerezza, mi ringiovanisce e insieme mi appare come una bella vittoria sull’età e la malattia. Ringiovanendo, mi sento quindi autorizzata e stimolata a continuare.

E’ un romanzo il mio? O un diario? O, come si dice ora, una docu-fiction? Preferisco definirlo il “ripasso” di una vita, fatto prima degli esami finali, magari sul Bignami che fa risaltare i fatti più importanti mettendoli in grassetto e così distinguendoli, se pur superficialmente e grossolanamente, da tutto quell’universo che gira loro intorno e di cui i manuali più seri cercano di dar conto. Anche in questo ripasso, spesso doloroso, la mia “venezianitudine” salta fuori, sotto forma di ironia / autoironia e di “cattiveria” un po’ maligna (scherzo sui sani, sui malati, sui medici, sulla malattia), ironia e cattiveria che sono nella tradizione non solo letteraria della nostra città ma che piacciono un po’ meno ai “foresti”, forse invidiosi.

Pubblicato da Fazi, quasi un mese fa, 26 aprile 2009, attualmente è tra i dodici finalisti per il premio Strega, il cui verdetto dovrebbe essere reso noto l’11 Giugno prossimo (una delle numerose fonti qui: http://guide.supereva.it/letteraturaitaliana/interventi/2009/05/premio-strega-2009-ecco-i-finalisti).

E’ stato già scritto nella quarta di copertina (da Marino Sinibaldi) che “Con una lingua nitida, a tratti feroce, mai retorica, attraversata da una vena di sarcasmo che non concede nulla alla pietas, l’autrice affronta il più evitato degli argomenti: la sofferenza. Mai, lungo queste pagine, si può dimenticare che è malata, gravemente. Però basta uno spiraglio della finestra in cucina a far entrare un platano o un merlo. C’è una gatta fedele, indulgente, comprensiva. C’è una esistenza verso cui – Zeta non lo direbbe mai e certamente si rifiuta perfino di pensarlo – si può nutrire un orgoglio felice. Segnata com’era, ora finalmente appare bella. E piena di sogni, ricordi, fantasmi, di intelligenza. Non degenera: può sfidare il peso dei rimorsi del passato e l’orrore dei sintomi di oggi, ironicamente e fieramente: «Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso». Lo fa in questo libro singolare: piccolo auto da fé e magnifico inno alla vita che era ed è”.

Il tema ‘malattia’ intrecciato con ‘sofferenza’ e pungente ironia. Questo mi ha attirato.

Della malattia, come macro categoria vastissima si è scritto moltissimo. Per non parlare della sofferenza (del malato in questione o dal punto di vista dei ‘cari’ vicini o lontani). E sono spesso resoconti, diari o meno, ma che comunque ripercorrono le ‘tappe’, la progressione, i traguardi quanto le eventuali ricadute. Poi la morte. Tema, invece, tutt’altro che abbracciato dalla Letteratura ‘conosciuta’ (pubblicata) ma comunque se legato all’ammalarsi, comparsa più accettata. Nulla di nuovo insomma, verrebbe da commentare ‘a caldo’.

Invece no.

Ed è altrettanto singolare, secondo me, che di Cesarina Vighy si trovi poco on line, le informazioni sono striminzite, quasi pudiche mi verrebbe da commentare. Perché Cesarina Vighy, originaria di Venezia, attualmente vive a Roma (come recita la breve biografia diffusa da Fazi), non più giovanissima (l’età non è un segreto, nella dichiarazione di cui sopra è la stessa autrice a sorriderci) con ‘L’ultima estate’ pubblica il suo primo romanzo. Che è la storia di Zeta, voce narrante che solo nel primo e nell’ultimo capitolo si alterna con un’altra voce, scritta in corsivo in una sorta di ‘inversione di ruoli’, la cui giusta collocazione nella narrazione si rintraccia esattamente nelle ultime due parole del romanzo.
Zeta dunque, che racconta e si racconta. Una vita vissuta. Partendo da lontano, dai genitori, il passato che è anche storia, in una sequenza di incastri fluidi. Poi la fase più delicata, gli ultimi capitoli interamente dedicati a preparare il lettore per quella che è l’attuale (in realtà ormai evidente) condizione di malata terminale, colpita dalla Sla che attende semplicemente lo scorrere delle giornate. Ma non si arrende. Resta curiosa, vigile e lucida.

E’ una storia, una delle infinite storie tra fatti, amori, pressioni, vittorie e sconfitte, cadute e riprese; costellate dall’arrivo di un compagno inatteso, da tutti temuto: la malattia appunto.

I fatti propri fanno sbiadire anche i più importanti eventi pubblici, relegandoli sullo sfondo a far da quinte. […] E’ il momento in cui scopri che il tuo cuore è diviso in tanti pezzi o, meglio, è distratto, incapace di seguire un solo sentimento senza esitazioni…
(pag.124)

Miracolo? Ai miracoli non credo. Piuttosto, al di là della stima, l’affetto, l’amore, si crea spesso un legame inestricabile, una simbiosi, tra oscuri bisogni che cercano, e spesso trovano, un sollievo, una comprensione in quelli dell’altro. Ora so cosa cercavo io. Un alibi. Un alibi che giustificasse il mio scarso successo, il mio negarmi alla creatività, alle buone frequentazioni, alle amicizie, alle novità. […] Eppure eccoci qua: io malatissima, lui, l’angelo incazzoso, solerte come una madre che indovina i desideri del suo bambino ancora prima di sentirglieli esprimere. Eccoci qua dopo anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità.
(pag. 120-121)

Ma Cesarina Vighy, a mio avviso, realizza con questo romanzo qualcosa di decisamente inusuale, una frattura importante tra quello che è l’immaginario a proposito della pietà, della pena per il malato, per la vita che sfiorisce troppo rapidamente, per quello che poteva essere e mai sarà, per la ‘condanna’ che sposta affettività, umori e programmi; tutto questo c’è intendiamoci ma mai come ci si aspetta. Zeta narra senza fronzoli, ridicolizzando lamenti, rabbia cieca, moralismi e cliché. Zeta è ironica in un modo pungente, sprezzante verso se stessa, la malattia, il mondo tutto. E’ anche spietata, osserva i ricordi, il passato, senza concedere quella stessa pietas che non cerca, anzi, evita rigorosamente a se stessa chiudendosi in casa, fuggendo da ogni contatto ‘umano diretto’, tra i suoi amati gatti e gli oggetti familiari, rassicuranti.

Se è una nuova legge del mercato, io non lo so e non mi interessano francamente le dinamiche ’da concorsi’, resta il fatto che l’approccio, la modalità scelta dall’autrice per addentrarsi in meandri bui ridendo sguaiatamente di sé, di tutto e tutti, sfaldando certezze post romantiche e rinnegando la consolazione fine a se stessa, quel certo modo di parlare e considerare i malati; tutto questo graffia. Spiazza. Confonde anche, almeno all’inizio. I sentimenti, però, ci sono.

Galleggiano, si nascondono quando sono attesi per poi sbucare all’improvviso. Ma sono talmente fondi, scarnificati e onesti che non possono lasciare indifferenti.

Non era un lavoro difficile perché il resto dovevo farlo io; la ripulitura finale i medici di una clinica, come si dice, compiacente. Mi avvisò lealmente che durante la notte avrei sofferto (“come un parto”) e mi raccomandò di camminare ma senza perdermi la cannuccia. A un certo punto, sarebbe uscito.
[…]
Come diceva Charlot, la vita vista in primo piano è una tragedia, in campo lungo una commedia. Pallida, seduta ingloriosamente sul bidè, non sembravo certo una regima ma quando, improvviso, sgusciò fuori dal mio corpo una specie di bambolotto piccolissimo, nerastro, imbrattato di sangue, sentii per la prima volta la solennità della morte.
(pag. 81)

Capitolo a mio avviso quasi ‘a parte’ è uno degli ultimi: I consigli di Madame de La Palisse. Dopo circa centosettanta pagine di ricordi, sprezzanti analisi, leggerezza e sofferenza, Cesarina Vighy cede alla condivisione più faticosa, lascia tracce concrete attraverso la voce di Zeta. “…sperando di fare cosa utile, così parlerò ai principianti, ai catecumeni di questa mia e loro malattia, fornendo alcuni semplici consigli desunti dall’esperienza” (pag.174). Naturalmente sono suggerimenti non convenzionali, che non perdono lo smalto del resto del romanzo, pungono e strappano a dovere. Non li svelerò, questi consigli semplici, mi accontento di commentare che è un capitolo notevole, non stupisce con effetti speciali 3D ma arriva dritto al ‘cuore’ o ovunque sia l’affettività del lettore.

“Talvolta mi vengono delle idee che non condivido”, dice il filosofo ridens Woody Allen. Anche a me.

Ho steso tra i primi, coscienziosamente, sperando che un giorno potesse avere valore, un testamento biologico fai-da-te in cui credevo che mi risparmiasse buchi, cannule e sondini, nella certezza che la natura, nostra madre, sarebbe stata pietosa.

Solo dopo ho conosciuto la malattia, la sua ingiustizia e casualità e ho scoperto che siamo infinitamente adattabili, che cambiamo idee e ideali seguendo peggioramenti…
(pag.181)

Ci sono frequenti contatti tra Zeta-narratrice e il lettore, contatti indiretti ovviamente eppure improvvisi, inaspettati e tutto sommato divertenti. Probabilmente sdrammatizzano o meglio contribuiscono alla frattura da ‘oddio sta morendo però’.

Solo un po’ di pazienza, una piccola pausa: fate ricreazione, intanto.
(pag.119)

Ma, come si diceva nei romanzi un tempo rispettabili, facciamo un passo indietro.
(pag.44)

Infine un’annotazione personale di stupore data la materia trattata: la parola tanto temuta, quella che in molti neanche pronunciano per sbaglio – morte – non come sottotitolo scritto talmente in piccolo che neanche una lente potrebbe renderlo reggibile bensì come temporaneo protagonista, lei insomma. Si presenta a pagina 186, a romanzo in sfilacciamento fisiologico. Il lettore sa, che lì si arriverà, succede sempre, sa che il mostro aleggia, può apparire in qualsiasi momento, può colpire alle spalle e distruggere anche la risata più fragorosa e genuina. Eppure la narrazione resta a galla. Non cede fino alla 186, a quattro pagine di distanza dalla fine del romanzo, dal sipario che cala attraversato da merli di fine estate.

[ Articolo pubblicato il 28/05/2009 su AgoraVox:  http://www.agoravox.it/Tra-il-Campiello-e-lo-Strega-oltre.html ]

Written by barbaragozzi

Giugno 2, 2009 alle 2:20 am

Pubblicato in 2009

Mi resta

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di Barbara Gozzi


Pensavo.

A come staccarmi di dosso questa fatica, questo strascinarmi tra cemento familiare e noia fastidiosa imposta dal sistema, che poi sono io, il sistema, io che l’ho accettato, carezzato negli anni, qualche volta perfino amato. Ora no. Non vedo come, mentre il pollice nudo poggia timido sul marmo della camera da letto arriva la fitta e resta, ossessionante, dodici, diciotto ore filate attendendo il distacco, il finto riposo buio.
Pensavo anche, che prima o poi il serpente muterà, lo fa sempre in effetti. Stavolta non tanto presto, lo so, scrostarsi richiede tempo e pazienza, ho bisogno di toccarlo quel freddo da decomposizione, quelle zone che stanno morendo dentro di me, ora agonizzano ma spero presto. Presto. Le dovrò staccare, piano, molto piano ripulirò ferite e croste, non so quanto bene mi riuscirà, credo davvero poco stavolta.
Potrei, riflettevo anche, alzarmi ora, prendere la borsa con i piccoli oggetti essenziali del mio non essere e oltrepassare una porta, poi l’altra. Nessun cenno, assenza di sguardi. Camminare svelta attraverso il piazzale slabbrato (non chiamatemi, non seguitemi, non voglio sentire niente, niente), gli occhiali da sole infilati senza fermarmi, aprendo e chiudendo la zip con mani vagamente tremanti, instabile nelle scarpe a tacco basso che per anni non ho messo. Potrei salire in macchina e lì si ferma la mia mente, mi vedo dentro l’abitacolo impolverato e rovente, mentre fisso il cruscotto e stringo ancora la borsa bianca, contro un petto che corre, corre, corre.
Alla fine, come sempre, mi resta quel certo pen-sare che è sbri-ciolare, immobilità stantia, dispersione energetica unta di amarognolo, artigliata e incurante di quanto.
Manco.
Perdo.
Fingo che del sole fuori me ne resti un granello, nel fondo solo mio, e che basti. Per non, per poi. Anche di un microscopico ‘per’ solitario, mi accontenterei.
Per.
Per.
Per.


Foto di Bg

Written by barbaragozzi

Maggio 29, 2009 alle 2:20 pm

Pubblicato in 2009

Mammano Simona – Assalto alla Diaz

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E’buio, quasi mezzanotte, quando dal fondo di via Cesare Battisti si sentono arrivare dei rumori. Rumori insoliti. Un uomo è in strada, dentro la scuola fa troppo caldo, d’altra parte siamo in luglio, in Italia. Forse, pensa l’uomo, è meglio l’estate inglese. Il rumore si avvicina, sembra quello di una marcia, l’uomo guarda verso la fine della strada e vede una colonna di persone. No, non sono semplici persone, sono poliziotti. L’istinto gli fa gridare all’amico accanto di scappare, ma lui non riesce, viene travolto.
(pag.9)

Ci sono eventi che più di altri si sbucciano, dove la realtà assume troppe facce perché occhi e mente umana le possano cogliere tutte, essendo poi in grado di ricostruire ’un intero’. I fatti spesso, sono il vero e unico problema. Riuscire a recuperarli, possibilmente ’interi’ appunto, e non mere schegge o parti rese soggettive dalle memorie individuali, le volontà, i credo politici ma anche religiosi o etici o morali e così via.

Ciò che accadde sabato 21 luglio 2001, a Genova, in occasione della riunione del G8, e più precisamente dentro la scuola Diaz nel corso della notte, fa parte di questo grappolo di non-eventi, quando gli accadimenti mutano forma e sostanza per volontà e parere individuale. Quando la gente fatica a capire, la stampa, i Tg e ogni altro mezzo di informazione non riesce a chiarire, né nel corso di quel fine luglio rovente, né negli anni successivi.

Ce ne sono voluti sette, di anni, per arrivare, il 13 novembre 2008, alla sentenza di primo grado.

Eppure oggi, maggio 2009, se si ferma qualcuno per strada, non importa dove (nord, sud, centro, come volete) e non importa neanche ’chi’ è questa persona; se si chiede cos’è successo alla scuola Diaz nel 2001, cos’è l’assalto alla Diaz, ecco che le parole si confondono.

Qualcosa però si è mosso, tra parole e carta: un funzionario della Polizia, ex sindacalista, una donna. Simona Mammano. Non è riuscita a placare un’ossessione, un bisogno di equità, che da anni si trascina. ’Assalto alla Diaz’ da poco pubblicato da Stampa Alternativa in una collana coraggiosa, tenta di ascoltare le voci, ma lo fa attraverso il rigore dei documenti, attraverso le dichiarazioni, le ’registrazioni dei fatti’ che non dovrebbero dunque finire troppo inquinate da animi, pathos e umori. Dovrebbero certo, nessuno ci può dare certezze in proposito. Ma questo è un male ormai consolidato. Sappiamo che ciò che ascoltiamo dall’amico quanto dal rinomato giornalista può essere una verità parziale, la verità di quel dato soggetto, di quel momento.

Eppure in questo libro di raro impegno civile, Simona Mammano fa uno sforzo ulteriore. Si scherma. Quello che pensa, o ha provato, vedendo, poi scoprendo strato dopo strato non è rilevante, non per un testo che mira a ’presentare fatti’. Nudi. Crudi. Ma fatti reali, messi in fila, tentando di districarsi tra tante, forse troppe, voci spesso contrastanti, confuse, ma che qualcosa, comunque, dicono.

E’ evidente, dunque, lo sforzo dell’autrice, non solo personale ma anche pubblico, l’urgenza di ricostruire. Non condannare a priori, tanto meno assolvere o criticare.
Fatti. Accadimenti. Sequenze di azioni, reazioni, ragioni, cause-effetti.

Antonella Beccaria (on line rintracciabile qui: http://antonella.beccaria.org/ ) , co-responsabile della collana ’Senza finzione’ (che ha all’attivo altri due titoli pubblicati: http://www.stampalternativa.it/collana.php?collana=senza%20finzione), ha affermato alla presentazione bolognese che “i fatti qui urlano più delle parole”. Pare perfino scontato a dirsi oggi. Eppure è proprio così. Non c’è bisogno di lasciarsi ’convincere’ o trascinare da questa o altre teorie su chi, cosa, come, perché. Non c’è n’è bisogno dal momento che gli eventi, rintracciati e proposti come assi di legno su cui camminare, non necessitano di spiegazioni sformanti. Solo dopo, a lettura ultimata, ognuno penserà – se vorrà – crederà o meno, ragionerà insomma.

Però saprà.
E sapere, questo tipo di sapere non è solo prezioso ma essenziale per ricostruire una memoria che non sia astratta, menzognera, inutile.

Simona Mammano cerca il dialogo attraverso un libro senza fronzoli o romanzate. La fantasia qui non esiste, non deve. Ogni pagina registra. Nient’altro. E le storie che si intrecciano inevitabilmente non sono fiction ma reali respiri di chi, quel luglio 2001, si è trovato a Genova, dentro un ’qualcosa’ forse più grande di loro, di loro tutti messi insieme.

’Assalto alla Diaz’ non ha la pretesa di raccontare ’tutto’ di quel G8 maledetto, restringe volutamente il campo, gli occhi della Mammano si concentrano su un preciso lasso temporale, proprio quando i pareri, i ricordi, le certezze dei presenti (e non) si sono troppo facilmente spaccati, stratificando una realtà che perde così una propria collocazione nella storia italiana, si trasforma in circo, illusionismo dove ognuno si sente autorizzato a pensare quello che preferisce.

L’autrice è assistente capo della Polizia di Stato, una donna forte e fragile, ma piena di passione, che cerca disperatamente il confronto, l’occasione per ascoltare e farsi ascoltare, per non perdere quelle briciole abbandonate, frammenti di un passato ancora recente, doloroso, troppo controverso per poter essere accantonato senza lottare. “Vorrei essere un anticorpo” ha detto l’autrice, e gli anticorpi sappiamo cosa fanno: neutralizzano corpi estranei, virus, batteri. Combattono ’i cattivi’ insomma. Ed è questo, io credo, il grande valore di una persona – prima – e di un libro – poi – che non cerca il mercato editoriale ma la gente, che non costruisce ma ri-costruisce, che combatte per riportare a galla quanti più strati possibili. Fornisce strumenti.

Non è una lettura immediata, è bene precisarlo, non potrebbe né deve esserlo. Gli accadimenti ricostruiti attraverso atti, documenti, dichiarazioni, diventano piccoli serpenti che sgusciano, tentano di scivolare lontano ma. Proprio perché le voci ci sono e sono tante, il lettore ha la possibilità – l’occasione – di ascoltare con calma e pazienza, di seguire code e sensi, di unire tasselli, delineare quei fatti con una precisione fin ora forse impossibile.

“La confusione e l’agitazione di quei momenti può aver reso i ricordi imprecisi e confusi” è stato dichiarato dai magistrati di Genova, il febbraio scorso, spiegando la sentenza del novembre 2008. (fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/g8/diaz-motivazioni/diaz-motivazioni.html )

Allora è arrivato il momento di recuperarli, quei ricordi, di perderne il meno possibile.

Simona Mammano ci prova, con coraggio e determinazione, con la disperazione di chi non ha capito per molto tempo e già questo stato – di non conoscenza, non comprensione, confusione – è inaccettabile. Oggi più che mai. Sommersi di media, mezzi di comunicazione e tecnologie.

Certo, il G8 è finito. A un certo punto l’Italia ha preso a respirare regolarmente, passato il caldo, con le foglie dell’autunno e nuovi anni in successione. Il tempo allevia, attutisce, si dice.

Ma è necessario, doveroso, per noi, per le prossime generazioni, per riprendere una coscienza civile, una memoria storica che non sia solo ventriloquismo sterile; è necessario aprire gli occhi e impegnarsi.

Non ci sono rivelazioni, sia chiaro. Colpi di scena o capovolgimenti inaspettati. Nulla di quello che il libro contiene è di fatto ’inedito’. Ma la capacità di sintetizzare raccogliendo l’essenziale; l’intento asessuato, apolitico e lontano da ogni moralismo di ricostruire meri fatti; lo sforzo di rendere carte processuali, dichiarazioni, ’leggibili’ anche da chi ha poco tempo, magari fa altri mestieri, ha una propria ’vita’ e routine da assecondare. Questi sforzi non vanno ignorati.

Ultima annotazione sul libro: ciò che accadde la notte del 21 Luglio 2001 alla Diaz ha avuto dei ragionevoli ’prequel’, ovvero circostanze, situazioni, condizioni che hanno portato le persone a essere ’ciò che sono state’ e non solo in termini di motivazioni, intenti e ideologie. Tutt’altro. Ed è fondamentale, riconoscerli questi antefatti, questi pre-accadimenti perché non si arriva alla violenza dal nulla, a quel tipo lì di violenza collettiva, non sono le ’lune storte’ o le congiunzioni astrali sfavorevoli. In ’Assalto alla Diaz’ tutto questo viene delineato con lucida precisione, ed è un ulteriore sforzo di equità, restituzione, un modo concreto per andare oltre i parafulmini, per annusare davvero quella polvere e quell’aria elettrica.

Il blog di Simona Mammano: http://simonamammano.blogspot.com/.

Written by barbaragozzi

Maggio 25, 2009 alle 2:24 am

Pubblicato in 2009

Postorino Rosella – L’estate che perdemmo Dio

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Le fughe sono anche perdite. Di solito è inevitabile.
E lo sono soprattutto per gli occhi di una bambina che non capisce, non sempre, cosa succede attorno a lei, cosa dicono ‘davvero’ i grandi che invece dosano toni, modi, significati. Eppure quegli stessi occhi non cedono all’inganno, ricordano e si sforzano di comprendere, uniscono tasselli lontani. Seppure dentro una realtà di divisioni, fughe appunto, e fatica che è anche perdita, abbandono di qualcosa che prima era poi nulla.

Una famiglia lascia un paese del Sud, verso un ‘Altitalia’ fredda, sconosciuta e vuota, ma in grado di garantire sopravvivenza. Padre, madre e due figlie lasciano la famiglia. La. Famiglia. In fretta e furia partono, abbandonano terra e grida, morti.
Finché un’altra morte, l’ennesima, e il passato che torna, si incastra col presente che è diverso per forza, lontano dagli affetti, i luoghi noti. E nel ritorno gli occhi di una bambina ricostruiscono. Recuperano memorie e percezioni, volti familiari e pianti nuovi.

Rosella Postorino sceglie un angolo narrativo preciso, che sposta la visuale mostrando la storia attraverso incastri differenti. Caterina e quello che ricorda, metabolizza, affronta nei suoi dodici anni anagrafici. Il viaggio di Salvatore, il padre di Caterina, il ritorno alle origini tra parenti in lutto, rimorsi gravosi, dolori mai sopiti, dubbi graffianti.

Il senso di ciò che è giusto e ciò che non lo è qui si sfalda, ed è uno sbriciolamento lento ma inesorabile. L’immagine ormai consolidata della famiglia del Sud in fuga da una realtà evidentemente scomoda e illegale ma che mantiene legami forti e contrastanti con le proprie radici, la Famiglia e un passato fin troppo presente; questa immagine fa parte ormai di una precisa idea del meridione, dei meridionali e di quegli affari che sporcano l’Italia. Eppure. Straordinariamente questa storia vira, narra senza sovrastrutture. La voce bambina di Caterina aggancia il presente scosso dall’improvvisa partenza del padre, con un altro viaggio altrettanto improvviso e segnato dal presagio funesto della sciagura, in un passato ancora vivo, pulsante. Ed è necessariamente una voce che non può, non deve, attribuire colpe se non ponendo ogni cosa, ogni azione, persona e ricordo sullo stesso piano. Noi non siamo cattivi, vero? Arriverà a chiedere ma è una domanda a cui il lettore ha già risposto, inconsapevolmente forse, senza pronunciarla ad alta voce. Perché non si riesce a ignorare il dolore di questa famiglia, la ferocia di un buco tra la carne di un uomo e una donna, giovani sposi, giovani genitori, pieni di paura, divisioni che sono fratture in aumento, disposti a dividersi pur di salvare le figlie e allo stesso tempo pulcini impauriti in una terra straniera, quest’Altitalia che pare ostile per definizione, talmente diversa negli odori, sapori e nel silenzio che diventa crudeltà tra le mani dei bambini.
Siamo tutti fatti di ossa, carne e cicatrici. Questo sembra dire il romanzo. Possiamo aver commesso questo o quello, sbagliato o meno, abbandonato ma non dimenticato, scelto eppure lottato contro la scelta stessa, amato e odiato nello stesso momento, ricordato e tentato di dimenticare, reciso legami poi rimasti aggrappati al collo, accarezzato e impugnato armi.

Salvatore non sa distribuire colpe, Salvatore delle colpe non se ne fa nulla. Quando ama non condanna, Salvatore crede nel rispetto, nel bene che a volte prende pieghe strane, nel bene che a volte devia dal percorso…
(pag.293)

Perdere Dio, d’estate, è dunque l’unica strada percorribile.
Per trovarlo ugualmente, un modo per continuare a vivere, seppure in perenne fuga, da eterno ospite spesso sgradito, ma ‘vivo’ e capace ancora di sorride a un arrivo con le mani che stringono ancora – sempre – l’ultima partenza e dietro, visibili e pressanti, quelle precedenti, le persone che.

Una struttura che assorbe, dove i tempi e le visuali si alternano con sapienza, catturano.

Poi i dettagli.
Credo che uno degli elementi notevoli e degni di nota, plauso di questo romanzo siano propri i dettagli. La capacità della Postorino di volgere l’attenzione a piccoli gesti, azioni banali e semplici, oggetti comuni quanto spesso invisibili. Eppure ogni tassello non è casuale, bensì funzionale, necessario a catturare l’anima di Caterina, la lotta di Salvatore e quella altrettanto dura, faticosa, della moglie Laura. Poi Margherita, la sorella minore, Ignazio, nonna Cata e nonno Cecè (protagonisti di delicate quanto toccanti scene familiari unte dal dolore), ‘Ntoni, Fatima e tutti gli altri rimasti in quel Sud pericoloso, faticoso eppure unico luogo dove poter stare.
Non si può essere naufraghi per sempre, pensa Laura a un certo punto, e come lei il marito Salvatore si sente un sopravvissuto che ama e odia la vita rimasta. Eppure in quelli che paiono dialoghi tra sordi, linguaggi incompatibili; lì tra silenzi e labbra che sanguinano; lì, c’è l’essenza di una storia che non chiede. Si spoglia.

Lui taceva. Serrava le labbra. Si strappava le pellicine coi denti. Sembrava cattivo in quel momento, a guardarlo. Ci sono uomini che quando soffrono non fanno tenerezza, fanno paura. Ci sono uomini che mascherano il dolore con la rabbia, la desolazione con l’indifferenza, e solo conoscendoli bene si può trovare la forza di andargli incontro, solo amandoli molto si può soffrire per loro.
(pag.218)

… il giovane uomo e la giovane donna camminavano con facce spaesate, e tuttavia non si fermavano, sapevano che un minimo scollamento avrebbe potuto far crollare tutto, produrre in uno a caso dei due un guizzo di follia, fargli mollare di colpo la mano della figlia, voltarsi e iniziare a correre, con un’agilità mai vista prima salire di nuovo sul treno, restare sospeso ancora un po’ sul limine, al confine tra la vita precedente con le sue certezze e i suoi sogni programmati, e quella futura, un lenzuolo bianco steso sopra ogni cosa.
(pag.50)

Rosella Postorino scrive osservando, vivendo, cogliendo moti, stati e livelli di quel dentro della natura umana che non sempre ci piace conoscere ma che c’è – preme – e fa parte di ognuno di noi.

L’estate che perdemmo Dio
di Rosella Postorino
Einaudi, stile libero big
Isbn: 978-88-06-19625-7
Aprile, 2009, pag..344, E.19

Written by barbaragozzi

Maggio 21, 2009 alle 2:29 am

Pubblicato in 2009

Paolin Demetrio – Il mio nome è legione

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“Quando il male ci tocca, noi torniamo bambini. Il male annulla ogni identità e ci trasforma, ci riporta in quel periodo della nostra vita dove anche un’ombra sul muro aveva più influsso e spessore di noi…”
(pag.108)

Il male non ha genere, sapore, odore, peso specifico.
Esiste, re-siste dentro e fuori.
Ma non è come nelle battaglie epiche, non ci sono ‘Terre di Mezzo’, noi lo siamo. Creature che nel mezzo alitano e lo respirano.

Ma cos’è poi, Il Male? Dov’è? Di cosa si nutre, quando si mostra?
‘Il mio nome è legione’ non lascia risposte, non deve ma lo sfoglia, questo Male, lo accarezza , lo proietta in ogni possibile eccezione: ferocia, incomunicabilità, bisogni individuali, dolore, lucida e cruda osservazione, colpa.

Ed è una narrazione che si muove su piani differenti, sposta inquadrature, salta tra trame e personaggi dai corpi diversificati, strati di immaginario e passato storico reale, voci che mescolano confondendo, incastrando reazioni, pensieri e logiche.

Questo ‘oggetto narrativo urgente’ così lo ha definito Giuseppe Genna (http://www.giugenna.com/2007/09/19/pubblicate-il-mio-nome-e-legione-di-demetrio-paolin/ ), non si preoccupa di essere, mostrarsi, non si mortifica abbellendo azioni e parole, non si cura di toccare ferite scoperte, purulente. E’ il lettore, al contrario, che faticherà a non avere paura, a non sentire un peso, una pressione sul petto, se riuscirà ad addentrarsi in una storia, che non è mera sequenza di eventi, sviluppi o dialoghi. In questo libro c’è dell’altro che tocca snodi profondi dell’essere umani imperfetti che si illudono di poter scegliere, che sognano ‘Terre di Mezzo’ e non accettano ciò che realmente è. Il Male siamo noi. Non l’essere o vivere nel, ma avercelo dentro, respirando, mangiando, amando, volendo.

L’autore, Demetrio Paolin, racconta di un Demetrio, giornalista in perenne contorsione tra ciò che è stato, le memorie del suo passato e di quello di tutti, e ciò che è, che sente di essere eppure ancora non si ferma, continua ad analizzare, strappare strati di pelle, ossa e sangue.
Demetrio personaggio ha gli occhi del giornalista, il cuore aperto ‘ai’ colpi ricevuti quanto inferti, naso e orecchie in stato di allerta, pronti a cogliere ogni spostamento d’aria, mani in attesa di afferrare tempi e luoghi di ieri e oggi, braccia decise per liberarsi dall’immagine (o meglio: dalle immagini ovvero quella dell’uomo che registra fatti, ma anche l’innamorato, il figlio rispettoso, l’amico indifeso, il fratello protettivo) per arrivare. Al fondo. A lui, il Male. Attraverso un percorso complesso, a tratti confuso, volutamente scarno e frammentato, che attende decodifiche.

Chiunque può avere una visione, un’estasi, del paradiso o dell’inferno. E’ un’immagine comune, come le domeniche nei paesi o lo struscio nelle città, basta entrare in una chiesa e guardare in alto sulle volte e vedere cosa è paradiso e cosa inferno: e poi, magari, sognarlo. E sognandolo convincersi che è vero, che è reale.
Nessuno ha visioni di limbo, Tomacek era il limbo di Demetrio, la sua visione, la sua estasi. In questo limbo ci stanno le persone che Demetrio ama, ma trasumanate.
(pag.38)

Le capacità dell’autore di scarnificare narrando, tratteggiare senza descrivere, muovere stati, umori, percezioni con la fluidità dell’artista con le tempere sulle dite; tutto questo merita attenzione.

Un buio perfetto colmava di sé ogni cosa. Pennellate dense, profonde, nere, scendevano dall’alto del quadro e andavano in fondo. Sembravano la pece che i soldati – a difesa di qualche roccaforte – facevano calare sulle mura contro gli assedianti. Era un nero saturo di grida, di pianti, di bestemmie a dio, di lamenti. Un nero di corpi liquefatti e feriti, che a guardarlo bene, però, prevedeva zone opache, come trasparenze dove s’indovina un paesaggi celato.
(pag. 101)

L’edizione di Transeuropa è impreziosita dai disegni di Nadia Zorzin rintracciabili anche on line, sul sito di Vibrisse (http://vibrisse.wordpress.com/)  scorrendo i post dal 5 al 13 maggio 2009.
Qui invece il booktrailer realizzato da Grenar: http://www.youtube.com/watch?v=2IHElZ6P2bc
Il primo capitolo pubblicato sul sito della casa editrice: http://www.transeuropaedizioni.it/leggi/13_Primo_capitolo_Legione.pdf

Il mio nome è legione
di Demetrio Paolin
Transeuropa Edizioni, Maggio 2009
Isbn : 978-88-7580-051-2
Pag.140, Euro 12,90

Written by barbaragozzi

Maggio 18, 2009 alle 7:31 pm

Pubblicato in 2009

Aspetto

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Ero confusa, stordita si.
E avevo questa paura che era (è) serpente velenoso, striscia su di me, attraversa pancia e petto, opprime.
Il tempo, si, dovrebbe smussare, e livellare spazi, tempi e ricordi. Dovrebbe farci respirare con più calma, favorire la lenta digestione di quei componenti che non hanno sostanza, non si possono afferrare ma dentro (tra il buio che siamo) sono materia. Non so se davvero funziona.
Non so granché in effetti.
Fuori è grigio.
E’ tornato il freddo della primavera che stuzzica, non cede al sole che aspettiamo (noi che con l’inverno ci copriamo, tramiamo e aspettiamo avidamente i raggi caldi, avvolgenti).
Ero confusa, adesso meno. O meglio. So qualcosa, qui e là, il resto fluttua.
Ho comprato un nuovo profumo. Avevo il campioncino da un pò, rintracciato in una vecchia borsa e stamattina l’ho visto sullo scaffale. E’ una fragranza maschile, ruvida e legnosa. Non l’ho preso per te, il tuo odore non credo si possa riprodurre artificialmente. Sono io che ne ho bisogno.
Di qualcosa che mi restituisca la dimensione del mio corpo, del mio essere, dei piccoli gesti.
Le formiche corrono. Stanotte le ho sognate (davvero sai). Corrono svelte e mi solleticano la pelle. Ogni tanto mi giro e una zampina mi sfugge. E’ piacevole però, perché fanno parte di questo. Dell’essere viva. E dell’aspettare (cosa, giuro, non lo so, non ci posso pensare).

Sta per piovere.

Aspetto.

Written by barbaragozzi

Maggio 16, 2009 alle 1:39 am

Pubblicato in 2009

Sapendo

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Allora il tempo, lo spazio.
E quest’aria umida e calda insieme.
Allora camminare, ascoltare. Notare gli odori, i sapori delle cose attorno, ascoltare la musica che in testa sedimenta.
Non è la primavera, no, questo tempo è altro, faticoso e affannato. Amico delle paure, di dubbi infiniti e infinitamente irrisolti. Questo tempo è conoscenza, riscoperta e ammissione.
Allora i nervi tesi del collo si spiegano, parlano della voglia di non tirarsi sempre, mollare prese inutili, crucci antichi e nuovi, abbandonare pressioni esterne, imposte e forzose. Parlano di affettività che restano, cullano e chiedono solo di lasciare tracce – queste – dove ogni cosa, questo vissuto, resterà. Fermo. Pulsante.
E la speranza che il bene trovi la sua strada.
In un altro tempo, nuovo spazio.
Sapendo di essere passato, comunque, da qui.


Written by barbaragozzi

Maggio 14, 2009 alle 8:38 am

Pubblicato in 2009

Lei, la non utilità

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L’inutilità è l’alibi perfetto dei disperati.
E’ evidente che lo siamo tutti. Utili. Anche solo per mettere il maledetto disincrostante nel cesso. O per spendere i fottuti soldi. Ma soprattutto.
Sopra.
Ogni altra funzione.
Siamo utili agli altri.
I disperati una tacca in più, ammettiamolo.
Ricordano l’abisso da tenere alla larga. E’ grazie a loro che gli altri sorridono alle feste comandate, abbracciano figli dei quali ignorano le vite, leccano culi secchi di capi e si lisciano la pelle sotto la doccia con l’ennesimo ritrovato miracoloso.
I disperati hanno molto bisogno dell’inutilità, li aiuta ad affondare, a sprofondare.
Certo.
C’è il peso, quella fatica di pompare correttamente cellule varie e sincronie biologiche.
Ma ormai ce l’hanno tutti (o dicono di avercela, si convincono), quella fatica lì di essere, e vivere, e restare, e sopportare.
Malinconia si diceva secoli fà.
Poi depressione.
Sbalzi d’umore.
Tristezza profonda per i poeti romantici e bugiardi.
Apatia lo diventa se anche muoversi, fare, è doloroso, impossibile.
Dolore. Sempre. Ma è un ‘male’ comune a molte altre patologie. I disperati non sono poi così facilmente individuabili.
La non utilità però, la percezione precisa, pulsante, puzzolente, di non spostare nulla a niente e nessuno. Lei. E’un ottimo balsamo, guarisce lentamente.
Dal viversi.

Testo e foto di Bg

Written by barbaragozzi

Maggio 10, 2009 alle 8:37 am

Pubblicato in 2009

Un lunghissimo minuto

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Non mi interessano i blablabla.
Le puttanate politiche o economiche o pseudo psicologiche.
Provo schifo per le spettacolarizzazioni. Per questo nostro bisogno di vedere il dolore degli altri, di catturare i volti distrutti, le bare, gli oggetti morti sparsi.
Non è mai il tempo di tacere. Forse ora, come tante tantissime altre volte, questo dolore andrebbe assecondato, lasciato libero di trovare una strada sua, soggettivi, individuale e privata.
Forse ora, festività o meno, fedi e ideologie a parte – ora – si potrebbe alzare gli occhi al cielo e aspettare.
Aspettare.
Qualche venatura.
O le nuvole che si muovono.
Con l’aria fresca di un aprile soffocante sulla faccia.
Non mi interessa trovare sensi, motivi logici men che meno filosofici, sociali o che.
La gente muore.
Noi muoriamo.
Io.
Certe volte è solo complicato. Credo. Inaspettato questo strappo che toglie il fiato, annienta progetti e sorrisi.
Certe volte è solo insopportabile. Mentre i jingle risuonano, i cartelloni pubblicitari per strada ammiccano come ieri, la scorsa settimana. Poi indici, ascolti, proiezioni, curve, numeri. Siamo anche questo. Capaci di piangere e mandare un sms al broker nello stesso maledetto infame istante. Capaci di promuovere i numeri verdi per gli aiuti senza mai usarli, mai neanche ricordarli.
La morte ci rende tutti uguali, diceva qualcuno.
Forse no però.
Ci sono tanti modi di morire, sentire, e viverla questa incognita temuta, odiata, imbavagliata.
Non mi interessano neanche le colpe a questo punto. Ammesso che ci siano, ammesso che servisse davvero. No.
Allora silenzio.
Possiamo, ammettiamolo almeno a noi stessi.
Che basterebbe smettere di riempire bocche e teste. Smettere di chiamare nuovi testimoni. Smettere di entrare in situazioni che chiedono – urlano – solo di fermare la giostra, scendere.
E guardare dentro il nostro cielo.
Si muore per tante ragioni. Terremoti. Malattie. Vecchiaia. Incidenti.
E si muore con infinite variabili attorno. Soli. Con qualcuno. Amati. Odiati. In pace. Pieni di pena o dolore o paura o terrore o disperazione o vuoto.
Si muore.
Finiamola con i trastulli cerebrali.
Le immagini impostate. Le musiche pilotate. I servizi coi pianti. Le domande che.
Finiamola di prenderci in giro.
Di inseguire sempre quel non-so-che capace di allontanarci dalla nostra realtà.
E se c’è qualcosa – in quel dentro che solo noi possiamo conoscere – se c’è. Liberiamolo.
Ma in silenzio.
I tacchi, i microfoni, i pianoforti e le registrazioni conserviamoli pure per domani. Domani ci sarà sempre. E’ ora, lo so. Ma resta l’illusione di poterlo allontanare, anche solo per un altro lunghissimo prezioso minuto.

Written by barbaragozzi

Maggio 7, 2009 alle 8:36 am

Pubblicato in 2009