Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

De Michele Girolamo – Con la faccia di cera (progetto)

lascia un commento »

Antefatto

I miei nonni materni hanno abitato oltre cinquant’anni a Ferrara. Esattamente nella zona di Mizzana, oggi considerata frazione (circa dieci/quindici minuti in bicicletta dal Castello Estense). Da bambina rimanevo interi mesi da loro, d’estate o per le vacanza natalizie. E ricordo una Ferrara. Fatta di viottoli persi nel tempo, la piazza ampia, aperta al cielo, il parco Massari e le sue favole, arterie silenziose circondate da periferie con qualche fabbrica a delimitarne confini. Ma anche i prezzi competitivi (lo sentivo cantilenare in casa, per ’noi’ che invece abitavamo nell’interland modenese). Il pane era delizioso. Poi l’acqua. ’Si’ diceva che la si poteva bere dal rubinetto che era ’buona’, depurata. Io non ci riuscivo (a berla), avevo in testa gli echi delle ramanzine dei miei, e l’idea di mettere il bicchiere sotto il rubinetto per poi portarlo alla bocca mi paralizzava. A Mizzana però, in molti bevevano così. Senza comprare le fantomatiche ’bottiglie’ da portare in giro in bicicletta (i nonni, i miei e molti altri della via, non conoscevano patenti, non avevano mezzi motorizzati e neanche ne sentivano la mancanza). Poi certe notti estive, tra afa sonnecchiante e zanzare, mentre noi (bimbetti)ragazzini giocavamo in lungo e in largo nell’unica via serpente del quartiere, l’aria ’sputava’ un prepotente odore dolciastro, zucchero amaro.

Mio nonno materno è morto ormai da diversi anni, di un ’brutto male’. Ha lavorato nelle fabbriche della zona tutta la vita. In quale non ha importanza. E ha vissuto vicino a fabbriche tutta la vita. Quale in particolare è facilmente intuibile per chi è pratico di Google Maps o affini eventualmente.

Suo fratello è morto il giugno scorso, per altri percorsi ma sempre in seguito a ’brutti mali’.

E così potrei continuare, in realtà.

Di tutte le famiglie, residenti o native di Ferrara e provincia, che conosco personalmente, tra parenti, amici, conoscenti, vicini, negozianti. Non ce n’è una – UNA – che non sia stata colpita da forme tumorali, in diversi modi e maniere. Giuro. Non una me ne viene in mente a distanza di oltre dieci anni da quando nonna, da vedova si è trasferita vicina a mia madre, nel modenese. Qualunque senso abbia o non abbia questa mia soggettiva e personale considerazione, è.

Da qui parto.

Da un libro.

E da una serie di fili che lo collegano ad altro.

Dalle voci. Che attraverso le pagine del romanzo, insistenti, tediose, emergono, chiedono ascolti, non mollano. Voci che sono artifici narrativi con radici reali, crudelmente reali e rintracciabili perfino nell’immensa rete. Voci di ferraresi vivi o vissuti. Voci che l’autore, Girolamo De Michele, ha recuperato correndo rischi, inserendole – queste voci – direttamente nel tessuto narrativo sapendo che il lettore avrebbe finito per inciamparci e forse non avrebbe gradito.

Dunque un romanzo. Un autore. Un progetto sociale ed editoriale. E una realtà fatta di persone, fabbriche, morti, sentenze e la città. Ferrara appunto.
In sostanza quello che segue è tutto qui.

Dedicato a qualcuno, più d’uno, che sa.
Barbara Gozzi
Parte I
Del romanzo (analisi, approfondimenti)
VerdeNero è una collana di narrativa il cui slogan ormai rinomato rimbalza, ‘noir di ecomafia’. Ed è proprio questo ‘biglietto da visita’ a collocare – in apparenza – i romanzi all’interno di una precisa ‘maglia’ del mercato. Eppure i colori della collana, verde e nero, non sono vincoli piuttosto spunti di una mission entro cui mi addentrerò nell’ultima parte di questo progetto.
Ecco dunque che ‘Con la faccia di cera’ non è neanche lontanamente un ‘noir’, l’autore l’ha definito “una ghost-story con evidenti debiti verso Il segno del comando, ma anche verso Blow-up e Lost”. In effetti gli echi si sentono, prepotenti.
‘Con la faccia di cera’ inquadra un fotografo e c’è senza ombra di dubbio un ‘mistero’ o forse più d’uno, il narratore ne avverte l’odore dalle prima pagine pur non essendoci nulla di definito.
Non manca, insinuante, maliziosa, sorprendente, una donna che appare e scompare con un’abilità dall’evidente collocazione ultra-terrena.
Poi il tempo che è un non tempo, oltre logiche cronologiche, sequenziali piuttosto sovrapposizione tra scene passate ma mai vissute e un presente che sfoca con la facilità degli scatti dietro un obbiettivo. Ci sono tutti, questi elementi le cui radici si diramano dal’66 attraverso le menti di Cortàzar, Antonioni e Guerra ma anche artigli aggrappati a frantumazioni di certezze temporali che dal piccolo schermo, virus semi letale, ha contagiato milioni di telespettatori nel mondo a partire dal 2004.
Eppure.
C’è dell’altro, sfuggente, tra classificazioni che paiono necessarie come il caffè la mattina. E sfugge perché oltre le mission, i progetti e le logiche sociali, ‘Con la faccia di cera’ è una storia. Con una location che ha precisi echi, ciottoli su cui camminare, fabbricati dismessi e respiri, tanti respiri. Poi personaggi, sviluppi e ‘sottotracce’ che affondano i denti nella storia recente, in documenti che ancora urlano silenziosamente, tra avvenimenti che sfilano sotto il naso restando – il più delle volte – invisibili.
Questo romanzo, insomma, non ha un peso specifico in quanto narrazione sociale, non solo. De Michele scrive consapevolmente, avvalendosi di strumenti che rendono porosa la lettura, lascia spazio al lettore, alle interpretazioni, si flette seguendo le rughe e le increspature delle fronti. Fornisce spunti.

C’è una Ferrara che odora di vecchio e nuovo, in trasformazione quanto piena, traboccante di spennellate di altre epoche, volti, sguardi che attraverso il tempo insistono, rumori (ig)noti e carne che accoglie e coccola. Ferrara mantiene ritmi paralleli ma mai del tutto coincidenti con quelli di altre città emiliane, mai del tutto plasmata dalla frenesia, il degrado figlio degli sguardi che troppo a lungo hanno indugiato su un futuro anelato ed eccessivamente desiderato. “E’ una città da bianco e nero, da colori d’epoca, Ferrara…” (pag.15).

Chi ci è passato almeno una volta lo sa, che non è capace di restare al passo con il secolo di appartenenza. Mantiene una dignità, un ancheggiare attraverso storia, politica ed economia, che non lascia troppo spazio agli annullamenti luccicanti, le novità tecnologiche, morfologiche e ancora oltre, mentali. A Ferrara si respira aria uguale e diversa, bisogna predisporsi per capire. Chiudere gli occhi il tempo di una folta di vento, il suono di un clacson. Passare i polpastrelli tra le ruvide scanalature di un muro del centro. Annusare vicoli incasellati quanto periferie contratte tra geometrie mutevoli e mai disordinate. Ma è anche città che si difende, chiusa entro mura (in)visibili, ‘dentro’ di sé, dove l’indifferente crudeltà (r)esiste. “ … siamo a Ferrara, dopo tutto. Qui ti può capitare di essere massacrato di botte sino a crepare, e nessuno si affaccia a soccorrerti”. (pag.70)
E tutto questo è parte del romanzo di De Michele non soltanto grazie a una precisa volontà dell’autore, ma anche per la puntuale capacità dello stesso di tratteggiarla con onestà. Il mistero che la avvolge e che il lettore sente sulla pelle, non è solo frutto dell’invettiva narrativa, della storia e le finalità sociali. Il mistero è, a Ferrara, in. Ferrara.
Uno degli elementi che più ricorrono, assillano, attraverso il quale De Michele ricrea precisi immaginari, propone simbolismi, è ‘la nebbia’. Ovunque scivola, striscia mentre in primo piano la storia prosegue. Nebbia dunque a localizzare incastri temporali quanto miscele di certezze e verità taciute. Nebbia come indicatore di evoluzioni fantastiche, assieme ai bagliori e quel senso di freddo al tatto, segnali decodificabili con facilità anche per il lettore più distratto, frettoloso. Eppure tra la nebbia si celano sub-strati, allegorie di quella che a tutt’oggi (fine luglio, agosto 2009) è ancora una ‘vicenda’ in divenire, dai contorni variabilmente (in)certi. Ecco che l’arrivo della nebbia scandisce precise evoluzioni nella trama, inghiotte personaggi e accadimenti, altri ne mostra per poi riprenderseli. La nebbia è anche condizione temporale precisa, che i ferraresi conoscono, atmosfera necessariamente sensoriale, dal vago sapore dolciastro, umido rarefatto. Infine, scavando ancora, è la materia pulsante di una realtà ‘sospesa’, che pende ora da una parte, ora dall’altra, e che vede sfilare cavalli che sono vite umane in bilico, pronte a gareggiare, cadere, morire.
Anche i cavalli, il palio, hanno consistenze e sottolivelli diversi. “La storia si svolge l’ultima settimana del Palio di Ferrara, mentre tra le vie della città compaiono personaggi venuti dal passato.” Spiega De Michele in un’intervista on line. Il palio dunque è parte della trama, è per inseguire un lavoro, fotografare l’evento appunto, che il protagonista finisce ‘inseguito’ dal passato. E contestualmente un altro lavoro, illustrare un libro sul polo industriale ferrarese commissionato dalla Camera di Commercio, da il giusto pretesto all’autore per inseguire i fili dei documenti sul ‘caso Solvey’, le dichiarazioni degli operai, voci rubate a nebbie senza tempo laddove le conseguenze ancora insistono, (r)esistono, ma anche volti persi tra procedimenti e tentativi di evitarli.

Abiti tessiture, insomma. David Belli, protagonista e fotografo ha una ‘dote’ necessaria agli sviluppi e ai messaggi (più o meno) individuabili dalla superficie. Immortala. Fissa. Ruba per sempre. Scene che sono miscele esplosive di oggetti, azioni, persone. Testimonianze indelebili attraverso registrazioni. E’ lo strumento, in questo caso, l’elemento chiave che determina priorità e sensi. Il mestiere del protagonista è scelta (per l’autore) quanto vincolo. Perché solo con e attraverso questo tipo di registrazioni, De Michele restituisce una precisa realtà.
Quello che sta accadendo ora resterà in eterno: accadrà per sempre.
(pag.159)
E questa realtà, narrativa ma con echi reali, tra muri che dalla bidimensione dei fogli si proiettano in materia, non è mera utopia secondo me. E’ qualcosa che ha una consistenza tangibile. “Non pagherà nessuno, amore. Non paga mai nessuno” precisa Lucia, la donna misteriosa, “Se un operaio uccide un padrone è terrorismo, se un padrone uccide cento operai di tumore è normale amministrazione, è un prezzo del benessere” (pag.120). Frasi apparentemente finalizzate alla scena, volutamente casuali ma che sono decodifiche quanto interpretazioni. Perché con questo romanzo De Michele non ha cercato il risultato della partita tra Bene e Male, zero a zero palla al centro. Non ha costruito castelli invisibili eppure stupendi. Tanto meno ha cercato soluzioni. Non pagherà nessuno è macigno pesante, insopportabile. Vero. Seppure tendenzialmente sgretolato da altre volontà che il protagonista (e con lui il lettore, in punta di piedi) avverte, tra ossa e sguardi fissi, di cera appunto. “ Perché devo saperlo proprio io tutto questo?” Chiede con insistenza David, cerca di snodare matasse contorte e sfilacciate con la consapevolezza che qualcosa, qualcuno, c’è, attende e come lui cerca. La non resa. David ha un potere. Un dono, volendola sfarfallare sul mistico o forse no. “Tu hai il potere di fermare le cose nelle foto e farle esistere per sempre”(pag.121). Esistere per sempre, così come sono. E se questo non è un sotto livello non so cosa lo possa essere. Allegoria di una prepotente ferocia, difficile da trascurare leggendo. Lasciar essere in eterno un ‘qualcosa’che non chiede altro: mostrarsi, essere riconosciuto, per quello che è. Nudo. Esposto. Inalterabile. Giudicabile certo, ma nel suo stato originale, nella sua natura originaria, oltre le contraffazioni, alterazioni, deformazioni e abrasioni. Null’altro. Esattamente quello che invocano gli ex operai e familiari, vivi e morti, che a Ferrara hanno lavorato a contatto con il CVM. Esattamente quello per cui ancora, dopo sette anni, c’è chi si schiera in aule di tribunali, tra prescrizioni e decessi.
La piazza resta vuota.
Niente cavalli.
Niente pittore.
Niente Lucia.
Resta solo questa profondità abitata dalla mia inquietudine, il freddo sotto la pelle, e una macchina che mi dirà se quello che ho visto è davvero esistito.
(pag.94)
De Michele ha portato a termine un intento preciso, secondo me. Avvalersi di un linguaggio apparentemente semplice, liquido e moderatamente innocuo, per tentare contatti sbucciabili. Dove lo strato raggiunto dipende da quanta pazienza, voglia e opportunità si ha, leggendo. ‘Con la faccia di cera’ è un frutto. Uno qualunque dall’esterno. Dalla buccia granulosa a tratti, ma nell’insieme nulla di troppo lontano dagli altri (frutti). Basta un coltello qualunque per iniziare l’operazione di spolpamento. Basta si, un coltello, dita che lo stringono e polso fermo. Bastano ingredienti di una banalità noiosa, per ‘smascherare’ gli intenti. La volontà di inseguire che attraverso parole, voci e pagine si insinua, bisbiglia. In-seguire una storia dentro storie, voci tra parole, realtà tra fantasie.
Smonta dal destriero. Mi viene incontro. Mi guarda.
Sollevo la telecamera e gliela mostro, annuendo.
Sorride. La mano color alabastro che mi carezza la guancia è fredda come la notte nella quale sono piombato. Le sue labbra lo sono ancora di più.
A volte il male ha un volto familiare.
I contradaioli vestiti di tenebra sventolano le loro bandiere sopra le tribune ammutolite. […] Si uniscono alle migliaia di Esclusi, di Ultimi che continuano ad arrivare a stormi, a frotte.
Sfilano con i loro occhi fiammeggianti, con le loro bocche nere e profonde davanti ai potenti in costume seduti sotto i portici della piazza, assisi in una rappresentanza senza più fine. […]
Silenti.
Immobili.
Tutti grigi come grattacieli.
[…]
(pag.161.162)
In questi stralcio, qui decontestualizzato dunque meno potente e sensato, ci ho sentito la forza e l’urgenza della volontà di De Michele. Semplicità nella buccia, a richiamare strati di polpa viscida, sempre più mutevole nel gusto quanto nella consistenza fino a un nocciolo che è pulsazione allo stato puro, contatto, legame, tra pagine piatte, ferme, e una realtà che a Ferrara, nel 2009, qualcuno ancora respira, vive. Ma che sembra, insistere, per essere un’altra storia.
Elemento determinante per la comprensione del romanzo è ‘il condominio’. Entità assestante in pratica. Il Condominio come agglomerato di cemento, corpi, menti plas-mate e pla-giate da quella stessa contaminazione sottile che è nebbia e scatti sfocati. Entro un cerchio imperfetto che si stringe, nodo alla gola, i condomini agitano mani incontrollate, lanciano rimproveri sclerati, manipolano realtà (in)esistenti in un crescendo di malate dinamiche schizzate, assurde nella consistenza quanto manifestazioni-simbolo delle stesse reazioni contaminate denunciate dalle voci del passato.
Una nota di ‘colore’, da non lasciar passare sotto silenzio è l’uso moderato del dialetto ferrarese. Di quella tipica cadenza del parlato che solo chi ha sentito, può riconoscere, capire fin nel fondo. Congiunzione sussurrata, certo, eppure stretta, aggrappata a una tradizione, che è luogo quanto storia. Che è. Vita. Di oggi e ieri.
La Frara d’na volta, zuv’nott, era divisa dalle mura. Ecco le otto contrade. Ma Ferrara non è più quella di una volta…” (pag.83)
Infine segnalo un intercalare notevole, tra pag.151 e pag.154. Che inizia con un tratteggio preciso.
Sotto il portico di piazza Ariostea le nobiltà vecchie e nuove, di toga, di spada, di fama e d’elezione attendono l’arrivo del corteo storico. Fingono ammirazione per gli esercizi degli sbandieratori. Affettano cortesia e distinzione. Portano alla bocca il bicchiere di vino.
Parlano.
(pag.151)
E da quel ‘parlano’in poi, subentra un flusso che è lava allo stato puro, entro cui rintracciare messaggi, uno in particolare ricreato anche unendo i titoli dei capitoli, ma anche un altro, l’ultimo, di una semplice durezza disarmante. Se qualcuno si ritrovasse il libro tra le mani, cercatelo questo passaggio. Merita qualche minuto in più, ripaga. Le nobiltà che attendono e fingono, affettano cortesia e distinzione. Infine. Parlano. Quelle nobiltà cedono poi il passo gli Esclusi, che con poche frasi, sussurrate, inghiottite dall’abituale rarefazione che attutisce e sbiadisce; con poche frasi dunque riassumono tutto il tormento di condizioni non cercate, eppure imposte da alti, fino a sfiorare la morte, cedendogli.
E ancora la mano di nebbia si solleva dalla piazza lasciando splendere i colori rossi e gialli e verdi e azzurri assiepati nelle tribune affacciate sul percorso del Palio… […]

(pag.154)

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Gennaio 4, 2010 alle 4:03 pm

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Paolin Demetrio – il mio nome è legione parte III

lascia un commento »

Già pubblicate nelle scorse settimane:
Parte I: conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.
Parte II: approfondimento sul libro.


Parte 3
: ’ragionamenti collaterali’.

Sposterei ora l’attenzione su una ’questione collaterale’ al libro, ma a esso legata da un sottile filo. ’Il mio nome è legione’ è uscito il 13 maggio 2009. Due mesi fa circa. In mezzo, anzi a ridosso dell’uscita c’è stata la presentazione, la prima, anteprima la si può chiamare, alla Fiera del Libro di Torino, assieme all’autore c’erano Giulio Mozzi
(che lo ha appunto presentato) e Giorgio Vasta (arrivato più tardi). Un passo indietro, il 19 settembre 2007, Giuseppe Genna scrisse sul suo blog: Pubblicate il mio nome è Legione di Demetrio Paolin.

Ad oggi, fine giugno 2009 (periodo di conclusione di questo pezzo, attualmente a metà luglio non sono a conoscenza di variazioni in proposito – n.d.r.), le letture più autorevoli, recensioni direbbe qualcuno, o comunque scritture importanti su questo libro sono proprio di:

Genna, segnalazione dell’uscita su Carmilla, poi la sua recensione.

Vasta, su Vibrisse.

Mozzi, su Vibrisse è stato pubblicato una sorta di ’conto alla rovescia’, i post dal 5 al 13 Maggio che propongono anche i disegni che Nadia Zorzin ha realizzato proprio per il romanzo di Paolin. Ma, più rilevante ancora, questo post dal titolo emblematico – La differenza – sempre su Vibrisse (consiglio la lettura di tutti i commenti fino alla fine).

Ogni testo è stato divulgato on line.
Eccezione
(che io sappia), voce fuori dal coro - per ora - Anna Mallamo, su La Gazzetta del Sud ( è possibile seguire la rassegna stampa cartacea dal sito di Transeuropa).

Ricapitolando. Mozzi. Genna. Vasta. Hanno tutti scritto (o detto) del libro di Paolin. Si sono ’esposti’ esprimento pareri sul testo, ognuno col proprio senso e modo. Eppure si tratta di tre nomi di rilievo dell’attuale panorama letterario in Italia. Autori a loro volta, anche operatori culturali ed editoriali. E ci sono, inutile girarci attorno, legami tra di loro, di produzioni letterarie, conoscenze, attività, approcci. Tra l’altro Mozzi viene citato esplicitamente nei ringraziamenti (“mi è stato vicino nella stesura e perché è un amico”) così come Genna (e molti altri, ben inteso).

Allora – forse – si può tentare di chiarire (risottolineo ’tentare’). Perché ci sono due concetti, che cozzano, mi pare.

Da una parte, l’idea, nell’immaginario collettivo quanto meno, che un libro o un autore, se vale, se merita, se ’è bravo’ prima o poi otterrà i consensi che gli spettano (per cui, forse, è ancora presto per questo romanzo e per il suo autore, chissà).

E dall’altra, il peso del tanto temuto e altrettanto praticato ’clientelismo’ (non solo nell’editoria intendo, praticato e temuto per mantenere l’immagine ‘bene’ di sé) ma anche quella sorta di tacito accordo da ‘siamo amici dai, faccio qualcosa per te, poi tu farai lo stesso’.

Ovviamente la questione è più complicata, l’apparenza è abile menzognera.

Per leggere un libro bisogna poterlo acquistare, prima ancora sapere che esiste. Dunque reperibilità e conoscibilità.

Ma per chi scrive di libri, per chi lo fa di mestiere o in quanto operatore culturale (in ogni sua forma ed eccezione), tutte queste dinamiche si flettono, dovrebbero tendersi diventando meno prepotenti (dovrebbero), rendendo più facile la ‘circolazione’ dei libri.

Dunque.
Mozzi, Genna, Vasta si sono pubblicamente espressi su ‘Il mio nome e Legione’, ma quali sono i reali legami, le conoscenze, le esperienze e i sensi con Demetrio Paolin?

Preciso, a scanso di equivoci, che non sto affatto mettendo in discussione l’integrità di quello che hanno scritto/detto, la volontarietà svincolata da ogni altro fine. Mi piacerebbe, però, quanto meno ’abbassare il volume’ di un certo brusio di fondo, fastidioso, che pare quasi coprire il resto, il libro per quello che è ad esempio, in un ’mondo’ (quello editoriale) dove la maggior parte delle ’equazioni e dinamiche economiche’ si storpiano, limano e virano trainate dai ’più forti’ (o furbi, dipende dall’angolazione o fortunati, altrettanto, o altro evidentemente).

Chiedo, infine, a Demetrio Paolin di chiarire il suo punto di vista:

Io credo d’essere una persona onesta e di avere intorno a me amici, pochi, ma onesti altrettanto. Io quando Mozzi, Vasta o Genna dicono determinate cose sul mio libro le leggo in questo modo: hanno letto e gli è piaciuto. Il fatto che con alcuni di loro io sia molto amico penso che non disturbi la loro capacità di discernimento e di giudizio.
Se non fossero stati convinti della bontà del mio romanzo non avrebbero scritto quello che hanno scritto e non avrebbero messo in campo le azioni di generosità che hanno attuato. Parlo di generosità perché, seguendo il tuo ragionamento, che cosa potrei dare io in cambio a loro tre, di quale valore aggiunto potrei essere latore?
Il loro spendersi per me è legato a qualcos’altro, che vada oltre l’amicizia e la frequentazione; e che riguarda una certa idea di letteratura. Con modi, stili e atteggiamenti diversi, il mio libro è fratello/sodale delle scritture di Vasta, Mozzi e Genna. Non scimmiotta nessuno dei loro lavori, ma dialoga, si confronta, s’arrabbia, smentisce e conferma le cose che loro in questi anni sono andati scrivendo.
Ci siamo trovati tutti e quattro in momenti diversi a parlare di temi medesimi, a rovistare negli stessi immaginari ed è normale che ci siamo parlati.
E’ normale che questa consonanza abbia portato loro a parlare per primi del libro, perché vedono ne Il mio nome è Legione qualcosa di simile a quello che hanno fatto in questi anni. C’è una idea di letteratura dietro, una idea di cosa si chieda alla scrittura e ai romanzi e che va oltre le belle trame, le immagini perfette, il compito preciso. E’ il tentativo, credo, di dire qualcosa che abbia a che fare con il bello ma anche con il vero: una tensione etica forte comune agli scritti di Mozzi, di Vasta e di Genna.
Giorgio nella sua recensione al mio libro parla di “ricapitolazione”, che mi pare un termine che spieghi perfettamente l’atteggiamento, che sto cercando di descrivere: è il tentativo non di dire tutto (questa è l’ossessione catalogativa di certi romanzi post moderni e non solo), ma di scrivere e salvare nella scrittura quelle che saranno le cose ultime. E’ una tendenza, o tensione se vuoi, apocalittica: parliamo e scriviamo come se fossimo alla fine di ogni tempo.
Mi pare in questo senso azzeccata la scelta di Genna che studia e mette sullo stesso piano tre libri – il mio, quello di Falco e quello di Vasta – che sembrano essere differenti rispetto ai protocolli narrativi del NIE (il discorso qui ci porterebbe lontano, quindi prendiamo per buona e finita questa mia affermazione). Tutti e tre i libri in questione hanno una tensione che non ha nulla di epico, al modo in cui l’intende Wu Ming nel suo saggio, ma hanno una tensione a ricapitolare, a fare i conti come se il tempo finisse. Scriviamo mentre cielo e la terra si sfanno sotto i nostri occhi.
Quindi per tornare alle tue riflessioni, io credo che esistano delle comunanze, esistano idee diverse di letteratura che si incontrano, scontrano e confrontano: queste idee producono vicinanze che è bene ed è giusto registrare.
C’è poi un discorso, che Mozzi fa nel suo breve articolo La differenza che riguarda il potere. Posto che esistono differenze di distribuzione, è ovvio che Transeuropa non è l’Einaudi, ci sono altre motivazioni che sanciscono il silenzio o qualcosa di simile verso un libro. E’ questo un argomento delicato che riguarda il tema dell’industria culturale. Io non ho un’idea precisa del perché del mio libro i giornali, contrariamente al web, ne parlino poco. Forse è un testo che richiede uno spazio di approfondimento che un giornale non può permettersi (quale giornale avrebbe ad esempio pubblicato un pezzo come questo?). Il mio nome è Legione è un libro che non suscita nessuna simpatia, che non si fa leggere, che non ammicca e che non concede la battuta brillante al giornalista di turno.
Negli scorsi anni, registrando un modifica nelle pagine culturali dei quotidiani, Tiziano Scarpa aveva parlato di critici letterari dei giornali come dei dee jay del libro coniando il termine book jay: io credo che Legione sia un testo un po’ recalcitrante rispetto a questa modalità di presentazione e recensione dei libri. E sta forse in questo il mistero, poi neppure tanto misterioso, del silenzio intorno a Legione e a libri simili a questo.

Ringrazio Demetrio Paolin per il confronto, e la disponibilità.

Altre letture recenti, condivisioni, analisi dalla rete del romanzo di Paolin: Saverino Simonelli, Stefania Ricchiuto.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 28, 2009 alle 2:46 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

London Jack – Martin Eden

lascia un commento »

‘Martin Eden’ è stato scritto tra l’estate del 1907 e i primi mesi dell’anno successivo, finendo pubblicato nel 1909. Martin Eden è il protagonista di un romanzo di quattrocentocinquantatre pagine di narrazione ‘viva’, pulsante, entro un ritmo che evidentemente a distanza di cent’anni dalla sua nascita, oggi ha un sapore diverso, rallentante, affaticato. La percezione stessa del tempo, probabilmente, è diversa per noi oggi piuttosto che per London. Il romanzo è stato ripubblicato a cura di Davide Sapienza con la traduzione di Cecilia Scerbanenco, per la collana ‘Oscar Classici Moderni’ Mondadori, 2009 ma c’è anche un’altra ripubblicazione, sempre nel 2009 per Einaudi.

La storia, l’incedere di questo protagonista che tenta una salita all’apparenza impossibile, irraggiungibile, follia pura finché un passo alla volta, cadendo e rialzandosi in continuazione, ci riesce – almeno in parte – a proseguire questa salita che non è solo sociale ma anche intellettuale, creativa, istintiva, umana fino a un picco preciso, oltre il quale tutto – dietro, davanti, accanto – pare sfaldarsi davanti ai suoi stessi occhi senza che si possa (lui, Martin Eden, possa) fare alcunché. Perché il prezzo da pagare, alla fine, si mostra per ciò che era anche all’inizio, con qualche segnale debole ma pressante, eppure gli occhi non volevano (forse non potevano) vedere. Che è esattamente quello che si continua a fare, oggi, in letteratura ma anche in molti altri campi e mestieri.

Martin Eden vive nella miseria, circondato dalla miseria, tra miserabili senza sogni, speranze o guizzi vitali. Solo che lui ha qualcosa, dentro, che tenta in ogni modo di uscire con la prepotenza della forza e che si aggrappa al primo appiglio possibile, nella fattispecie una donna (decisamente diversa da quelle che era abituato a incontrare, borghese ed eterea, colta e quasi trasparente tant’è delicata e preziosa, agli occhi del Martin Eden ancora lontano dal raggiungere la meta). Martin Eden è etichettato – lo si avverte dai primi capitoli per bocca di diversi personaggi ma anche dall’incedere stesso del narrare – come ‘irrecuperabile’, un perditempo che se ne va in mare per guadagnare quel tanto che gli basta a campare sulla terra, senza far nulla, fino alla volta successiva, in attesa del prossimo viaggio. E’ rozzo, non conosce ‘buone maniere’ tanto meno è in grado di ‘stare in società’ (secondo le regole di inizio novecento almeno), beve e non si preoccupa per il futuro, finché. Una donna, come accennavo, irrompe e ne stravolge le percezioni, il senso del ‘vivere’. Anche se, in realtà, è piuttosto l’avvicinamento lento, tenace, costante, totalizzante, verso la cultura, le letture in prosa e poesia, lo studio di quelle discipline che aveva trascurato per la vita in mare; è tutto questo che lentamente lo elevano. Fino a diventare ‘scrittore riconosciuto’, cercato, decantato e ricoperto di soldi. L’esatto opposto dell’uomo presentato al lettore nelle prime pagine, e comunque lontano dalle realistiche aspettative per un miserabile qualunque con la passione per la scrittura, le storie e una dedizione rara verso l’apprendimento.

Di Martin Eden in realtà ce ne sono molti anche oggi. Quando le passioni, la voglia di fare, di sentire qualcosa, protendersi verso un qualcosa all’inizio senza nome, né volto o vestito. Talento, urgenza, creatività, capacità innate: dopo, mentre l’impasto prende forma i nomi scivolano, sbucano. Ce ne sono molti, insomma, ed è incredibile notare come la storia scritta da London un secolo fa è così attuale, piena di un realismo crudele. Perché è crudele ammettere che un secolo non è stato sufficiente a mutare dinamiche che infettano, risucchiano, decontestualizzano, mutano la scrittura. E Martin Eden lo racconta alla perfezione. Anzi meglio: Jack London usa Martin Eden per lanciare sassi pesanti, che peraltro ancora fanno un gran male.

In questo romanzo non si narrano semplicemente le vicende di un poveraccio poi diventato ricco e affermato fino alla capitolazione in solitudine e fallimento. In questo romanzo si affondano le mani tra fatiche, sogni, sudore, ferite profonde; si striscia verso un’ipotetica luce che, una volta raggiunta, è altro da ciò che per quasi tutto il romanzo si aspetta. Quella luce non è luce, splende ma non illumina, acceca senza scaldare. Perché è Martin Eden che l’ha vista e desiderata. Scrivere per bisogno, necessità che è carne e sangue, visioni e storie in perenne galleggiamento. Ma questo scrivere lentamente, molto lentamente, diventa anche altro, deve diventarlo perché Martin Eden non si ferma, insiste, studia, scrive sempre, ancora e ancora. Dunque scrivere lo muta, trasforma l’atto creativo svelando code e artigli. Ecco che scrivere diventa anche guadagnare (attraverso la scrittura). Poi essere accettato in società, entro quella società borghese, ricca, ‘perbene’. Finché ciò che Martin Eden era si spegne, ogni pagina nuova lo soffoca. Non soltanto per la perdita dell’ideale di amore e condivisione, per la purezza dello scrivere in sé, il bisogno di sentire e vedere parole e storie, la febbre della follia quando nuove trame si incastrano nella sua testa: non soltanto per tutto questo. Ma perché quella luce, la meta fissata ogni giorno, desiderata con corpo e mente urlanti, doloranti, affannati; quella luce non era. O meglio. Non era solo. Luce. C’era dell’altro, attorno, che muta Martin Eden lasciandolo svuotato, solo.

London sceglie di uccidere il suo protagonista, virando rispetto alle esperienze vissute direttamente sulla pelle, perché come lo stesso London scrive in una lettera al ‘San Francisco Bulletin’ nel 1910: “ho fede nell’uomo, fede che Martin Eden non ha mai conquistato”. C’è dunque una chiave, sotto, diversi metri sotto, la storia. C’è un fallimento annunciato. Un talento consumato fino a non lasciare che polvere. C’è la convinzione (poi disillusa) che esistono sentimenti ‘assoluti’ come l’amore o l’amicizia per poche, rare ma preziose persone. C’è l’immagine di una realtà immutabile quanto meno negli obbiettivi, nei desideri più nascosti dunque anelati con la disperazione dell’urgenza (ma che poi, una volta raggiunti, si scoprono diversi, altro appunto). C’è che Martin Eden scopre il fuoco della scrittura, lo coltiva come un’ossessione, fa di tutto per ‘adeguarsi’ alla società, per poter vivere di questo nuovo fuoco, dunque studia, insiste, spedisce decine e decine di manoscritti puntualmente rifiutati, ma mai – mai – si da per vinto, perché è dentro di lui, il tarlo. Che si scopre falsità, inganno in un certo senso.

Ci sono dunque diversi snodi innegabilmente attuali, in questo romanzo, tratteggi disarmanti.
Ad esempio in un dialogo con Brissenden, dopo aver spedito tonnellate di manoscritti e aver ricevuto rifiuti o silenzi, senza aver mai guadagnato nulla, quest’ultimo mostra interesse in quello che Eden gli fa leggere. “Troppo viene scritto da uomini che non sanno scrivere sugli uomini che scrivono” (pag.312) sentenzia Eden a proposito della critica e dell’editoria, e, poco dopo, Brissenden gli replica: “Mi sembra che anche lei sia un po’ di quella polvere di stelle, gettata in un mondo di volgari gnomi incapaci di vedere.”(pag.313) E non è affatto un commento casuale. ‘Polvere di stelle’ è il titolo del manoscritto che Eden gli ha consegnato ma è un riferimento sottile, come l’uso di ‘volgari gnomi incapaci di vedere’. Che Eden non sia un santo tanto meno un eroe o una divinità, è indubbio. Brissenden non si esprime qui a proposito dell’Eden-uomo, piuttosto della carne-talento, delle capacità incredibili di un uomo che da solo vede e costruisce mondi, li rende vivi, pulsanti, necessari. Eppure, proprio queste capacità, questo talento coltivato tra fatiche e solitudine, non viene riconosciuto praticamente da nessuno (a questo punto della trama e per circa due terzi del romanzo), gli ‘gnomi’ sono ‘incapaci di vedere’ dunque non riescono a cogliere l’importanza del lavoro creativo, l’elevazione e la potenza, cercando unicamente e selvaggiamente ‘qualcosa’ che sia vendibile, commerciale e Martin Eden da fiducioso finisce per soffrirne molto. Brissenden sa, capisce, l’inquitudine e l’insofferenza del giovane amico ma non cede alle facili promesse: “ La gioia non si trova nel successo che si ottiene per ciò che si è fatto, ma si trova in ciò che si fa, mentre lo si fa. Non me lo dica, lo so già. Lei lo sa. La bellezza fa male, è un dolore incessante, una ferita che non guarisce, un coltello di fuoco. Perché dovrebbe insozzarsi con le riviste? Lasci che il suo scopo sia la bellezza. Perché dovrebbe trasformare la bellezza in oro? A ogni modo non ci riuscirà, non c’è alcun bisogno che io mi agiti.” (pag.314)
E il lettore ne capirà a pieno il senso nei capitoli successivi quando Eden decide di spedire una poesia (che da subito ha considerato “una folle orgia dell’immaginazione che gozzovigliava nel cranio di un uomo morente, di un uomo che, mentre singhiozzava a mezza voce, afferrava con ansia i selvaggi colpi d’ala di un cuore quasi esausto”, pag.333) di Brissenden a sua insaputa (e dopo che l’autore stesso gliel’aveva proibito rigidamente). Dopo la morte di Brissenden, Eden sfogliando una rivista scopre che la poesia dell’amico letterato è stata pubblicata. Ma la scoperta non è né dolce, tanto meno felice come avrebbe dovuto: “La banalità e la volgarità di quell’articolo erano nauseanti e Martin notò senza emozione che non era nauseato più di tanto. Si sarebbe voluto arrabbiare, ma non aveva energia sufficiente per provarci. Era troppo intorpidito. Il suo sangue si era troppo raffreddato per potersi gonfiare nella rapida onda di marea dell’indignazione. Dopotutto, che importanza aveva? (pag.379)

Si sente respirare London, in diverse pagine, il London appassionato, che plasma le ‘sue creature’, che dà loro la vita con cura, con la passione inesauribile che assorbe, totalizza, risucchia.

All’apparenza, avrebbe dovuto essere uno splendido racconto di mare… […] Ma al di sotto del fluttuare del racconto doveva esserci  qualcosa d’altro… Qualcosa che il lettore superficiale non avrebbe mai intuito, senza che ciò sminuisse in alcun modo l’interesse e il divertimento che quel lettore ne avrebbe tratto. Era questo, e non la semplice storia, che spingeva Martin a scrivere. Era sempre quel grande, universale motivo a suggerirgli le trame. Una volta messo a fuoco quel motivo, Martin andava alla ricerca dei personaggi e delle località specifici per tempo e luogo con i quali e nei quali esprimere la cosa universale.
(pag.348)

Da leggere almeno una volta nella vita, possibilmente con la maturità dell’incosapevolezza.

Una lettura di Goffredo Fofi, QUI.

Si Ringrazia l’autore della foto per la copertina

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 24, 2009 alle 2:22 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Paolin Demetrio – Il mio nome è legione parte II

lascia un commento »

Già pubblicata: Parte I : conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.
—————————————————–

Parte 2- Approfondimento del libro.

Tra le parole chiavi citate nella prima parte (link sopra), c’è anche ‘romanzo’. E credo qui sia necessario chiarirsi bene, eliminare eventuali aspettative falsate.
Da Dizionario Italiano on line: sm in epoca moderna, componimento narrativo in prosa, di ampio respiro, imperniato sui casi di uno o più personaggi.
Da Wikipedia (ma ho trovato la stessa spiegazione anche su altri siti minori): Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione.
La parola romanzo deriva dal termine francese antico romanz o roman, che è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè “parlare in lingua romanzata”, vale a dire in lingua di derivazione latina.

Di fatto per essere un romanzo non ci ‘devono’ essere precisi ‘ingredienti’ eccetto – parrebbe – la prosa, una certa estensione (dunque una lunghezza che lo distingue ad esempio dal racconto sebbene esistono poi i c.d. romanzi brevi nonché i racconti lunghi, ma è tutt’altro discorso), personaggi e i casi (di uno o più personaggi appunto).

Ha scritto Giorgio Vasta in questa recensione pubblicata su Vibrisse (sulla quale tornerò nella terza e ultima parte):
[…]…ho pensato che sarebbe bello che Il mio nome è Legione venisse affrontato e letto con la stessa perentorietà con la quale la sua scrittura affronta il lettore. Senza presumere di dover capire in quale tassonomia critica ordinarlo, senza domandargli moderazione e correttezza… […].

In effetti, seppure a livello teorico (la pratica, secondo me, è soggettiva nel momento in cui il cui c’è lettura, diventa del lettore), ‘Il mio nome è legione’ è un romanzo, ne ha i requisiti, la precisazione di Vasta è urgente, necessaria. Perché le aspettative quando si usa il termine ‘romanzo’ non sono soltanto – nell’immaginario del lettore, nella consuetudine di lettura – per la presenza di personaggi, di una ‘certa’ lunghezza nonché ‘accadimenti’. L’aspettativa, in realtà, ruota attorno a una trama, sviluppi che, prima o poi, in un qualche modo o maniera, si ‘spiegano’, chiariscono la linea temporale, generano sequenzialità nei fatti, negli eventi stessi. Inoltre – possibilmente – si attendono colpi di scena, capovolgimenti, rotazione di volti, e un finale che ’chiude cerchi’ (seppure quest’ultimo elemento si sta limando, anche grazie a numerosi libri di contemporanei che non hanno ceduto alla tentazione da chiusura attesa, l’happy end per intenderci).

Chiarire tutto questo è fondamentale perché ‘Il mio nome è legione’ non ha molti di questi elementi, non nel senso ‘classico’ del termine. Se riprendiamo in mano la quarta di copertina (qui in formato virtuale, come scheda di approfondimento), è più semplice ora intuire cosa non è. Ci sono accadimenti, ma sono schegge. Non c’è linearità, nell’esposizione, seppure i capitoli scandiscono tempi apparentemente lineari (1998, maggio – 2001, fine novembre – 2004, aprile – 2006, marzo). In effetti è ciò che viene narrato dentro i capitoli, i sotto tessuti, sono loro che virano, salgono e scendono, fondono eventi con ricordi con analisi con testi scritti dal protagonista. Questa narrazione è un magma in movimento, ma è magma sotterraneo, fatto di strati come la crosta terreste. Dunque non ci si deve aspettare una struttura simil ‘inizio-svolgimento-fine’ tanto meno ‘personaggi che fanno, dicono, poi succede, allora accade, infine si scopre’. Non ci sono scoperte ‘materiali’. Ci sono morti ma non si cercano colpevoli, non ci sono indagini né Ris o investigatori o commissari. Ci sono sviluppi, il protagonista muta, si evolve ma resta qualcosa di intangibile (non c’è il misero cittadino comune che diventa eroe, non c’è il cattivo poi redento in buono, non c’è il fallito trasformato in vincente, il single che ne esce innamorato e così via). La crescita c’è, ma è interiore e delimitata da avvenimenti che ne strutturano le tappe, segnali velati, simboli. Il protagonista muta perché la narrazione mira a spogliarlo, scarnificarlo, scuoterlo fino a strappargli gli organi (o forse è più onesto riconoscere che è lui stesso a strapparsi interiora pulsanti, le mostra così come sono, viscide e repellenti, al lettore).

Dunque, è necessario secondo me che il lettore sappia.
E’ un romanzo.
Ma non è facile, la lettura, l’avvicinamento, la comprensione.
Non lo consiglierei sotto l’ombrellone.
E scrivo tutto questo non per discriminarlo, anzi. Per liberarlo da precisi schemi, o meglio dalle aspettative. Per spezzare catene.
Leggere ‘Il mio nome è legione’ implica l’accettazione di un qualcosa a cui si è poco abituati, nella letteratura contemporanea italiana intendo. Qualcosa dove ogni paragrafo – il più delle volte – ha bisogno di ampi respiri, decodifiche, de-compressioni.

E fino alla fine i simboli, le chiavi, gli accessi sfuggono facilmente, attendono, chiamano. Forse non sono neanche alla portata di tutti, anche questo va chiarito. E anche qui non sto discriminando. Opero di onestà. Bisognerebbe chiedere: cosa sai di Renato Curcio, Mohamed Atta, il Cristo di Quattordio, Vittorio Alfieri, Cesare Pavese?

Ma soprattutto: sei pronto ad addentrarti nel Male in molte sue forme, facce, aspetti, manifestazioni, interiorizzazioni, ammissioni? Sei disposto a entrarci, abbracciandolo, cedendogli, aprendoti a lui?

E non sono banalità. Piuttosto ammissioni di responsabilità. Perché ci sono libri che proseguono anche se il lettore decide (più o meno consapevolmente) di rigettare, ignorarne richiami, strati o collegamenti interiori, fondi. ‘Il mio nome è legione’ non è uno di questi. Perdere la presa, mollare il contatto con ‘il Male’, e tutti gli altri strati significa finire inghiottiti dalla lava o peggio, non vederla affatto.

Ci sono quattro personaggi, eccetto il protagonista, che di fatto reggono precisi nodi nella tela del romanzo. Quattro figure che si rincorrono, appaiono e scompaiono al punto che è estremamente facile perderne le tracce o trascurarne l’impatto nella visione d’insieme. Eppure è proprio attraverso la consapevolezza di ’cosa’ sono, che è possibile delineare una sorta di percorso ipertestuale.
Il padre di Demetrio.
La madre.
Silvio, il fratello minore.
E Giulia. Quest’ultima, figura femminile sfocata, amica-amante-collega-complice o nessuno dei quattro ruoli in particolare, è probabilmente il personaggio più ’defilato’, tra quelli significativi eppure in lei si racchiude un preciso sentire, un antagonismo per/verso/attraverso il protagonista che gli restituisce un’ombra precisa solo dopo, in fase conclusiva, quando Demetrio-personaggio decide di interrompere definitivamente i seppur altalenanti e lontani rapporti con lei. Le mail che si scambiano, lettere e pezzi che rimescolano memorie con logiche, hanno uno spessore preciso, che affonda in una complicità sottile, alone pur sempre velato eppure proprio con lei (ma lontano da lei) Demetrio riesce a scavarsi più in profondità, alla fine le parole hanno finalmente un ’corpo’, complesso certo, contorto al punto da sembrare un ’non senso’. Ma c’è. Mi sembra (sbaglierò) che il personaggio di Giulia sia tratteggiato per porre l’accento su un certo Bene, come una torcia che ogni tanto – quasi a tradimento – viene accesa, illumina, poi di nuovo buio. Giulia è spesso un’apparizione, si insinua nel tessuto narrativo poi ne resta inghiottita, cede il passo. Ma quando c’è sembra illuminare. Scrivo ’sembra’ perché i tratteggi non sono nitidi. Non si chiarisce mai, con parole o frasi precise, che lei gli vuole bene eppure il lettore lo sa, lo sente nella pazienza con cui lo segue, lo cerca, lo ascolta, tenta di entrare in questo suo mondo che però la spaventa. Perché Demetrio la spaventa, questa sua familiarità con il male, l’esserlo, l’averlo, il viverlo, lei comunque non può capirlo, non le riesce. E questo finto scontro, che è più un gioco di ruoli e inversioni, stimola secondo me il lato più acuto del protagonista, lo sprona a farsi luce tra le sue tenebre che tali resteranno ma con precisi sensi, consapevolezze anche rassicuranti, alla fine.

Se io faccio una cosa malvagia sono nel male, ma non c’è differenza se io il male lo soffro. Per te siamo nella medesima sostanza. Non credo nemmeno tu faccia troppa differenza tra il male fisico e quello morale. Tu hai vissuto un’esperienza, di cui non hai mai parlato con nessuno, che ti ha mostrato la malvagità come qualcosa di fondamentale.
(pag.105 – voce di Giulia da una email a Demetrio)

Lui parlava e io ricordavo di quando parlava da solo e tutti mi dicevano che ero come lui: abbiamo qualcosa nel nostro cervello che è una specie di tara, una malattia; è un bernoccolo: è il mio male, era il male di mio padre.
[…]
Mi sono chiesto se tutto quello che mi è toccato di vivere sia stato bene o male; se anche la follia di mio padre, carsica e viva, abbia avuto un senso, una ragione.
C’è forse male in questo?
[…] … è anche vero – ne prendo coscienza solo adesso che il bianco della tinta mi macchia le mani – che io ho amato mio padre, come ho amato mia madre e mio fratello, come ho amato ogni persona che ho amato in vita mia e come alla fine ho amato anche me stessa, per quel male che covava dentro, che coviamo in noi, per quella lebbra che aveva nel cervello e che avevamo tutti noi coperto, lui per primo.
È perverso tutto questo? È perverso postulare il male per poter avere la possibilità di amare senza riserve?
(pag.138-139 – voce di Demetrio, da una email a Giulia)

Ma, se Giulia acquista un senso preciso attraverso i contatti con Demetrio, gli altri tre personaggi principali mi sembrano funzionali più per quello che scatenano nel protagonista, per il ruolo e il sentire che gli scaricano addosso. Figlio-(s)conosciuto. Figlio-bastone. Fratello maggiore-colpa.
C’è dunque qualcosa, in questi legami, tra i ricordi che riaffiorano come l’urlo della madre di cui Demetrio non vorrà mai parlare, tra le piaghe di vicinanze e lontananze, che svelano la nascita, l’approcciarsi del protagonista al Male. Il suo sentirlo, esserlo. Di fatto, sin da bambino, Demetrio si sente annegare in questa sorta di liquido denso, pesante, faticoso, intriso di colpa e vergogna che ha facce diverse, passa attraverso gesti, volti, relazioni, ma resta pur sempre Male. Subito. Procurato. Sentito. Annusato. Cercato anche. Bevuto. In effetti, è l’esperienza diretta, che glielo fa sentire, questo Male, è scontrandocisi, assecondandolo, sentendoselo dentro, che Demetrio impara a dargli un nome, a guardarlo negli occhi. Ad affrontarlo accettando di svelare se stesso per quello che è. Essere imperfetto, difettoso, incerto, confuso, attratto dall’oscurità, dai meandri nascosti, scomodi, da quello che ’non è bene dire, fare, provare, essere’.

Fin ora ho evitato un altro personaggio. Perché secondo me non lo è, mero personaggio. Ma soprattutto perché è il cuore pulsante di un preciso simbolismo nonché di facili fraintendimenti.

Tomacek.
Mai ’realmente presentato’ al lettore. Si capisce che è un bambino quando anche il protagonista lo è. Un bambino che però non è come gli altri, e lo si intuisce da quello che fa, dice, da come l’autore lo inquadra soffermandosi su dettagli precisi, anche qui simboli. Tomacek dunque amico di Demetrio. Grande amico. In un rapporto che scatena un’affettività diversa da ogni altro legame che il protagonista affronterà anche da adulto. Eppure Tomacek è destinato a un epilogo preciso, che può scatenare confusione, pare scheggia impazzita. Ma non lo è.

Nessuno osava dir niente, solo Tomacek reagiva con forza: « È handicappato, è un cretino» […] Ma Tomacek era irremovibile: « Mica solo a lui fanno cose orribili, non c’è solo lui con cose terribili» E se ne andava via come un gatto… […] Demetrio andava a prenderlo e gli carezzava i capelli rossi, appoggiava le sue labbra sul capo… […] Tomacek per un attimo stava fermo, stupefatto da questi atti d’amore – amore lui stesso – e poi ripartiva quasi che nulla fosse accaduto.
(pag. 13- prima scena con l’ingresso di Tomacek nel romanzo)

Tomacek era nato in Polonia e aveva questi occhi vispi, le guance rosse come i capelli e lentiggini dappertutto. […] Non gli riusciva di stare fermo neppure a messa: quando la serviva, faceva piccoli salti sul posto.
[…]
« Ma quando si diventa grandi ci sono anche cose belle»
« No. Si diventa grandi, si piange quando si diventa grandi e si diventa tristi. Io non divento grande.»
« Tu non vuoi essere grande?»
Non disse una parola, ma scrollò da destra a sinistra la testa e con la testa tutti i capelli che aveva, e quel gioco – per lui tutto era un gioco – gli piacque a tal punto che continuò a farlo fino a stordirsi e a rischiare di cadere a terra.
(pag. 64-65)

Vorrei a questo punto, tra i diversi simboli del romanzo, tentare di chiarire, decodificare, Tomacek.

Demetrio, chi è Tomacek? Cosa rappresenta, e qual è il suo apporto al romanzo?

“Mi verrebbe da risponderti che Tomacek è un personaggio del romanzo e di chiuderla qui. Ovviamente non è solo questo. Credo che la storia di Tomacek, la parte vera e quella inventata spieghino benissimo come ho cercato di lavorare al romanzo. Il personaggio di Tomacek nella realtà ha un altro nome, la medesima età e la stessa fine. Successe veramente nel paese dove allora vivevo, io avevo giustappunto 16 anni, che un piccolo ragazzino di 11 anni si togliesse la vita senza lasciare spiegazioni e altro. Questo aveva scatenato in tutte le persone del luogo un eccesso di morbosità e di attenzione su questo accadimento, che per molti ragazzi della mia età credo divenne – volendolo o meno – un passaggio decisivo della adolescenza. Eppure di questo fatto inusitato, inusitato per un paese di mille anime, nessuno sembra averne memoria. E’ stato dimenticato e rimosso.
Perché, mi sono chiesto, la gente non ricorda più questo fatto? Per quale motivo ci si è scordati così in fretta del bambino che ha ingerito il veleno?
Ho provato più volte a darmi una risposta a tali questioni e più volte ho provato a scriverne, ma ogni volta qualcosa mi sfuggiva. Infine nella mia mente è nata la fantasia di questo bambino che toccava con un misto d’amore e crudeltà il cuore del protagonista. E ho capito che quel silenzio che avvolgeva il fatto era legato alla consapevolezza che quel suicidio ci mostrava nudi. Completamente nudi di fronte al male.

Quella buona creanza e buona educazione che ci permette di vivere in questo consorzio di persone civili saltava se si guadava al bimbo undicenne morto suicida.

Era il desiderio e la caduta. Egli era il peccato originale.
Tomacek, il personaggio del romanzo, vive di questa ambiguità: ogni suo gesto sembra essere primigenio, è dettato da qualcosa che è avvenuto prima della creazione, prima d’ogni cosa. Questo lo rende desiderabile, amabile e amato. Il suo destino (proprio come il frutto dell’albero che è la mela, il malum ovvero il male) è segnato: Tomacek è consapevole d’essere ‘il male originale’ e Demetrio lo sente e lo vive con la medesima consapevolezza.
Credo che i miei compaesani, e io stesso allora in modo confuso, fummo colpiti da questo: avevamo davanti a noi il male puro, il male come poteva essere alle origini, quando ancora né cielo né terra erano stati creati, e ne abbiamo provato un senso di disagio che abbiamo voluto subito tacitare.
Quel disagio, credo, sia lo stesso avvertito dal lettore quando Tomacek e Demetrio sono in scena insieme o quando Tomacek viene evocato.”

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 14, 2009 alle 2:43 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Paolin Demetrio – Il mio nome è legione I’parte

lascia un commento »

Parte 1- conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.

Recita la breve biografia pubblicata da Transeuropa: Demetrio Paolin, classe 1974, vive a Torino dove svolge l’attività di ufficio stampa.
Ha pubblicato i libri Il pasto grigio (Untitled Editori), Una tragedia negata (Vibrisselibri/Il Maestrale).
Alcuni suoi racconti e saggi sono apparsi in riviste («Nuova Prosa», «Nuovi Argomenti») e in antologie (Vite rovinate dal pallone, Giulio Perrone Editore) o su blog letterari come Nazione Indiana e La poesia e lo spirito.
Ha curato, per le Edizioni Dell’Orso, le memorie di Giuseppe Calore raccolte ne Il partigiano disarmato. Il suo saggio “La memoria e l’oltraggio. Primo Levi interprete di Dante”, è stato pubblicato dalla rivista universitaria «Levia Gravia» (Edizioni Dell’Orso). Questo è il suo primo romanzo“.

Mi rimbalzano così alcune parole, chiavi forse, ma anche no.
Torino. Ufficio stampa. Racconti. Saggi. Demetrio. Romanzo.

Provo a virare, riprendo in mano il libro (riprendo perché non è la prima lettura, questa, alcuni appunti ‘di pancia’ qui), la quarta di copertina recita:
Questo romanzo racconta la storia di Demetrio, giornalista trentenne, e del suo rapporto con determinate figure della memoria, pubblica e privata, che da sempre lo ossessionano e lo influenzano’.

Eppure c’è di più, molto di più in quello che abitualmente viene definito riassunto della trama, trama che è struttura a incastro, fusione di frammenti e sviluppi uniti da piani differenti, diversi perfino nell’incedere (il più delle volte). Pezzetti di materia dove si qualcosa succede, ma i legami non sono visibili dallo strato superficiale, i tempi e gli spazi si spezzano, i respiri interrompono consequenzialismi ridefinendo una ragnatela fine, ma – come già accennato – è necessario infilare la testa sott’acqua, dalla superficie poco pare ‘sensato’ o quanto meno ‘legato’ al resto.

Eppure. Il protagonista, è un giornalista trentenne ma non lo sarà alla fine della narrazione. Finirà in uno sgabuzzino, sulla porta una targhetta che recita ‘ufficio stampa’. Ma il protagonista è anche osservatore attento, curioso, complesso nel suo immagazzinare volti, sentimenti, sensi sotterranei, nell’analizzare gesti, azioni, motivazioni. Scrive dunque, avvalendosi di varie modalità, mail che sono lettere virtuali, articoli dove l’elemento narrativo si impone, un apologo, e molti appunti misti, incontri di pensieri, miscelazioni.

Poi. Il protagonista va a vivere a Torino che “è” la sua città, la sente sua pur non essendoci nato.

Infine. Si chiama Demetrio, arrivando fino alla definizione di ‘Demetrio P.’ a pag.43.

Una delle abitudini di lettura più criticate, lo si sente ripetere spesso, è quella di dare per scontato che l’autore abbia scritto di sé, che magari il protagonista sia proprio lui, che i gesti, le parole, o gli accadimenti li conosca per averli vissuti piuttosto che ‘costruiti, impastati’. Il più delle volte, infatti, non è così, non del tutto, non necessariamente insomma.

Stavolta però qualcosa vistosamente stride. E non sono i fatti in sé, i nomi. Piuttosto quei sensi sotterranei capaci di delineare i tratti di un protagonista complesso, contradditorio. Difficile da avvicinare leggendo pagine bidimensionali che racchiudono simboli, codici, ragnatele visibili solo sott’acqua.

Lo chiedo direttamente all’autore: mi parli del Demetrio ‘di carta’ e di quello ‘di carne’? Puoi raccontarmeli, come vuoi, nelle vicinanze quanto nelle differenze?

Prima di tutto la scelta di arrivare a chiamare il personaggio del romanzo Demetrio è stata lunga e per nulla scontata. Anche la scelta di usare la terza persona invece della prima è stata per me un motivo di ripensamenti e di riscritture. Per il lettore la coincidenza tra il Demetrio personaggio e Demetrio l’autore è totale. Mi sono chiesto più volte: se il protagonista di Legione si fosse chiamato in un altro modo, il lettore avrebbe comunque pensato che l’autore e il protagonista fossero coincidenti? La risposta che mi sono dato è che sì, per il lettore la coincidenza narratore e protagonista era totale.

Non voglio stare qui a tirare fuori gli strumenti d’analisi di Contini e del suo saggio su “Dante come personaggio della Commedia e sulle sue riflessioni su acutor e agens”. Di certo la mia scrittura possiede una indubbia ambiguità che non permette di capire dove finisce il Demetrio di carne e inizi quello di carta. Nel mio modo di scrivere io mischio il privato e il pubblico (potrei citarti il mio saggio sul terrorismo, dove le mie esperienze personali, le mie vicissitudini sono entrate dentro un ragionamento letterario). Ne Il mio nome è Legione ho voluto fare di questa ambiguità la cifra stilistica del racconto. E ho voluto sancire questo chiamando il personaggio con il mio nome.

Ovviamente molte delle esperienze che Demetrio vive sono le mie, alcune vissute direttamente altre vissute indirettamente. Credo che il nodo stia e nella scelta di quale delle esperienze vissute raccontare e quale no e nel tipo di linguaggio che ho deciso di usare.

Io ho sempre pensato che la scrittura sia una sorta di reazione chimica, in cui tu dosi parti diverse e ne ottieni qualcos’altro che pur avendo ingredienti e materiali comuni è tutt’altro da quei materiali e ingredienti.

In una parola la scrittura e il risultato della stessa è un precipitato, è un resto, una rimanenza differente di tutto ciò che hai vissuto. La scrittura obbedisce a delle regole sintattiche, retoriche e d’invenzione che la vita non è tenuta a rispettare. Lo scrittore vuole comunicare qualcosa e per farlo deve distillare una parte di quello che è il suo vissuto e nel distillarlo lo rende differente, lo rende altro rispetto a quello ha realmente esperito nella sua vita privata.

Se dovessi usare una parola per descrivere questo modus operandi parlerei di allegoria. Io ho fatto di tutto perché Demetrio, le sue avventure e gli altri personaggi che incontrava fossero allegorici: i personaggi sono umani e reali (l’esempio in grande è quello della Commedia: quando leggiamo Francesca o Farinata noi sentiamo la loro vera e profonda umanità), ma che nello stesso tempo suggerissero un oltre, un altro significato più nascosto.

Il Demetrio di Legione è quindi parte di me, è forse la descrizione di una parte intima e nascosta, ma non mi rappresenta in tutto. E’il Demetrio che va in fondo al male, che prova a guardarlo. La scrittura del libro, che son poi 150 pagine, ha occupato un lasso di tempo lungo: cinque anni di scrittura e due di riscrittura. Sette anni per venire a capo di alcuni miei fantasmi. Mi ricordo che arrivato agli sgoccioli della prima stesura avevo gli incubi. Eppure sentivo che stavo scrivendo qualcosa di bello e importante, sapevo che avrei consegnato alle stampe un romanzo difficile, complesso, ambiguo, discutibile ma nello stesso tempo ne ero soddisfatto. Avevo fatto i conti con le mie fantasie, le mie ossessioni. Le avevo scritte.

Non so se il Demetrio di carta abbia esaurito le mie inquietudini, dubito fortemente, ma ha dato loro una forma riconoscibile, ha dato loro una lingua, pensieri e parole. E credo che questo risulti consolante.

Ma anche: scrivendo di un Demetrio ‘di carta’ hai guardato in faccia il tuo male dentro?

Credo di avere in parte risposto alla tua domanda, ma cerco di chiarire alcune questioni. Non so se esista un male dentro e un male fuori. Io credo d’essere una persona normale. Quando finisco di lavorare me ne torno a casa e gioco con mia figlia, le faccio fare i passetti, andiamo al parco, ci mettiamo per terra e costruiamo alte torri con i cubi di carta. Sono lontano quindi dal prototipo dello scrittore maledetto e tormentato, che passa la vita a vergare pagine e pagine per descrivere il proprio male.

Io sono una persona che vive nel mondo e che fa i conti con quello che sente e prova. Che nel mondo ci sia il male, la sofferenza dell’innocente, il sopruso e la violenza, è chiarissimo. Che anche noi di volta in volta facciamo del male non solo lo subiamo è altrettanto chiaro.

Io ho voluto con il mio romanzo parlare di questo scandalo: del fatto che il male esista e sia presente e ognuno lo viva con estrema indifferenza.

Mi ha sempre colpito un episodio che Dostoevskij racconta ne I fratelli Karamazov: ovvero del Diavolo che ha fatto di tutto per diventare un buon borghese che si mette la grisaglia e va a messa e accende una candela votiva. Legione prova a dare ragione a questa possibile permeabilità del male nelle nostre vite: noi mettiamo in atto, consapevolmente o meno azioni di male alcune volte così perché ci è connaturato. Il Demetrio del mio romanzo è solo molto attento nel registrare tali atteggiamenti e nel portarli alla luce. Demetrio è come un sismografo che registra il male. E lo registra nell’unico modo che conosce: scrivendolo.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 7, 2009 alle 2:41 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Matti, vocie e storie di oggi: il progetto parte V – intervista a B.Garlaschelli

lascia un commento »

matti4Le precedenti quattro parti dell’ipertesto rintracciabili da QUI.

Dopo una carrellata-analisi di voci e parole contenute nel saggio ‘FramMenti’, Mobydick, 2006, propongo infine la voce dell’autrice.

Chi sono ‘i matti’ per Barbara Garlaschelli?

“Sarebbe facile e ruffiano risponderti: ‘I matti siamo noi’, anche se un po’ è vero. Nella mia piccola esperienza di scrittrice che ha frequentato per quasi due anni un cps milanese (per scrivere il libro framMenti) ho capito una cosa: i matti sono donne e uomini che per qualche motivo non riescono a essere “dentro” un universo cui vorrebbero appartenere e questo provoca loro dolore e solitudine immensi.  La ‘normalità’ diventa un valore assoluto. Il poter condurre una vita fatta di cose “normali” in autonomia per molti è un miraggio. Ho incontrato pochi ‘matti felici’. L’idea romantica del folle che vive nel suo universo di bizzarrie non è vera. Ho incontrato molte persone straordinarie, questo sì. Ma segnate dalla sofferenza, dalla consapevolezza di sentirsi ‘diversi’. Ed erano tutti lì per curarsi, per tornare all’ambita ‘normalità’. Diversa per ciascuno di loro.”

Quanto lo scriverne, il narrare storie che li riguarda può ’servire’, favorire la decodifica di sensi, disagi, dolori, visioni e battaglie? Oppure è mera ’spettacolizzazione’ per attirare attenzione da superficie, che non scava ma smuove sentimenti ’semplici’ e lontani, da mero intrattenimento o quasi?

“Io posso rispondere solo per quel che riguarda la mia esperienza con FramMenti: è un libro che, nonostante la difficoltà di distribuzione, sta girando da quattro anni, ha portato a dibattiti, incontri, letture, ha suscitato emozioni forti. In me che l’ho scritto e in tutti quelli che lo hanno letto e con cui ho avuto la fortuna di parlare. Cosa poi possa un libro, non lo so. Sta nelle coscienze di coloro che lo tengono tra le mani. Io ho fatto ciò che desideravo fare: scriverlo. Non so perché me lo hanno chiesto, ma perché una volta entrata in contatto con queste persone sono stata travolta da ciò che mi raccontavano e che suscitavano in me. È stata un’avventura umanamente e professionalmente unica e straordinaria, di cui sarò loro eternamente grata.”

L’esperienza di FramMenti, il progetto poi il libro, cosa rappresentano per te, oggi?

“Credo stia nella risposta due, con un’aggiunta: Guido Leotta (l’editore di FramMenti, Mobydick) insieme al gruppo Faxtet e all’attrice Elena Bucci, hanno ccostruito un reading musicale sul testo che hanno portato in giro per l’Emilia Romagna e che lunedì 19 ottobre  approderà al  Teatro Verdi in via Pastrengo a Milano all’interno degli eventi legati al mese della psichiatria.
Questo rappresenta una sorta di continuità dell’esperienza FramMenti. Come se il viaggio di tutti quelli che sono lì, tra quelle pagine, me compresa, non fosse ancora terminato.”

Barbara Garlaschelli cura diversi blog. Uno ‘ufficiale’ ricco di storie, condivisioni tra altri autori e segnalazioni. Un altro, per i pensieri disordinati. Oltre a collaborare con altri spazi virtuali, tra i quali il recente MissFatti, dedicato all’antologia ‘Alle signore piace in nero’ pubblicata da Sperling & Kupfer, curata assieme a Nicoletta Vallorani.

Ho scelto romanzi, storie che hanno faticato a diffondersi, a farsi conoscere, per questa che vorrebbe essere qualcosa di più di un’analisi. Ho tentato di ascoltare voci, di virare attraverso strumenti e modalità volutamente differenti eppure, ognuno attraverso un modo ‘proprio’, hanno qualcosa dentro che si aggrappa, resta e lascia. Energia che è condivisione. Ricerca. Ascolto. Riflessione. Dunque anche musica, serie tv e tante, tantissime parole. Per spezzare qualche vecchia catena, tentare almeno. E andare oltre la patina luccicante dell’apparenza.

Ringrazio Cristiano Ferrarese e Barbara Garlaschelli.

Foto di copertina: Funky64 da Flickr che si ringrazia per tutte le foto utilizzate in questo progetto e si invitano i visitatori a scorrere l’intero set di scatti ‘Manicomi e abbandoni‘ .

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Dicembre 3, 2009 alle 2:45 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Matti, voci e storie di oggi – il progetto parte IV

lascia un commento »

matti4Parte I, II e II dell’ipertesto QUI.

Diverso rispetto a Ferrarese, è l’approccio di Barbara Garlaschelli che con FramMenti (storie di un fortino di periferia), Mobydick, 2006, realizza un saggio prezioso, contenitore di voci, logiche e di quel sentire lontano ma vicino. L’operazione della Garlaschelli parte proprio dalla realtà, quella del CPS (Centro Psico Sociale) di via Ugo Betti a Milano che ha visitato, frequentato ascoltando così i racconti framMentati delle persone, i malati, ma anche gli operatori che ogni giorno affrontano l’ignoto, tentato di alleviare sofferenze, pene e paure.
Barbara Garlaschelli è donna sensibile, attenta e piena di attenzioni. Sceglie di scrivere di questo fortino di periferia senza aggiungere virgole o punti. E’ un saggio, certo, ma con la volontà onesta e puntuale di dare e lasciare spazio alle voci vere, di persone fatte di carne incontrate, vissute, ascoltate. Ed è una scelta coraggiosa perché eliminando l’elemento ‘fiction’ il rischio grosso è proprio la perdita di quell’interesse legato alla ‘finzione’. Come accennavo all’inizio di questo viaggio-ipertesto imperfetto, i matti, le malattie mentali sembrano attirare attenzioni volatili e curiosità gommose, se li si può considerare non-reali, relegati dentro storie narrate dove si sa – deve esserci – la fantasia, la costruzione tessuta dall’autore. L’importante è mantenere una certa ‘lontananza’ con il reale del lettore che probabilmente fa un lungo sospiro liberatorio. Ma Barbara Garlaschelli ha le idee chiare, oltre l’eventuale commerciabilità di un testo come questo:

[…]… far capire alla gente ‘fuori’, quella considerata ‘normale’, che non c’è un recinto oltre al quale vivono le persone che hanno una sofferenza mentale. […] Non esistono i ‘normali’ e i ‘folli’. Esistono le persone, con le loro storie, le loro esperienze, le loro ‘voci’, i sogni, i dolori, le speranze (pag.7 – FramMenti).

L’approccio, il come, qui è fondamentale per capire un testo all’apparenza semplice, che scivola nella lingua ma ferisce, resta incastrato dentro. Storie diverse, raccontate dall’autrice con il minor numero possibile di filtri, resoconti di incontri, riporti di elaborati degli stessi ‘matti’, annotazioni di umori, percezioni sottili eppure patine unte che l’autrice si è portata oltre i muri, oltre stanze e volti.

Le parole, il linguaggio, possono diventare ponte o muro, essere comunicazione o ostacolo. Le parole possono trasformarsi in un cilindro magico da cui escono emozioni, sensazioni, immagini. Sempre, sempre contengono molto più di quanto non siamo disposti a capire, ascoltare, accettare. […] Frequentando questo luogo ho scoperto che le parole sono anche altro. Sono spesso il non detto, quella forza incontenibile che spinge le donne e gli uomini verso altre donne e altri uomini, o che li allontana.
(pag. 9 – FramMenti)

La voce dell’autrice è una guida, una sorta di accompagnatore, folletto e fatina per il lettore che rischia di perdersi facilmente tra le tante parole, sensi a tratti sconnessi, illogici (ma poi, per chi?) e ragionamenti anche lucidi e puntuali di persone che, nonostante tutto, si cercano, scavano fin dove possono, fin dove mente e corpo possono arrivare senza spezzarsi del tutto.

Il ‘cubo di cartone’, il CPS, è un contenitore che racchiude misteri, incubi, visioni, eccessi, orrori e piccole gioie quasi-perdute.

Molto sono le sotto-tematiche che emergono da questo saggio. L’anaffettività diffusa, causa ed effetto di dolore fortissimo, ferite incitrazzabili, malformazioni interiori. La malattia che non si vede, se non osservando con attenzione movimenti, gesti, sguardi e parole, quel senso di sanità apparente e di malattia-colpa sotto, dentro, oltre i vestiti e le immagini riflesse da specchi sociali.

Se la malattia non è riconosciuta dal mondo, il mondo ti lascia fuori. La realtà è che siamo tutti ‘fuori’, sia chi i segni li porta sulla pelle che quelli che li portano nell’anima.
(pag.139 – FramMenti)

Poi l’essere sempre e comunque vivi, pulsanti, capaci – ancora ( ancora è una parole che ricorre, come uno stupore perenne, come se non fosse ragionevole, logico, che certe dinamiche, percezioni, emozioni restassero, si manifestassero) – capaci dunque, ancora, di fare, registrare gesti e sensi, strati di sensi ma su livelli non sempre coincidenti, differenti senza che questo implichi un ‘male’ preciso. E la solitudine. Le paure. I sentimenti repressi poi esplosi. Il rapporto spesso contradditorio, difficile, con l’aiuto chiesto e quello ricevuto (al Centro quanto altrove, da sconosciuti ma anche parenti e amici). Lo scontro titanico tra normalità e il resto, il non esserlo (qualunque cosa sottintenda).

‘FramMenti’ è la registrazioni di vite. Speranze. Affogamenti. Percorsi. Cadute. Crolli. Sguardi e volti che Barbara Garlaschelli ha conosciuto, ne ha sentito le vicinanze quanto le profondità scure, irraggiungibili forse.
Tante malattie, nomi che spaventano pur non comprendendo (il più delle volte) i significati fondi, senza conoscere i sintomi precisi, le terapie, le manifestazioni di mali che abitano persone costrette ad accettare il sub-affitto, costretti a plasmarsi contro cortecce dure e irremovibili. Ma, come scrive la Garlaschelli, sempre e solo persone. Carne, ossa, sentimenti, logiche e tante, tantissime parole. In attesa di ascolti.

Nella prossima scheggia di questo ipertesto imperfetto, alcune domande a Barbara Garlaschelli.

foto di copertina: Funky64 da Flickr che si ringrazia.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 30, 2009 alle 2:43 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Matti, voci e storie di oggi – il progetto parte III

lascia un commento »

matti2

Parte I e II dell’ipertesto QUI.

Davanti a un matto, ho sempre avuto la stessa sensazione, lo stesso identico brivido. Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare, trovarsi davanti a un’imbarcazione affollata, un relitto che giace addormentato sotto la superficie. Qualcosa di indecifrabile. Come una frase difficile che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterla capire.
(Estratto scritto da Simone Cristicchi, seconda di copertina di ‘1967’, di Cristiano Ferrarese, Hacca, 2007).

Simone Cristicchi sa di cosa scrive. Conosce la condizione, ci si è scontrato facendo il servizio civile in una casa famiglia di Roma. E ne ha scritto in un libro, ‘Centro di igiene mentale, un cantastorie tra i matti’, Mondadori 2007. Ma, prima ancora, le voci conosciute sono diventate uno spettacolo teatrale che dal 2006 ha dato vita a un tour in tutt’Italia. Per chi fosse interessato, suggerisco la visione (anche su You tube) di Lettere dal Manicomio, cinque corti mandati in onda da Cult, canale Sky. Un assaggio sul tema ‘donne e manicomi’ di seguito:

Ma, ancora, dalla seconda di copertina di ‘1976’ (Cristiano Ferrarese, Hacca, 2008), le parole di Andrea Di Consoli, narratore, poeta, operatore editoriale e culturale, sono parole intense, vibranti, durissime che cercano di scuotere, smuovere interesse e attenzione.

I matti non sono rivoluzionari. I matti non cambiano il mondo. Chi li ha strumentalizzati per fini ideologici, ha commesso un crimine. I matto sono malati: malati gravi che non sovvertono il mondo, ma che sono interiormente devastati da crolli, deformazioni visive, angosce, certezze assurde e sentimenti apocalittici. I matti non sono ‘buoni’ e rassicuranti, né sono gli sconfitti del capitalismo, o le vittime dell’ordine sociale. I matti non vedono verità che altri non vedono. […] I matti parlano una lingua che non si capisce.
(Andrea Di Consoli)

Ed è proprio di questo, dell’essere ‘matto’, del raccontare, del parlare un’altra lingua, avvalersi di un linguaggio difficile, spezzato, frantumato, disperato quanto maniacalmente cercato per esprimere quel qualcosa che c’è, esiste ma su livelli diversi, qualcosa che è ‘altro’dal narratore stesso: di tutto questo si è occupato Cristiano Ferrarese nella trilogia dei Matti, tre romanzi (uno dei quali ancora inedito, gli altri pubblicati da Hacca: 1967, 1976).

La storia inizia con una voce, indefinita, indefinibile, che si rivolge direttamente a Gesù. Finché questa sorta di corrispondenza unidirezionale con l’Altissimo si interrompe (ma ritorna, sul finale del primo romanzo, filo sottile ma non invisibile). E la voce si racconta libera da vincoli di forma. Poco alla volta emergono dettagli, veloci schegge che aiutano il lettore a orientarsi, avviando un processo di comprensione tutt’altro che semplice.

“[…]… era il Novembre del ’66 e abitavo a Busalla, il mio nome C. e dormivo pochissimo, avevo scelto il lavoro più divertente… il becchino, …”. A pagina 18 di ‘1967’ i primi indizi sul ‘chi’. E poco oltre altri, sul ‘cos’è successo’: “…  cella di isolamento e poi il processo… dichiarato infermo mentale, sono rinchiuso in questa casa di cura per malattie mentali, un manicomio… passeranno mesi e anni e io continuerò a viaggiare nei miei vuoti di coscienza dove sono fuori di me e mi vedo agire…”.

Dunque, un matto, ricoverato in un istituto, che ha commesso un omicidio e che ogni giorno pensa, incastra tasselli, svela. O almeno, è quello che sembra. Per ora così è.
Il linguaggio non è solo forma ma anche sostanza. Testimonia un preciso approccio verso il narrare. La sovraesposizione delle sospensioni. Punti che sono invadenti, pesanti, faticosi, attraverso i quali il lettore deve abituarsi a rantolare come (forse) fa il narratore-protagonista.

… ma non mi crede e così ritorna a vedere se mente e cedo, ma io ripeto la stessa storia e lo disoriento sempre più… io sono malato dentro e questi esteti del disagio e della legge non possono capire… e mai potranno capire…
(pag.33, 1967)

Frammenti. La trilogia dei matti si profila come un flusso di pensieri, una voce piena di ‘buchi’, attese, sottintesi. Perché ciò che racconta, il signor C. (chiunque sia realmente, tra capovolgimenti di genere e relazioni), non è solo la sua storia. Non è il protagonista sotterraneo. Non è il resoconto ombelicale di una vita magari dolorosa magari ingiusta magari distrutta. È una trasposizione. Un capovolgere il mondo, quello narrato naturalmente quanto quello atteso. Il matto narra ma è attraverso la sua condizione, attraverso parole, frasi, figlie anche della presunta malattia, che può spostare l’attenzione, virare drasticamente da un ‘suo dentro’ al ‘fuori’. L’inconscio del narratore, i suoi impulsi lo liberano dalle catene che invece gli altri, i sani, portano ogni giorno. E, in questa libertà, la lingua si scioglie, fugge dagli schemi sintattici e semantici convenzionali, si plasma per dare il ritmo, la sincope, per riappropriarsi degli spazi adatti ad. Analizzare. Registrare livelli diversi, strati e simboli che galleggiano ma facilmente sfuggono.

… vorrei dormire ma le voci mi tormentano e si cibano della mia mente… […] … ricordo solo una frase di Jung… “Matto è colui che è sopraffatto dal proprio inconscio”… […]
… lessi la frase in biblioteca a Busalla poco dopo il funerale del ragazzo che si era impiccato… così mi resi conto di essere matto perché agivo preda dell’inconscio… io ero parlato da questi impulsi del profondo, mi guidavano in azioni oscene e irripetibili…
(pag. 59 – 1967)

… la strada è la fotocopia della vita normale di tutti i giorni… i clienti sono l’espressione delle pulsioni represse e reprimenti, pagano e si sentono forti… hanno corpi e facce oscure… le loro parole sono violente ma deboli… non sentono le catene intorno a sé…
(pag.93 – 1967)

La componente ‘sociale’ è impossibile da ignorare in 1976, quando il lettore si è ormai abituato alla struttura linguistica, allo stile. Ferrarese rimane coerente, insiste dando voce a sentimenti che echeggiano, rimbombano, inquietano. E gli eventi del ‘fuori’ filtrano attraverso la condizione di non sanità, non sani anche loro, in un gioco di incastri e coincidenze.

Io so che hanno ucciso Pie Paolo Pasolini perché ha visto il marcio nauseabondo di questa società che chiamano democrazia… io so che hanno ucciso Pier Paolo Pasolini perché era un alieno mistico gettato in questa merda di nazione cattocomunistaclericofascita… Pier Paolo Pasolini eroe sfregiato dalla maldicenza e dall’ipocrisia piccolo borghese… noi non abbiamo mai avuto una borghesia e neppure un capitalismo…
(pag.41 – 1976)

Ne esce un testo ( intendendo la trilogia) complesso, come già spiegato. Difficile in quanto chiede – pretende – attenzione costante, curiosità e pazienza. Questo spostare le angolazioni, spezzare qualsiasi cosa (racconti, ricordi, ragionamenti, informazioni), questo agganciare malattia mentale con le malattie sociali, accadimenti che diventano male esterno esposto attraverso un male interno sconclusionato, folle appunto. Tutto questo è senza dubbio impegnativo, faticoso anche. Ma necessario nell’incedere, nel lasciare tracce precise, in attesa di comprensione.

Faccio alcune domande a Cristiano Ferrarese, ascolto la ‘sua voce’:

Chi sono ‘i matti’ per Cristiano Ferrarese?

“I matti di Ferrarese sono quelli che vedono (Platone e la lettera VII) ciò che gli altri semplicemente si limitano ad osservare…squarciano un velo e dicono che il re è nudo…qualsiasi esso sia e in qualsiasi modo si presenti…sono disturbati (disturbanti) dal vivere in un presente eterno che non prevede ciclicità…sono dei maleducati che accettano questa condizione, non si piangono addosso e sono attraverso il sangue/la morte/il sesso/la religione… “

In ‘1967’ e ‘1976’, il matto non è mero narratore piuttosto espediente per mostrare la realtà deformata di un passato dell’Italia recente ancora sfocato. Quanto il narrato è reale e quanto dipende dall’invenzione narrativa?

“La realtà è il punto di vista di chi la narra all’interno di momenti storici avvenuti ma vissuti come eterni…il matto dice le cose, non racconta…il matto nella storia vince sempre perché perde comunque… “

‘I matti fanno letteratura’ ha scritto Gianfranco Franchi, narratore, critico e operatore culturale, a proposito di ‘1976’. E’ dunque questo il senso di una scelta precisa, di un modo non usuale, anche complesso di trattare una storia costellata di simboli? Usare una struttura, una lingua ambigua, sospesa, per lasciare messaggi potenti, crudeli?

“I “miei “matti fanno un’altra letteratura (se così si può chiamare) che non è consolatoria/alta o bassa/ricercata o ricercante…è pericolosamente misericordiosa e compassionevole nel suo essere o-scena…è troppo avanti o troppo indietro…quindi ferma ma non aspetta… “

Cristiano Ferrarese è raggiungibile su myspace, mentre QUI il booktrailer di ‘1967’.

foto di copertina: Funky64 da Flickr

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 26, 2009 alle 2:41 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Quanti libri ci perdiamo senza saperlo?

lascia un commento »

Innanzi tutto una precisazione: userò qui il termine ’libro’ sottintendo l’oggetto cartaceo quanto le storie in esso contenute dunque gli eventuali dibattiti, riflessioni, critiche, arricchimenti e quant’altro può scatenare la lettura e – barra – o la condivisione del testo stesso.

I libri, come tutti i prodotti in commercio, sono acquistati secondo due criteri principali: reperibilità e conoscibilità.

Reperibilità dunque al banco frutta del tal supermercato vedo le fragole, mi viene voglia di fragole o già avevo detto che le avrei prese, e le infilo nel carrello.

Conoscibilità perchè ho sentito raccontare dal collega di quel film uscito da poco, io non ne sapevo niente (magari non seguo i trailer, non ho sentito pubblicità alla radio o altrove, non ho visto trasmissioni che ne parlavano ect); in sintesi: non sapevo ma ’attraverso’ qualcosa o qualcuno ne vengo a conoscenza, mi interessa, e decido di andarmelo a comprare (nell’esempio il film non è tanto prodotto ma servizio, fruibile, eppure il senso resta). In questo caso il termine comprare può avere allungamenti di percorso quali ’ordinare’ oppure ’cercare’ se il prodotto in questione non è reperibile subito (dunque l’altro fattore, reperibilità, è evidentemente deficitario).

Qualcosa o qualcuno insomma. Perché, sempre per essere chiari, se c’è la ’reperibilità’ l’acquisto dipende esclusivamente o quasi dall’interesse/bisogno (effettivo o indotto magari da pubblicità, poco importa se il risultato finale resta l’acquisto, quello che ci si fa dopo non interessa di certo chi il prodotto lo vende).
Sulla conoscibilità invece le variabili si diversificano esponenzialmente.

Tornando ai libri dunque, è ’fatto ormai risaputo’ che la distribuzione determina la reperibilità. Equazione matematica. Per essere ’visto’, copie di un libro devono trovarsi fisicamente nelle librerie, nei megastore, ovunque si vendono e cercano abitualmente o meno, libri. Punto. Che poi in Italia la fantomatica ’distribuzione’ sia in mano a pochi grandi gruppi editoriali, è tutt’altra faccenda che esula da questa breve riflessione.

La conoscibilità invece non è in mano a nessuno (in particolare) e a tutti, nello specifico.
Riporterò di seguito alcune lucide e puntuali considerazioni fatte da Giancarlo Onorato (nella foto), autore del libro ’Il più dolce delitto’ pubblicato da Sironi nel 2007. Onorato a distanza di un anno dall’uscita del romanzo (dunque nel 2008), scrisse a Giulio Mozzi (all’epoca consulente per la narrativa italiana per Sironi ) una lettera che (ahimè) solo oggi ho rintracciato on line – e siamo nel 2009, un altro anno passato – e merita riflessioni importanti su questo nostro sistema editoriale, sul ’fare’ cultura, sul peso specifico effettivo delle storie di carta, nonché sullo scrivere in sé. Mozzi ha riproposto il pezzo di Onorato il 9 Giugno scorso (testo integrale pubblicato su Vibrisse QUI), all’interno di una più ampia riflessione su otto anni di lavoro svolto. Io ne recupero alcune parti, scollegandole dal contesto specifico (Sironi, ’il dolce delitto’ come libro singolo, Mozzi e Onorato in quanto persone e rispettivamente operatore editoriale/culturale, autore). Lo ’scollegamento’ mi è necessario in quanto le riflessioni fatte da Onorato non sono, a mio parere, ’lagnanze personali’ e dunque di scarso interesse generale. Tutt’alto. Le dinamiche sono purtroppo – ahimè con eco – tutt’ora valide per molti (troppi) libri pubblicati ma subito o quasi ’spariti’.

Scrisse, Giulio Mozzi, il 22 marzo 2008 (prima della lettera di Onorato): “Il più dolce delitto è stato ucciso con la più dolce delle morti editoriali: il vuoto assoluto (non è il primo né l’ultimo, sia chiaro).[...] Qualche giorno dopo l’amico scrittore si fa vivo e mi dice: “L’ho letto. E’ proprio bello. Vedi, il fatto è questo: io devo scegliere che libri leggere, no? Come tutti. E leggo, alla fin fine, i libri dei quali una persona, due persone, tre persone mi parlano. Alla fin fine, poi, ti dirò, si finisce col leggere soprattutto i libri degli amici. Ma comunque, c’era questo Onorato, sì, e tu me ne avevi parlato, sì, però me ne parlavi solo tu. Capisci? E così non mi si è attivato niente, in testa. Poi ti ho visto così esasperato, che ho pensato: orpo, magari questo libro è proprio da leggere. E in effetti sì. E’ proprio da leggere”. [...]“

Giancarlo Onorato, anche in risposta alle parole di Mozzi, scrisse con pubblicazione del 29 marzo 2008 (ricordo il testo integrale QUI):

“Ciò che conta e va considerata è la netta sensazione di operare per il nulla. E che “la gente” indistintamente, compresi i presunti competenti, si accorga solo di ciò che per ragioni x o y, ottenga visibilità conclamata. Questa visibilità pare di capire che avvenga quasi immancabilmente per fatti di costume, legati a qualche avvenimento, un fatto di cronaca che ti permette di commentare in maniera arguta il tal assassinio, un clamoroso litigio televisivo, un fidanzamento dai risvolti mondani, o l’essere pontificato dagli egemoni dei mezzi di massa, i ferrara, i costanzo. Non ci si accorge mai, o non ci si accorge più, o non ora, di qualcosa o qualcuno per questioni di merito. Dal momento della tua imposizione nasce l’importanza, e il fatto di avere raccolto visibilità comporta come conseguenza una certa qual rispettabilità. In fondo è il ragionamento di chi ti dice di non essersi mosso verso il mio testo non avendone sentito parlare se non da te. Come se per potersi accorgere di qualcosa non basti la parola di un conoscente capace e attento, ma sia necessario che la cartilagine spessa della disattenzione debba essere violentemente lacerata da avvenimenti spettacolari, talmente eclatanti da sovrastare il brusìo indistinto e senza senso in cui viviamo immersi. Solo allora si alza la testa e si rivolgono sguardo e orecchi. Il contenuto di per sé non è motivo sufficiente per muoversi, e questo genera una crescente paralisi intellettiva che investe e travolge tutta la società che, lo si voglia o no, si accresce o si avvilisce a seconda di ciò di cui si nutre. Si potrebbe obiettare che se non se ne parla, non si possa pretendere che qualcosa seppure di valore, venga riconosciuta nel mare magnum delle pubblicazioni di ogni genere. Vero. Ma è quanto descritto sopra a decretare a mio modo di vedere il fallimento a priori del valore come merito, perché oramai ha appreso questo modo di operare anche molta parte di addetti ai lavori ed esperti.”

Dalla lettura pare uscirne un infinito loop dove la coda rincorre la testa e viceversa, in una sorta di danza tribale imposta dalle ’ragioni x o y’ (per usare parole di Onorato) totalmente estranee ai libri (intesi sempre nell’eccezione espressa all’inizio) e dunque somma di fattori specifici quali autore (capacità, esperienze, intenti) e testo stesso (a sua volta amalgama di stile, trama, struttura, personaggi, eventuali messaggi, intrecci…). Loop estraneo, attaccato come una sanguisuga ad ’altro’. Il libro non è libro insomma, ma mero oggetto, merce che deve soddisfare le leggi della domanda e dell’offerta ’non culturale’ bensì. Bensì.

“Se davvero siamo “cose” della storia e se è vero che questa macina tutto e tutti senza alcun riguardo, senza che ciò comporti alcuna variazione percepibile nell’ordine delle cose, allora anche solo discettare se sia o meno utile che la gente si accorga di sé, delle proprie pulsioni, dei propri bisogni, attraverso un testo, è già una perdita di tempo. Ma allora non parliamo neppure più di diritti, migliorie, qualità della vita o cose simili di cui riempiamo quotidiani e simposi vari. E non lamentiamoci quando a essere vittime di ogni sorta di ingiustizie siamo noi, presi in prima persona. Poiché con la mancanza di curiosità, di vitalità mentale, di capacità critica, contribuiamo a decretare la morte del valore. Anche del nostro. Se a tutti sta bene così, allora teniamoci questa realtà da fondale cui sono relegate e destinate le idee, e godiamoci il carosello della ribalta di chi è emerso. E buon per lui, chissà che non tocchi anche a noi, prima o poi. Basterà ottenere visibilità nel modo più impensabile, non so, salendo su un tetto, o spogliandosi in pubblico, o prendere clamorose posizioni politicamente scorrette o essere puttana di un qualunque vigente regime per avere ragione e proseliti disposti a crederti utile e necessario.”

“… [...]il silenzio sul mio testo non lo colgo con dolore, bensì come un dato che rispecchia una realtà che forse abbiamo oramai tutti il dovere di esaminare sul serio. E di combattere. Così io sento il diritto e il bisogno di scendere nell’arena, a differenza di tanti cacasotto che popolano la fetta degli intelligenti di questo paese, i primi ad avere colpa se il paese non è più tanto intelligente.”

Combattere, scrive Giancarlo Onorato.

Combattere.

Mi chiedo ora, dopo salti nel passato e ragionamenti anche futuri, mi chiedo: quanti libri ci perdiamo senza saperlo? Quante storie non leggiamo, tanto meno commentiamo, capiamo ma anche no, senza aver volontariamente scelto di evitarle? Quante riflessioni, potenziali crescite, arricchimenti ci vengono risucchiati dal ’grande loop editoriale’?

Mi viene in mente un’obbiezione ragionevole: anche se sapessimo di ogni nuovo libro pubblicato, non potremmo mai e poi mai ragionare e scegliere su ’tutti’. Verissimo.

Ma resto dell’idea che la conoscibilità è ancora, immeritatamente, fattore radicato, variabile potente che sceglie per me senza che io gliel’abbia data, la delega. A me certo, perché può non interessare affatto tutto questo ragione. Anzi, pere appunto interessi a pochi e solo in certi ’spazi’ come il web.

Combattere allora.

Ma come?

Risposte non ne ho, si accettano suggerimenti, altri ragionamenti, nuove proposte, vecchie lamentele. Qualsiasi cosa che non sia ’ignorare’ che è un non pensare pericoloso, distruttivo.

O forse no.

E’ anche distruttivo se non serve, insistere, combattere appunto.
Siamo pronti a dichiarare che non serve?

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 23, 2009 alle 2:28 am

Pubblicato in Uncategorized

Grugni Paolo – Mondoserpente

lascia un commento »

Pensando a ‘Mondoserpente’ di Paolo Grugni (Alacran Edizioni) mi vengono in mente due concetti: punto di rottura, flessione sperimentale.
Di fatto è un romanzo che gioca coi punti di rottura, e ci gioca premendoci contro il più possibile, miscelando tecniche narrative, andando a plasmare uno stile che assembla, abbandona punteggiatura e convenzioni che segnalano. (Ir)rompe strutture. Passato, presente, discorsi diretti, pensieri. Tutto pulsante, ‘vivo’ in quanto depurato da sospensioni e intermezzi formali. Tutto assieme, in un gioco di incastri tra prosa, poesia, e struttura simil teatrale usata per i dialoghi.

Il ricordo
Non rende immortali
è il ricordo
a rendere mortali
le persone
perché se non so che esisti
tu non puoi morire
e non puoi
farmi morire
(pag.201)

È una lingua sensoriale, quella di Grugni. Che nella forma muta pelle. Mentre la storia, il ‘come’ che è fondamentale per catturare attenzioni, incatenare il lettore e presentare situazioni, personaggi; il come dunque mastica gli svolgimenti, li tende e rilascia a piacimento.

Stirpe si siede su un lato del divano, Mary su quello opposto – non volevi offrirmi un caffè – si, subito – lei si alza, in cucina rumore di tazzine lavate, poi il soffio asmatico di una fiamma che si accende, la raggiunge e l’abbraccia da dietro – non ti sembra di andare troppo in fretta – scusa – ma non toglie le mani dal seno, o questa volta o mai più, lei si gira e lo bacia, le lingue ruvide e le mani che si aggrappano ai genitali, l’inizio di un amore, bei ricordi, ci ripensa, la fine era lontana, ma se è vero che c’è un inizio allora c’è anche una fine, quindi una cosa è già finita quando inizia, mi piacerebbe però innamorarmi ancora.
(pag.14-15)

lauracaressa_small

È stato definito un anti-thriller, per esigenze di marketing io credo. Di certo non lo è, thriller. Non solo. È figlio della sperimentazione. Di quel tipo di sperimentazione rischiosa, secondo me, dove molti degli elementi cardine a cui il lettore è abituato si sbriciolano. È necessario abituarsi a un’incedere preciso, a focalizzare l’attenzione anche sulla lingua, oltre alle immagini e i pensieri che scatana. Il rischio è tutto qui, in fondo: in una richiesta di attenzione costante, nel modificare continuamente registro, tono e sapore. Perché non si può leggere tutto allo stesso modo (o no?).
Grugni ci prova. Con coerenza e insistenza pericolosi. Perché superato l’empassé iniziale si rischia l’effetto dipendenza.
’Mondoserpente’ è dunque un buon esempio di romanzo che attraverso la mera lettura insegna (insegna di scrittura, dello scrivero attraverso appunto rotture, miscele e ritmi). Tutti i libri lasciano tracce, molto dipende dal lettore, dall’imperfetta soggettività di chi li avvicina, ci entra dentro poi ne esce (e anche qui è il ‘come’, che fa la differenza, sfuma e plasma briciole da conservare tra tasche delle memorie). Ma in questo romanzo è proprio la lingua, la continua sfida verso punti di rottura quasi tangibili, il tentare sperimentazioni evidenti, impossibili da trascurare (senza perderne rumori, colori e odori necessari).
Allo stesso tempo è anche un ottimo esempio di mediazione costruttiva. Grugni è autore sensibile, ‘pieno’ di molto da dire, lasciare, raccontare. La sua è una ricerca sfociata nelle narrazioni, che rischia di stringere fino a soffocare dentro dinamiche e schemi consolidati.
Ed è qui, secondo me, che sono subentrati i compromessi.
‘Mondoserpente’ si è aggrappato ha elementi intriganti, che ammiccano al lettore, lo incuriosiscono. C’è una Milano ostile, marcia dentro, che spurga melma (e che ho ritrovato, nella crudeltà, quanto nell’inevitabiltà in un’altra autrice contemporanea: Elisabetta Bucciarelli). C’è uno spietato assassino dai contorni sfocati, uno di quelli seriali che uccide con un rito che neanche nel CSI più moderno e tecnologico, pare possibile. Ci sono due protagonisti che gli danno la caccia, per motivi diversi e che vengono svelati lentamente, attraverso un processo che ne favorisce l’immedesimazione nel lettore (sono entrambi figure imperfette, con fragilità e brutture del vivere quotidiano, lontani dall’immaginario dell’ispettore bello e dannato dei vecchi polizieschi).
Poi le miscelazioni fantastiche, il ribaldamento del ruolo classico del ‘giallo’ che deve cercare il colpevole mentre in questo romanzo è più forte, pulsante, l’intento dei due protagonisti di lasciarsi trovare.
Compromessi, come accennavo, che hanno permesso a Grugni di impastare una storia capace di stupire e coinvolgere camminando oltre la sottile linea delle regole, delle aspettative quanto delle catalogazioni. Camminando in territori meno esplorati ma a lui congeniali, dove sentirsi più libero di esprimersi.
Dell’ ‘oggetto-libro’ si può dire ben poco: la copertina realizzata da Bonsaininjia è molto bella, il serpente stilizzato è un simbolo nerissimo per chi lo prende in mano. I caratteri che facilitano la lettura. Nell’insieme decisamente un oggetto piacevole.

Photo Credit: Laura Caressa, Qui è Milano (copyright di Laura Caressa, si ringrazia per la gentile concessione)

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 19, 2009 alle 2:34 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Pierantozzi Alcide – Uno in diviso con intervista

lascia un commento »

La prima parte rintracciabile QUI.


Avevi ventun’anni quando è stato pubblicato ‘Uno in diviso’. Cos’è cambiato (se è cambiato qualcosa) a distanza di tre anni sul piano degli interessi, gli ascolti, le ricerche, le ossessioni legate al ‘mondo delle storie e della scrittura’?

All’esterno sono cambiate molte cose, ho delle scadenze da rispettare, devo tener conto del parere di più persone e seguo i consigli del mio agente. Ma di fatto, all’interno, non è cambiato nulla: la passione per quello che faccio è immutata, se non addirittura accresciuta. Sul piano degli interessi mi sto dedicando un po’ più alla letteratura inglese e mitteleuropea, aree queste in cui avevo diverse lacune, e cerco di lavorare in maniera più approfondita sulle strutture del testo. Spero sempre di fare meglio, di crescere.
“Ché gli occhi della mia generazione hanno compreso qualcosa che nessuno aveva mai capito prima cioè che, quando si è stanchi di vivere – quando si è stanchi di vivere a vent’anni – le vie dell’Universo all’improvviso diventano un letto scomodo con le lenzuola che puzzano di morte. [...] E provo pietà per chi mi succede, se penso al mio mondo, quello che mi include: il mondo [...] dei depressi e degli sfervorati: semidei dalla voce stonata, gente che si grida in faccia sulla piazza domenicale, che vuole dire senza dire in questo buffo e stantio teatro dell’assurdo. [...] Gente che monopolizza la nuova cultura solo perché sorridente o amica dell’amico di. Che svergogna la settima arte e scaracchia libretti da strapazzo, scrive come mangia e non parla non più perché non ha niente da dire ma soltanto perché non sa parlare, è timida, non ha fatto le scuole. [...] La stessa gente che ha ammazzato Pasolini e adesso lo legge, gli stessi idioti che hanno rubato la cattedra di Svevo e adesso bocciano per autopromuoversi.
(pag. 168-169)

Queste ultime pagine del romanzo sono state spesso citate, hanno attirato l’attenzione. La stanchezza di un vivere che si trascina. Rabbia e pietà. Consapevolezza e lucida analisi di un certo ’fare cultura’ o ’credere di esserlo’.

Mi chiedevo dov’è finito il desiderio ’di cambiare il mondo, o più semplicemente di provare a conoscerlo’. Dopo i tratteggi, il riferimento a Pasolini a cui è dedicato il libro, e il ’dire senza dire in questo buffo e stantio teatro dell’assurdo’, quali sono oggi le tue posizioni in questo mondo di ’cultura controversa’ fatta di marketing, non contenuti semplici e scontati, standardizzazioni e trend?

Credo si possano fare anche buoni libri che vendono. Si pensi a Simenon e all’universo che è riuscito a costruire. Insomma, per quel che mi riguarda, davanti a un libro che ha venduto mille copie non sono meno scettico che davanti a un best-seller. Chiaramente ci sono delle eccezioni, per cui un libro mediocre, se è ben sostenuto dal suo editore, può raggiungere un pubblico molto vasto; viceversa cadono nell’oblio romanzi meravigliosi. Ma cadrebbe in errore anche chi pensasse che se un romanzo non vende è perché troppo difficile o “letterario”, così come non vale sempre la regola che un prodotto facile ha successo. Se così fosse, quasi tutti i libri starebbero nelle classifiche, perché la maggior parte di essi appartiene alla categoria del prodotto di consumo. Invece, sono sempre una serie di coincidenze a decretare il successo di un libro, e anche il campo del marketing editoriale deve abbandonarsi alla fortuna. Per quel che mi riguarda, penso solo a scrivere e a disinteressarmi di tutto quanto verrà dopo…
Navigando in rete, ho rintracciato questo tuo pezzo pubblicato da Davide Bregola nel giugno 2006 a proposito del romanzo del XXI secolo. Scrivi: “io, come scrittore, come vita singola, mi esprimo solo attraverso la metafora e tutto il resto è recupero filosofico, invettiva pasoliniana, nuovo perfetto paradigma. Le allegorie, Dante docet, spaventano il lettore, ogni lettore. Non possiamo più crogiolarci nel dolore. C’è troppa bellezza nel mondo.

Allora… abbasso le censure. Allora abbasso le sperimentazioni fini a se stesse.

Allora abbasso tutto ciò che non è vuoto, tutto quello che non è infinito. Tutto quello che, nonostante tutto questo, non arriva al popolo.”
Alcune di queste tue considerazioni si ritrovano in ‘Uno in diviso’ (“I libri ci hanno insegnato che la metafora ha un significato indispensabile, e che la buccia di un limone può diventare scorza di sole” -pag.80).

Rovesciando la logica del discorso in questione, lo scrittore del ventunesimo secolo cos’è che dovrebbe cercare, esprimere, studiare, affrontare attraverso le narrazioni? Qual è, secondo te, la ’battaglia’ (se c’è) combattuta mescolando parole, simboli, sensi, ricostruzioni, analisi, storie?
Nessuna battaglia, per carità! L’unica battaglia che si dovrebbe combattere è per la letteratura. Lo scrittore non ha alcun dovere, se non quello di scrivere bei libri. Può sembrare ovvio, ma molto spesso basta scrivere un brutto libro con una buona intenzione per essere considerati scrittori. È un fenomeno al quale si assiste praticamente ogni giorno.
C’è, in ‘Uno in diviso’ una citazione da ‘Lo strano caso del Dr.Jekyll e Mr.Hyde’ di Stevenson che riconosce le ‘mescolanze’. La tematica del dualismo, il Bene e il Male che si incastrano, gli stessi protagonisti gemelli (in)diviso. E precise stoccate al lettore come “Hai detto che il mondo è doppio, che se una parte è bianca come te, l’altra è inevitabilmente doppia come me”(pag.163). Mi spieghi dunque questo simbolismo?
Diciamo che il mio scopo era mostrare l’ambiguità di questo personaggio doppio. Due parti definite e molto diverse, costrette a vivere insieme: una suggestione che è stata per me l’intero simbolo della libertà artistica: andare da un corpo all’altro e confondere il primo col secondo. Forse rispondendo a questa domanda posso precisare anche quella precedente: un dovere, in letteratura, c’è. Ed è quello di non tracciare mai una linea di demarcazione tra buoni e cattivi, come spesso accade nella vita. La grandezza dei libri sta proprio nel fatto che possono tenere il piede in due staffe.
Un’altra tematica che ricorre, bisbiglia all’orecchio del lettore, è la ‘follia’.
“Sostengo che quello dell’infinità sia il più ovvio, il più perfetto dei pensieri pensabili perché l’idea illimitata ci scaglia direttamente nelle tenebre, accosta alla follia”
(pag.16) Ma anche: “Nella vita, se sei predisposto alla follia, puoi sapere sin da subito cosa ne sarà di te, quale sarà il tuo nuovo, indefesso fantasma” (pag.30)
Ma è folle anche l’uomo che nel buio stringe una forchetta destinato a una precisa pratica omosessuale. Poi la ‘matta di Vallecupa’ e l’interrogativo sospeso ‘La pazzia è perversa, vero?’
Ed è pazza Ana che getta i crocifissi tra i binari, o almeno lo è per il prete che la vede e le grida contro. Perfino il Diavolo che piange mentre le sue corna crescono, lo è. Pazzo per l’appunto.
Cos’è dunque la pazzia in ‘Uno in diviso’? E cos’è per te?
Tutto quello che ci circonda è follia. La nostra idea del tempo, il nostro bisogno d’amore, l’incapacità di riconoscere la dualità della natura umana, la convinzione che le cose escano dal niente e al niente ritornino, con la morte. Uscire dalla follia è impensabile, solo la letteratura può avvicinarsi a qualcosa di simile. Perché entrandovi, nella follia, diventa Non-follia, una cosa ben diversa dalla razionalità.
Hai frequentato la facoltà di filosofia dell’università Cattolica di Milano. E le incursioni filosofiche in questo romanzo sono evidenti, al punto che alcuni le hanno definite troppo pressanti, fini a sé stesse. Quel ‘recupero filosofico’ che entra nella narrazione, preme e spinge, quanto è importante per te? Cosa aggiunge, lascia?
È importante nella misura in cui va ad incrementare l’autonomia del libro. Scrivendo, io mi disinteresso totalmente del lettore. Tuttavia, quel minimo di intelligibilità stabilita deriva da un nucleo tematico che ho ben chiaro nella testa (in Uno in diviso era il manicheismo, ne L’Uomo e il suo amore l’inesistenza della morte), dal quale si dipartono le strade della mia autonomia. Detto in soldoni, una volta catturato il messaggio di fondo, faccio quello che mi pare. Inoltre in Uno in diviso il recupero filosofico non serve solo a raccontare dei concetti, ma anche a creare un’atmosfera di freddezza quasi scientifica attorno ai fatti narrati.
Infine, è stata notata una certa ‘vicinanza’ tra ‘Uno in diviso’ e la ‘Trilogia della città di K’ di Kristof Agota. Scrive Gianfranco Franchi (narratore, operatore culturale ed editoriale): “È un romanzo lirico e crudo, decisamente vicino alla lezione, stilistica e concettuale, della magistrale Kristof della “Trilogia della città di K”: stesso massimalismo, stessa dedizione al dubbio sulla natura della realtà (o: di ogni cosa), stessi protagonisti – due gemelli – qui addirittura siamesi (lettura psicanalitica sarebbe viatico ideale).” Da autore, ti ritrovi in questa analisi? La genesi del romanzo ha ‘sfiorato’ anche la Kristof?
Non so se c’è stata un’influenza diretta, credo che l’influenza maggiore per Uno in diviso derivasse dai testi di mistica medievale, che studiavo in quel periodo all’università, e da molti film horror, mia passione da sempre. Posso dire che quando ho letto La trilogia della città di K ne sono rimasto molto colpito, questo me lo ricordo bene. Credo comunque che sia un tantino esagerato considerare il mio libro una variazione sul tema rispetto all’opera della Kristof.
Ringrazio Alcide Pierantozzi.
E Gabriele Dadati che nella prima parte ha risposto alla domanda ‘Chi è Alcide Pierantozzi?’ proponendo così un altro ‘angolo di lettura’.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 16, 2009 alle 3:50 pm

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Pierantozzi Alcide – Uno in diviso

lascia un commento »

… dove mi porterà? Dove ci porterà, fratellino? – quel tragitto e questi lampi, e questi tuoni e questo timore sconosciuto; e questo considerare bellissimo e pieno un momento del genere, con o senza poesia? Il linguaggio non ha senso se non conosciamo quello che ci sta intorno e le parole, gli avverbi di Tempo: adesso, ieri, per noi – per ognuno – sono la resa di chi, ahimè, non ha mai capito niente.

(‘Uno in diviso’ di A.Pierantozzi, Hacca, pag.44-45)
“Alcìde Pierantozzi rappresenta il caso raro di una voce che ha saputo acquisire fin da subito credibilità senza nessun ricorso a carinerie di prosa o strizzamenti d’occhio. La sua convinzione in quello che fa è talmente radicata che chi viene in contatto con lui si convince a sua volta. Questo non vuol dire che poi tutti concordino con la sua idea di letteratura, vuol però dire che gli si riconosce il fatto di averne una e di perseguirla. Mi pare un bel risultato.

“Uno in diviso” è poi un romanzo notevole per due motivi. Uno è la pacificazione con l’orrore: Alcìde non retrocede di fronte a quello che racconta, forse talvolta trema, ma poi va avanti. Riesce ad affrontare lo sfacelo narrandolo. L’altro è questa scelta di una lingua letteraria fatta non di un lessico selezionato in senso sublime, ma pescandolo soprattutto nei dialetti e nelle prose novecentesche per poi appoggiarlo su una sintassi fatta di sprezzature, sintagmi che confliggono, interpunzione volutamente franta e singhiozzante.” (Gabriele Dadati)

Ho letto ‘Uno in diviso’ seguendo un percorso collegato al concetto di ‘male’ pieno di tentacoli, deformato, mutevole, chiaroscuro. Poco alla volta, stringendo e facendo mio un libro pubblicato nel 2006 che ha ottenuto una lunga serie di riscontri (qui la rassegna stampa di Hacca), il cui autore è stato inserito tra i ‘giovani autori contemporanei italiani’, ’promessa della scrittura’ per intenderci. Prima pubblicazione, già seguita da un’altra (‘L’uomo e il suo amore’, Rizzoli, 2008). Dunque avere vent’anni o poco più. Due libri usciti per case editrici medio e grandi. Una ‘statistica’, almeno sulla carta, di tutto rispetto. La prossima pubblicazione si attende per il 2010 sempre per Rizzoli mentre altri progetti prendono forma. Pierantozzi non si sottrae alla mia curiosità analitica, paziente ed educato anticipa un incessante lavoro tra storie che si plasmano, attendono. E a voler ragionare su numeri, intervalli temporali e consensi si rischia l’assuefazione da ‘novello genio’. Rischio calcolato forse, eppure “il talento inquieta” asserisce Marco Mancassola (prevedendo i riscontri della prima pubblicazione), e nella seconda di copertina definisce “la furia simbolica, sessuale, filosofica, omicida” che in questo romanzo spurga, dilaga, irrompe. In effetti è una storia poco glitterata, quella di ‘Uno in diviso’, inadatta alla classica immagine del best seller con la copertina lucida che ammicca dalle vetrine rinomate.

‘Uno in diviso’ non è libro da prendere alla leggera, tutt’altro. Non ha il sapore annacquato del tormentone annunciato con gli ombelichi adolescenti scoperti o le lingue sporche di latte che tentano incastri improbabili. Ci sono lingue, si, ma sono quelle di due gemelli siamesi uniovulari il cui corpo naturalmente ricrea una forma a ipsilon con un paio di gambe, un pene e due busti con i relativi ‘accessori’ del caso (due teste, due paia di braccia, due lingue appunto capaci anche di unirsi in un bacio che è intero nella divisione: “questo bacio amaro e dolce, questo bacio forte e fragile, che nessuno vede, questo bacio divino e infernale”, pag.92).
Kehinde e Taiwo dunque si presentano al lettore rubandosi la scena a vicenda, narrando in prima persona, mostrando un’altalena di punti di vista, precisa e accurata perché le voci sono divise appunto, eppure il legame, questa sorta di fusione galleggiante resta, ammalia. “Io, Taiwo” ripete continuamente Kehinde ma anche il fratello Taiwo insisterà sul concetto “Io, Kehinde” per raccontare, descrivere, spiegare, argomentare. Perché anche le menti – soprattutto le menti – sono inequivocabilmente indipendenti, tendono a scontrarsi, ragionano flettendo logiche filosofiche, pensieri e riscontri. Taiwo e Kehinde sentono un ‘uno in diviso’ tra-con-per loro. Ciò che accade a uno si riflette immancabilmente sull’altro deformandone in parte reazioni, carattere e inclinazioni in una sorta di ‘non legame’ fisico che è carne pulsante aggrappata alle stesse ossa.

Io ero malato consapevole della mia malattia. Taiwo era guasto, inconscio del suo stato psicosomatico. Non so bene di cosa soffrissi: non abbiamo mai consultato un dottore…
(pag. 29 – voce di Kehinde, da notare l’alternanza tra ‘io’ e ‘noi’)
Il mio male invade la sua metà corporale, gli intorpidisce le membra e lo contagia. Penso che non ci sia nulla di più contagioso del male.
(pag.108 – voce di Taiwo)
I due protagonisti lavorano al ‘Bordeaux’, locale dietro la Stazione Centrale di Milano, classificato come ‘sauna’ anche se il lettore non fatica a smascherare il gioco linguistico atto a celare un luogo di incontri sessuali espliciti dove i gemelli sbirciano corpi e atti ma non devono farsi vedere eccetto dietro il bancone a coprirne i ‘punti di unione’ per accogliere a dovere i clienti (tessera, ciabatte, chiave dell’armadietto assegnato, profilattico extra strong e asciugamano bordeaux; sono segnali precisi, elenco di una casualità disarmante).
C’è un simbolo che è animale, carne quanto trasposizione, che appare dalla prima riga dell’incipit per proseguire strisciando ovunque, in silenzio a tratti ma con pressante ossessione.
Furono i serpenti a rovinarmi la vita.
(pag.15 – prima riga dell’incipit)
I serpenti, creature viscide, oscure, incarnazioni del male ma anche realtà celate, nascoste nell’ombra. Proprio come in uno dei primi episodi del romanzo, quando il nonno si trova faccia a faccia con un rettile di due metri nascosto nella stalla che finirà sfasciato in due parti investendo la testa del nonno stesso di “un flutto di latte insanguinato pieno come un’onda” (pag.19). Una scena precisa, raccapricciante, che il lettore immagina e forse rabbrividisce disgustato. Ma è serpente anche l’ouroboro tatuato sul collo di Taiwo, un serpente che si morde la coda per l’esattezza, a rappresentare la natura ciclica della vita, “il tempo che ritorna su se stesso” come insisterà più volte Pierantozzi nel corso nella narrazione. Insistenza cadenzata da indicazioni temporali, orari che ricorrono, si ripetono facendosi largo tra la nebbia onirica degli svolgimenti. 19.47.02. Ripetizione ossessionante, ipnotizzatrice. Fino a 19.48.02 verso la fine, un minuto in più e “il mondo è finito”.
La narrazione è frazionata in capitoli brevi, relativamente brevi, con titoli che sono riferimenti danteschi espliciti. Gironi incastrati gli uni negli altri in una sorta di giochi tra matrioske misteriose, sospettosamente velenose dove i sogni si confondo con l’artificio e la realtà. Realtà di matrice sessuale, legata agli incontri a cui assistono i gemelli nella ‘sauna’ ma anche quella cruda e assurda della cronaca nera, nella fattispecie il tragico delitto di Cogne spennellato nel capitolo ‘girone dell’artificio’ dove un inatteso blackout si alterna con stralci di un articolo di giornale da cui si materializzano l’avvocato Carlo Taormina, Piergiorgio Grosso, il piccolo Samuele Lorenzi. Apparizioni. Logiche che si (con)fondono con la scena principale ma non ne restano assorbiti del tutto. Contrasti evidenti, stridenti con la ferocia del bambino innocente. “ Senza dire niente, vista l’ora, torniamo a lavorare”. Così si conclude l’incursione. E si resta ghiacciati.
C’è molta crudeltà in questo libro, immagini volutamente disgustose, che uniscono un certo retrogusto horror con i simbolismi da fondale perduto. Nulla accade per caso, pur apparendo tale. Le inquadrature si spostano repentinamente. I gemelli sono due e uno, si cercano, combattono, proteggono e fuggono. Ma non celano nulla al lettore che li rincorre ansante probabilmente stordito o peggio: a pezzi.
Le ho tolto i pantaloni scozzesi. Le gambe della straniera sono di latte. Adesso che le ho sfilato le mutandine, anatomizzo il suo pube roseo e depilato, simile al cuore dei una pesca.
(pag.94 – girone degli aborti)
Seguendo i fili della narrazione, si intravvedono alcune sotto-tematiche intriganti, che aprono spiragli a logiche e ragionamenti mai sazi, come il ‘dualismo’ e la ‘follia’. Contatto l’autore per alcune domande di approfondimento.
Chi è Alcide Pierantozzi, lo scrittore?

Bella domanda. Freud, mi pare, diceva che l’ego non è mai padrone in casa propria. Ecco, mi piacerebbe fare un piccola inversione di senso: Alcide lo scrittore è padrone in ben due case, la propria e quella di Alcide il ragazzo. Tutta la mia vita è al servizio della letteratura.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 12, 2009 alle 3:48 pm

Pubblicato in 2009

Mozzi Giulio – il male naturale

lascia un commento »

Nel 1998 usciva questo testo. Pregno di corpi, carne, male, bene, ripetizioni scarnificanti, voci, sensi immersi in cadenze che sono ritmi precisi, che portano a trattenere il fiato molto spesso, che scatenano pruriti, ferite e ammissioni. Il male che è. E’. Non ha bisogno di farsi chiamare bene. Non ha bisogno di mentire, truccarsi o decontestualizzarsi in altri mondi, negli altri che non sono noi, dunque  lontani, finti, plasmati per essere ’scaccia-paure’. Ciò che siamo, anche scatenato da altro che in noi resta, da corpi che premendoci, schiacciandoci, carezzando, avendo, ferendo si imprimono in uno strato non superficiale ma pulsante, feroce, insinuante, anche sensuale. Ma pur sempre male. Ciò che siamo è naturale.

B
———————–

Morte di richesse

Vite

Bella

Un male personale
Giulio ama una persona che è morta, cioè che non possiede più la sua carne. Giulio desidera la carne delle persone che fanno esistere l’immagine della persona che è morta. Giulio non desidera il suo proprio piacere, del quale ogni tanto gli sembra di avere perso completamente la capacità, ma desidera il piacere di quelle carni che fanno esistere l’immagine di Lucia. Giulio accarezza, coccola, bacia, solletica, sfiora, stringe, preme, abbraccia, riempie quelle carni: non come se fossero la carne di Lucia (Giulio non è pazzo), ma per gratitudine perché quelle carni fanno esistere l’immagine di Lucia.
[...]
Quando la ragazza-ragazzo allarga le gambe e chiede a Giulio di entrare, Giulio sa che mancano pochi minuti all’inizio della disperazione. Tuttavia, anche quando è già sulla porta e sente la disperazione arrivare e sa che deve andarsene, per Giulio è difficile smettere di guardare, allontanarsi dal corpo della ragazza-ragazzo che è così bello e così desideroso del corpo di Giulio.
La causa della disperazione è questa: ogni volta che guarda la ragazza-ragazzo Giulio non può fare a meno di pensare: non ho mai desiderata così tanto una persona.
Naturalmente Giulio non pensa: nemmeno Lucia; se lo pensasse forse impazzirebbe.
[...]
Giulio sa perfettamente che il suo bisogno di essere amato sterminatamente non può essere riempito da nessuno e che presto o tardi la ragazza-ragazzo si accorgerà di essere stata depredata di ogni cosa. Giulio deprederà la ragazza-ragazzo di ogni cosa e da tutte le cose che le porterà via non ricaverà alcun bene.
[...]

Aggiornamento 3/09: Amore, oggetto di un’interrogazione parlamentare (qui il verbale del 11/11/1998)
[...] Infilò la canna della pistola nell’ombelico dell’uomo e cominciò a spingere.

Aggiornamento 4/09: Splatter (breve).
[...]
Io voglio molto bene a questa carne della quale sono fatto e credo sinceramente di essere questa carne, anche se mi accorgo che c’è una parte di me che la carne non basta a fare e che è fatta di un’altra materia che non conosco bene; immagino che sia sottile, leggera, trasparente e femminile. Questa è la parte di me che io chiamo “anima” e penso che non sia una cosa distinta dalla carne ma compenetrata in essa, come due fumi che si mescolano.[...] Le vere immagini della morte sono quelle che noi crediamo essere le immagini della vita. L’attività del desiderio sessuale ci dà la sensazione di essere vivi e invece noi siamo animali che si riproducono perché siamo mortali. [...]

Eventualmente seguendo nei prossimi giorni Vibrisse chissà.
Su Ibs QUI.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 9, 2009 alle 4:18 pm

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Scurati Antonio – Il bambino che sognava la fine del mondo

lascia un commento »

Appunti su ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’

di Barbara Gozzi

(Bologna, 05-09-2009)

“Questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione. Poiché ritiene che la vocazione della letteratura sia oggi, in un tempo dominato dalla cronaca, non già quella di confondere ulteriormente i confini tra realtà e finzione, bensì quella di superarli, l’autore invita il lettore a considerare ogni singola parola di questo libro come frutto della sua immaginazione, anche e soprattutto quando si narri di fatti riferiti a personaggi e a contesti che portano il nome di persone o di istituzioni realmente esistenti.”

Questa è la premessa, pubblicata prima ancora della dedica.

E il lettore ne capisce il senso pieno dai primi capitoli.

Scurati sceglie fatti di cronaca, li plasma con farina di fantasia, sposta luoghi ma ne mantiene sapori intensi, trasfigura volti ma conserva legami, sensi, affettività, e sentimenti devastanti.

Si tratta di un’ombra precisa insomma, quella degli abusi sui bambini per mano di chi dovrebbe accudirli, educarli, averne ‘cura’.

Si tratta di una città colpita da un fulmine inaspettato, capace di scatenare onde anomale di proporzioni impensabili, vere quanto costruite da paure, rabbia, orrori, ossessioni e demoni.

E’ un romanzo che incastra una duplice narrazione, alterna capitoli scritti in prima persona da uno Scurati spettatore partecipe della vicenda, uno Scurati come chiunque altro, potrebbe essere un Gozzi o un Messori, Ansaloni, Ghini e così via. Poi c’è un’ altra narrazione, estranea, quasi scientifica, che racconta di un bambino colpito da terrori notturno, un bambino che respira il mondo e il suo Male con una sensibilità e consapevolezza incomprensibili, almeno al principio.

Due rotte. E questa cronaca che entro gli sviluppi della trama diventa statistica, stralci di articoli di giornali, citazioni. E questo vivere che Scurati pare annotare come entro un esperimento scientifico dai contorni già sentiti, non nuovi dunque, ma registrati come durante un’autopsia; questo vivere è metallo duro, spigoloso, indottrinato, pedagogico.

Indubbiamente ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’ colpisce e accusa alcuni aspetti di quest’Italia contemporanea, malata, soffocata da una medialità feroce, dal vociare e plasmare della gente pronta a giudicare, additare, e che ha bisogno di distinguere, sempre e comunque, i buoni dai cattivi, il bene dal male.

Questo Male, che Scurati radiografa, arriva al lettore attraverso angolazioni predeterminate. Ed è forse questo il suo limite maggiore. E’ un Male collettivo, che infetta cittadini dagli animi già portatori virulenti di in-sanità, affamati di colpe, nevrosi, mancanze, cadute altrui, ineffettività e un certo marciume galleggiante. Questo Male è dichiaratamente sbagliato, colpevole, ingiusto, assurdo e pericoloso. Questo “Male è totale” (pag.12), possiede quasi trasfigurando chiunque. Si alimenta del male di tutti, lo cresce con la furia della pestilenza. Questo Male è una caccia alle streghe annunciata che ‘gioca’, danza, tra elementi particolarmente delicati come i bambini, gli abusi, le devianze (presunte o reali), la fame di sangue e carne del giornalismo, la sete di eccitazione della gente comune resa opaca dal proprio vivere faticoso, in gratificante, fors’anche inutile.

La gente scelse Satana, così potente perché pronto all’uso alla prima evocazione. Scelse Satana, così a misura d’uomo.

Spesso, non potendo avere il Bene, tanto sfuggente, sdegnoso, tanto raro, ci si accontenta del Male, con la sua concretezza corposamente immessa nella materialità della vita quotidiana.

(pag.14- da notare che una parte di questo stralcio è stato usato per la quarta di copertina)

La lingua di Scurati tende alla scorrevolezza ma subisce frenate improvvise e periodiche attraverso una terminologia accurata, ricercata fino a quasi l’ossessione, ‘alta’ nell’eccezione di colta, raffinata. Gli aggettivi si accompagnano spesso, gruppi di due o tre. C’è anche una certa prolissità nell’addentrarsi negli sviluppi, nell’insistere su sospensioni, attese (per il lettore), logiche contorte, morbose. Poi l’uso delle anticipazioni velate, l’intento di avvisare continuamente il lettore, di fargli intuire la caduta senza fondo, l’annegamento progressivo, lento eppure inesorabile di una storia che nell’uso della fantasia tenta un avvicinamento ‘globale’. Gli eventi si svolgono a Bergamo, ma è una Bergamo-globale, secondo me, che potrebbe tranquillamente essere Milano, Torino, Bologna, Venezia, o almeno mi pare questo l’intento di Scurati, il ricreare una sorta di terra di frontiera, vicina e dunque conosciuta dall’autore, eppure simbolo (o tentativo di) di altri luoghi, dell’Italia.

Lo stesso intento che mi pare di intravvedere nella scelta del narratore-personaggio, come a voler affondare nella c.d.(e recentemente attaccata) ‘auto-fiction’ senza che lo sia del tutto, auto-fiction. Perché Scurati si è ispirato alla sua vita, quanto meno ad alcune parti ad esempio professionalmente, come docente, ma anche ed evidentemente sul piano geografico, Bergamo. Pare quasi ‘dire’: io ci sono, questa è Bergamo, questi sono articoli di giornale ‘veri’, questa è la gente di una Bergamo dell’Italia a te nota, lettore, ma io non sono io, non solo, perché io sono te che segui la cronaca, la commenti, ti ci fai fagocitare fino a scoppiare.

Concettualmente mi sembra anche vicino al roman à clef, dove la chiave interpretativa è evidentemente l’autore ma inversamente perché Scurati ha impastato una realtà di cronaca nota, nazionalmente nota (ma non necessariamente da lui vissuta direttamente) con elementi propri per i quali è appunto la chiave. Su Cabaret Bisanzio (link in fondo), Enzo Baranelli dice: “Il bambino che sognava la fine del mondo” ribalta la struttura alla Ballard: i fatti sono reali, ma si devono considerare finzione, Scurati affonda nelle date, nella cronaca, mentre in Ballard si crea il romanzo-sociologico partendo da una realtà, e poi estremizzandone i conflitti, costruendo l’impianto romanzesco.”

Non avevo appetiti per il suo corpo di donna adulta. A chiamarmi era la sirena di sua figlia. Margherita, era quell’urlo agghiacciante fuoriuscito dalla bocca di una bambina nel cuore della notte. Desideravo essere introdotto nel suo mondo di fantasmi. Volevo gli impareggiabili terrori dell’infanzia. Volevo entrare nel filmato.

Per fortuna quella sera Marisa Comi non m’invitò a salire. Purtroppo, però, lo avrebbe fatto in seguito.

(pag.100)

Segnalo alcune analisi, che nel corso degli ultimi mesi sono apparse on line, per questo libro candidato allo Strega, finito al centro di una polemica tra le tante di cui – pare – l’editoria italiana ha bisogno. Forse i tempi non sono ancora maturi, per poterlo commentare con il giusto distacco. Ma non nascondo che resta una narrazione a me lontana.

Il male è proprio ciò che vi è di più immateriale, poiché muove la sua guerra accanita contro ogni essere concretamente vivente e, se lasciato fare, distruggerebbe la base stessa della creazione.

(pag.10)

Su Nazione Indiana: il 23/04/2009 e il 17/08/2009 (recensione di Gianni Biondillo).

Di Valter Binaghi il 29/08/2009, parole che non nego vicine al ‘mio sentire’, mio dunque soggettivo e imperfetto per il quale mi assumo le responsabilità del caso.

Su Cabaret Bisanzio (recensione di Enzo Baranelli) il 08/04/2009.

Su Ibs.

Link alla pubblicazione originale su PrimaveraEstate.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 5, 2009 alle 4:24 pm

Pubblicato in 2009

Dadati Gabriele – Il libro nero del mondo parte I

lascia un commento »

Il libro nero del mondo’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘libri neri’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.
Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, ne impasta schegge ‘vere-verosimili’ con altre oniriche che sono invettiva quanto carne.
Il primo elemento che colpisce è un nome. Gabriele. Non tanto per gli echi biblici, non solo. Piuttosto per il duplice ruolo in esso racchiuso: autore e protagonista. Non è il primo libro di recente pubblicazione che ‘lavora coi nomi’, forse ha un senso, forse no. Scegliere il proprio nome, proprio dell’autore, per il protagonista di una storia è una volontà precisa io credo. Necessità forse, di mantenere attraverso tempo e scritture, un contatto, di insistersi. Volontà che già un altro autore italiano contemporaneo ha espresso in un’uscita di quest’anno.
Gabriele Lazzari è un regista alle prese con un lungometraggio impegnativo, dai sensi sfuggenti. Giovane, ma pieno di idee, ossessionato dalle immagini, dagli incastri tra dinamiche e percezioni, lavora sodo a una storia difficile sui moderni cannibali. Ma Gabriele è atteso per un altro ruolo, qualcosa di inaspettato, imposto. L’attore (in passato amico) protagonista del lungometraggio sparisce, ed è proprio per ritrovarlo che Gabriele finisce risucchiato da una spirale dominata da un ‘uomo’ che sente chiamate divine nella testa, e per assolverle, per fermare il male, uccide. Gabriele ne diventa l’osservatore, è trattenuto per tramandare, per registrare intenti, gesti. E da questo neo ruolo imposto, da ‘arcangelo metropolitano’ come lo ha definito Marcello Fois, fuggirà portando con sé altri sensi, ricostruzioni di realtà impastate da Dadati i cui ingredienti sono cronaca e vissuto.
Mi soffermo sull’annotazione chiedendo direttamente all’autore:
Gabriele è nome proprio che ne ‘Il libro nero del mondo’ acquista un peso specifico. Perché questa scelta? Da dove arriva l’esigenza di ‘collegare’ te in quanto autore con il protagonista (se di questo si tratta, di collegare)? Dov’è il confine tra il Gabriele che scrive e quello che dentro una storia, respira e vive?
“Gabriele Lazzari, il protagonista de Il libro nero del mondo, ha un nome necessario: Gabriele è infatti il nome dell’arcangelo che annuncia a Maria la futura nascita del Cristo e il mio romanzo è, a modo suo, un romanzo mariano. Dal punto di vista del profilo biologico e professionale non condividiamo quasi nulla. Lui ha infatti una quindicina d’anni più di me, fa un mestiere che non è il mio, è sposato come invece io non sono e così via. Per divaricarlo il più possibile da me ho tra l’altro scritto il grosso del romanzo in terza persona. C’è invece, nell’ultima parte, un personaggio di cui non conosciamo il nome che prende la parola in prima persona e che condivide con me una serie di cose (ma anche questo personaggio è sposato ed è pure padre, cosa che io non sono). Questo personaggio si fa portatore di una serie di istanze che io sottoscriverei, ma resta senza nome anche perché possa essere “riempito” dalla personalità di ogni lettore, che forse potrà sentirselo così vicino. – È vero però che in Gabriele Lazzari ho disseminato qualcosa di mio: ad esempio, per dirne solo una, Lazzari è uno che si veste un po’ come gli capita, il che è quello che faccio sempre anch’io.”
La lingua di questa nuova creatura è per Dadati espressione di una crescita importante, e se il termine ‘crescita’ pare svalutato, scontato, resta ‘evoluzione’. E’una lingua che gioca, con se stessa e il lettore. Che si avvale di tecniche miscelate con sapienza, che usa le parentesi per narrare sequenze su piani temporali diversi rispetto alla narrazione principale. Che fonde strutture, dove le scene hanno echi cinematografici oltre la mera spettacolarizzazione creativa. Dove ci sono parole che ricorrono, parole con un peso specifiche sotto i significati superficiali e che riaffiorano rosicchiando il lettore con pacata insistenza. Poi ci sono i sogni, il piano onirico dove si mescolano messaggi, codici e proiezioni di realtà, visioni trascinanti. Fino ai fantasmi, l’ultra-terreno che è comunque carne, acquista materia svelandosi, accettando un contatto con il protagonista ma soprattutto col lettore che sbircia, attende, afferra.
L’intera narrazione è una sequenza materiale e im-materiale. Gesti che sono un ‘esterno’ espressione (anche) dell’interno. Corpi che si muovono. Azioni semplici poi assemblate. E attra-verso, tra, con la carne, emergono poco alla volta quei sensi che sono intenti ma anche sentimenti, scelte, bisogni. Male. E proprio su quest’ultimo – sul male – chiedo a Dadati:
Mi parli di questo ‘male’, delle sue sfumature, dei livelli? E’ un ‘male’ che avevi addosso, programmato tra le righe, oppure alla fine la storia te ne ha riconsegnato sfilacciature inaspettate? Ma anche: il libro nero del mondo restituisce, tratteggia, il ‘male di tutti’ o lo deforma amplificandolo attraverso, con, dentro il male stesso?
“Il male di cui parla Il libro nero del mondo è una categoria che mi pare di aver intravvisto esistere nel mondo e non è qualcosa di metafisico o inspiegabile: è costituito dalla somma del contributo che i singoli uomini, consapevoli o inconsapevoli, portano al male attraverso le azioni che compiono. Ma questo non è un problema, perché anche per il bene può essere lo stesso, anche il bene può esistere nel mondo come la somma del contributo che i singoli uomini portano tramite le loro azioni ed equilibrare così il male, magari addirittura superarlo. Il libro nero del mondo però è stato scritto pensando che siamo arrivati a un punto in cui si fa molto più male che bene. La soluzione, se una soluzione c’è, è stata collocata fuori dalla comunità degli uomini: la soluzione, non il problema, è metafisica e viene affidata a un lato femminile salvifico. A patto naturalmente che si scelga di affidarsi a questo lato metafisico femminile, che è poi Maria, nata nel mondo ma assunta in Cielo, e per questo interlocutore del nostro stare nel mondo. Io ho pensato di scrivere questo libro perché sentivo quest’onda mugghiante che cresceva e mi veniva incontro. L’ho fatto perché sono uno scrittore, ma forse avrei potuto farlo in diversa forma se fossi stato un filosofo o un teologo.”
La lettura, dunque, richiede ascolti trasversali. Le storie si incastrano, scivolano tra strumenti apparentemente diversi per poi fondersi. C’è la storia dei cannibali, storia che attinge direttamente dalla cronaca, ad oggi (agosto, settembre 2009) basta digitare ‘cannibali’ su un motore di ricerca per rintracciare notizie come questa o questa, e questa. Poi c’è la storia di un uomo ‘qualunque’ che di mestiere vorrebbe fare il regista per il cinema e ci sta provando, sposato con una donna che ama in modo non convenzionale, una donna amante dei raduni new age e che Gabriele cerca con la fisicità della passione che è carne e altro. Ma anche la storia di un fantasma, che appare nel giardino del protagonista, fugaci visioni spiazzanti prima di svanire, ogni tanto piange questo fantasma, fino ad assumere precise sembianze, necessarie. E naturalmente la storia di un ‘uomo’ che si sente addosso una chiamata divina, che sente, vede, assorbe e rifiuta Il Male che sta contaminando irrimediabilmente il mondo, rendendo tutto blasfemo, inutile, insopportabile. Proprio per combattere questa insopportabilità, l’uomo asseconda la chiamata, e chiede aiuto all’unica persona che gli sembra capace di ascoltare, che spera possa capire, questa lotta disperata che è male nel male, che lo cerca, il male, fino alla trasumanazione finale, la morte. Tante storie insomma, volti diversi che ruotano concentrici. E personaggi che racchiudono piccoli universi parti del messaggio. Alice, la segretaria di edizione, Ruggero, l’aiuto regista, Nicole, la moglie, Marco Sernesi, l’ex amico attore, Maria che è figlia e altro.
Il romanzo è diviso in tre parti, richiami danteschi a Purgatorio, Inferno e Paradiso. Richiami a gironi che si perdono negli sviluppi, tra inquadrature e cambi di scene, come già in passato fece (con modalità e sviluppi diversi) un altro giovane autore italiano contemporaneo.
Ma, se ‘Purgatorio’ e ‘Inferno’ hanno legami diretti tra loro, negli sviluppi, tra tentacoli che affondano nelle voci; ‘Paradiso’ rotola spostando drasticamente inquadratura, pur non virando completamente impone al lettore un radicale cambio di visuale, il punto di vista di ‘un’ altro personaggio-essere-autore (autore del ‘libro nero del mondo’, non di qualcos’altro, proprio di questo stesso romanzo) che qui narra in prima persona scalzando il narratore esterno già, in realtà, parzialmente detronizzato dalle mail del Gabriele-regista che dall’Inferno tenta in ogni modo di non perdersi completamente. ‘Paradiso’ è, in effetti, uno stacco che spezza, urta. Racchiude una (non) conclusione, prende per mano il lettore in una passeggiata-scoperta di una tranquilla dolcezza disarmante. Dolcezza che non è assoluzione, non forza eccessi né cerca risoluzioni scontante. Tutt’altro. “Gli angeli si addormentano nella schiena del tempo” (pag.195) lo dimostra. “Il momento storico brutalizzato” di cui parla il narratore-personaggio ormai in chiusura di scena, non è ‘fine’, o arrivo. E’. Esiste. Resta. Si aggrappa. Deve perché è questo, forse, uno dei sensi più forti del romanzo: il riconoscimento della deformata realtà in essere, oltre pagine e tessiture di parole.
L’apocalisse riveste un ruolo preciso, in questa romanzo. Apocalisse che probabilmente è tematica ricorrente per Dadati, ossessione (forse) o ricerca, avendone già scritto in un racconto contenuto nella raccolta ‘Sorvegliato dai fantasmi’ pubblicata in ultimo da Barbera, seppure di altra ‘attesa’ si tratta, di una non fine che smaschera, nel racconto, piuttosto che annunciare. Nel romanzo invece, che di rivelazione si tratti è indubbio, la si preannuncia velatamente già nel ‘Purgatorio’.
Quando tutta questa storia sarà finita, e cioè quando inizieranno a piovere rane, Gabriele…
(pag.73)
E le rane arrivano, tra Inferno e Paradiso, non si fanno solo annunciare. Fino all’atto finale, finché ‘tutto’ entra in una Chiesa, avvolto (questo ‘tutto’) dalle parole di un santo che echeggiano tra morti, fede, male, e sangue. Sensi che forse confondono, forse no, si aggrappano all’“inesauribile superficie delle cose”, scavano.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 2, 2009 alle 4:10 pm

Pubblicato in 2009

Alajmo Roberto: intervista

lascia un commento »

Alcune considerazioni preliminari QUI.

Raggiungo telefonicamente Roberto Alajmo, gentile e disponibile, “non amo teorizzare su qualcosa che ho già scritto” inizia ”perché vuol dire che scrivendo non sono stato esaustivo. Fammi delle domande, ragioniamoci assieme”.

Dal momento che lo spunto per queste riflessioni è stato il suo pezzo on line del 17 Luglio (sopra citato) dove si nomina il romanzo di Nicola Gardini, gli chiedo curiosa: “Ti vengono in mente altri titoli, autori, che hanno subito lo stesso non trattamento divulgativo in Italia?“.

Alajmo non fa nomi. “ Ce ne sono tanti, moltissimi” mi risponde “ma rischio di dimenticarne e comunque sarebbe una lista fine a se stessa”. In effetti la domanda è provocatoria. Il romanzo di Gardini è uno dei tanti, un nome per tutti si potrebbe sintetizzare. “Non si tratta di questo o quello, altrimenti diventa sterile come approccio. E’ piuttosto la logica, ciò che scatena il fenomeno, che vale la pena di discutere. Esiste una precisa dinamica, dove l’editore conosce l’autore, entrambi (o uno dei due) conoscono il giornalista, il giornalista scrive, e la scrittura ritorna tra editore e scrittore , che è anche giornalista magari. E’ un triangolo chiuso, che il più delle volte si autoalimenta. Un triangolo delle Bermuda dove scompaiono i libri alieni. Ciò che esce sui giornali è lo specchio di questa situazione e il lettore, quello abituato alla lettura, ha fiuto ormai. Se legge, tendenzialmente non è uno stupido. Non compra solo perché su Repubblica, e cito Repubblica perché è il quotidiano che leggo abitualmente, trova la recensione di quel critico o giornalista con esperienza. In narrativa le recensioni cartacee non fanno vendere”.
Alajmo è diretto, centra nodi e li espone. La dinamica divulgativa, promozionale anche, delle recensioni su quotidiani o riviste è tutt’ora dibattuta e ambita da moltissimi esordienti e non. Eppure Alajmo insiste: “attualmente il mio libro più venduto, “Palermo è una cipolla“, è quello che non ha ricevuto recensioni cartacee, nemmeno una. In pratica sui giornali non se n’è scritto. Eppure è stato acquistato più degli altri. Le recensioni il più delle volte servono a tenere alto l’ego dello scrittore, i lettori comprano seguendo conoscenze, consigli e gusti diversificati, raramente si fanno influenzare dalla recensione di tal dei tali. Poi c’è il giornalista che si fissa su un autore o un libro e decide di lanciarlo, fa le classifiche di grandezza –Roth è il più grande, seguito da Vargas Llosa, a ruota tutti gli altri– e questo approccio agonistico riesce ad attrarre il lettore”.

Ma tutto questo vale per un certo tipo di narrativa, quando le storie sono storie, più o meno frutto della mente dell’autore, senza la precisa intenzione di raccontare realtà concrete, come nel caso di ‘I Baroni”.

“Infatti” prosegue Alajmo “ per libri del genere, cosiddetti scomodi, anche la stroncatura viene evitata, perché per stroncare se ne deve comunque scrivere, e scrivendo lo si addita al potenziale lettore. Ciò che esattamente si vuole evitare: avviare il passa parola, le riflessioni sul tema”. Annuisco, ci avviciniamo ad una centratura:
Quali sono secondo te le tematiche, le realtà attuali che non si vogliono far conoscere?
E mentre lo chiedo mi vengono in mente la malasanità, l’istruzione per l’appunto, le morti bianche e per riflesso i mandanti di questi silenzi (politica, corruzione, potere…). Resto spiazzata dalla sua risposta: “ho sempre avuto una precisa convinzione: che ancora prima della malafede c’è la stupidità. Basta leggere periodicamente le pagine culturali di un quotidiano italiano per capire di cosa parlo.”

E mi propone alcuni esempi di articoli pubblicati perché scritti da questo o quel critico, dove l’uso linguistico si flette secondo regole non convenzioni e dove non esiste correzione possibile né da parte dell’autore tanto meno del redattore del caso. “La situazione in Italia è anchilosata, c’è una reiterata impossibilità a selezionare i libri secondo criteri super partes, figuriamoci scatenare ragionamenti o dibattiti che non risultino geriatrici o già visti. C’è a monte un problema legato al percorso di chi arriva a occuparsi di cultura tra le pagine delle testate giornalistiche”.

Già. Incredibile che esistano ancora libri che insistono sulle ‘storie verie’ per non dimenticarle nel cassonetto dell’immondizia. “ In effetti, mera narrativa a parte, i libri come quello di Gardini raccontano di una certa realtà sperando di non cadere nel silenzio. Ci tengo a precisare che nel caso di “I baroni”, nessun giornale siciliano ne ha scritto fin ora, e questo l’ho trovato curioso, interessante, proprio perché il libro dibatte di alcune pratiche dell’università di Palermo. Dunque si è creato un fenomeno di appiattimento generale. La stampa locale che appoggia l’università locale e viceversa. Perché a livello nazione c’è stato chi ne ha scritto, ma non è la stessa cosa. Manca il riscontro in loco, proprio dove potrebbe avere un senso preciso appunto parlarne.”
E mentre lo ringrazio, chiudo la conversazione indecisa se davvero sono pronta a scriverne. Penso che i libri (pre)destinati al silenzio sono ovunque, racchiusi forzosamente da incastri, eccessi, dinamiche neanche poi tanto moderne o recenti. Eppure qualcosa continua a muoversi, (r)esiste.

L’apatia, il senso di rassegnazione da omologazione, quel ventriloquare il detto da altri per non dover pensare; tutto questo c’è, pulsante e pesante, nella società italiana ma non è ancora il tutto. Allora i silenzi, le storie che non sono solo favolette ma anche gli intrattenimenti che ricaricano, loro, nascono e si espongono per stuzzicarci. Ci sfidano. Quanto ne siamo effettivamente consapevoli, non saprei.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 29, 2009 alle 3:55 pm

Pubblicato in 2009

Taggato con , ,

Grugni e Masson – analisi tra animali, umani e visioni

lascia un commento »

Avrei bisogno di capire se quello che sto facendo è giusto, se gli animali hanno bisogno di questo mentre la strage continua senza sosta. Strage che non verrà fermata da questo gesto perché la gente la bistecca la vuole al sangue. Vuole che gli coli in gola e sul tovagliolo, basta entrare in un ristorante per capire che i vampiri esistono e sono gli umani tutti.
(pag.102 – Aiutami di Paolo Grugni, Barbera Editore, 2008)

Come già spiegato nella prima parte, qui, ’Aiutami’ di Paolo Grugni racconta la storia di cinque amici, animali, decisi ad agire per smuovere le coscienze, pronti a un atto estremo, forte e rischioso pur di ’lasciare un messaggio’, di incrinare almeno un pò il muro di silenzio, indifferenza e menefreghismo che sentono attorno a loro. Gli animali, dunque, sono il motivo scatenante. O meglio. La considerazione e i trattamenti a loro destinati per mano umana, lo sono Nel romanzo di Grugni, dunque, emergono due principali macro tematiche, capaci di scatenare dibattiti quanto alzate di spalle e risate ironiche. L’alimentazione e la speranza.

Essere o diventare vegetariano o vegano. L’argomento prende forma lentamente – forse – perché non è lì che Grugni vuole focalizzare tutta l’attenzione. Eppure si sono scatenate diverse reazioni, dopo l’uscita del libro, essendo un dibattito ancora aperto, controverso nei contenuti quanti nelle sfumature. Prima di tutto vegano (sito utile: vegfacile.info ) non è sinonimo di vegetariano ( sito utile: vegetariani.it ), in quanto il primo non elimina dalla dieta solo carne e pesce bensì tutti i possibili derivati (latte ad esempio) nonché ogni prodotto che per essere ottenuto ha implicato abusi di qualsiasi tipo verso gli animali. Sottili differenze, sostiene qualcuno, che sono però sostanziali differenze nella vita pratica da cui i pareri tutt’ora contrastanti di nutrizionisti e medici. Ma, come accennavo sopra, il romanzo non è un inno verso specifici regimi alimentari fini a se stessi, una mera presa di posizione motivata, piuttosto la denuncia di un elenco – lungo, molto lungo – di comportamenti, modi di vivere, acquistare e consumare senza alcun rispetto tanto meno consapevolezza di quanto gli animali gridano ogni giorno ‘aiutami’, diventano trascurabili parti del ciclo (alimentare quanto ludico o commerciale). Strumentalizzare un romanzo come questo è fin troppo facile, io credo.

Jeffrey Moussaieff Masson, è stato psicoanalista e direttore degli Archivi Sigmund Freud, autore di numerosi saggi tra i quali il recentissimo ’Cosa c’è nel tuo piatto?’ edito in Italia dal Cairo Editore. Proprio in questo saggio, Masson analizza approfonditamente le attuali dinamiche che portano i cibi dentro i nostri piatti. La realtà descritta con una franchezza disarmante, è naturalmente quella americana ma non credo che il lettore europeo possa coscientemente dissociarsi ritenendo quanto letto ’appartenente a un altro pianeta’. Ne esce un testo duro, grave, dove le logiche del mercato alimentare spadroneggiano sulla vita (poco importa che sia animale in realtà, ’vita’ è già sufficiente come termine, dovrebbe almeno), dove i processi di produzione hanno modificato la qualità del vivere stesso degli animali, anzi, li hanno resi semplici oggetti per il nutrimento umano, spesso senza alcuna logica o reale necessità. Un libro che denuncia insomma, senza girare intorno alle questioni, senza ’mandarla a dire’. Masson ha visitato personalmente (tutt’ora pare lo faccia) allevamenti, fattorie, catene alimentari, battute di pesca. Personalmente nel significato letterale. Masson ha visto. Ha sentito le grida degli animali, ha memoria dei trattamenti, delle piccole ma importanti torture inflitte loro per far si che il tal prodotto sia quello cercato dal compratore ovvero sia come noi lo vogliamo. E vedere tutto questo lo ha profondamente segnato. Jeffrey Moussaieff Masson è diventato vegano e nel corso dei capitoli ne spiega anche le motivazioni, dettaglia tappe e ragionamenti che nel tempo, passando attraverso anni di osservazioni e scelte, lo hanno portato oggi a non sentirsi più ’complice’ di tutto quello che ora sa viene inflitto agli animali per dare da mangiare all’uomo, una forma di complicità tra l’altro tacitamente ammessa, implicita nell’atto stesso del mangiare. Occhio non vede, cuore non duole, dicono i saggi. Questo è uno degli aspetti che più il libro cerca di demolire. Sapere per capire, per conoscere come si arriva al patè che abbiamo sotto al naso, ma anche il tonno in scatola, i petti di pollo e tutto il resto passando per piatti prelibati quanto inutili dal punto di vista nutrizionale. Ha scritto Masson: “Non credo che sarei diventato vegano senza una conoscenza diretta di questo tipo.”

Ma c’è di più.

Il saggio svela i c.d.’segreti’ dell’incremento produttivo (che in realtà ormai non lo sono più tanto, segreti, per chi ha voglia di sapere on line certe informazioni, armandosi di santa pazienza o buoni motori di ricerca, si trovano) ovvero come l’uomo è riuscito ad aumentare i quantitativi attraverso processi subiti dagli animali che vengono dunque, ingozzati, ingrassati, imbottiti di farmaci (che restano poi nei ’prodotti consumati’ finendo ingeriti dall’uomo stesso), reclusi, legati, vengono loro accelerati i ritmi, impediti i movimenti, danneggiati organi o ’parti non utili’.
La realtà narrata da Masson non lascia scampo a interpretazioni.
Per nutrirsi l’essere umano non solo ha letteralmente piegato altre specie viventi, destinate a nascere per morire nel dolore, ma – se questo non bastasse – si sottopone a ingerimenti continui di sostanze dannose utilizzate in fase di allevamento ma anche dopo, durante i diversi cicli di trasformazione finchè il cibo non assume l’ ’aspetto’ desiderato.
Masson argomenta il più possibile, il suo essere vegano, le sue motivazioni personali nate però da anni di osservazioni, riscontri ’reali’ e non teorici quanto possono apparire le pagine di questo libro; Masson dunque non teme confronti. Propone obbiezioni e le confuta.

La stessa definizione di animale, che tanto arrovella il mondo scientifico, medico, la morale e l’etica, viene passata attraverso uno scanner accurato.

Senza dubbio ci sono davvero persone convinte che, se gli animali non hanno coscienza della sofferenza che sono costretti a sopportare, allora non dovremmo provare rimorso nell’infliggerla né sentirci costretti a porvi fine. […] … è molto calzante la celebre osservazioni di Jeremy Bentham: « Non dobbiamo chiederci se sono in grado di ragionare o se sono in grado di parlare. Piuttosto, dobbiamo chiederci se sono in grado di soffrire» (pag.24)

Molti studiosi del comportamento animale e altri biologi considerano insensata la questione della felicità animale. Non possiamo sapere, sostengono, cosa renda felice un animale.
(pag.59 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Se dunque taluni considerano possibile che gli animali siano incapaci di provare sentimenti, la loro percezione del dolore dovrebbe essere relativa, poco significativa. Per quanto mi è impossibile anche solo consideare una teoria del genere, di fatto è la stessa dinamica tutt’ora riscontrabile in molti operatori dell’industria alimentare. Le scritte ’qui alleviamo con amore’ oppure ’ qui si rispettano gli animali’ che pare siano ancora appese in alcune floride fattorie americane, sono la diretta espressione di una precisa filosofia che ’non vede’ ciò che ha davanti. Che non vuole riconoscere, non deve, le atrocità commesse per un piatto qualsiasi. Che non può neanche permettersi di guardare in faccia una mucca che penzola a testa in giù o una gallina con il becco tagliato per non parlare dei corpi che galleggiano a pelo d’acqua dei pesci finiti nelle reti ma non ‘utili’, quelli che semplicemente si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato e vengono rigettati in mare morti o moribondi.

A quasi tutte le galline destinate alla produzione di uova viene scorciato il becco quando sono ancora pulcini. Il più delle volte l’operazione viene eseguita con un macchinario elettrico la cui lama rovente taglia metà del becco superiore e un terzo di quello inferiore (al momento non è noto quanti pulcini muoiano per il trauma dovuto all’operazione). La ragione di questo intervento è che altrimenti, dato il sovraffollamento esistente nelle gabbie in cui vengono rinchiuse, le galline finirebbero con il beccarsi e ferirsi a vicenda.
Ho chiesto spiegazioni su questa procedura agli uomini che la eseguivano e mi hanno risposto che è come tagliare le unghie a un essere umano. Ma ciò è palesemente falso. Non ci sono terminazioni nervose nelle unghie, mentre ce ne sono molte nel becco delle galline. Sarebbe esatto dire che la procedura equivale a tagliare l’ultima falange delle dita a un essere umano. […] Le terminazioni nervose ricrescono, ma il trauma cambia l’immediata formazione di un neuroma, un groviglio di fibre nervose e tessuto cicatriziale che spesso trasuda escrezioni. […]… il risultato di quell’operazione non può che essere l’insorgere di dolori cronici e acuti.
(pag.65 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Lo stralcio che ho riportato sopra è uno dei tanti esempi di ‘dinamiche industriali nel moderno mercato alimentare’. Ed è agghiacciante non soltanto per l’operazione in sé quanto per le cause scatenanti e lo schema innescato. Innanzitutto non si deve dimenticare che, nell’esempio di cui sopra, l’obbiettivo da raggiungere era intensificare al massimo la produzione di uova. Per farlo, le galline vengono tenute in spazi ristretti ma in quantità crescenti (minimizzare i costi, massimizzare i profitti, le classiche regole della produttività). Dunque sovraffollamento, e conseguentemente il beccarsi tra loro, che le galline non possono evitare non avendo spazio alcuni entro cui muoversi. E, infine, la soluzione scelta, la pratica di ‘scorciatura dei becchi’ già nei pulcini. Da questa semplice analisi che propongo è facile intuire quanto, le dinamiche industriali che mirano a incrementare i quantitativi minimizzando i costi, hanno trasformato anche le produzioni più semplici in mostruose catene che fagocitano gli animali i cui destini dipendono da quanto possono ‘essere utili all’alimentazione umana’ e da quanto lo possono fare sempre più in fretta e con risultati numericamente in crescita. Logiche che lasciano senza fiato. L’immagine della contadina che prende alcune uova dal giaciglio e tranquillamente se le porta in casa mentre la gallina scorazza nel cortile; quest’immagine è bruciata per sempre.

Dopo la lettura di questo saggio credo sia più semplice capire la rabbia che trapela da alcuni personaggi di ’Aiutami’, quella ferocia che Grugni ha rivesato sulla storia, dentro le voci, Masson la trasforma in logica, in fatti se non proprio oggettivi quanto meno ’registrati’, concreti quanto basta per rifletterci senza la facile copertura da ’tanto è un romanzo, è tutto finto, esagerato per copione’.

Al diventare vegetariano o vegano, poi, Masson dedica l’ultimo capitolo. Una sorta di diario, resoconto delle sue esperienze, scelte motivate e suggerimenti nutrizionali mai gratuiti, piuttosto supportati dalle considerazioni scientifiche di istituzioni, enti e organizzazioni americane ma soprattutto dal buonsenso. Non meno intenso e coinvolgente è il penultimo capitolo che affronta, smonta e spoglia le ‘negazioni’ in ogni forma, approccio e logica. E’ possibile non essere d’accordo con le argomentazioni, ma evitare di rifletterci, davvero difficile.

Quando questa negazione viene sottoposta alla nostra attenzione, chiamiamo in causa una serie di cliché per giustificare l’uccisione di altre creature. In effetti questo ricorso ai cliché è già di per sé una prima difesa, un modo per non riflettere davvero sull’argomento. Eccone un parziale elenco: 1) Gli uomini sono onnivori, lo sono sempre stati e sempre lo saranno, 2) Ha un buon sapore, 3) Abbiamo bisogno della carne per vivere in salute, 4) Gli animali si mangiano l’un l’altro, perché non dobbiamo fare lo stesso? …
(pag.161- Chi c’è nel tuo piatto?)


Altra ‘controversa questione’ scatenata da ’Aiutami’ è la speranza. L’happy end che non c’è (considerato invece politically correct in narrativa e in generale nelle storie ‘raccontate’) ma non solo. Il senso di crollo, di annegamento lento ma costante, inevitabile quanto faticosa ammissione che l’essere umano ‘si’ sta affogando, aggrappato alla cieca-sorda-muta convinzione di essere ‘superiore’ all’animale. Un messaggio forte, estremo forse anche. Dunque fraintendibile. Che porta con sé un’altra etichetta pericolosa, secondo me: quella di ‘libro eccessivo, non costruttivo’. Come se il punto fosse lo stupire per forza.

Noi non abbiamo più voluto passare per animali, esseri così carnali, ma solo uomini evitando altri eteronomi. E nella mutazione semantica non c’è stata metempiscosi ma solo cirrosi. Ma l’anima è rimasta a loro, a noi, è scritto nella fenomenologia della nostra etimologia, l’humus, la terra, la materia, lo spirito perso già al primo capoverso.
(pag.21, corrispondenza con il Maestro, Aiutami)

«Dimmi perché mi hai chiamato»
«Per dirti che ti amo e che se ti diranno che ero fuori di me avranno ragione ma non avranno capito niente. In questa società chi è in sé è chiuso dentro se stesso, è in un circolo chiuso dal quale non può sfuggire. Per vivere, bisogna essere fuori di sé, fuori da se stessi, solo in questo modo ci si può vedere, ci si può comprendere. […]»
(pag.119 – Aiutami)

Non c’è l’happy end, dicevo, ci sono puntuali e precisi abbozzi di denunce, i personaggi ‘credono’ e decidono di agire. Decidono di trasferire sulla carne le grida degli animali, quel ‘salvami’ che è un loop straziante, ma ancora non abbastanza assordante, pare. Allora chiudendo il libro mi sono domandata: tutto questo è un’onda che si infrange e non lascia tracce? Non serve insomma, sapere e lottare? E’ questo il messaggio di Riccardo (del romanzo)? Perché c’è una frase che mi è rimasta impressa, una frase che qui ripropongo decontestualizzata per non svelare nulla della trama:

Credi che ci sia ancora qualche racconto sopra le nuvole?
(pag.115, voce di Richy – Aiutami)

In ’Cosa c’è nel tuo piatto?’ non mi sento di affermare che si propone una versione della vita senza speranza. Jeffrey Moussaieff Masson ripete più volte nel saggio che le scelte sono appunto scelte. Ma in quanto mutevoli, modificabili, possono contribuire a interrompere o almeno rallentare i potenti processi industriali che stanno distruggendo il pianeta.

Ogni pasto è come l’espressione di un voto. Possiamo fare la differenza con ogni boccone. Non possiamo scegliere di ignorare l’argomento, di pensare che non ci riguardi. Perché ci riguarda eccome.§
Come individui, siamo programmati per non fare troppe domande su ciò che la società reputa indispensabile per la propria sopravvivenza. […] Riconoscere l’impatto sull’ambiente significa uscire dalla gabbia delle consuetudini quotidiane. Abbiamo bisogno di studiare per prendere atto di qualcosa che finora siamo stati incoraggiati e abituati a ignorare.
(pag.56-57 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Di certo non ne esce un’immagine facile, di questo nostro vivere oggi dove l’abitudine è non sapere. Fermarsi al supermato, nei negozi, riempire carrelli di prodotti di ogni tipo (freschi ma anche scatolette, sacchetti, surgelati, ingredienti elaborati) e dopo la cassa correre a casa a ingrassare dispense e frigoriferi fino al prossimo pasto. Ma del ’come’ quei prodotti sono diventati tali, chi li ha realizzati e soprattutto in che modo. No, di tutto questo non si parla. Meglio non pensare al naso del maiale, agli occhi del cavallo, alle pinne lucide del pesce, e così via. Meglio continuare a fingere che sono rari i casi in cui si inniettano cortisonici o altri intrugli chimici che poi restano nell’animale e finiscono nei nostri stomaci o in quelli dei nostri figli. Meglio si, ma per chi davvero?

Nessun animale addomesticato, tranne forse il gatto, conduce il tipo di vita cui lo ha destinato la natura. Tutti i cambiamenti che gli uomini sono riusciti a effettuare, soprattutto tramite gli allevamenti selettivi, non mirano al beneficio dell’animale: siamo noi a trarne beneficio, mentre l’animale ne subisce le conseguenze. Questo significa che se ci preoccupiamo per la sofferenza degli animali e per la qualità della loro vita dobbiamo smettere di mangiare tutti i prodotti di derivazione animale? Temo di si: personalmente, non vedo altre conclusioni possibili. Dico ‘temo’ perché mi rendo conto di quanto una scelta del genere sia lontana dalle convinzioni e dalle abitudini di tante persone.
(pag.103 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Masson però, seppure nelle descrizioni puntuali, tra analisi spiazzanti e logiche serrate, non cerca allarmismi insensati, secondo me. Non è tanto l’esagerazione, l’intento primario, quanto colpire duro per scatenare una reazione qualsiasi, purchè sia una reazione, qualcosa di diverso dall’attuale ignoranza che è tacita approvazione.

Gli animali patiscono le pene dell’inferno a causa della nostra ignoranza. Il minimo che possiamo fare è ridurre questa ignoranza.
(pag.104 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 26, 2009 alle 2:32 am

Pubblicato in 2009

Grugni Paolo – Aiutami

lascia un commento »

“… una canzone che fu un’animalista sollevazione, un manifesto di cui tutti dovrebbero conoscere il testo.”
(pag. 67 – Aiutami di Paolo Grugni, Barbera 2008)

Heifer whines could be human cries
Closer comes the screaming knife
This beautiful creature must die
This beautiful creature must die
A death for no reason
And death for no reason is murder
And the flesh you so fancifully fry
Is not succulent, tasty or kind
It’s death for no reason
And death for no reason is murder
And the calf that you carve with a smile
Is murder
( Meat Is Murder – The Smiths, 1985)

Testo completo della canzone QUI.
Su YouTube.

Recita la quarta di copertina di Barbera: questa storia è la storia di cinque animalisti: Ricky, Bruno, Claudio, Sara e Giovanni. È la storia dei loro ideali, dei loro dubbi, dei loro sogni, della loro voglia di un mondo più giusto per uomini e animali. Siamo nel novembre 2008, a Milano, quando in un convulso fine settimana i cinque protagonisti mettono in atto il rapimento di Luigi Banes, cacciatore e assessore della regione Lombardia. Lo trasportano in Valtellina e lo tengono sotto sequestro, poi all’improvviso tutto cambia e i ruoli di forza all’interno del gruppo portano a una piega degli eventi diversa da quella prevista. Fino alla conclusione che inchioda ognuno alle sue responsabilità, lettore compreso.

Paolo Grugni, giornalista, autore televisivo e scrittore, ma anche vegetariano e animalista con ‘Aiutami’ (Barbera Editore, 2008, qui il booktrailer) ha voluto colpire proprio lì, tra le piaghe di una società che vive ‘contro’ gli animali. Un libro che denuncia ma non trascura l’impatto narrativo, dove le parole hanno un peso specifico preciso, le scelte non sono né casuali tanto meno ‘comode’.

Pubblicato nella collana ’Armi da taglio’ sottotitolo: libri che affondano il colpo, collana diretta da Gabriele Dadati, ’Aiutami’ è un romanzo molto ambizioso. Cinque animalisti e un rapimento. C’è un vago senso di familiarità tra le parole e la cronaca, con qualche scritta in piccolo che scorre sugli schermi mentre un mezzo busto parla. Familiarità scrivo, perché la ’causa animalista’ ogni anno ritorna, accade qualcosa o qualcuno fa accadere qualcosa che riporta alla ribalta certe frasi per alcune ore, magari un paio di giorni a essere molto fortunati. Ci fu quella volta che una modella famossima, pantera nera feroce, venne cacciata da una certa campagna contro le pellecce, o qualcosa del genere. Fatti così, che poi ’fatti’ possono anche non esserlo, basta un accadimento extra normale, uno scintillio improvviso che nomina gli animali e allora tutti lì a scuotere la testa (no, no, così non si fa, gli animali sono creature, esseri viventi indifesi). Solo che la ’faccenda’ è un tantino più complicata di così. E Grugni parte proprio da qui, dal bisogno di sbriciolare falsi interessi, frasi fatte per non essere ascoltate, dalla necessità di scavare, svelare, affondare nelle numerose implicazioni legate al movimento animalista, dunque cinque giovani animalisti diventano i protagonisti di questa storia. Poi un rapimento reso necessario, imposto quasi, dall’andamento immutabile di questo nostro vivere oggi. Dall’assenza di coscienza, pare anche. Dal menefreismo che è poi anche egoismo individuale di volere questo o quello, comprare, comprare, avere poi gettare.

Ma chi sono, innanzi tutto, Riccardo, Bruno, Claudio, Giovanni e Sara? Cosa vogliono davvero? Cosa sperano di cambiare? Lo svela l’autore, nel corso della narrazione, senza troppe presentazioni ufficiali.

“… Le idee, per dimostrare di essere giuste e cambiare lo stato delle cose, non possono mai diventare indottrinamento, verrebbero imposte e non comrpese. E’ così che, degenerando, portano alla nascita delle dittature” dice Giulia, conosciuta da poco da Riccardo ( il personaggio che più spicca nella storia ) ma già – subito – importante. Una prima ’imbeccata’ al lettore, attraverso le parole di un personaggio estraneo al gruppo. Poi un’apparente precisazione più avanti, a pag. 87: “… ma la cosa appariva ancora un gioco che altri, solo i criminali veri, quelli che finivano con la foto segnaletica sul giornale, potevano pensare veramente di portare a termine”. Portare a termine, diventa un concetto-chiave dunque.

Poi la consapevolezza, anzi, l’ufficializzazione della consapevolezza (in parte sottintesa dalla stessa quarta di copertina di Barbera) qualche pagina dopo: “Uno sguardo gli bastò per capire che erano il punto di interesezione d’infiniti determinismi, in apparenza liberi di agire e creare il loro destino, ma la situazione in cui si erano ritrovati, come tutte le situazioni, era solo apparentemente frutto di una loro scelta.” Punto d’intersezione-infiniti-determinismi sono incastri precisi, netti, come pure apparenza-liberi-apparentemente-scelta. Qui la terminologia diventa ricerca espressiva fondata sulla sostanza, una frase per chiarire ogni sottinteso che fino a quel momento, attraverso la narrazione di oltre metà libro, era rimasto in volontaria latitanza.

Ma c’è anche, una collocazione sociale, una serie di potenziali ruoli attribuibili ai personaggi: “La gente li avrebbe chiamati delinquenti, i politici li avrebbero definiti terroristi, tutti pronti all’unanime condanna… [...] Le rivoluzioni devono cambiare tutti i tempi, rivedere il passato, mutare il presente, modellare il futuro. Per questo i cambiamenti della società non erano mai stati e non potevano essere indolori ma dovevano servire a sgretolare le false certezze e ribaltare le posizioni mummificanti il metabolismo cerebrale. [..] Ma ci voleva la scintilla, quella che avrebb fatto sollevare gli animalisti in tutto il mondo…” (pag.98). Cambiamenti e scintilla. Ecco chi sono questi ragazzi che Grugni tratteggia con imperfezioni fisiche ma soprattutto interiori, ognuno con demoni diversi da tenere sotto controllo, paure, incertezze, consapevolezze e memorie quasi mai facili da portarsi in giro.

In realtà c’è già, molto prima, una definizione trasparente lasciata da Riccardo stesso in una sorta di corrispondenza epistolare unilaterale col ’Maestro’ Ennio Morricone sulla cui dinamica tornerò dopo, Riccardo dice:

“Maestro, mi piace immaginare che io e gli altri siamo mucchio selvaggio pronti per quello che la gente definirà un pubblico oltraggio, per me è solo un gesto di alto linguaggio. [...]… anche se le diranno che sono dei criminali, non è vero, hanno solo difeso gli animali.” (pag. 46)

C’è dunque, questa netta spaccatura, da subito, tra come verranno ‘qualificati’, ‘etichettati’ dalla gente, e ciò che invece pensano i personaggi stessi, quello che le voci tentano di trasformare in materia, in scelta consapevole e motivata, seria insomma, ’mucchio selvaggio’ dice Riccardo, ma capace di procurare quella ’scintilla’ che potrebbe avviare il cambiamento. Se ne percepisce la purezza negli intenti, che naturalmente contrasta con l’idea stessa del ’rapimento’ e del suo svolgimento pratico raccontato da Grugni con un’interessante scelta strutturale ovvero la spaccatura in ’frame’ poi assemblati, in ogni frammento è l’angolazione di un personaggio a dominarne contenuti e osservazioni, in modo tale da ’rivedere’ anche gesti e sequenze più d’una volta ma attraverso ‘occhi’ diversi.

La struttura del romanzo non distingue capitoli, non in senso tradizionale. La narrazione è una successione di ‘parti brevi’ unite dallo stesso registro, dall’intento di raccontare una scena o un personaggio. Ma in queste parti il narratore e la struttura stessa variano alternando così la voce di Riccardo (che però ‘parla’ sempre con Giulia) con – meno frequentemente – la voce di Giulia (che a sua volta ‘parla’ esclusivamente con Riccardo) dal narratore esterno fino alla lunga corrispondenza al ‘Maestro’ (Morricone, già citato sopra). Quattro macro strutture di fatto, ognuna funzionale, spezzate poi unite a formare un composto preciso, dal ritmo serrato.

Le voci di Riccardo e Giulia, che si parlano a distanza, pensando, ragionando finiscono piano, piano con l’avvicinarsi facendosi bastare rari e preziosi incontri che restano nell’aria, li rendono vicini nella lontananza, nonostante gli avvenimenti che pressano, e l’affondare in logiche difficili, complesse quali le conseguenze delle azioni umane sugli animali. Una storia d’amore delicata, non scontata, che si alimenta di bisogni semplici e restituisce l’immagine di un protagonista pieno di sfaccettature, che non è solo il ‘capo’ del gruppo, bensì molto altro.

Poi Morricone. Una scelta notevole, secondo me, perché attraverso questa sorta di corrispondenza silenziosa (è Riccardo che scrive al Maestro, non c’è bilateralità) Grugni ha la possibilità di introdurre numerose tematiche ‘spinose’, dolorose e difficili, quel genere di scavi che normalmente annoiano, infastidiscono o peggio, tediano. Affrontati in questo modo, invece, veloci, frasi secche, in rima, quasi non ci si accorge di averli letti. Quasi. Perché i sensi restano, graffianti fino all’osso, ferocissimi. In rima, si. Perché a Riccardo viene ‘naturale’ scrivere così. Un espediente strutturale interessante insomma, che spezza il ritmo, non pesa al lettore e ‘fa passare’, trasmette, nozioni crude, necessarie. E’ proprio scrivendo a Morricone che Grugni, usando la voce di Riccardo, denuncia: caccia e cacciatori ( utile il sito della Lega per l’abolizione della caccia ), caccia alle balene, vivisezione, corrida e circhi, gavage, macellazione, mucca pazza, Laika (la cagnolina lanciata nello spazio nel ’57), pesca e pescatori, le ricerche per l’Aids, cyber hunting (caccia visivamente riproposta on line, di solito attraverso web cam ), finning, diventare vegetariani, l’uso di medicinali sugli animali, alcune abitudini alimentari dei cinesi, cavie, i danni del linguaggio (frammento di un’ironia fulminante), abbandono degli animali, combattimenti tra cani, infine il concetto di ‘uguaglianza’ tra uomo e animale.

Ma non solo, scrivendo al Maestro, Riccardo si permette nomi illustri, della politica quanto del mondo dello spettacolo (moda e sport compresi ovviamente), dell’economia e delle arti; e lo può fare solo in questo modo, non intervenendo nella narrazione principale, evitando l’effetto ‘boomerang’ ovvero la strumentalizzazione di talune affermazioni in bocca a personaggi o dentro scene. 

Lo stile di Grugni, merita una considerazione a parte.

La presentazione di scene e personaggi frantuma schemi e regole di sintassi, in favore della semantica. Il lettore potrà sentirsi confuso, all’inizio, l’assenza di distinzioni oggettive, distinguibili facilmente, può spiazzare. Ma è una percezione labile, che passa presto, secondo me. L’amalgama di Grugni è pulsante, piena di passato, presente in corso, pensieri e discorsi diretti che si flettono, mischiano, incastrano, restituendo un flusso narrativo visivo, sensoriale quanto frizzante.

“In casa girava una gatta che nessuno aveva mai pensato di sterilizzare, di notte rimaneva in giardino e ogni anno restava incinta, sua madre prendeva i cuccioli appena nati e li buttava nel cesso, lei li guardava galleggiare per un secondo poi giù nelle foglie (1). In viale Porpora per la fretta prese un rosso senza accorgersene, evitò l’impatto all’ultimo istante (2), brutta troia dove vai (3). Insieme al suo gruppo di preghiera stava ore inginocchiata a recitare il rosario, le ginocchia gonfie, la lingua secca… […] (1) Arrivò all’appuntamento che gli altri erano lì per andarsene, solo Richy era ancora in piedi… (2)”

(1) frammento passato – n.d.r.
(2) frammento degli sviluppi in corso – n.d.r.
(3) scheggia discorso diretto –n.d.r.

Mettendo temporaneamente in stand-by le cause animaliste nel complesso (a tal proposito ripropongo un sito segnalato dallo stesso Grugni trai i ringraziamenti nel libro: AgireOra per gli animali. ), ci sono, a mio avviso, due ’macro tematiche’ sfiorate da questo libro e che hanno scatenato dibattiti e pareri contrastanti.

L’essere, ma anche il diventare vegetariano oppure (risottolineo ’oppure’) vegano.

E la ’speranza’ intesa come messaggio ’finale’, come eventuale approccio alle denunce stesse sollevate dal romanzo.

Tornerò su questi elementi con un altro pezzo, sperando di riuscire a unire la voce di Paolo Grugni con quella di un altro autore, Jeffrey Moussaieff Masson, che con un saggio, pubblicato in Italia da Cairo Editore da neanche due settimane, si propone di chiarire ’Cosa c’è nel tuo piatto?’.

Ultime annotazioni personali: per chi ha letto, legge o leggerà ’Aiutami’, da non perdere alcune frecce linguistiche preziose.
“Siamo tutti vivi terminali”;
“Il senso contromano della vita”;
“ammobiliare in fretta un pensiero”,
“Gli occhi senza sonno, marmellata di luce”.
Poi certamente: ‘la maggior parte della gente quando scopa, scopa se stessa’.


Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 22, 2009 alle 2:31 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Mancassola Marco: Il ventisettesimo anno parte II

lascia un commento »

La prima pillola QUI

Il primo racconto, nel complesso, mi è arrivato di più, probabilmente per l’incedere, lo scegliere un raccontare coinvolgente, che in ogni pagina srotola lentamente una matassa mutevole. Il ventisettesimo anno è quello che libera il protagonista da una precisa schiavitù legata alla morte di un fratello maggiore. Oltre il ventisettesimo anno c’è il nulla, perché l’altro fratello, venuto prima, non è vissuto abbastanza per mandare avanti le lancette del tempo, per compiere altri anni e generare quindi memorie, esperienze, punti di riferimento da richiamare, cercare o forse anche emulare.

Mentre la realtà invocata dal secondo racconto finisce in una storia macabra consumata tra cimiteri e parti gemellari dai contorni quasi morbosi, ma raccontata in un locale qualunque bevendo tra il vociare sempre più fastidioso.

Il primo racconto è un’esplorazione simil chirurgica dell’esistenza di un personaggio, prima bambino poi adulto, che crescendo scopre, si interroga, costretto ad affrontare perdite difficili da riassorbire, come tanti piccoli ematomi mai scomparsi del tutto. Ed è un’esplorazione intima, profonda, dove il narratore esterno non risparmia, affonda. Con un finale che in un certo senso recupera l’inizio, e che mi ha fatto ripensare all’ouroboro, serpente che si morde la coda, simbolo e chiave di un altro romanzo del quale Mancassola scrisse, prevedendone gli echi (Uno in diviso di Alcide Pierantozzi). Il racconto inizia nel ‘prologo’ con la scena di un incidente e si conclude con un altro incidente dai contorni sfocati. “ Un incidente è una deviazione improvvisa” si legge nelle ultime righe, “E’ qualcosa che ti porta lontano, sempre più lontano, da un tragitto originario che non ricordi neppure più, ma che pure dev’esserci stato.” (pag.53). E ‘incidente’, ‘morte’ e ‘lontano’ sono termini ricorrenti per sensi,e scavi.

Nel secondo racconto, invece, si esplora una storia dove i personaggi appaiono e scompaiono, mutano nelle forme (e non solo in senso metaforico) eppure si resta – leggendo – fermi su un’inquadratura apparentemente lontana proprio perché chi narra è anche personaggio: la scena iniziale (che si sottintende essere la principale) inquadra due amici a bere in un locale.

Ultima annotazione tecnica: si ritrova un uso moderato e controllato delle parentesi come ‘contenitori’ di frasi che sono contenuti su piani non coincidenti con la narrazione principale. Un’ulteriore amplificazione dei sensi di un dato momento narrativo.

E mentre sapeva anche allora, naturalmente, che quelle cose un giorno, pur continuando a rappresentare un’idea di divertimento, avrebbero di fatto contato meno (forse perché è il divertimento a non essere più centrale nei suoi pensieri, ad aver dimostrato l’efficacia, come una medicina cui le malattie hanno imparato a resistere, al riscatto di qualunque cosa si potesse o dovesse riscattare), ciò cui non pensava era quanto simili sarebbero apparsi, a un occhio esterno e senza tempo…
(pag.38)

Un ‘piccolo libro’ che si legge velocemente, scivola ma assesta colpi e riflessioni. Adatto alle pause brevi e che invoglia, viene da chiedersi cosa può fare l’autore con questi e magari molti altri strumenti narrativi, formando, curando e restituendo storie di altra lunghezza.

Questa edizione è impreziosita e contaminata profondamente dalle fotografie di Pierantonio Tanzola, valore aggiunto coraggioso (per il mercato editoriale) quanto espansione creativa colma di suggestioni e potenziali interpretazioni.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 19, 2009 alle 2:20 am

Pubblicato in 2009

Taggato con ,

Dadati Gabriele – Sorvegliato dai fantasmi

lascia un commento »

Siamo in pieno agosto, tempo di vacanze per qualcuno, per altri solo afa, caldo e città semi deserte. Tempo di sospensioni, lunghe o brevi che siano.
Comunque.
Già da luglio, in alcuni casi giugno, sono iniziati i ‘proclami’ da letture ’estive’. Come se le stagioni imponessero per tutti gli stessi ritmi, le stesse dinamiche di fatica e riposo, presenza e assenza, tempo o non.
Allora in questo giovedì post ferragosto propongo una lettura che non ha nulla a che fare con l’essere sotto l’ombrellone o in coda davanti al semaforo. Un libro che non è best seller internazionale tanto meno novità dell’ultim’ora.
Sorvegliato dai fantasmi di Gabriele Dadati.
Quando questo libro è arrivato per la prima volta in libreria era il 14 febbraio 2006: avevo ventitré anni. L’avevo consegnato all’editore verso la fine del 2004, e scritto nei due anni precedenti…
(pag.205)
Nella ‘nota alla nuova dizione’ Dadati dice tutto quello che il lettore non sa ma dovrebbe. E lo fa con intelligenza, semplicità. Lo fa, forse senza la piena consapevolezza, preparando il lettore a ‘un’ Dadati che nel 2008, anno della nuova pubblicazione per Barbera, non solo compie ventisei anni ma procede attraverso un percorso narrativo, strutturale ed esplorativo cbe, fra qualche settimana, si evolverà con l’uscita di un nuovo romanzo.
A rileggermi e a ripensare a quel Gabriele mi viene un naturale senso di tenerezza.
(pag.205)
E bisogna aspettare il nuovo libro per capirne a pieno il senso. Bisogna spostare piani temporali. ‘Sorvegliato dai fantasmi’ è stato scritto da un poco più che ventenne con diverse idee in testa, storie, strumenti narrativi da testare, sperimentare, affinare. E’ stato scritto per essere tante cose in uno, nell’insieme che è poi diventato già dalla prima pubblicazione.
Si tratta di una raccolta di racconti. Ma non ho intenzione qui di riprende l’ormai raggrinzita diatriba tra ‘romanzo si, racconti no’. Diatriba peraltro irrisolta, seppure le meravigliose statistiche di gradimento e vendita delle case editrici non lasciano spazio a logiche. Il mercato, in generale, non ha poi tutta questa voglia di teorizzare, gli basta instupidire, il più delle volte.
Questi racconti però, che hanno avuto precisi riscontri già dalla prima pubblicazione (qui una sorta di rassegna stampa di PeQuod, primo editore), sono piccole tessiture imperfette che racchiudono generi, sensi e storie mai prevedibili, mai uguali tra loro, mai scontate o banali. “Se un romanzo costruisce un universo, un racconto crea un mondo. Gabriele Dadati, i suoi mondi, li costruisce con cura e abilità’ scrive Gianluca Morozzi nell’edizione per Barbera. E credo renda perfettamente l’idea che resta dopo la lettura.
I racconti scorrono in autonomia, sono indipendenti quanto variabili. In un certo senso si può affermare che accontentano anche ‘gusti diversi’. Il Dadati ventenne ha padronanza della penna, conosce la lingua, in parte se la flette a piacimento, ma soprattutto si mette alla prova con strumenti che sono tecniche e strutture della narrativa oltre la linearità e le trattazioni convenzionali. Dunque sapori, odori e intenti differenti. Ci sono gli sposi alla ricerca della felicità condivisa, i genitori che hanno perso l’ ‘io’ per un figlio amatissimo ma che in qualche sottile finestra scura, risveglia anche altro. Poi le indagini con annessi colpi di scena, scambio di identità e malattie. Perfino Max Pezzali, c’è, assieme all’ex compagno Mauro Repetto e ai sogni realizzati poi infranti. Ci sono lettere da prigioni, e prigioni tessute. C’è un’apocalisse annunciata a gran voce, vissuta oltre la fine poi disattesa, e portaceneri che sono schegge di ricordi e volti familiari persi.
“E’ il nascondimento di uno scrittore’ spiega la voce dello stesso Dadati in questo video-presentazione per Booksweb.tv, “ I fantasmi del titolo sono degli io narranti diversi dall’ io biologico dello scrittore che vengono ad esigere che la loro storia sia raccontata”. E sono “storie di prove affrontate” conclude l’autore, storie – aggiungo io – di tappe, evoluzioni, scelte e conseguenze. Ed è sorprendente, l’ho pensato sin dal primo racconto, come un ventenne possa entrare in sentimenti così diversi, angoli che si, sono comuni ma a chi li vive o li ha vissuti come l’essere genitori, ma anche l’amare nell’impossibilità di stare insieme, o ancora rincorrere un amore, attendere una fine annunciata accudendo, ricercare e assecondare verità scomode, insomma tanti spigoli che Dadati coglie con una certa precisa onestà. Rara direi, molto rara. Per età, crescita, e approfondimenti.
Altrettanto stupefacente è la capacità di ogni storia di ‘riempire’. Non che i sospesi manchino, anzi. Nulla si esaurisce, non soltanto per la lunghezza della narrazione ma anche per una sorta di visione d’insieme che riconosce le numerose variabili nelle storie e si sofferma solo su alcune. Questo fa il narratore, i fantasmi che (rac)colgono e sussurrano a personaggi addormentati quanto al lettore, chiunque esso sia, ovunque.
Una particolarità, elemento ‘curioso’ forse, anomalo di questa edizione per Barbera, è la necessità dell’autore di farsi presente, oltre i fantasmi e le storie in sé. ‘Necessità’ l’ho definita io, perché è così che mi è arrivata leggendo. C’è la già citata ‘nota alla nuova edizione’ ma anche uno scritto, l’ultimo non credo a caso, intitolato ‘Dovuto alla madre. Una lettera di dedica’. Tra queste pagine, in pratica le ultime otto su duecentosei, mi sembra siano diretta espressione del Dadati autore contemporaneo alla nuova edizione, scrittore ma anche essere che si espone, lascia parole che sono le sue, parlano di ciò che è oggi, che era, di ciò che è diventato o dove si tende mentre scrive, tra ricordi e volontà. Non conosco personalmente Dadati, eppure tra le righe qualcosa, piccola nervatura guizzante, sembra lasciarsi sfiorare.
Decidendo di scriverti invece mi costruisco lo spazio per chiarire i motivi per cui questo libro è tuo, e il primo motivo è questo: il libro che hai tra le mani è una restituzione. Queste storie pagano quelle che hai speso per me, su di me, quando ero piccolo.
(pag.201 – Dovuto alla madre)
E non c’è nessun bisogno che sia io a far notare come queste pagine diventano anche incursioni in una sorta di privato dell’autore, lo dicono le parole, il periodare, l’intimità che quasi pare violarsi nel momento stesso in cui viene letta. Eppure è anch’essa parte del libro, ne è elemento aggiunto forse, valore che si affianca alla pura narrazione, alle storie nate da digitazioni ed elaborazioni, scritture e riscritture, sebbene. Anche questa è una storia, un’altra.
I racconti sono strutture adattabili. Dunque vanno bene tra creme abbronzanti e bagni, quanto entro pause caffè o pranzi in piedi al bar. Di notte, sotto le coperte con la stanchezza che già pulsa sulla fronte o la mattina presto col caffè bollente tra labbra indolenzite.
Questi racconti impastati da Gabriele Dadati chiedono, però, qualche attenzione in più, rispetto alle storie che generalmente si decantano in questo periodo, d’estate intendo, in vacanza possibilmente (ammesso che in agosto si possa davvero non lavorare, tutti insieme appassionatamente). Richiedono un pizzico di attenzione perché celano spunti, dettagli e intenti. Non ancora così stratificati quanto, credo, nei prossimi scritti ma abbastanza da essere. Compiuti e intensi.
Tecnicamente la scrittura di Dadati ha già in questi racconti tratti caratteristici. Accenni in alcuni casi. Eppure importanti per ciò che era e forse sarà, virando o potenziando.
Le ripetizioni o meglio, l’abile uso di parole che si ripetono ravvicinatamente acutizzando percezioni e sensi.
Poi, durante il dicembre scorso, ha scoperto come muoversi nel buio e dove potesse portarlo il muoversi nel buio perché le porte della sua camera e della nostra camera si fronteggiano ed entrambe restano aperte la notte. Così, visto che c’era un calore speciale tra il corpo di Roberto e il mio, ha deciso di abitare quel calore, di tornare in possesso di quel calore che, si può dire certamente adesso che mi viene in mente, è proprio il calore da cui è nato. Quel calore, questo calore, perché parte esattamente da qui, …
(pag.10 – Vittorio si è scavato una nicchia)
Anche le parole, alcune in particolare, tendono all’emersione, si tendono nel tentativo – forse – di farsi notare più di altre. Credo che la più prepotente, tra le diverse storie sia ‘corpo’(e le sue declinazioni), prepotente e quasi onnipresente. Una partenza che è eredità. Un’altra che fa capolino, ancora acerba è ‘male’, ma anche ‘l’uomo’, ‘tempo’, ‘pioggia’, ‘idea’, ‘morto’, ‘calore’. Dadati ha lavorato molto, con le parole, si sente la ricerca, l’accuratezza.
Non mancano i simbolismi, tra le storie, alcuni più evidenti e forti di altri. Dadati si avvale di azioni, situazioni, gesti e personaggi, per lasciare ogni tanto altri messaggi, sensi che non solo finalizzati al racconto in sé.
Una cosa che mi fa impressione è aspettare su una banchina lungo un binario, stando al di là della linea gialla. Poi passa velocemente il treno in transito e se rimango fermo ho di fronte al volto un mentre di grande moto in cui se mi buttassi contro il fianco del treno verrei rimbalzato, a terra, rotto. Invece un attimo dopo il treno è passato, tutto è nuovamente fermo. Il fatto che non ci sia una gradualità del passaggio tra i due stati, il moto e l’immobile, è quello che mi riesce a impressionare.
(pag.59 – Portacenere)
Partendo da qui, prossimamente, il 3 settembre (salvo cambiamenti dell’ultimo momento) proporrò un’analisi-confronto sul nuovo romanzo di Gabriele Dadati, Il libro nero del mondo, Gaffi Editore. Con alcune domande all’autore.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 15, 2009 alle 4:07 pm

Pubblicato in 2009

Taggato con ,