Cioccolato

Forse doveva rifiutare.
Bastava telefonare qualche ora prima e disdire; poteva rimanere sotto le coperte, tra la vaniglia sul cuscino e le tisane bollenti. Poteva essere così perfetto che ne ha avuto paura.
Allora si è fatta una doccia tiepida, a tratti fredda così è schizzata fuori e si è asciugata in pochi minuti, senza ripensamenti. Ha indossato il completo a righe blu, quello che le strizza la vita e le piace come cade, senza troppe pieghe. Ha guidato mordicchiandosi le labbra, con la radio spenta e la sua voce in sottofondo che ripeteva il discorso, l’umidità le appannava il vetro.
Dentro l’auditorium c’era una luce strana, di un arancione rossastro molto intenso. Si è seduta sul palco ma in angolo, trascinata dall’assistente che correva, macinava chilometri parlando a un auricolare piantato tra capelli ribelli, vagamente gretti. Ha accavallato le gambe studiando i fogli lasciati in perfetto ordine davanti a lei, il microfono dai mille pulsanti misteriosi e la faccia piatta del suo vicino che l’ha squadrata con un vago sorriso ebete.
Odiava la gente.
Non c’era un altro modo per esprimerlo quel bruciore che le perforava lo stomaco, il formicolio alle gambe e la voglia di piangere e urlare insieme, subito, con la luce rossa accesa, il microfono gracchiante e tutti quegli occhietti lampeggianti puntati su di lei. Occhietti strani, bagliori sfuocati, odore di candeggina poi l’intorpidimento mentre il sudore ghiacciato le colava dalle ascelle.
È uscita correndo, qualcuno forse la chiamava ma lei non poteva fermarsi, rischiava l’annegamento.
Ha visto avvicinarsi il portone con i vetri opachi e le finiture in legno poroso, l’ha superato pensando che presto, molto presto, avrebbe vomitato ma l’aria fresca l’ha calmata all’istante.
Le strade erano scure, rassicuranti. C’era gente, certo, ma erano sagome in movimento, parole mozzate dal vento. Sistemata la sciarpa di lana davanti alla bocca si è lasciata avvolgere dal profumo dolciastro, aroma inconfondibile.
Le bancarelle erano piccole, grigiastre e asimmetriche.
Ma erano troppo invitanti.
Ha pagato con alcune monete ritrovate nella tasca della giacca.
Si è fermata accanto a una statua bluastra, un albero affusolato con i rami appuntiti che indicavano il cielo come a volerlo sfidare. Da lì, mentre altri odori le passavano accanto accarezzandola, ha chiuso gli occhi.
Il cioccolato le ha raggiunto il cervello in pochi secondi.
E ha capito.
Non odiava la gente, no.
Odiava farne parte.

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Flash narrativo pubblicato da Barbara Garlaschelli che ringrazio di cuore.

Lamri Tahar - I sessanta nomi dell’amore

Tahar Lamri si è trasferito in Italia dopo aver vissuto in Francia e in molti altri paesi europei. Ha lasciato l’Algeria nel 1979 iniziando un periodo di viaggi e lavorando come traduttore e interprete.
Vive a Ravenna dal 1987.
Parla l’italiano benissimo e lo scrive con altrettanta scorrevolezza.
E’ un uomo che ha conosciuto molta gente, ha studiato e scritto storie. Ma soprattutto è un osservatore.
L’aspetto che più mi ha colpito, di lui, ancora prima di leggere questo libro è stato la sua dialettica. L’ho sentito parlare a un reading in provincia di Verona e ne sono rimasta incantata.
‘I sessanta nomi dell’amore’ è un libricino edito da una piccola casa editrice che in passato ha subito scossoni, cambiamenti negli assetti. La collana ‘Mangrovie’ si occupa appunto di scritture migranti. La mangrovia è una pianta legnosa capace di sopravvivere nei litorali tropicali, periodicamente sommersi da maree. Il collegamento mi pare evidente. Lo stesso Lamri lo spiega in una sorta di introduzione ‘Avant-propos’ (pag.7):

Per me, scrivere in Italia, paese dove ho scelto di vivere e con-vivere, […] significa forse creare in qualche modo l’illusione di avervi messo radici. Radici di mangrovia, in superficie, sempre sulla linea di confine, che separa l’acqua dolce della memoria, da quella salata del vivere quotidiano

Questa è, secondo me, una caratteristica importante per l’autore: lo scrivere in italiano. Lo so, può sembrare scontato eppure non lo è. Tahar Lamri è algerino. Vive in italia da vent’anni, certo, ha studiato molto la lingua italiana e si sente nel parlato quanto negli scritti. Eppure raccontare una storia, scriverla con l’intento di darle il giusto ‘respiro’ è tutta un’altra faccenda. Che ha a che fare con la padronanza delle parole, il loro sapore, il suono e i significati in movimento. Ebbene. Tahar Lamri ha scelto di scrivere in italiano, non c’è dunque filtro (di traduzione). Ogni parola è stata scelta e calibrata da lui, in un processo di trasposizione diretta (Editing a cura di Silvia De Marchi, per dovere di precisione). Ma, a lettura ultimata, mi permetto di aggiungere un ulteriore spinta propulsiva a queste annotazioni: Lamri tenta un passo in più. Lui, straniero, che scrive in italiano non si accontenta di scrivere ‘bene’, seguendo le principali regole della grammatica, sintassi, punteggiatura e tutto il resto. No. Lamri insegue le parole, le cerca mischiandole, ascoltandone le tonalità.

Vorrei spingere la mia esperienza migratoria fino ad abbracciare i dialetti e da lì partire per costruire la lingua italiana assieme agli scrittori italiani. Una lingua nuova che mi permetta, pur portandomi addosso la mia cultura d’origine e le culture che mi hanno investito lungo tutti questi anni di peregrinazioni […], di compiere finalmente il ‘Viaggio’. (pag.8-9)

La lingua dunque, come punto di partenza ma anche di arrivo tra storie diverse eppure piene, intense. Ed è un linguaggio immediato, pieno di aggettivazione vivida e con pensieri costruiti con trasparenza ma mai banali. C’è, in questo periodare, l’intento di trasferire odori, percezioni, colori e moti con la semplicità di chi conosce il linguaggio quanto le storie.
Rimase per un momento sul marciapiede a guardare il vecchio aeroporto: una costruzione irregolare e senza carattere. Una folla, immensa gli nascondeva la parte bassa dell’edificio. Spostò lo sguardo su una fila di palme, dal tronco imbiancato a metà, che corre al di là del parcheggio. Ebbe un tuffo al cuore e si sentì d’un tratto come avvolto da un manto di solitudine. (pag.14)

Ho scelto questo breve estratto dal primo racconto (‘Solo allora, sono certo, potrò capire’) perché è da lì che sono partita come lettrice ed analizzatrice. E mi sembra molto significativo, come estratto, per mostrare le capacità descrittive quanto l’atmosfera ricreata da Lamri. Il ‘vecchio’ aeroporto che è anche ‘irregolare’ e ‘senza carattere’. Le palme ‘imbiancate a metà’ e la folla ‘immensa’. Infine il ‘manto di solitudine’.
C’è, secondo me, si sente tutto, l’ambiente, l’atmosfera che aleggia. Il lettore ci entra a piedi pari e si lascia guidare.
Il viaggio dunque, inizia così ma non è lineare.
Ci sono due persone, Elena e Tayeb che si scrivono email. Un rapporto che nasce tra corrispondenze epistolari e incontri fugaci e poi diventano vere e proprie lettere d’amore. Elena è una scrittrice e cerca informazioni sulle sessanta parole diverse che, in arabo, indicano l’Amore. E Tayeb la aiuta ma a modo suo.
Lamri propone, quindi, queste email alternandole a racconti diversissimi tra loro in un continuo ‘sali e scendi’ di situazioni, ambienti, personaggi e realtà. Non c’è continuità, come spiega lo stesso autore perché ogni scritto risale a un momento diverso e mira a toccare il lettore in modi differenti. Solo Elena e Tayeb tornano, attraverso queste corrispondenze moderne a ricordare al lettore che l’amore non ha colore ne forme precise, può mutare ed essere espresso in tantissimi modi diversi.
‘I sessanta nomi dell’amore’ è dunque, una raccolta atipica di racconti, per quanto, la classificazione mi suona stonata, stretta. Ogni racconto è, come già accennato, a sestante, in ogni particolare. Nella lunghezza quanto nei personaggi e in parte anche nello stile. Ho avuto l’impressione che Lamri cercasse di sottolineare queste particolarità, come se ogni storia dovesse acquisire un valore speciale, unico in questo senso. E davvero, ce n’è per tutti i gusti, tra riflessioni, scenari e dialoghi dove la figura dell’immigrato, della cultura ‘non italiana’ emerge con discrezione, senza pretese. E’ un raccontare che scava sussurrando.

A casa ho sempre parlato berbere, a scuola l’arabo, ho sempre pensato in francese e adesso sogno in svedese, ma non credo affatto che la nostra situazione linguistica sia da invidiare. (pag.17)

Le diversità tornano spesso, nei racconti, sia dal punto di vista linguistico che nei luoghi. C’è una sorta di ‘volontà sotterranea’ di mostrare al lettore italiano quanto può diventare difficile vivere senza quei punti di riferimento considerati parte del vivere quotidiano.

‘Io non ho paese. Il mio paese è il mio corpo. Il mio paese è dove sto bene’ (pag.19)

‘Akli mi diceva all’aeroporto che il suo paese è il suo corpo. Mi dispiace, ma non ci credo. Ognuno di noi è legato a qualche cosa: un’immagine, un ricordo, un sapore dell’infanzia…’ (pag.32)

I personaggi esprimono dubbi, paure, inadeguatezze da migrante alla perenne ricerca di un equilibrio e arrivano a toccare questioni delicate, anche di origine geo politica e di attualità. L’intento dell’autore sembra essere quello che non trascurare ogni angolazione. Il migrante si abitua in fretta a cambiare il proprio punto di vista, è necessario per sopravvivere durante i viaggi tra culture diverse. Ecco dunque, che i racconti si stratificano, parlano di realtà differenti anche da bocche provenienti dalla stessa origine. E le diversità possono essere spesse ed evidenti, quanto sottili e acute ma ci sono, e diventano materia di studio e analisi.

Questi banchi sono azzurri e non ci si può scrivere sopra. Sono lisci. Come tutto qui. Anche la faccia della maestra è liscia, sembra che il tempo non lasci segni né sui banchi né sulle facce. Sarà vero? Mah. (pag.37)

In mezzo a tutte queste voci, tornano, Elena e Tayeb che si scrivono, svelano e con loro il lettore prosegue un percorso lento ma incessante verso i ‘sessanta nomi dell’amore’.

‘… lo straniero conosce “in vita” l’esperienza della morte. Si muore a degli affetti, dei paesaggi, dei pensieri, per rinascere ad altri affetti, altri paesaggi e altri pensieri.’ (pag.40)

‘ Chissà poi se sono vere le divisioni geografiche…’ (pag.40)

‘Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano’ è il titolo di uno dei racconti che, mi sembra, riassume semplicemente la filosofia dietro a questo libro. Un viaggio, certo, ma senza effetti speciali. Che non vuole stupire o generare angoscia o attesa. Un viaggio lento, nel suo incedere, ma simbolico, fatto di diversi strati quanto di personaggi intensi, che svelano angolazioni delicate di culture che oggi, nel 2008, sono anche temute, osservate da lontano.
Tante immagini dunque, che sono scatti rubati in un certo senso, scenari tratteggiati con meticolosa precisione quanto lasciati all’immaginazione, dove il lettore si perde muovendosi in silenzio. L’impressione generale è di scivolare tra muri e sabbie sconosciute ma mai ostili. Ed è un’impressione importante di questi tempi.

“ Ti voglio affidare questa fotografia, io non posso più tenerla con me… […] Io non so se il ricordo è una cosa che hai oppure è una cosa che hai perso.” (pag.56)

‘Cose possedute’, dunque, tra transiti imperfetti ma anche ‘cose perse’ eppure trattenute, custodite gelosamente come segni di un’altra vita mai dimenticata.
E, tra tutto questo: le parole. Sempre e comunque.

‘ L’uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra.
COSA SONO IO? Sono un sacco di parole che quando parla tace sempre una verità’ (pag.100)

E’davvero difficile spiegare questo libro con tante trame intrecciate, odori e sapori orientali mischiati a cemento e abbracci occidentali.
Eppure, lo sforzo linguistico, l’intento di svelare realtà, grattare riflessioni e tratteggiare paesaggi che sembrano (oggi) più lontani; tutto l’insieme merita (soprattutto e a maggior ragione di ‘questi tempi) una lettura meditata. Senza fretta. Con la mente libera da schiavitù e regole preconfezionate.

Io sono italiana.
Nata a Modena e tutt’ora residente vicino a Bologna.
Eppure dentro questo libro mi sono sentita. Si può essere stranieri anche in patria. E Tahar Lamri non sconta nulla. Alla fine, però, qualcosa torna. Qualcosa che dipende dall’occhio e dalla mente del lettore, solo da quello direi. Non c’è rigore scientifico, pretesa oggettiva. Ci sono volti, parole e ambienti. Il resto lo fa il lettore, cogliendo un certo colore o un odore da trattenere. Non lo chiamerei ‘buonismo’, affatto, non nel senso sgradevolmente mieloso che si tende ad associare al termine. Lo definirei: visione tendente al positivo. Che ho trovato di una potenza talmente atipica per noi oggi, abituati a ben altri atteggiamenti verso ‘gli stranieri’, di una nuda onestà da lasciare, a tratti, disarmati.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Tahar Lamri nasce ad Algeri nel 1958. In Libia dall’79 all’84, conclude gli studi in Legge iniziati in Algeria, con la specializzazione in Rapporti internazionali e lavora come traduttore presso il consolato di Francia a Bengasi, si sposta dunque in Francia. In Italia dal 1986, vive a Ravenna. Altre informazioni bio-bibliografiche su Wikipedia.

‘I sessanta nomi dell’amore’ di Tahar Lamri, Michele Di Salvo Editore-divisione TraccEDIverse, collana ‘Mangrovie’, gennaio’2007, pag,196 E.12.

Barbara Gozzi – Maggio’2008

Immagine di copertina di Soha Khalil.

(la riproduzione qui accanto non rende giustizia all’immagine in copertina, soprattutto gli occhi)

Che vita di

Sono un gigolò.
Lavoro prevalentemente on line. E funziona bene, il sistema intendo.
Ho imparato a non farmi fregare, le donne sono furrbe e ci provano ogni volta, a non pagare.
Non proprio ogni volta, bisogna essere onesti. Diciamo alcune.
Perché ci sono anche le timidone, quelle che cercano poi hanno paura, le religiose in evasione, le accasate con pruriti e le mammine con il grembiule ancora arrotolato alla vita… ce ne sarebbe da dire, sull’argomento.

Eppure mi capita questa.
Proprio a me che ormai sono quindici anni che lavoro e ho un certo nome.
Insomma mi accordo con una dall’aria banale, niente di che insomma. Frangetta lunga, capelli lisci e castani slavati, pelle impura e labbra sottili. Mi accordo sul prezzo, i tempi e le frequenze (perché questa, da subito via mail, chiarisce che mi vuole vedere con ‘un certo ritmo’… e figuriamoci se mi sono tirato indietro!)
Allora stiamo a posto, le dico io.
E lei mi sorride, si appoggia allo schienale della macchina, si rilassa (vedo che abbassa le braccia dal volante, mi sono pure guardato in giro preoccupato che si volesse spogliare così, senza cercare un posto sicuro) e attacca.
A parlare.
Mi seguite?
Questa qui non voleva scopare o fare alcunché’di fisico’… manco per il cazzo!
Questa voleva solo parlare.
Cercava un prostituto dell’ascolto, che non è proprio un confidente, neanche una semplice spalla su cui sfogarsi. E’ una via di mezzo, credo.
Uno che ascolta e ogni tanto risponde, dice la sua insomma, magari senza sapere tutta la storia ma per quello che ha sentito… uno a cui poter dire anche le questioni più delicate (tanto, non è che un gigolò si possa scandalizzare di qualcosa, che professionalità è?).

Uno pensa di essersi guadagnato il rispetto col duro lavoro. Pensa di potersi rilassare, di non doversi più preoccupare di quantità e qualità perché l’esperienza ormai è arrivata, conquistata anzi.
E pensa male, cazzo!
Perché ti arriva una che ti paga per farsi ascoltare, oltretutto in quel modo ibrido che solo le donne sono capaci di ( e valla poi a capire com’è la faccenda, quando è meglio tacere, quando vuole essere consolata, quando sarebbe il caso di dire qualcosa o magari annuire e stringerle le mani in quel modo da fratello maggiore… )
E adesso non lo so mica se glielo devo dire, che io mi so vendere benissimo e lo faccio con piacere. Ma non con le parole. Quelle, cazzo, sono tutt’altra faccenda. Ci sono i preti, gli assistenti sociali o quelle robe lì, gli psicologi (o psicoterapeuti, non ho mai capito che differenza c’è), gli amici (anche se qui, in effetti, le devo dar ragione: è sempre più una merda riuscire a trovare qualcuno che), poi - super cazzo - le chat. Vuoi che nel world wild web una così non trovi uno spostato che la ascolti e la tenga buona?
Mi sa che mi sto infognato.

Sono tre settimane che va avanti questa storia e inizio a pensare che sia una roba da ‘contrappasso’.
Perché ormai, a forza di sentirla parlare finisce che la osservo anche, ogni tanto, mica sempre.
E non è proprio come mi era sembrata all’inizio. Non sexy o provocante, per carità! Eppure…
Che vita di merda.
E dire che ridevo di mio padre quando ripeteva che ‘non esistono più le mezze stagioni’. Che deficiente che ero! Adesso mi tocca dire che ‘non esistono più le sane scopate e basta’, pensa un pò.
Che vita di merda.

Foto Bg

Intervista a Silvia Ferreri - IV

> Le precedenti tre parti rintracciabili dalla categoria ‘interviste’ scorrendo i post


BG Che idea ti sei fatta di quello che si può o non si può fare? Ci hai mai pensato ascoltando tutte queste storie? Secondo te, le donne possono qualcosa o è un intervento che deve venire ‘dall’alto’?

SF Guarda, credo che sia un intervento che deve venire assolutamente dall’alto e in maniera molto feroce. Qualcosa che sia veramente dirompente. Perché questo non è un problema delle donne e basta, è un problema culturale tipicamente mediterraneo che ruota attorno alle donne che lavorano ma anche alla madre che fatica a scindere i ruoli. La Spagna per esempio sta facendo davvero grandi passi, Zapatero ha fatto delle leggi pazzesche, anni luce davanti a noi. C’è poi questa legge che è passata qualche mese prima delle nuove elezioni… obbliga i consigli di amministrazione ad avere il 50 % di partecipazione femminile, obbliga il genitore maschio a prendere il congedo di paternità altrimenti il congedo non viene riconosciuto neanche alla madre… non lo so, mi sembra che ci siano degli aspetti nettamente propulsivi rispetto alle leggi italiane. Serve uguaglianza su questi temi. E poi pene. Il Governo in Italia dovrebbe intervenire con una serie di norme e di azioni che favoriscano il lavoro delle donne ma poi ci devono essere altrettante pene, per cui se c’è un sentore di difficoltà o discriminazione rispetto a una lavoratrice madre, immediatamente dovrebbero scattare dei controlli. Bisogna far paura.

BG Forse, in alcuni casi è anche un problema di procedure e tempi.

SF Il problema è che di questi discorsi in Italia non gliene frega niente a nessuno. Se in Spagna uno dei ministeri importanti viene affidato a una donna giovane al sesto mese di gravidanza, è un segno così forte… di rispetto verso le donne, il loro lavoro e il loro poter essere anche madri… è un segnale così forte che immediatamente irradia. In Italia di queste questioni non interessa niente a nessuno. Non ci sono leggi, nel senso che quelle che ci sono andavano bene all’inizio ma si è imparato in fretta a piegarle, a raggirale con dinamiche sotterranee.

BG In effetti non sembra tanto una carenza legislativa generale, una mancanza vera e propria. Sono piuttosto tutte quelle dinamiche bisbigliate, le atmosfere che si riescono a creare attorno alle donne al punto da spingere a subire comportamenti… al punto che in molti casi o resti subendo, accettando demansionamenti o attacchi vai diversamente te ne vai. Non ci sono molte mezze misure, molte strade percorribili…

SF Non c’è niente per proteggere le donne contro queste dinamiche. Il precariato in Italia, ha peraltro legittimato quello che prima era qualcosa di illegale, in un qualche modo. Il precariato lo ha ufficializzato perché se il contratto ti sta per scadere e sei incinta, fine. Quindi ci vorrebbe veramente una rivoluzione sociale dall’ ‘alto’. Perché culturalmente non ce la faremo mai. Non siamo come i nordici attenti al sociale, educati e che riconoscono il potenziale anche delle donne. Noi siamo un popolo fondamentalmente egoista in cui ognuno pensa al proprio orticello e che tu sia il dirigente di una grande azienda o il proprietario di una piccola impresa, la donna incinta ti rompe comunque.

BG Sembrano ancora fortemente radicati ragionamenti maschilisti, in questo senso, che vogliono la donna ingabbiata in un certo ruolo e se tenta di uscire, appunto di lavorare ma poi vuole anche dei figli… allora non c’è quasi comprensione…

SF Per questo se queste dinamiche sociali non vengono spezzate davvero dall’ ‘alto’, con misure totalizzanti rispetto ad educazione, congedi parentali, pene severe, velocità dei processi o delle vie legali, part time, asili nido, orari flessibili… se qualcuno dall’ ‘alto’ questi aspetti non li cura, non possiamo aspettarci che sia la società ad arrivarci da sola.

BG C’è bisogno di dare la possibilità alle donne di dimostrare che quello che sapevano fare prima, lo sanno fare anche dopo un figlio. E che (magari) possono anche essere redditizie. Come emerge dal documentario, c’è un’incongruenza di fondo in talune dinamiche aziendali per cui si colpevolizza la donna per i mesi di assenza in maternità, ma poi, quando rientra, non la si mette in condizione di riprendere appunto a lavorare. Piuttosto la si tiene in un angolo, come racconta una delle donne, o comunque le si riducono le mansioni, le si togli il lavoro da sotto il naso sperando che se ne vada, in ogni caso con l’intento di farle pesare le precedenti assenze. In tanto lei è lì, e non può lavorare ma non perché non sia più capace, bensì perché non glielo si permette come potrebbe e vorrebbe.

SF Assolutamente. Infatti il risvolto devastante rispetto a queste dinamiche è che è tutto legale, sul mobbing la legislazione in Italia non è ancora mirata, non si capisce bene come provarlo, dimostrarlo… tutti elementi che fanno in modo che chi viene colpito da mobbing in un qualche modo è quasi totalmente abbandonato a se stesso. Alla fine se non arriva uno stravolgimento dall’ ‘alto’, non cambierà mai niente. E secondo me il cambiamento non arriverà certamente a breve perché non c’è nessun politico in Italia né di destra, né di sinistra che ha pensato di mettere in mano questo problema, questi argomenti a una donna che certe situazioni le ha vissute, che le conosce. Una donna che ha avuto figli, ha imparato a conciliare, ha magari subito certi trattamenti sul lavoro o comunque ne ha sentito parlare da colleghe e amiche, allora ci si rende conto davvero di quali sono le necessità e le misure da prendere urgentemente. Questi interventi non sono avvenuti nelle passate legislature ed è evidente che non avverranno in questa perché… ci sono appena quattro ministri donne di cui due senza portafoglio, è una cosa ridicola… siamo all’ultimo posto in Europa. Mi sembra che anche nei prossimi anni non cambierà nulla.
Ed è pazzesco perché poi ci si lamenta che in Italia c’è una natalità molto bassa, o che certe personalità di valore emigrano, quando si dice che comunque l’economia non gira perché le famiglie sono povere … quindi non fanno figli e allo stesso tempo le donne non devono andare a lavorare restando quindi sempre povere…

BG Vuoi dire che è un circolo che non si spezza ma anzi, si rafforza. Non ci sono figli ma non si forniscono gli strumenti per farli. Non si lavora abbastanza però le donne non le si vorrebbe nel mondo del lavoro, non se fanno figli almeno…

SF E tutto questo ancora non è niente perché tra trent’anni, quarant’anni, quando in età pensionabile ci saranno tutte queste donne che sono state costrette a lasciare il lavoro, avremo un numero di pensionate povere, che sarà veramente devastante. Ed è una follia, è una cosa tutta Italiana. Siamo un paese che veramente può davvero essere definito il più ricco del terzo mondo. E’ un paese cieco che non vede più in là dei prossimi tre anni, che non si rende conto del male attraverso cui stiamo passando e che il peggio deve ancora venire. Però siamo tutti pronti a credere alle favolette che ci promettono cambiamenti senza capire che siamo a un livello molto basso, il fondo non è ancora stato toccato ma rialzarsi sarà difficilissimo.

BG Ti ringrazio, Silvia per il tempo che ci hai dedicato.

SF Mi fa sempre piacere parlare di questi argomenti, e sebbene io sia una di quelle persone che ha scelto di lasciare questo paese per esasperazione continuo a lavorare su questo argomento e tornerò in Italia per presentare il documentario. Tacere sarebbe peggio, magari è considerato tempo perso da qualcuno ma non per me.

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Barbara Gozzi - Aprile-Maggio’2008

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Se qualcuno volesse raccontarci la sua esperienza, o semplicemente discuterne, noi siamo qui.
Se preferite c’è l’indirizzo mail di declinate o il mio.

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Apparso su Declinate al Femminile.

Quello che non sapevo

Sapevo.
Che sarebbe stato diverso.
Che tu mi avresti distrutta per poi recuperare ogni coccio, perfino quelli piccoli come chicci di riso.
E che poi mi avresti ricostruita, poco alla volta. Senza fretta.

Sapevo.
Contro quali dolori combattevamo.
E tenacemente resistevamo, ognuno a modo suo, ognuno chiuso dentro alveari stantii costruiti su silenzi e menzogne.

Eppure mi sembrava giusto così, normale.
Lasciarmi andare, ascoltare il rumore del tuo cuore e capire.
Sapevo che potevo arrivare così in fondo da scavarti tra le budella. E tu con me. Uguale. Esattamente lo stesso percorso, esattamente lo stesso rito ingenuo, sottile.


Quello che non sapevo era che avevamo iniziato una cura.

Tu e io, senza ricette o prenotazioni, ci stavamo guarendo. Senza chiedere, oltre i margini dei ruoli e delle definizioni, là stavamo.
E’ stato così che sei diventato la mia medicina, ogni volta più amara, dolorosa. Eppure benefica perché lenitiva. E io lo ero per te, adesso lo vedo chiaramente. Ti guardavo, strappavo parole da quelle labbra secche, inaridite. Ti colpivo senza pietà, ma era un gesto d’amore. Ora lo capisco.

Che sia stato affetto profondo o disperazione, ancora non mi è chiaro. Per quanto, mi sembra poco rilevante ormai.
E’ andata così.
Tu e io, amandoci abbiamo disinfettato ferite vecchie e purulente. Abbiamo aperte le gabbie, quelle stesse gabbie che tanto tenacemente ci eravamo costruiti attorno.

Sapevo, guardandoti negli occhi, che in te c’era qualcosa. L’ho capito subito, la prima volta che ti ho visto.
Ma non potevo immaginare quanto male e quanto bene avresti portato nella mia vita preconfezionata.

Intervista a Silvia Ferreri - III

>> Parte I

>> Parte II


BG Premettendo che ‘Uno virgola due’ l’ho scoperto da poco, mi sembra però che il progetto meritasse un’altra visibilità.

SF Purtroppo questo è il prezzo che si paga a lavorare in Italia.

BG Infatti te lo volevo proprio chiedere perché sono rimasta stupita. Tra giornali, trasmissioni di approfondimento ed internet, cerco di tenermi aggiornata il più possibile, in un qualche modo ricettiva diciamo eppure questo progetto l’ho scoperto in un blog, per caso. E mi ha fatto riflettere perché è un po’ come voler dire ‘queste tematiche che colpiscono in realtà molte donne, lasciamole in un angolo’. O no?

SF In realtà, quando è uscito il documentario ci sono stati vari articoli sui giornali, ne hanno parlato Repubblica, Famiglia Cristiana, Il Manifesto… sono state pubblicate alcune segnalazioni e mi hanno anche invitato ad alcune trasmissioni televisive, più che altro della mattina. Quando poi, l’anno scorso, è uscito il libro insieme al film, di nuovo c’è stato un po’ di interesse da parte della stampa e delle televisioni. Alla presentazione del libro, e lo ha introdotto Miria Mafai insieme a Francesca Comencini, c’è stato dell’interesse. Proprio un minimo però perché la verità è che, alla fine di tutto, la Rai non lo ha comprato (il documentario - n.d.a). Gli editori a cui mi ero proposta mi hanno detto tutti di no per cui alla fine fortunatamente ho trovato Ediesse che è un piccolissimo editore a distribuzione nazionale e dunque è stato comunque distribuito in tutt’Italia, è possibile trovarlo, il libro con il dvd, più o meno ovunque. La Rai però non ha comprato il film. E se un film del genere non lo trasmette la Rai, chi lo trasmette? Infatti nessun’altro poi si è fatto avanti. Quindi ho avuto molte ottime recensioni al film e al libro, molti giornali italiani e stranieri si sono interessati. Però poi la verità è che il più grande mezzo di comunicazione ovvero la televisione non si è occupata di parlare di questo argomento tanto meno di mandarlo in onda.

BG Sono mancate proprio le forme di divulgazione di massa, mi sembra. Nonostante la tematica sia purtroppo molto diffusa.

SF Non parliamo poi delle grandi distribuzioni come quella cinematografica. E’ impensabile un documentario così che va al cinema in Italia, è praticamente impossibile. Anche il libro, quando è uscito… ci sono state delle librerie, anche a Roma, comunque librerie importanti che lo hanno tenuto in vetrina per qualche tempo. Ma quando poi non lo vedi più in giro perché finisce in uno scaffale in alto, certi libri sono finiti. Perché nessuno lo chiede, non è qualcosa di un autore noto che si può comunque cercare. No? E’ un libro che se non te lo trovi davanti e non leggi il retro di copertina, non lo compri. Comunque mi dicono che ha venduto abbastanza per essere un saggio di un’autrice praticamente sconosciuta insieme a un dvd, deve aver venduto qualcosa come… settecento copie che per l’Italia è già un gran risultato. Ma a me viene da ridere quando mi dicono ‘ guarda che ha venduto tantissimo’… cosa gli rispondo? Poi va bene, si dice che Kafka abbia venduto dieci copie della prima edizione delle ‘Metaformosi’… è chiaro che un libro così ha bisogno di essere reso visibile. Ma ci sono state trasmissioni televisive, senza fare i nomi, comunque importanti, di punta della Rai a cui il progetto era piaciuto molto e quando si è parlato di invitarmi per presentare il lavoro, per un’intervista… diciamo per fare un lancio vero e proprio… parliamo comunque di trasmissioni in fasce orarie di nicchia però seguite, su Rai2 o Rai3… il risultato è stato: ‘ a ma lei non è famosa’. Quindi non mi hanno invitato nonostante il progetto piacesse, e mi avessero spiegato che l’argomento andava assolutamente trattato. Però siccome io non sono famosa… e io ho anche risposto: ‘cosa vuol dire non sono famosa? Chi se ne importa!’

BG Vuoi dire che anche per approfondimenti di questo tipo conta molto l’essere commerciabili? Il potenziale appeal…

SF Assolutamente. Per cui anche in queste trasmissioni vanno di più magari certi attori famosi in quel momento o comici importanti piuttosto che un’autrice sconosciuta. Ma se n’è parlato a lungo, mi hanno telefonato per molti mesi temporeggiando… alla fine mi hanno detto che non si poteva fare. In pratica la figura della giovane autrice regista non famosa… non funziona. No. E’ proprio una cosa che non frega niente. E quindi anche in questi programmi ‘Uno virgola due’ non è passato neanche come messaggio che invece sarebbe stato importante per il progetto, per farlo conoscere.

BG Anche per dare ‘ascolto’ alle storie dentro il documentario e poi riprese nel libro. Perché qui parliamo di realtà molto forti, pesanti. Ci sono vere e proprie denunce…

SF E’ evidente che ci sono molte persone a cui queste cose non interessano per niente se non in certi modi. Mi spiego: ci sono state dopo, a progetto concluso, redazioni che mi hanno chiamato per chiedermi se potevo fornire i contatti delle donne che avevano parlato nel documentario. Perché il caso penoso, che fa piangere tira sempre. Per cui meglio far parlare loro piuttosto che il progetto nel complesso. E devo dire che dopo le prime due o tre trasmissioni a cui alcune sono andate, pensando che fosse un buon modo per parlare di questo argomento poi però si è capito che lo sfruttamento mediatico era semplicemente un ‘vogliamo fare pena’ a chi guarda. Allora hanno iniziato tutte a rifiutare ogni proposta. E non c’è distinzione nelle modalità. Dal programma culturale di rai3, raisat extra, laSette fino a mtv… tutti chiamavano per avere le donne in studio, perché è importante parlare del caso umano che fa audience. E quando, a un certo punto, ho iniziato a rispondere che non potevo più fornire nominativi e che comunque nessuna era più disponibile… si finiva anche per parlare del progetto con la premessa ‘noi non vogliamo lei’ e io ho sempre risposto che non volevo andare, mi interessava che parlassero dell’argomento, del lavoro come messaggio… il punto non era che io volessi o cercassi di andare qui o là. Pochi giornalisti hanno parlato con o senza di me di ‘Uno virgola due’ perché è anche capitato che non fossi a Roma o avessi altri impegni, per cui tranquillamente non sono andata in trasmissione però loro parlavano comunque del lavoro… per esempio punto donna su tg3, rai educational… ci sono stati anche dei giornalisti che ne hanno parlato perfino in televisione e nel modo giusto ma la maggior parte delle richieste era per ‘il caso umano’, per parlare di questo argomento facciamo piangere. E queste sono le classiche dinamiche che mi fanno incazzare perché nel mio film questi elementi non ci sono sono.

BG Infatti nel corso della visione si sente il filo logico ma le interviste vertono sulle circostanze, non c’è spettacolarità nelle riprese…

SF Infatti. L’unico momento in cui c’è questa donna, Maria Grazia, che si emoziona e che piange è un momento che ho deciso di tenere nonostante all’inizio fossi molto indecisa… ma semplicemente perché era importante quello che stava dicendo in quel momento. Ovvero il suo sottolineare che finché gli attacchi (del datore - n.d.a.) li rivolgevano a lei, ci stava, ma quando ha cominciato a capire che erano anche rivolti a sua figlia non c’è stata più, è diventata una iena. E queste affermazioni le dice con le lacrime agli occhi perché pensava a sua figlia non perché si piangesse addosso. Per questo è un momento emozionante che era giusto tenere. Diversamente tutte le donne che hanno partecipato al film, dopo la prima proiezione, mi hanno fatto i complimenti, nessuna si è sentita tradita o usata. Si sono riconosciute tutte nel montaggio delle interviste. Perché stravolgere un’intervista con il montaggio è facilissimo, basta accostare due concetti e hai già cambiato il senso originale. Invece in questo film ho preferito rispettare la sostanza dell’intervista e dell’intervistata anche se avevo sfocature, o tagli improbabili che magari nessun altro regista avrebbe montato me ne sono fregata. Ho lavorato privilegiando il contenuto.

segue…

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Stralcio dal libro:

‘ Alcune sono venute a vedere la prima del film a Roma, molte sono state contattate da giornali e da televisioni perché raccontassero anche a loro le storie di discriminazione che avevano subito. Dopo i primi clamori, però, tutte hanno rifiutato gli inviti. Sono state felici per un momento di poter far sentire le loro voci, ma poi sono ritornate a essere quello che sono sempre state e che vogliono essere: delle donne normali.
Hanno voluto sottolineare che le loro storie sono esemplificative, ma che loro non sono affatto delle eroine. Come loro ogni giorno molte madri affrontano problemi o disagi.”

(pag. 143 - ‘Uno virgola due’ di S.Ferreri- Ediesse)

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Apparso su Declinate al femminile.

Intervista a Silvia Ferreri - II

>> Parte I

BG Per arrivare a questo risultato, per terminare il progetto, nel libro più che nel documentario si intuiscono tutta una seria di traversie, problemi. Anche a livello pratico. Ti va di raccontarci qual è stata la difficoltà più inaspettata e invece quella che ti ha fatto pensare almeno una volta ‘no, non ce la faccio a finire’?

SF Le difficoltà più grandi in realtà sono state due, contro cui ho sbattuto la testa per tantissimi mesi. La prima è stata quella di trovare donne che si raccontassero, raccogliere del materiale insomma. All’inizio ho messo degli annunci, molte donne mi hanno scritto. Ho ricevuto solo nel primo mese diciamo circa un centinaio di lettere con storie pazzesche, però di queste cento nessuna ha accettato di testimoniare. Allora ho ripreso a cercare, a girare gli ospedali, nei centri anti mobbing, i sindacati, alla ricerca di materiale registrabile. Perché di materiale in realtà ce n’era tantissimo ma era appunto difficile convincere poi le donne a raccontare la loro storia davanti alla telecamera. Chi per vergogna, per umiliazione, o perché ancora lavorava dentro al posto che la discriminava…
Alla fine comunque, certi incontri sono arrivati casualmente. Ad esempio il gruppo di donne che parlano di conciliazione all’inizio, le ho incontrate per strada un giorno che ero in giro a fare interviste e mi sono sembrate molto adatte per raccontare quel particolare aspetto, la conciliazione. Invece, Simona, questa donna di Prato… mi è arrivò una lettera inaspettata dopo che avevo chiesto a varie redazioni materiale e loro non sembrano averne finché mi hanno girato questa lettera che raccontava di un’esperienza allucinante. Un’altra trasmissione, invece, mi ha girato la lettera di Cinzia, quella ragazza che ha subito una grave forma di mobbing lavorando nella televisione. In effetti col tempo le storie sono arrivate anche da fonti a cui avevo lanciato ami che sono tornati indietro, però è stata una ricerca difficilissima.
La seconda grossa difficoltà è stata trovare una donna che accettasse di farsi riprendere durante il parto.

BG In effetti, su questo aspetto sono rimasta sorpresa. Premetto che ho comprato ‘Uno virgola due’ e l’ho visionato di recente. Per cui siccome adesso siamo molto abituati a quest’invasione di docu-soap, reality di vario tipo… pensavo ingenuamente che le riprese del parto le avessi registrate subito proprio perché oggi siamo invasi da questo tipo di trasmissioni, poi tu lo sai perché ne accenni anche nella parte finale del libro. Ci sono tante forme di divulgazione, tante donne che accettano di farsi riprendere anche in momenti delicati. In realtà, dal libro sembra invece che sia più una questione di visibilità o no?

SF Assolutamente. Quando ho iniziato a cercare, e lo racconto anche nel libro, la donna che mi facesse riprendere il suo parto, questi reality sulla maternità ancora non esisteva. Ero in contatto con vari ospedali tra cui il San Camillo e pareva che non si trovasse una donna disposta a farsi riprendere. Ho passato mesi in attesa, a parlare con le ginecologhe, i medici e il primario… le uniche che trovavo erano straniere che lo avrebbero fatto in cambio di soldi, però era una cosa che io non volevo fare. Innanzi tutto perché non volevo pagare, una circostanza del genere al di là di eventuali regali fatti poi a Monia e ai suoi bambini ma fatti col cuore perché veder nascere questa bambina è stato incredibile… io non lo volevo comprare un momento così. Poi era necessario che fosse una donna italiana dal momento che si parla di natalità italiana anche perché se ci mettiamo a ragionare sulla natalità degli stranieri la questione cambia notevolmente. Cercavo una donna italiana e non riuscivo a trovarla. Poi ho scoperto che, invece, l’ospedale San Camillo era invaso dalle telecamere di Fox che iniziavano a girare questo reality sulla maternità e lì sono diventata una bestia perché allora ho capito che era evidentemente una questione di visibilità, di soldi, di diventare famose. Andava bene per Fox, per Bonolis che quando voleva fare la trasmissione sul passaggio al nuovo millennio, in ospedale mi raccontavano di donne che si facevano iniettare la sostanza che accelera le contrazioni per essere quelle da riprendere mentre facevano il primo nato del millennio. E questi risvolti qui mi hanno veramente disgustato.
Invece poi ho incontrato questa donna, senza nessuna pretesa, che non ha voluto niente ma ha chiesto di incontrarmi perché aveva saputo del progetto. Voleva solo parlarmi e capire che tipo di persona ero, sperava di poter avere le ripresa del suo parto. E ha accettato per questo, senza chiedere niente. Così sono stata in sala travaglio con lei, tutto il tempo, io e un altro operatore e le ho detto più volte che potevano – lei e suo marito - in qualsiasi momento chiederci di uscire e noi avremmo spento tutto e ce ne saremmo andati ma non hanno detto nulla. In questo sono stata fortunata. Lei tra l’altro è stata molto silenziosa, si sentivano delle urla pazzesche dalle altre sale e io le ho anche chiesto ‘ma come fai?’ ma lei mi ha risposto che comunque anche urlando non cambiava niente. Una donna splendida, senza voler saper nulla, le è bastato incontrarmi e guardarmi in faccia. Mi ha scioccato questo risvolto, per la sua semplicità, senza nessuna idea di immagine.
Questa comunque è stata una difficoltà che mi ha davvero demoralizzato perché alla fine c’era la produzione che mi chiedeva di chiudere, erano dodici mesi che raccoglievo materiali. Non potevamo aspettare ancora. Per cui a un certo punto mi sono data una scadenza anche se sapevo che, senza le scene del parto, il documentario non sarebbe stato come lo avevo immaginato.

BG Oltre tutto, dopo, ti aspettava un grosso lavoro. Nel libro accenni a più di cinquanta ore registrate solo di testimonianze dirette. Dopo, quindi, c’è stata la fase di selezione, analisi e scelta non facile tra le storie che avevi raccolto.

SF Infatti. Ma ho capito che io sono così. Adesso sto girando un nuovo lavoro e ho già registrato sessanta ore e me ne mancano altre quattro o cinque. Per cui è il mio modo di girare, evidentemente. Magari vado a prendere i momenti più impensati. Poi il lavoro di montaggio è quello più faticoso ma anche oneroso a livello di tempo.

Segue…

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Segnalazione per chi abita vicino a Modena:

Martedì 20 maggio 2008 alle ore 21 presso La Tenda in viale Molza: Donne: che tempi! Conciliazione dei tempi tra lavoro, famiglia e libertà. Proiezione di Uno virgola due di Silvia Ferreri, 52′, Italia, 2005. Tindara Addabbo, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, intervista la regista.
Altre informazioni qui.
Nel caso, ci si potrebbe vedere là.

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Vi propongo una sorta di salto spazio-temporale attraverso due spunti:

1
Qui trovare alcune prime annotazioni, del neo ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna. “Le mie idee per la famiglia e le donne”.
Vorrei che le leggeste e le teneste ‘in un cassetto’. Più avanti in quest’intervista con Silvia Ferreri arriveremo a parlare anche di questo. Del perché, secondo lei, oggi l’Italia è il primo paese del Terzo Mondo. Che è un’affermazione forte. Ma capirete strada facendo.
Intanto, arrivare a focalizzare gli obbiettivi di un nuovo Governo mi sembra comunque importante (comunque rispetto all’ideologia politica di ognuno, intendo). Obbiettivi che non vuol dire ‘realizzazione’, ma intanto da lì si inizia, di solito.

2
Uno stralcio tratto dal libro che accenna a ragionamenti su cui ci soffermeremo la prossima settimana:
” Forse la soluzione del problema non sta nelle concessioni ma nel far si che gli interessi della lavoratrice e quelli dell’azienda coincidano. [...] E’ evidente che se le donne fanno parte del mercato del lavoro, le aziende devono imparare ad assorbirle e ad utilizzarle in tutta la loro complessità e versatilità.” (pag.58 - ‘Uno virgola due’ di S.Ferreri)


Barbara

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Apparso su Declinate al Femminile.

Ci sono posti

Si ritrova lungo la strada senza rendersene conto; non c’è un percorso, qualcosa che le indichi con precisione dove girare o come arrivarci.
E neanche se ne accorge, non subito almeno, che l’ha trovata.

Cammina continuando a guardarsi in giro poi un raggio di sole, due cartelli storti e nell’aria un odore familiare. Si è lei, pensa, mentre rallenta l’andatura. D’improvviso ricorda il verde scuro che la colpì scendendo dalla Volvo dei suoi, ricorda l’odore di muffa e la nebbia mattutina che ne sfumava i contorni. Poi quel senso di pericolo che le ha fatto gelare il sangue, voci lontane, distorte e un agente che l’ha presa per un braccio, la tratteneva ma lei non capiva, voleva andare, proseguire e sapere cos’era successo, perché dicevano che suo fratello era lì. Ma lì dove?

Certi posti trattengono frammenti indelebili, che li collegano alle persone; tracce invisibili che sono vecchi amici mai dimenticati. E quando si riuniscono riaffiorano colori precisi, un vago aroma che trasforma la percezione in memoria e recupera schegge sepolte, di vite che sono rimaste impresse.

Proprio lì, in quella strada stretta dimenticata dall’urbanizzazione è successo.
Dieci anni fa, però.
E il solo pensarci, ricordare che, sembra complicato, uno di quei film in bianco e nero con la pellicola rovinata dal tempo e le mani. Sembra anche diverso però, adesso che si guarda in giro associando spazi a pezzi di vita sepolti dallo scorrere del tempo; sembra perfino insensato mentre ci cammina con gli occhi di quei vent’anni rubati ai banchi, con la voglia di fare tutto, ridere, non pensare e uscire solo per il gusto di non fermarsi mai.

Le campagne emiliane sono indolenti, è difficile descriverle perché il loro sapore dipende dall’umidità, dai canali quanto dalle distese di terriccio secco e incolto. E’ difficile perfino immaginarle, bisogna posarci i piedi in certi angoli nascosti, tra piante enormi e strade che sono scie di buche e ciuffi d’erba selvatica.
Lei sa però, si è fissata tutto nella testa - polaroid automatica - prima di andarsene. E adesso è tornata. Solo che non pensava di averne ancora paura.

Era il millenovecentonovantasette.
Quando suo fratello si sentì male.
Dopo una nottata passata con la solita compagnia, ‘quelli grandi’ li chiamava lui perché erano tutti ultra venticinquenni mentre lui ne aveva appena compiuti diciotto. Ogni minuto libero lo passava con loro. Beveva e di certo faceva anche altro ma non le interessava granché all’epoca. Dopo invece si, è diventata un’ossessione scoprire cosa, come, dove ma soprattutto perché. Ossessione subdola, ridicola nel suo cercare qualcosa che ormai non esisteva più eppure per molto tempo non è riuscita a fermarsi, ha continuato a inseguirlo, cercarlo. Come oggi.

Era il diciotto febbraio, faceva freddo, umido come sempre in questi posti pieni di vegetazione rada e case diroccate.
Una macchina - si dice scura - ha scaricato un corpo lungo una stradina di periferia, in piena campagna. Un vecchio se n’è accorto solo perché urinava in santa pace dietro una pianta, oltre un paio di siepi c’era casa sua ma la necessità era tale da impedirgli di raggiungerla in tempo per. (Non si è mai chiarito cosa facesse a quell’ora il distinto contadino in pensione tra stradine buie e piante selvatiche).
Comunque li ha visti arrivare a tutta velocità - ha detto alla polizia che la macchina era stipata di gente - poi un’inchiodata da film americano e il tonfo.

Era mezzanotte passata da poco quando suo fratello è stato lasciato lungo quella stradina fangosa.
Nel suo stomaco c’era una miscela letale di alcool e chimica ma nessuno poteva saperlo. Ancora.

Raggiunto l’incrocio con la provinciale si volta, il sole illumina il paesaggio al punto che deve mettersi la mano davanti agli occhi per non vedere tutto bianco.
Allora è così, pensa mentre la paura evapora e lo scopre meno doloroso quel posto, non c’è niente lì che racconti di quella maledetta notte più nera delle altre. Le scappa una smorfia, un sorriso strozzato. Cosa pensava di trovarci? Anche adesso non riesce a rispondersi. E’ tornata ma non sa, non capisce se davvero, se lui o magari loro, se si poteva.

Ci sono posti che non si possono spiegare, in realtà non esistono finché non li si attraversa con gli occhi sbarrati e le orecchie in ascolto. Poi forse, anche dopo finiscono dimenticati.

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Foto BG.

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Alcune note dall’ ‘officina’ creativa.
Fotografia: è stata ‘rubata’ in senso letterale mentre aspettavo in macchina lungo una strada provinciale delle campagne modenesi, in pratica mi sono fermata in attesa che la macchina davanti a me svoltasse a sinistra e voltando la testa alla mia destra ho visto che ero ferma davanti al collegamento con un piccolo viottolo non asfaltato. C’era questo sole mattutino, brillante e in salita ma i colori risentivano ancora della nebbiolina leggera della notte. Così ho scattato.
Racconto: come dico in parte nella narrazione, ci sono posti che hanno qualcosa da dirci pur rimanendo in silenzio. Ci aspettano per sussurrarci quei segreti che custodiscono, di gente passata, avvenimenti accaduti… l’idea che in questa stradina di campagna possa essere successo qualcosa di ‘brutto’ mi è arrivata da subito, già mentre scattavo. Di certo ha contribuito l’atmosfera. Il fatto di trovarmi ferma proprio lì davanti di mattina presto (non erano ancora le otto), in quella finestra temporale dove le campagne si allontanano dalla brina, la notte e il grigio e cercano di avvicinarsi al chiarore di mezzogiorno, quella limpidezza che nelle belle giornate illumina tutto. E’ un transito anche questo per me, l’ho sentito sulla pelle, come una finestra in un certo senso anche temporale. Allora lì, tra la ghiaia e la vegetazione selvatica ci ho visto una donna che camminava, un pò smarrita, un pò confusa. Il resto è venuto da sè.

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Racconto contaminato pubblicato sul blog Declinato al Femminile su menstyle.

Allo specchio - Novel trailer e backstage

Questa slide presenta uno stralcio narrativo che fa parte della ‘Contorsione’ per il nuovo numero della rivista Historica, in uscita prossimamente.

Si tratta di una narrazione pulsante, non è un racconto in senso stretto. Descrive, si, una circostanza che però vuole essere più un simbolismo che un’azione vera e propria.

Lo specchio è sempre stato qualcosa di più che vetro e cornici, dimensioni diverse quanto materiale che appunto riflette immagini.
Lo specchio è un oggetto sacro per taluni, profano per altri, ossessione estetica quanto giudice implacabile.
In particolare penso che per le donne abbia rappresentato - e rappresenti tutt’ora - un amico fedele quanto crudo, più facilmente nemico spietato capace di generare paure, alimentare fobie, fissazioni e stili di vita.
Lo specchio è dunque un oggetto pericoloso. E le donne di oggi ne sono spesso assoggettate. Vittime quanto carnefici di se stesse. Desiderose di ‘apparire’ come vogliono, come impone la moda, il canone di bellezza del momento.

Questo stralcio narrativo è una provocazione.
Una sfida.
Uno svelare qualcosa che - forse - molte donne hanno pensato di fare sul serio.
Togliersi di ‘dosso’ tutto ciò che è ‘estetico’, che ne determina la bellezza o bruttezza, tutto quello che può essere giudicato o comparato.

Non ci sono regole, in questa sfida, dentro questo simbolismo che si contorce davanti alla propria immagine riflessa.
Ma soprattutto non ci sono giudizi.

>>‘Allo Specchio’ - novel trailer

Volevo dirti

‘Volevo dire però.
Però vaffanculo ecco. È questa la vita? Che gran fregatura allora. Correre, sudare, vomitare, sporcarsi di terra e merda, studiare vaccate, imparare linguaggi, fare l’equilibrista tra consuetudini e costumi. Poi.
Volevo dirti che magari c’è dell’altro.
Le emozioni per esempio. Sempre in agguato. L’odore dell’aria novembrina, pungente e frizzante come una coppa di champagne. Le tonalità che sfumano in un tramonto autunnale mentre sei in macchina di ritorno dal lavoro. La telefonata che non ti aspetti. La pioggia che ti corre fin dentro le mutande mentre la bara sfila tra la ghiaia bianca. Il sorriso di tuo figlio, così intenso e immortale che non esistono parole, non esiste un modo per descriverlo senza sminuirlo, senza inchiodarlo in convenzioni dal sapore vuoto, quel sorriso lì ti resta incollato agli occhi anche quando stai male, proprio per sempre.
Volevo dirti che ci sono poche cose che si possono fare, briciole che sarebbe meglio non perdere per strada inutilmente. Mangiare. Lavarsi. Dormire. E amare.
‘E amare’ l’ho messo volutamente in fondo. Così ti ho dato il tempo di sospirare mentre pensi che sono la solita. Romantica decadente. Fissata con robe che se esistono difficilmente riesci a fartele durare.
Forse hai ragione, a pensare in modo pratico. A chiuderti in questa vita fatta di schemi, orari, scadenze, viaggi, lavori, bollette e vizi (pochi).
Forse.
È che se davvero deve essere una fregatura allora voglio fare a modo mio. Voglio amare insomma. Lasciare qualcosa che ha anche il mio odore addosso a qualcuno. A più di uno se possibile. Se riesco a non avere paura di essere rifiutata, di non essere capita. Odio i ‘no’, lo sai. Li temo come il mal di testa. Eppure se non mi lancio rischio di rimanere con il cuore colmo e la mani vuote. E
vaffanculo allora!
Volevo dirti che tutto quello che non diciamo è perso, sparito nella nebbia del mondo che gira e non si ferma di certo per noi. Per te. Così mi chiedevo se almeno tu ci sei. O se pensi che ci sarai, prima o poi.
Volevo dirti che qualche volta è necessario scoprirsi, mostrare le proprie bruttezze, fragilità, cattiverie, malvagità e dolori. Siamo anche queste cose e non è questione di voler fare il fenomeno. Vorrei poterti dire che mi sento bene, bella, attraente, allegra, vivace, disponibile… e quelle robe lì che odorano di prati primaverili (non so perché ma me li immagino pieni di fiori gialli tipo i piscialetto) ma poi.
Poi mi viene in mente che di riviste patinate ce ne sono già troppe. False e bastarde nel loro voler mostrare una realtà che non esiste. Perché, cazzo, non esiste quella vita lì che tentano di costruire tra corpi lunghi come giraffe e tessuti che sembrano provenire da altri pianeti, coltivazioni extraterrestri insomma.

Sai che manca sempre qualcosa.
Stanotte quel qualcosa che non trovo e cerco, cerco ancora, con la cocciutaggine che ormai conosci anche tu, insomma.
Insomma.
Stanotte sei tu.

Che manchi.’

Piega il foglio con cura. Un angolo dopo l’altro. Sempre più piccolo e stretto. Ne esce un cubetto voluminoso che infila dentro il portafoglio. Magari domani glielo lascia nella buchetta, così, per non perdere quella scrittura notturna sonnambula e solitaria. Triste e arrabbiata. Così, chissà, magari, può darsi.

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Racconto pubblicato su Rivista Inutile che ringrazio.

Certe giornate

Certe giornate nascono per non essere.
Certe giornate non esistono perché quando apri la moka bollente e inspiri l’aroma inconfondibile del caffè già pensi alla notte, a quando potrai rintanarti sotto le coperte sperando di essere portata via in fretta, subito. Adesso. Ora.
In realtà lo sai, che non è colpa della giornata - figurarsi.
Sei tu che non esisti.
Per questo è così dura, immaginarti a gestire un tempo che non ti serve, è sempre troppo per quello che dovresti, vorresti.
Cosa vorresti poi?

Smettere di pensare sarebbe già qualcosa.

Il tunnel

- Ehi tu! Ti vuoi spostare? Non puoi stare qui, intralci gli altri!

Con la punta di una scarpa sta picchiettando la mia schiena, sento la forma quadrata e dura contro la spina dorsale e mi decido a muovermi.

- Ok… ok, stai calmo. Mi ero solo fermata un attimo a riposarmi. Chissà che danno!

L’ometto si pulisce gli occhiali con un lembo della maglia, prima di rispondermi. Fai pure con calma, tanto fretta di alzarmi non ne ho di certo.

- Il tunnel ha delle regola, bella. E se ancora non le hai imparate, almeno levati dalla strada. Non si bivacca ne si intralciano gli altri. Chiaro?

Non gli do altri pretesti per riprendermi, mi alzo barcollando, d’altra parte cosa ci posso fare? Sono ancora semi-addormentata e non mi aspettavo un risveglio del genere.

Il tunnel è molto buio in quel momento, ma poi, ripensandoci, quando mai l’ho visto illuminato?

La forma circolare delle pareti impedisce il famoso bivaccamento che mi è già stato contestato, altrimenti perché diavolo avrei dovuto sdraiarmi per terra? L’omino occhialuto si è mischiato agli altri senza che io me ne accorgessi.

Gli altri. Mentre muovo qualche passo li osservo ma non c’è molto da vedere, in realtà. Le facce sono tutte uguali. Concentrate. Scolpite. I corpi cammino seguendo un percorso preciso con ritmo e cadenza.

Solo io sembro ‘stonata’, in effetti. Ho iniziato a camminare davanti a me, ma il concetto non è proprio chiaro perché per alzarmi mi sono voltata verso sinistra e da lì sono partita, ma chi mi assicura che non sia la direzione sbagliata? Magari sto facendo il gambero e neanche me ne accorgo! Pazienza, ormai muovo i piedi, tanto vale proseguire poi vedrò cosa fare.

Un ragazzo con due grandi occhi luminosi mi avvicina, a guardarlo bene non avrà più di vent’anni. Parla. Parla. Ma non ho tempo per le chiacchiere vuote, non mi interessa e lo allontano proseguendo a passo più svelto. Se non altro, so cosa non voglio, è già un inizio.

Adesso il tunnel è immerso nell’oscurità, mi accorgo che urto qualcuno quando ormai il danno è fatto. La donna mi rende il favore strattonandomi con un gomito.

- C’è molto da fare. Sei pronta? La ti aspettano ma non per molto.

Mi fermo indecisa. Ho anche la sensazione di sapere cosa c’è da fare, ma non ne sono sicura. Poi vedo, con la coda dell’occhio, dei movimenti veloci accanto a me, folate di vento improvvise. Sono altre persone che corrono nella mia stessa direzione. Maledizione! Vuoi vedere che mi frego, proprio quando sono vicina?

Inizio a correre anch’io, ho il fiatone ma continuo e quando mi fermo mi piego sulle ginocchia. Ho esagerato, come al solito, dovevo capirlo subito che quelli erano troppo veloci per me. Fisso il pavimento e mi sembra troppo chiaro per il tunnel, ripresi i normali battiti mi rialzo e tutto intorno a me è pieno di luce.

Vuoi vedere che ce l’ho fatta lo stesso? Strizzando gli occhi riesco a individuare montagne di carte che mi circondano, mi avvicino e ne prendo in mano alcune.

Qui mancano dei dati… e qui ci sono degli errori di compilazione… bisognerebbe…

Mi guardo in giro in cerca di una biro o qualsiasi cosa con cui scrivere.

Aspetta un momento. Ma tutta questa roba è per me? No, dico… scherziamo? Ho corso, rischiando l’infarto, per farmelo venire lo stesso seppellendomi qui?

Non sono più sicura di voler rimare lì, forse non riesco a tornare indietro ma ci provo.

Cammino per un po’ convinta di rifare il percorso al contrario, chiudo anche gli occhi sperando di riaprirli nell’oscurità ma i primi tentativi non danno risultati. In testa continuo a vedere i numeri e gli spazi nei documenti e, quel che è peggio, la mia mente continua a inserire i risultati in quei fogli dietro di me.

Alla fine tento il tutto per tutto. Riprendo a correre.

Che fatica, però… non ho il fisico per queste cose, non l’ho mai avuto…

Quando mi sento ricoperta di sudore fino alla punta dei piedi, mi fermo. Finalmente è tornata l’oscurità.

Dopo tutto, il tunnel non poteva essere sparito… ho male dappertutto però l’ho ritrovato… perché diavolo non mettono delle indicazioni? Almeno uno si evita di correre avanti e indietro, pensando di sbagliare!

Dovrei fermarmi, giusto per capire quale sarà la prossima mossa, ma so che facendolo decreterei il ritorno del sonnellino sul pavimento e l’omino con gli occhiali mi ha già seccato una volta; non ho voglia di ricascarci.

La passeggiata prosegue tranquilla, gli altri sembrano meno fitti del solito e la strada è più libera.

Meglio così… prendersi contro è proprio seccante! E poi finisce che è colpa mia, ma che ne so? Io cammino o corro, poco per fortuna, ma ogni tanto lo faccio. Tutto qui. Sono loro che cambiano strada e incrociano la mia, ti pare che colpisco qualcuno, tanto per fare? Anzi, se non mi vengono addosso è molto meglio anche per me, ma sospetto che qualcuno lo faccia apposta…

Non riesco a smettere di pensare, camminare inizia a diventare noioso e monotono.

Poi lo sento. All’inizio sembra una cantilena lontana, finché si trasforma in un suono costante per trasformarsi in un pianto vicino. Ma non è un pianto qualunque. E’quello di un neonato.

Ma dov’è? Qualcuno lo sente?

Nessuno mi dà retta, come immaginavo, e mi guardo intorno perplessa. Non riesco a capire se anche gli altri possono sentirlo. Forse sono l’unica a cui interessa.

Ok, qui bisogna darsi una mossa… non si può lasciare da solo un bambino per molto tempo, specialmente se piange in questo modo…

Riprendo a correre, ormai sono più allenata e non sento la fatica. Le gambe si muovono come avessero il pilota automatico, la mente valuta ogni possibilità.

Quando mi fermo sono di nuovo circondata dalla luce, non è proprio la stessa della volta precedente e mi tranquillizzo.

Il pianto si avvicina sempre di più, anche se adesso sono ferma.

Ma allora dov’è?

Sto per perdere la pazienza proprio quando un uomo mi raggiunge, in braccio regge un neonato che indossa una tuta colorata.

- Ma non lo senti piangere? Almeno prova a cullarlo… ha mangiato? L’hai cambiato?

L’uomo mi sorride orgoglioso, posa un bacio sulla fronte del bambino, che si dimena, e me lo piazza tra le mani.

- Adesso vado. Se hai bisogno chiamami al cellulare. Ricordati però, che non posso tenerlo acceso mentre lavoro.

Come sarebbe? Ho bisogno adesso, resta e ti eviti di dover tornare…

Lo osservo mentre si allontana. D’accordo allora, vediamo cosa si può fare qui.

Il neonato ha smesso di piangere e mi fissa. Il suo profumo di buono è inebriante. Gli bacio una manina, una guanciotta paffuta e la testolina senza capelli.

Sai cosa ti dico? Proviamoci… poi vediamo come ce la caviamo, cosa ne pensi?

Un gridolino di risposta è più che sufficiente. Riprendo a camminare ma non faccio molta strada perché senza preavviso mi si para davanti la donna che mi aveva strattonato prima.

- Allora quando torni? Non ti vogliamo sostituire definitivamente, ma se non riprendi al più presto saremo costretti a farlo. Lo capisci vero?

Sono contrariata per essere stata interrotta, dopo tutto ho appena cominciato per la miseria! Ma quando la guardo rivedo quei fogli e quello che potrei fare per completarli.

Nel frattempo il piccolo si agita e devo cambiargli posizione appoggiandolo su una spalla.

Ei… ei… aspetta un attimo topolino… sto cercando di capire cos’è meglio fare…

- Hai deciso?

- Veramente…

La fisso ma non mi sento sicura, abbasso lo sguardo sul piccolo corpo che stringo e non miglioro la situazione.

Ma dico io: può una donna essere monotematica senza tradire la propria natura? Perché deve rinunciare a una fetta di possibilità per partito preso?

Non ho ancora trovato una risposta.

Le allungo il bambino talmente in fretta da non darle il tempo di reagire, finché non lo tiene in braccio.

- Ei! Ma cosa fai?

- Me ne vado.

- Come sarebbe? Qui siamo in ritardo e io devo…

Sento le parole che scorrono veloci ma sono sempre più lontane. Ho ripreso a camminare e non mi volto indietro, non posso. Prima o poi deciderò ma non adesso.

All’improvviso il tunnel mi sembra un posto più confortevole. Almeno lui non mi obbliga a decidere. O no?

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Ringrazio Patrizio Pacioni per aver pubblicato questo racconto, ormai risalente a due anni fa, sul suo portale.

Appunti su Liquidazione e Imre Kertész

Lessi ‘Liquidazione’ in un periodo di strappi e in un certo senso è stato proprio questo romanzo che mi ha aperto la mente, sciolto dei nodi.

Kertész scrive di Auschwitz perché è lì che si sono ossidati tutti gli elementi centrali alla sua pulsione narrativa, perché Auschwitz è dolore quanto disperazione quanto voragine nera e infinitamente buia dentro cui si cade e, pur rimanendo in vita, si è anche un po’ morti, si resta là pur camminando su altre strade.

Kertész insegna a disgregare le strutture, a mantenere potente e intensa una storia, una narrazione intaccando però la rigidità tradizionale delle strutture stesse.

In ‘Liquidazione’ il lettore sa dove sta andando segue Keserù (direttore editoriale decadente e alla deriva – non a caso- che vive dentro una sua ‘liquidazione’ editoriale ma anche culturale), ma anche Sara (l’amante – moglie di un amico di B che è un scrittore geniale quanto altalenante, sofferente) e Judit (la prima moglie di B). Il lettore li segue e insieme a loro ‘entra ed esce’ tra registri, strutture narrative, tra scritture teatrali quanto epistolari quanto poetiche. E forse quasi non se ne rende conto. Nel senso che è tutto ‘così naturale’, sequenziale, sorseggiare piano l’uno poi l’altro e ancora.

‘ADAM Nessuno può revocare Auschwitz, Judit. Nessuno, e non conta nessuna autorizzazione. Auschwitz è irrevocabile.
JUDIT (sempre più disperata) Io sono stata lì. Ho visto. Auschwitz non esiste.
ADAM (si avvicina a Judit, l’afferra forte per le spalle) Ho due bambini. Due bambini che sono per metà ebrei. Che non sanno ancora nulla. Dormono. Chi racconterà loro di Auschwitz? Chi di noi dirà loro che sono ebrei?
JUDIT (sottovoce, quasi scongiurando) E se non glielo dicessimo?

CALA IL SIPARIO

(pag.109)

‘Odiavo il fatto di essere ebrea, e avrei odiato ancora di più il fatto di negarlo. Soffrivo di vere e proprie nevrosi, come tanti altri, e proprio come questi altri, anch’io vedevo l’unica via d’uscita nell’abitudine. Ma accanto a B. imparai che ciò non era sufficiente.’- pag.98 – (dalla lettera di Judit al nuovo marito)

Morire è facile
la vita è un immenso campo di concentramento
che Dio ha messo su per gli uomini sulla terra
e che l’uomo ha poi sviluppato
sino a farlo diventare un campo di sterminio per l’uomo
Suicidarsi corrisponde
a fregare quelli che stanno di guardia
scappare disertare e di quelli che rimangono
sghignazzare contenti
In questo grande lager della vita
[…]
qui ho imparato che la ribellione è
RESTARE IN VITA
(pag.55-56)

Dunque, stralci poetici quanto linguaggio epistolare quanto frammenti di dialoghi teatrali e ovviamente narrativa pure. Tutto in unico testo che non è però ‘pesante’. La lettura è immediata, scivola. La lunghezza adeguata anzi, forse un tantino ‘meno’. Il lettore arriva in fondo e ne vorrebbe ancora, un’appendice, un prologo, un ‘qualcosa’ da continuare a leggere o che magari chiarisca (a me è successo).

Perché la straordinaria grandezza di Kertész è la stratificazione. I simboli, i significati, i sensi ‘celati’ sono sparsi, disseminati dentro una trama tutto sommato semplice. Non è l’originalità della storia nuda e cruda, l’elemento con cui Kertész vuole colpire, attirare l’attenzione. E’ tutto ciò che sta dietro a quella trama, che ‘richiama’ anche in corso di lettura.

Kertész è un abile giocatore, secondo me. Mescola i personaggi, varie le importanze, sposta gli assi temporali ma soprattutto i registi. E lo fa come io preparo il caffè la mattina presto. Con naturalezza e semplicità.

Penso che la lettura di almeno un libro di questo autore possa essere illuminante per molti. Anche se di ‘talune tematiche’ forse si preferirebbe leggere poco. Auschwitz è un personaggio ingombrante e onnipresente. Eppure anche dentro questo ‘buco nero’ che assorbe e annulla, anche lì dentro c’è qualcosa che vale la pena di afferrare.

‘ Il sopravvissuto costituisce, nel suo sistema, una specie a parte. - continua -, una sorta di specie animale. Secondo lui siamo tutti sopravvissuti, e ciò determina il nostro mondo concettuale perverso e atrofizzato. Auschwitz. E poi questi quarant’anni alle nostre spalle. Diceva di non aver trovato ancora una risposta precisa a qust’ultima deformazione della sopravvivenza - cioè a questi quarant’anni. Ma la stava cercando, e ormai era assai prossimo a trovarla.’ (pag.24) (il dialogo è riferito a B.)

Concludo con una nota di personale attaccamento all’autore.

La presenza continua e potente di Auschwitz, i cambi di registro, gli scavi tra dinamiche culturali quanto simboliche; tutto in Kertész può portare il lettore a trascurare i sentimenti. Sembra quasi che per lungo tempo non ci sia posto per ‘certi’ sentimenti. L’amore tra tutti. Keserù era amico di B ma non ne capisce il suicidio. Judit ha amato molto B ma alla fine si sono comunque separati. Anche Sara gli vuole bene ma restano comunque distanti, come se ad amplesso concluso avessero esaurito gli argomenti di conversazione.

Sembra.

Ma in mezzo a una narrazione che è anche denuncia sociale, intellettuale; i sentimenti grandi e potenti ci sono e questo me lo ha fatto apprezzare ancora di più. Perché certe volte non c’è bisogno di abbondare con le parole, di affogare nei preludi. Bastano poche, sapienti righe.

‘Tra le fiamme la scrittura si faceva incandescente:
... sulla base dell’autorizzazione che mi viene da quanto ho vissuto e sofferto, per te, e soltanto per te, revoco …
E’ sempre colpevole chi rimane in vita. Ma saprò sopportare la ferita.
(pag.108)

Eccola dunque, una delle più grandi dichiarazioni d’amore. B che ‘revoca’ tutto ciò che Auschwitz rappresenta alla sua amata Judit, per sempre.

Liquidazione
di Kertész Imre
(Feltrinelli, 2005), isbn: 88-07-01673-7
Titolo originale: Felszámolás
Traduzione di Antonio Sciacovelli

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Barbara Gozzi

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La mia non recensione a ‘Liquidazione’ QUI.

Femminile?