La ‘prima pillola’ QUI.

“Ci sono due tipi di persone” dice il narratore che è interno ed esterno ai tessuti, alto e basso, vicino e lontano rispetto al lettore quanto ai protagonisti (che definisce anche ‘i miei personaggi’a un certo punto e prima ancora: “Io non lo so perché io non mi preparo su questi argomenti psicologici”, dunque lo si colloca su piani diversi o su tutti, in un certo senso). “Ci sono due tipi di persone” insomma. E mentre leggo penso che siamo esseri buffi certi volte. Abbiamo continuamente bisogno di riconoscerci sapendolo già (chi siamo). Eppure è vero. Ci sono quelli che vivono di ‘cose’ e quelli che attraverso cose cercano ‘persone’. Poi sull’equazione algebrica che vede nei primi i maschi e nei secondi le femmine, ho sempre diffidato ma restano echi che da generazioni insistono, qualcosa vorrà pur dire.

Metafore leggere, sottili prendono corpo tra routine di una banalità forse imbarazzante, irritante addirittura (per qualcuno), inutile (per altri). Eppure. Come Michela affronta le scale, in salita e in discesa, e in questo suo atteggiamento, c’è un simbolo, del suo vivere. Delle energie che disperde, regala con la facilità del battito di ciglia. Cede con la disperazione di chi non riesce a vincere sulle frustrazioni, i sogni persi, i buchi e i vuoti che non danno tregua mai, proprio mai. Ma anche Serena che si dona completamente accogliendo mali e dolori di tutti finché “le viene la merda”, metafora di una necessità estrema, finale, di espellerlo quel male accolto per liberare gli altri ma poi impossibile da sopportare tutto insieme. Perché siamo contenitori. Anche. Che bisognerebbe svuotare o ripulire, di tanto in tanto. Tenere con cura senza esagerare. Spostare perfino, assolutamente.

Questo narratore poi, che è tutto e niente, gioca coi ruoli come carte i cui simboli spariscono e mutano sotto gli occhi del lettore costretto a subire, indeciso se capire o proseguire ignorando. Consiglio di provarci, a capire, merita senz’altro.

Le frustrazioni che hai si stratificano così tanto sulle tue energie e sulle tue forze che se riesci per caso a trovare qualcosa che ti toglie queste frustrazioni senti proprio nascere dalla pancia e risalire fino agli occhi e alle mani e ai piedi un calore magnetico… [...]… perché sei tu quella cosa che esce fuori… […], sei tu con le tue accettazioni che riconosci quelle budella spappolate che adesso accettano tutto perché hanno accettato di non capirlo, di non cambiarlo, di non chiuderlo dentro a una scatola. (pag.35)

E subito sotto insiste, il narratore, fissa il lettore con un’insistenza imbarazzante di una prepotenza spiazzante. “Provate a chiudere gli occhi e a immaginare la vostra scatola”. Pare una seduta terapeutica. Forse lo è. Forse questo libro è un seduta di auto analisi stimolata da strumenti semplici come parole e trame, forse il prezzo di copertina che entra a pieno titolo nel mercato editoriale, ne nasconde un altro, di prezzo, più o meno pericoloso a secondo di quanto si è pronti a sedersi nel famoso divano-sdraio del terapista-se stessi.

Alcune pagine sono veri e propri inseguimenti. Pare di leggere nell’angolo in basso a destra, pagina dodici, di GuidaTv, il brevissimo riassunto della punta tremilasettecentoventinove di Beautiful, solo che in ‘Bianco’ non sono per niente brevi, i riassunti di accadimenti, viaggi, lauree, affettività e (dis)attaccamenti. Veloci schemi di passaggi e crescite che i personaggi subiscono, vivono inconsapevolmente spostando angolazioni. C’è un’abilità particolare, nella Menozzi, che accelera e rallenta, vola alto poi vira e rasenta la cute del lettore, accarezza personaggi finendo col ‘parlare ‘ di sé.

“Bianco” è un libro che se lascia indifferente (in ogni possibile declinazione) qualcuno, questo qualcuno lo prego di contattarmi, vorrei parlarci, capire. Come si può non provare nulla leggendolo. Provare la qualunque emozione, pulsione, pensiero o accanimento. In ogni possibile senso (positivo o negativo).

Anche quando per esempio ti muore qualcuno non è il funerale o quando te lo dicono o i pianti che senti dentro e fuori, ma la cosa che ti sconvolge di più è che tutto è stato distrutto e ti aspetteresti la fine del mondo ma poi tu vai e c’è ancora tutto e le cose sono uguali a prima. C’è ancora l’11 barrato che porta a Baggiovara ci sono ancora i giornali c’è ancora Enrico Gualdi su Radio Bruno e queste cose che sono diventate così neutre perché sempre uguali ti fanno sentire ancora di più te stesso perché a te è successa una cosa inaccettabile…(pag.44)

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

L’evento si è tenuto a Bruxelles il 30 gennaio 2010 a l’Espace Marx. Venerdì 29  a Radio Alma,  all’interno della trasmissione La tela sonora, si è discusso di  sensi, progetti, messaggi.

L’evento prevedeva  due parti.
Una con la trasmutazione del progetto ‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’ di Bg grazie alla preziosa collaborazione di Francesco Forlani (video ‘Vis à vis d’Eluana Englaro’, regia della performance partendo dal testo di Bg) e le musiche originali di Franck Lassalle.
L’altra parte con performance poetica dal vivo di Dale Zaccaria e video-istallazione artistica di Francesca Checchi.

Sul sito de L’Associazione Culturale Antonio Gramsci Bxl
(cercare gli eventi del 29 e 30 gennaio 2010)

Il club del Libro

Su Enfantsbobodioulasso’s Blog

Su Radio Alma

Su Corpodipoesiaproject

Su Radio Alma, la puntata della trasmissione ‘La Tela Sonora’ del 29 Gennaio 2010 (cliccare sul pulsante ‘ascolta’)

[genesi, sviluppi, diramazioni, work in progress di 'Attorno al corpo di Eluana Englaro QUI]

[I ringraziamenti sono stati fatti di persona. Chi c'era, ha collaborato, fatto, detto, aiutato; sa. Sa.#Bg ]

Ho letto un libro, uno di quelli inaspettati che neanche ricordo come tanto meno perché ibs me l’ha recapitato a casa (non la mia, in onestà, quella dei miei perché io a casa non ci sono mai).

L’ho preso in mano in una domenica mattina di metà luglio e ho scoperto che l’autrice è modenese e che la storia è ambientata proprio in territori, luoghi, che conosco, un po’ almeno (di sicuro più della maggior parte delle letture, non essendo io vagabonda per natura, né ho avuto poi concrete occasioni per viaggiare o ‘fare baracca’ come si deve). E ho anche scoperto che questo libricino del 2006, sottile e dalla copertina bianca e blu non è un trastullo sull’adolescenza, valzer di coppie in divenire e in crollare, e non annoia. Incolla. Fa sorridere e scuotere la testa. E’ come la palla di vetro dei maghi, ci si può vedere brevi fotogrammi di un passato avvolto da nebbie eppure nitido quel giusto da farsi riconoscere. Ho scoperto che c’è ancora ampio margine per le storie di affettività quotidiane, girovagando tra location comuni che non sono il Bronx o London o Paris, sono Formigine o la Baracchina a Bologna o un qualche altro posto dove in molti hanno camminato, vomitato, sputato, riso e baciato senza sentirsi speciali essendolo.

Allora, da momento che c’è un evidente vena di ‘follia’ in questo romanzo, follia nell’eccezione di ‘diversità pericolosa’, un approccio che miscela elementi più facilmente rintracciabili separatamente, una lingua gergale eppure fine, intelligente, un fluire di fatti, pensieri, annotazioni alte e basse, con un narratore che pare esterno poi interno, che parla di sé come persona poi dei protagonisti come di personaggi.
Allora.
Scrivo di ‘Bianco’di Marcella Menozzi, Fazi, gennaio 2006 con lo stesso pathos compulsivo.
Dopotutto leggere è fare propria una storia. Anche.

Mi sembra che questa persone siano così vere che questo mondo di plastica che incontrano a volte lo sciolgono lo bucano lo fanno impazzire, a volte esplodere; vorrei raccontarvi ancora un po’ il modo con cui lo fanno esplodere. (pag.24)

Certi libri sono le ‘giuste’ conferme, avvallano certezze. ‘Bianco’ racconta di trottole relazionali, ragazze e ragazzi che vivendo nel modenese e limitrofi si incastrano, incrociano, rigettano, fuggono e cercano. Che ha un sapore qualunque, scritto così. Eppure la Menozzi conferma come la banalità apparente è follia speciale, il più delle volte. Raccontare di Anna, Carla, Michela, Mirko, Giulio e una Serena, di ‘un’ nome che fa e pensa; è anche l’occasione, il pretesto per scavarsi (dentro sé, non so, dentro il ‘sé’ di molti altri, certamente). Ed è un raspare tra piaghe fragili, mollicce, quelle delle affettività mutevoli, contorte tra aspettative, ricerche, bisogni ferocissimi destinati – forse – a rimanere insoddisfatti. Le trottole tra i personaggi-persone non sono fini a se stesse, espandono sensi, risucchiano il ‘dentro’ del lettore per liberarlo nel corpo di una Serena, un Mirko, o una Carla.

Se per caso un essere umano è invece costretto a stare da solo per scelta, si ritroverà a doversi tenere tutte le sue frustrazioni e darà la colpa di questo suo malessere al fatto di non avere un amore corrisposto ma in realtà sono le sue cose che lo fanno soffrire, sono quelle cose che non è riuscito a sbolognare a nessun altro perché non c’è nessuno così pazzo che abbia intenzione di prendersele. (pag.32)

Costretto. Solo. Doversi tenere. Frustrazioni. Colpa. Malessere. Le sue cose. Soffrire. (Non) sbolognare. Nessun altro. Così pazzo. (Non) prendersele.
Le parole-chiave emergono senza sforzo, in certi punti la narrazione si auto decodifica o qualcosa di molto simili a un processo di traduzione simultanea tra superficie e strato sotto pelle, subito sotto perché i simboli non sono poi così nascosti, probabilmente neanche potrebbero, celarsi in fondali profondi, allora restano a sfiorare la superficie, attendono di aggrapparsi a mani incerte.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Fine

25 gennaio 2010

Mi è capitato spesso, ultimamente, di pensare alla ‘fine’.

Fine di azioni, avvenimenti, legami, affezioni, pensieri, intenti, progetti e così via.
Fi-ne.

Presto, a un evento, dirò che ‘morire ci terrorizza’. Dirò che non è solo la morte intesa come fine, black out improvviso, bensì è quel transito tra la vita e la morte.
La morte è ‘una’ fine.
Anche se poi, non siamo tutti d’accordo sul concetto in sé.
Ma non è questo il punto.
Ogni nascita contiene già la morte. La fine. Non ricordo chi lo disse, in questo momento mi sfugge. In ogni caso, semplicemente, è vero.
Eppure della ‘fine’ abbiamo una paura folle. Si fa veramente di tutto per scacciarla, impedirla, fingere che non esista, che non sia possibile, che non ci toccherà. E vale per le cose quanto le persone, per i fatti quanto i sentimenti.

E’ di certo rassicurante, dolce, facile, seguire una storia dove si entra nella dimensione de ‘l’amore eterno’. O dove si incontrano amici che comunque, tra colpi di scena e capovolgimenti, non si perdono, il legame resta magari più forte e stabile. Poi i mestieri, i talenti. Quanta soddisfazione dà seguire l’escalation di uno sportivo, un creativo, di ‘uno’ che piano piano raggiunge la vetta (vince una gara, diventa attore, ballerino, manager, avvia un’attività redditizia, vende i suoi quadri, entra in una squadra professionista…)? Molta, soddisfazione. Perché se anche finisce la storia (film, serie tv, libro, pubblicità) resta in sospensione, ci volteggia davanti, la non-fine. L’idea, la proiezione, il bisogno, che quel nuovo status durerà. Sempre. Molto. Almeno fino alla morte del protagonista (che è poi la nostra, nell’immedesimazione).

La morte è sicuramente la fine-fine. La regina degli stop. Sebbene, il più dolce dei nettari è quello che ci sbatte direttamente in gola i sentimenti im-mortali, quelli che restano nonostante la caducità carnale, nonostante la morte di almeno uno dei due interessati. A qualcuno deve essere anche capitato di soffocarsi con quel nettare, ma non importa. In fondo, ciò che conta è il volerci credere. Imporsi che esistono quelle cose-lì. Le non-fine. Le circostanze-immortali.
Io credo sia tutta una questione di angolazioni.

Dal momento che ultimamente ho virato, mi sono spostata, inginocchiata, stesa a terra, ruotato il collo, transitato strisciando, correndo, muovendo i piedi lentamente. Dal momento che difficilmente sto dritta, ferma, composta. E’ possibile che il mio ’sentire’ la fine delle cose, dei pezzi di cose che siamo, dipenda dall’angolazione.
Tutto ha una fine, per me. E il negarlo non ne riduce il ‘male’ che ci fa, che è. Credo anche che ci sono tanti tipi di ‘fine’ e che non necessariamente tutte ci feriscono, stordiscono, svuotano, spezzano, cambiano allo stesso modo. Certe volte la fine di una cosa è anche l’inizio di qualcos’altro, né migliore né peggiore, semplicemente altro. Forse la vita è una sequenza di altro. Altro. Altro-altro. Altro. [AltroAltroAltro]. Non lo so. Però che di ‘fine’ si tratti sempre e comunque, non mi sembra poi così labile, incerto.
La mia bisnonna, attualmente ultra novantenne, ha trascorso sessant’anni assieme a suo marito, il bisnonno che è morto l’estate scorsa. Una di quelle storie etichettabili facilmente in ‘amore eterno’. Può davvero la mia bisnonna definirlo così? Amore. Eterno. Non lo so. Bisognerebbe mettersi d’accordo sui significati, i sensi, dei termini. Stesso discorso per i c.d. ‘legami di sangue’. La fine è la morte degli interessati? Per me no, ma è ovviamente un’opinione soggettiva, parziale.

Quello che davvero non capisco, non mi capacito di come si possa galleggiarci molto sopra, senza un contatto concreto che sia sostanza: è il totale rifiuto. Della fine. Perché la fine delle cose, di ogni cosa, dovrebbe essere così temibile, pericolosa, devastante; al punto da fare il possibile pur di non vederla, sentirla, toccarla, viverla?
La fine arriva comunque. Allora tutto quello che ci si è negati prima, cadute, dolori, crolli, sanguinamenti; tutto arriva a presentare il conto (non sarebbe più onesto insegnarlo?).
Certo, se ci si nega il tocco è un po’ come se non ci fosse mai stato. Certo. Un gioco per sopravvivere. Chissà.
Io sto cercando di smettere, quel gioco.

In trentun anni non toccare ‘la fine’ mi ha trascinata in un’apparenza inutile, che ha schiacciato ciò che sono, corpo compreso, che mi ha ingabbiata lentamente tra finzioni, apparenze, costruzioni e reset a beneficio di altri che però non sono me. E che delle mie fatiche, di dolori, rinunce e annullamenti se ne fregano. Giustamente. Dunque perché non fregarmene anch’io? Di quei modi di considerare, respirare e inserire dentro di me la ‘fine’, ogni fine?

La fine di certe favole, certezze, affezioni, legami ‘dna dipendenti’, gesti, galleggiamenti.

La fine è in tutto. Ovunque. Ogni giorno. Ora sto per finire di scrivere. So che non ho espresso tutto. So che altro vorrei aggiungere. Ma  sto per finire. Punto.

Certe morti, in passato, mi hanno segnato la carne anche perché non ero preparata al loro arrivo, stavo in un’altra posa, vedevo e sentivo da altre angolazioni. Certi sentimenti mi hanno spolpata, per lo stesso motivo, perché mi rifiutavo di considerarne la fine.
Ora no.
(Fanno ancora male, ci sono quei mali lì e ancora-sempre ci saranno. Ma non nego più. Non volto la faccia. Me lo prendo diretto il colpo).

Ora.
Fine.

.

[Bg, domenica 24 gennaio, 2010]

Photoshoperò di Francesco Forlani da ‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’ di Barbara Gozzi per la performance all’interno dell’evento ‘Corpo di donna: corpo politico e corpo poetico’ che si terrà a Bruxelles il 30/01/2010. Musiche di Frank Lassalle. Citazione Magritte di Georgia.

[Grazie a Francesco e Frank. Bg]


La cronologia delle pubblicazioni on line del progetto ‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’ QUI.

Su Nazione Indiana.

Il comunicato stampa dell’evento, in una prima versione in francese.
Il comunicato stampa completo, aggiornato:

Il Club del libro asbl e l’Associazione Gramsci Bruxelles

Presentano

CORPO DI DONNA
CORPO POLITICO & CORPO POETICO

29 e 30 Gennaio 2010
29 Gennaio ore 20,00
Radio Alma FM 101.9 on air

30 Gennaio ore 21,00 Sale
Culturelle Expace Marx

Salle Culturelle Expace Marx
Rue Ruppe 4, 1000 Bruxelles
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‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’
di Barbara Gozzi
e con Francesco Forlani

Il progetto nasce per contrastare cecità e smemoratezze dell’Italia di oggi partendo da un corpo, quello di Eluana Englaro, nodo centrale di fatti recenti, battaglie legali, mediche e massmediatiche.
Eluana Englaro è morta a Udine il 9 febbraio 2009 dopo diciassette anni di vita in stato vegetativo.
Il suo corpo è stato ‘oggetto’ conteso, immagine deformata, capovolta, violata nell’identità, nella non-voce, nelle volontà. Ha subito imposizioni, strumentalizzazioni che dalla sua carne si sono diramate alle complesse questioni del testamento biologico, lo Stato di Diritto e le libertà individuali. Fino ai corpi-tutti.
‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’ è una trattazione in tre movimenti: ascoltare, dire e raccontare. Movimenti che recuperano ciò che questo corpo è stato, ciò che è diventato nell’immaginario collettivo quanto nella dimensione intima della carne.
Ora il progetto trasmuta in performance con la collaborazione e l’interpretazione di Francesco Forlani.

Per recuperare ascolto e accoglienza verso i corpi nella loro essenza, dimensione dell’umano.
Per non dimenticare ciò che è già stato, ma che può cambiare.
Perché ogni corpo non diventi – prima o poi – ‘oggetto’ nelle mani di circuiti altrui, volti sfocati incapaci di essere e decidere.

Per recuperare la morte come transito, accompagnamento, rispetto, scelte.

Testi e performance di Barbara Gozzi.
Interpretazione video in photoshoperò e performance di Francesco Forlani.
Musiche originali dal vivo di Franck Lassalle.

Contenuti del movimento uno: i fatti attorno al corpo di Eluana Englaro (cronologia e testamento biologico in Italia); attorno al saggio ‘Corpo morto e corpo vivo ‘ di Giulio Mozzi (Transeuropa, 2009 con nota finale di D.Paolin); massmedialità (il corpo di Eluana Englaro attraverso i media); Quando l’etica manca di benevolenza (intervento inedito di Piero Bocchiaro); non epilogo – appendici (evoluzioni sociali, espansioni culturali e artistiche dal-nel corpo di Eluana Englaro).
Movimento due: Errant entre les pages effiloché ( La mia voce è questa, esiste. E’ ).
Movimento tre:Pelle’, una storia.
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Per il movimento uno: Piero Bocchiaro (collaboratore). Teresa de Cesare e Federica Sgaggio (consulenti). Grazie a Giulio Mozzi, Demetrio Paolin, Claudia Boscolo. Grazie a Barbara Garlaschelli e Luca Radaelli.

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Punto di fuga 03 Corpo di donna
di e con Dale Zaccaria e Francesca Checchi

Puntodifugaproject nasce dall’idea dell’artista Francesca Checchi insieme ai testi alle parole di Dale Zaccaria.

Si cercano puntidifuga per uscire dalle barriere-dittature sociali storiche o politiche o semplicemente intime e personali.

Poesia video performance installazioni diventano così i “contenitori artistici” per un proprio punto di fuga.

Il terzo punto di fuga sarà il corpo femminile. Corpo poetico e artistico il corpo di donna creerà il proprio spazio attraverso la poesia, le immagini video – audio, la musica, e la voce. Il corpo di donna protagonista assoluto, soggetto creativo e dominante del proprio spazio. Il corpo di donna quale fulcro di attività creatrice che “evade” trova il proprio “passage” nell’atto stesso della creazione.
Creazione e fuga diventano così semplicemente sinonimi del femminile poetico.

Testi di Dale Zaccaria
Immagini Video Audio Installazione di Francesca Checchi
Musiche Elettroniche di Roberta Vacca