Frammentando di Barbara Gozzi

Frammenti di scritture, analisi, percorsi culturali.

Scurati Antonio – Il bambino che sognava la fine del mondo

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Appunti su ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’

di Barbara Gozzi

(Bologna, 05-09-2009)

“Questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione. Poiché ritiene che la vocazione della letteratura sia oggi, in un tempo dominato dalla cronaca, non già quella di confondere ulteriormente i confini tra realtà e finzione, bensì quella di superarli, l’autore invita il lettore a considerare ogni singola parola di questo libro come frutto della sua immaginazione, anche e soprattutto quando si narri di fatti riferiti a personaggi e a contesti che portano il nome di persone o di istituzioni realmente esistenti.”

Questa è la premessa, pubblicata prima ancora della dedica.

E il lettore ne capisce il senso pieno dai primi capitoli.

Scurati sceglie fatti di cronaca, li plasma con farina di fantasia, sposta luoghi ma ne mantiene sapori intensi, trasfigura volti ma conserva legami, sensi, affettività, e sentimenti devastanti.

Si tratta di un’ombra precisa insomma, quella degli abusi sui bambini per mano di chi dovrebbe accudirli, educarli, averne ‘cura’.

Si tratta di una città colpita da un fulmine inaspettato, capace di scatenare onde anomale di proporzioni impensabili, vere quanto costruite da paure, rabbia, orrori, ossessioni e demoni.

E’ un romanzo che incastra una duplice narrazione, alterna capitoli scritti in prima persona da uno Scurati spettatore partecipe della vicenda, uno Scurati come chiunque altro, potrebbe essere un Gozzi o un Messori, Ansaloni, Ghini e così via. Poi c’è un’ altra narrazione, estranea, quasi scientifica, che racconta di un bambino colpito da terrori notturno, un bambino che respira il mondo e il suo Male con una sensibilità e consapevolezza incomprensibili, almeno al principio.

Due rotte. E questa cronaca che entro gli sviluppi della trama diventa statistica, stralci di articoli di giornali, citazioni. E questo vivere che Scurati pare annotare come entro un esperimento scientifico dai contorni già sentiti, non nuovi dunque, ma registrati come durante un’autopsia; questo vivere è metallo duro, spigoloso, indottrinato, pedagogico.

Indubbiamente ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’ colpisce e accusa alcuni aspetti di quest’Italia contemporanea, malata, soffocata da una medialità feroce, dal vociare e plasmare della gente pronta a giudicare, additare, e che ha bisogno di distinguere, sempre e comunque, i buoni dai cattivi, il bene dal male.

Questo Male, che Scurati radiografa, arriva al lettore attraverso angolazioni predeterminate. Ed è forse questo il suo limite maggiore. E’ un Male collettivo, che infetta cittadini dagli animi già portatori virulenti di in-sanità, affamati di colpe, nevrosi, mancanze, cadute altrui, ineffettività e un certo marciume galleggiante. Questo Male è dichiaratamente sbagliato, colpevole, ingiusto, assurdo e pericoloso. Questo “Male è totale” (pag.12), possiede quasi trasfigurando chiunque. Si alimenta del male di tutti, lo cresce con la furia della pestilenza. Questo Male è una caccia alle streghe annunciata che ‘gioca’, danza, tra elementi particolarmente delicati come i bambini, gli abusi, le devianze (presunte o reali), la fame di sangue e carne del giornalismo, la sete di eccitazione della gente comune resa opaca dal proprio vivere faticoso, in gratificante, fors’anche inutile.

La gente scelse Satana, così potente perché pronto all’uso alla prima evocazione. Scelse Satana, così a misura d’uomo.

Spesso, non potendo avere il Bene, tanto sfuggente, sdegnoso, tanto raro, ci si accontenta del Male, con la sua concretezza corposamente immessa nella materialità della vita quotidiana.

(pag.14- da notare che una parte di questo stralcio è stato usato per la quarta di copertina)

La lingua di Scurati tende alla scorrevolezza ma subisce frenate improvvise e periodiche attraverso una terminologia accurata, ricercata fino a quasi l’ossessione, ‘alta’ nell’eccezione di colta, raffinata. Gli aggettivi si accompagnano spesso, gruppi di due o tre. C’è anche una certa prolissità nell’addentrarsi negli sviluppi, nell’insistere su sospensioni, attese (per il lettore), logiche contorte, morbose. Poi l’uso delle anticipazioni velate, l’intento di avvisare continuamente il lettore, di fargli intuire la caduta senza fondo, l’annegamento progressivo, lento eppure inesorabile di una storia che nell’uso della fantasia tenta un avvicinamento ‘globale’. Gli eventi si svolgono a Bergamo, ma è una Bergamo-globale, secondo me, che potrebbe tranquillamente essere Milano, Torino, Bologna, Venezia, o almeno mi pare questo l’intento di Scurati, il ricreare una sorta di terra di frontiera, vicina e dunque conosciuta dall’autore, eppure simbolo (o tentativo di) di altri luoghi, dell’Italia.

Lo stesso intento che mi pare di intravvedere nella scelta del narratore-personaggio, come a voler affondare nella c.d.(e recentemente attaccata) ‘auto-fiction’ senza che lo sia del tutto, auto-fiction. Perché Scurati si è ispirato alla sua vita, quanto meno ad alcune parti ad esempio professionalmente, come docente, ma anche ed evidentemente sul piano geografico, Bergamo. Pare quasi ‘dire’: io ci sono, questa è Bergamo, questi sono articoli di giornale ‘veri’, questa è la gente di una Bergamo dell’Italia a te nota, lettore, ma io non sono io, non solo, perché io sono te che segui la cronaca, la commenti, ti ci fai fagocitare fino a scoppiare.

Concettualmente mi sembra anche vicino al roman à clef, dove la chiave interpretativa è evidentemente l’autore ma inversamente perché Scurati ha impastato una realtà di cronaca nota, nazionalmente nota (ma non necessariamente da lui vissuta direttamente) con elementi propri per i quali è appunto la chiave. Su Cabaret Bisanzio (link in fondo), Enzo Baranelli dice: “Il bambino che sognava la fine del mondo” ribalta la struttura alla Ballard: i fatti sono reali, ma si devono considerare finzione, Scurati affonda nelle date, nella cronaca, mentre in Ballard si crea il romanzo-sociologico partendo da una realtà, e poi estremizzandone i conflitti, costruendo l’impianto romanzesco.”

Non avevo appetiti per il suo corpo di donna adulta. A chiamarmi era la sirena di sua figlia. Margherita, era quell’urlo agghiacciante fuoriuscito dalla bocca di una bambina nel cuore della notte. Desideravo essere introdotto nel suo mondo di fantasmi. Volevo gli impareggiabili terrori dell’infanzia. Volevo entrare nel filmato.

Per fortuna quella sera Marisa Comi non m’invitò a salire. Purtroppo, però, lo avrebbe fatto in seguito.

(pag.100)

Segnalo alcune analisi, che nel corso degli ultimi mesi sono apparse on line, per questo libro candidato allo Strega, finito al centro di una polemica tra le tante di cui – pare – l’editoria italiana ha bisogno. Forse i tempi non sono ancora maturi, per poterlo commentare con il giusto distacco. Ma non nascondo che resta una narrazione a me lontana.

Il male è proprio ciò che vi è di più immateriale, poiché muove la sua guerra accanita contro ogni essere concretamente vivente e, se lasciato fare, distruggerebbe la base stessa della creazione.

(pag.10)

Su Nazione Indiana: il 23/04/2009 e il 17/08/2009 (recensione di Gianni Biondillo).

Di Valter Binaghi il 29/08/2009, parole che non nego vicine al ‘mio sentire’, mio dunque soggettivo e imperfetto per il quale mi assumo le responsabilità del caso.

Su Cabaret Bisanzio (recensione di Enzo Baranelli) il 08/04/2009.

Su Ibs.

Link alla pubblicazione originale su PrimaveraEstate.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 5, 2009 alle 4:24 pm

Pubblicato in 2009

Dadati Gabriele – Il libro nero del mondo parte I

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Il libro nero del mondo’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘libri neri’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.
Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, ne impasta schegge ‘vere-verosimili’ con altre oniriche che sono invettiva quanto carne.
Il primo elemento che colpisce è un nome. Gabriele. Non tanto per gli echi biblici, non solo. Piuttosto per il duplice ruolo in esso racchiuso: autore e protagonista. Non è il primo libro di recente pubblicazione che ‘lavora coi nomi’, forse ha un senso, forse no. Scegliere il proprio nome, proprio dell’autore, per il protagonista di una storia è una volontà precisa io credo. Necessità forse, di mantenere attraverso tempo e scritture, un contatto, di insistersi. Volontà che già un altro autore italiano contemporaneo ha espresso in un’uscita di quest’anno.
Gabriele Lazzari è un regista alle prese con un lungometraggio impegnativo, dai sensi sfuggenti. Giovane, ma pieno di idee, ossessionato dalle immagini, dagli incastri tra dinamiche e percezioni, lavora sodo a una storia difficile sui moderni cannibali. Ma Gabriele è atteso per un altro ruolo, qualcosa di inaspettato, imposto. L’attore (in passato amico) protagonista del lungometraggio sparisce, ed è proprio per ritrovarlo che Gabriele finisce risucchiato da una spirale dominata da un ‘uomo’ che sente chiamate divine nella testa, e per assolverle, per fermare il male, uccide. Gabriele ne diventa l’osservatore, è trattenuto per tramandare, per registrare intenti, gesti. E da questo neo ruolo imposto, da ‘arcangelo metropolitano’ come lo ha definito Marcello Fois, fuggirà portando con sé altri sensi, ricostruzioni di realtà impastate da Dadati i cui ingredienti sono cronaca e vissuto.
Mi soffermo sull’annotazione chiedendo direttamente all’autore:
Gabriele è nome proprio che ne ‘Il libro nero del mondo’ acquista un peso specifico. Perché questa scelta? Da dove arriva l’esigenza di ‘collegare’ te in quanto autore con il protagonista (se di questo si tratta, di collegare)? Dov’è il confine tra il Gabriele che scrive e quello che dentro una storia, respira e vive?
“Gabriele Lazzari, il protagonista de Il libro nero del mondo, ha un nome necessario: Gabriele è infatti il nome dell’arcangelo che annuncia a Maria la futura nascita del Cristo e il mio romanzo è, a modo suo, un romanzo mariano. Dal punto di vista del profilo biologico e professionale non condividiamo quasi nulla. Lui ha infatti una quindicina d’anni più di me, fa un mestiere che non è il mio, è sposato come invece io non sono e così via. Per divaricarlo il più possibile da me ho tra l’altro scritto il grosso del romanzo in terza persona. C’è invece, nell’ultima parte, un personaggio di cui non conosciamo il nome che prende la parola in prima persona e che condivide con me una serie di cose (ma anche questo personaggio è sposato ed è pure padre, cosa che io non sono). Questo personaggio si fa portatore di una serie di istanze che io sottoscriverei, ma resta senza nome anche perché possa essere “riempito” dalla personalità di ogni lettore, che forse potrà sentirselo così vicino. – È vero però che in Gabriele Lazzari ho disseminato qualcosa di mio: ad esempio, per dirne solo una, Lazzari è uno che si veste un po’ come gli capita, il che è quello che faccio sempre anch’io.”
La lingua di questa nuova creatura è per Dadati espressione di una crescita importante, e se il termine ‘crescita’ pare svalutato, scontato, resta ‘evoluzione’. E’una lingua che gioca, con se stessa e il lettore. Che si avvale di tecniche miscelate con sapienza, che usa le parentesi per narrare sequenze su piani temporali diversi rispetto alla narrazione principale. Che fonde strutture, dove le scene hanno echi cinematografici oltre la mera spettacolarizzazione creativa. Dove ci sono parole che ricorrono, parole con un peso specifiche sotto i significati superficiali e che riaffiorano rosicchiando il lettore con pacata insistenza. Poi ci sono i sogni, il piano onirico dove si mescolano messaggi, codici e proiezioni di realtà, visioni trascinanti. Fino ai fantasmi, l’ultra-terreno che è comunque carne, acquista materia svelandosi, accettando un contatto con il protagonista ma soprattutto col lettore che sbircia, attende, afferra.
L’intera narrazione è una sequenza materiale e im-materiale. Gesti che sono un ‘esterno’ espressione (anche) dell’interno. Corpi che si muovono. Azioni semplici poi assemblate. E attra-verso, tra, con la carne, emergono poco alla volta quei sensi che sono intenti ma anche sentimenti, scelte, bisogni. Male. E proprio su quest’ultimo – sul male – chiedo a Dadati:
Mi parli di questo ‘male’, delle sue sfumature, dei livelli? E’ un ‘male’ che avevi addosso, programmato tra le righe, oppure alla fine la storia te ne ha riconsegnato sfilacciature inaspettate? Ma anche: il libro nero del mondo restituisce, tratteggia, il ‘male di tutti’ o lo deforma amplificandolo attraverso, con, dentro il male stesso?
“Il male di cui parla Il libro nero del mondo è una categoria che mi pare di aver intravvisto esistere nel mondo e non è qualcosa di metafisico o inspiegabile: è costituito dalla somma del contributo che i singoli uomini, consapevoli o inconsapevoli, portano al male attraverso le azioni che compiono. Ma questo non è un problema, perché anche per il bene può essere lo stesso, anche il bene può esistere nel mondo come la somma del contributo che i singoli uomini portano tramite le loro azioni ed equilibrare così il male, magari addirittura superarlo. Il libro nero del mondo però è stato scritto pensando che siamo arrivati a un punto in cui si fa molto più male che bene. La soluzione, se una soluzione c’è, è stata collocata fuori dalla comunità degli uomini: la soluzione, non il problema, è metafisica e viene affidata a un lato femminile salvifico. A patto naturalmente che si scelga di affidarsi a questo lato metafisico femminile, che è poi Maria, nata nel mondo ma assunta in Cielo, e per questo interlocutore del nostro stare nel mondo. Io ho pensato di scrivere questo libro perché sentivo quest’onda mugghiante che cresceva e mi veniva incontro. L’ho fatto perché sono uno scrittore, ma forse avrei potuto farlo in diversa forma se fossi stato un filosofo o un teologo.”
La lettura, dunque, richiede ascolti trasversali. Le storie si incastrano, scivolano tra strumenti apparentemente diversi per poi fondersi. C’è la storia dei cannibali, storia che attinge direttamente dalla cronaca, ad oggi (agosto, settembre 2009) basta digitare ‘cannibali’ su un motore di ricerca per rintracciare notizie come questa o questa, e questa. Poi c’è la storia di un uomo ‘qualunque’ che di mestiere vorrebbe fare il regista per il cinema e ci sta provando, sposato con una donna che ama in modo non convenzionale, una donna amante dei raduni new age e che Gabriele cerca con la fisicità della passione che è carne e altro. Ma anche la storia di un fantasma, che appare nel giardino del protagonista, fugaci visioni spiazzanti prima di svanire, ogni tanto piange questo fantasma, fino ad assumere precise sembianze, necessarie. E naturalmente la storia di un ‘uomo’ che si sente addosso una chiamata divina, che sente, vede, assorbe e rifiuta Il Male che sta contaminando irrimediabilmente il mondo, rendendo tutto blasfemo, inutile, insopportabile. Proprio per combattere questa insopportabilità, l’uomo asseconda la chiamata, e chiede aiuto all’unica persona che gli sembra capace di ascoltare, che spera possa capire, questa lotta disperata che è male nel male, che lo cerca, il male, fino alla trasumanazione finale, la morte. Tante storie insomma, volti diversi che ruotano concentrici. E personaggi che racchiudono piccoli universi parti del messaggio. Alice, la segretaria di edizione, Ruggero, l’aiuto regista, Nicole, la moglie, Marco Sernesi, l’ex amico attore, Maria che è figlia e altro.
Il romanzo è diviso in tre parti, richiami danteschi a Purgatorio, Inferno e Paradiso. Richiami a gironi che si perdono negli sviluppi, tra inquadrature e cambi di scene, come già in passato fece (con modalità e sviluppi diversi) un altro giovane autore italiano contemporaneo.
Ma, se ‘Purgatorio’ e ‘Inferno’ hanno legami diretti tra loro, negli sviluppi, tra tentacoli che affondano nelle voci; ‘Paradiso’ rotola spostando drasticamente inquadratura, pur non virando completamente impone al lettore un radicale cambio di visuale, il punto di vista di ‘un’ altro personaggio-essere-autore (autore del ‘libro nero del mondo’, non di qualcos’altro, proprio di questo stesso romanzo) che qui narra in prima persona scalzando il narratore esterno già, in realtà, parzialmente detronizzato dalle mail del Gabriele-regista che dall’Inferno tenta in ogni modo di non perdersi completamente. ‘Paradiso’ è, in effetti, uno stacco che spezza, urta. Racchiude una (non) conclusione, prende per mano il lettore in una passeggiata-scoperta di una tranquilla dolcezza disarmante. Dolcezza che non è assoluzione, non forza eccessi né cerca risoluzioni scontante. Tutt’altro. “Gli angeli si addormentano nella schiena del tempo” (pag.195) lo dimostra. “Il momento storico brutalizzato” di cui parla il narratore-personaggio ormai in chiusura di scena, non è ‘fine’, o arrivo. E’. Esiste. Resta. Si aggrappa. Deve perché è questo, forse, uno dei sensi più forti del romanzo: il riconoscimento della deformata realtà in essere, oltre pagine e tessiture di parole.
L’apocalisse riveste un ruolo preciso, in questa romanzo. Apocalisse che probabilmente è tematica ricorrente per Dadati, ossessione (forse) o ricerca, avendone già scritto in un racconto contenuto nella raccolta ‘Sorvegliato dai fantasmi’ pubblicata in ultimo da Barbera, seppure di altra ‘attesa’ si tratta, di una non fine che smaschera, nel racconto, piuttosto che annunciare. Nel romanzo invece, che di rivelazione si tratti è indubbio, la si preannuncia velatamente già nel ‘Purgatorio’.
Quando tutta questa storia sarà finita, e cioè quando inizieranno a piovere rane, Gabriele…
(pag.73)
E le rane arrivano, tra Inferno e Paradiso, non si fanno solo annunciare. Fino all’atto finale, finché ‘tutto’ entra in una Chiesa, avvolto (questo ‘tutto’) dalle parole di un santo che echeggiano tra morti, fede, male, e sangue. Sensi che forse confondono, forse no, si aggrappano all’“inesauribile superficie delle cose”, scavano.

Written by Barbara Gozzi

Novembre 2, 2009 alle 4:10 pm

Pubblicato in 2009

Alajmo Roberto: intervista

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Alcune considerazioni preliminari QUI.

Raggiungo telefonicamente Roberto Alajmo, gentile e disponibile, “non amo teorizzare su qualcosa che ho già scritto” inizia ”perché vuol dire che scrivendo non sono stato esaustivo. Fammi delle domande, ragioniamoci assieme”.

Dal momento che lo spunto per queste riflessioni è stato il suo pezzo on line del 17 Luglio (sopra citato) dove si nomina il romanzo di Nicola Gardini, gli chiedo curiosa: “Ti vengono in mente altri titoli, autori, che hanno subito lo stesso non trattamento divulgativo in Italia?“.

Alajmo non fa nomi. “ Ce ne sono tanti, moltissimi” mi risponde “ma rischio di dimenticarne e comunque sarebbe una lista fine a se stessa”. In effetti la domanda è provocatoria. Il romanzo di Gardini è uno dei tanti, un nome per tutti si potrebbe sintetizzare. “Non si tratta di questo o quello, altrimenti diventa sterile come approccio. E’ piuttosto la logica, ciò che scatena il fenomeno, che vale la pena di discutere. Esiste una precisa dinamica, dove l’editore conosce l’autore, entrambi (o uno dei due) conoscono il giornalista, il giornalista scrive, e la scrittura ritorna tra editore e scrittore , che è anche giornalista magari. E’ un triangolo chiuso, che il più delle volte si autoalimenta. Un triangolo delle Bermuda dove scompaiono i libri alieni. Ciò che esce sui giornali è lo specchio di questa situazione e il lettore, quello abituato alla lettura, ha fiuto ormai. Se legge, tendenzialmente non è uno stupido. Non compra solo perché su Repubblica, e cito Repubblica perché è il quotidiano che leggo abitualmente, trova la recensione di quel critico o giornalista con esperienza. In narrativa le recensioni cartacee non fanno vendere”.
Alajmo è diretto, centra nodi e li espone. La dinamica divulgativa, promozionale anche, delle recensioni su quotidiani o riviste è tutt’ora dibattuta e ambita da moltissimi esordienti e non. Eppure Alajmo insiste: “attualmente il mio libro più venduto, “Palermo è una cipolla“, è quello che non ha ricevuto recensioni cartacee, nemmeno una. In pratica sui giornali non se n’è scritto. Eppure è stato acquistato più degli altri. Le recensioni il più delle volte servono a tenere alto l’ego dello scrittore, i lettori comprano seguendo conoscenze, consigli e gusti diversificati, raramente si fanno influenzare dalla recensione di tal dei tali. Poi c’è il giornalista che si fissa su un autore o un libro e decide di lanciarlo, fa le classifiche di grandezza –Roth è il più grande, seguito da Vargas Llosa, a ruota tutti gli altri– e questo approccio agonistico riesce ad attrarre il lettore”.

Ma tutto questo vale per un certo tipo di narrativa, quando le storie sono storie, più o meno frutto della mente dell’autore, senza la precisa intenzione di raccontare realtà concrete, come nel caso di ‘I Baroni”.

“Infatti” prosegue Alajmo “ per libri del genere, cosiddetti scomodi, anche la stroncatura viene evitata, perché per stroncare se ne deve comunque scrivere, e scrivendo lo si addita al potenziale lettore. Ciò che esattamente si vuole evitare: avviare il passa parola, le riflessioni sul tema”. Annuisco, ci avviciniamo ad una centratura:
Quali sono secondo te le tematiche, le realtà attuali che non si vogliono far conoscere?
E mentre lo chiedo mi vengono in mente la malasanità, l’istruzione per l’appunto, le morti bianche e per riflesso i mandanti di questi silenzi (politica, corruzione, potere…). Resto spiazzata dalla sua risposta: “ho sempre avuto una precisa convinzione: che ancora prima della malafede c’è la stupidità. Basta leggere periodicamente le pagine culturali di un quotidiano italiano per capire di cosa parlo.”

E mi propone alcuni esempi di articoli pubblicati perché scritti da questo o quel critico, dove l’uso linguistico si flette secondo regole non convenzioni e dove non esiste correzione possibile né da parte dell’autore tanto meno del redattore del caso. “La situazione in Italia è anchilosata, c’è una reiterata impossibilità a selezionare i libri secondo criteri super partes, figuriamoci scatenare ragionamenti o dibattiti che non risultino geriatrici o già visti. C’è a monte un problema legato al percorso di chi arriva a occuparsi di cultura tra le pagine delle testate giornalistiche”.

Già. Incredibile che esistano ancora libri che insistono sulle ‘storie verie’ per non dimenticarle nel cassonetto dell’immondizia. “ In effetti, mera narrativa a parte, i libri come quello di Gardini raccontano di una certa realtà sperando di non cadere nel silenzio. Ci tengo a precisare che nel caso di “I baroni”, nessun giornale siciliano ne ha scritto fin ora, e questo l’ho trovato curioso, interessante, proprio perché il libro dibatte di alcune pratiche dell’università di Palermo. Dunque si è creato un fenomeno di appiattimento generale. La stampa locale che appoggia l’università locale e viceversa. Perché a livello nazione c’è stato chi ne ha scritto, ma non è la stessa cosa. Manca il riscontro in loco, proprio dove potrebbe avere un senso preciso appunto parlarne.”
E mentre lo ringrazio, chiudo la conversazione indecisa se davvero sono pronta a scriverne. Penso che i libri (pre)destinati al silenzio sono ovunque, racchiusi forzosamente da incastri, eccessi, dinamiche neanche poi tanto moderne o recenti. Eppure qualcosa continua a muoversi, (r)esiste.

L’apatia, il senso di rassegnazione da omologazione, quel ventriloquare il detto da altri per non dover pensare; tutto questo c’è, pulsante e pesante, nella società italiana ma non è ancora il tutto. Allora i silenzi, le storie che non sono solo favolette ma anche gli intrattenimenti che ricaricano, loro, nascono e si espongono per stuzzicarci. Ci sfidano. Quanto ne siamo effettivamente consapevoli, non saprei.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 29, 2009 alle 3:55 pm

Pubblicato in 2009

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Grugni e Masson – analisi tra animali, umani e visioni

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Avrei bisogno di capire se quello che sto facendo è giusto, se gli animali hanno bisogno di questo mentre la strage continua senza sosta. Strage che non verrà fermata da questo gesto perché la gente la bistecca la vuole al sangue. Vuole che gli coli in gola e sul tovagliolo, basta entrare in un ristorante per capire che i vampiri esistono e sono gli umani tutti.
(pag.102 – Aiutami di Paolo Grugni, Barbera Editore, 2008)

Come già spiegato nella prima parte, qui, ’Aiutami’ di Paolo Grugni racconta la storia di cinque amici, animali, decisi ad agire per smuovere le coscienze, pronti a un atto estremo, forte e rischioso pur di ’lasciare un messaggio’, di incrinare almeno un pò il muro di silenzio, indifferenza e menefreghismo che sentono attorno a loro. Gli animali, dunque, sono il motivo scatenante. O meglio. La considerazione e i trattamenti a loro destinati per mano umana, lo sono Nel romanzo di Grugni, dunque, emergono due principali macro tematiche, capaci di scatenare dibattiti quanto alzate di spalle e risate ironiche. L’alimentazione e la speranza.

Essere o diventare vegetariano o vegano. L’argomento prende forma lentamente – forse – perché non è lì che Grugni vuole focalizzare tutta l’attenzione. Eppure si sono scatenate diverse reazioni, dopo l’uscita del libro, essendo un dibattito ancora aperto, controverso nei contenuti quanti nelle sfumature. Prima di tutto vegano (sito utile: vegfacile.info ) non è sinonimo di vegetariano ( sito utile: vegetariani.it ), in quanto il primo non elimina dalla dieta solo carne e pesce bensì tutti i possibili derivati (latte ad esempio) nonché ogni prodotto che per essere ottenuto ha implicato abusi di qualsiasi tipo verso gli animali. Sottili differenze, sostiene qualcuno, che sono però sostanziali differenze nella vita pratica da cui i pareri tutt’ora contrastanti di nutrizionisti e medici. Ma, come accennavo sopra, il romanzo non è un inno verso specifici regimi alimentari fini a se stessi, una mera presa di posizione motivata, piuttosto la denuncia di un elenco – lungo, molto lungo – di comportamenti, modi di vivere, acquistare e consumare senza alcun rispetto tanto meno consapevolezza di quanto gli animali gridano ogni giorno ‘aiutami’, diventano trascurabili parti del ciclo (alimentare quanto ludico o commerciale). Strumentalizzare un romanzo come questo è fin troppo facile, io credo.

Jeffrey Moussaieff Masson, è stato psicoanalista e direttore degli Archivi Sigmund Freud, autore di numerosi saggi tra i quali il recentissimo ’Cosa c’è nel tuo piatto?’ edito in Italia dal Cairo Editore. Proprio in questo saggio, Masson analizza approfonditamente le attuali dinamiche che portano i cibi dentro i nostri piatti. La realtà descritta con una franchezza disarmante, è naturalmente quella americana ma non credo che il lettore europeo possa coscientemente dissociarsi ritenendo quanto letto ’appartenente a un altro pianeta’. Ne esce un testo duro, grave, dove le logiche del mercato alimentare spadroneggiano sulla vita (poco importa che sia animale in realtà, ’vita’ è già sufficiente come termine, dovrebbe almeno), dove i processi di produzione hanno modificato la qualità del vivere stesso degli animali, anzi, li hanno resi semplici oggetti per il nutrimento umano, spesso senza alcuna logica o reale necessità. Un libro che denuncia insomma, senza girare intorno alle questioni, senza ’mandarla a dire’. Masson ha visitato personalmente (tutt’ora pare lo faccia) allevamenti, fattorie, catene alimentari, battute di pesca. Personalmente nel significato letterale. Masson ha visto. Ha sentito le grida degli animali, ha memoria dei trattamenti, delle piccole ma importanti torture inflitte loro per far si che il tal prodotto sia quello cercato dal compratore ovvero sia come noi lo vogliamo. E vedere tutto questo lo ha profondamente segnato. Jeffrey Moussaieff Masson è diventato vegano e nel corso dei capitoli ne spiega anche le motivazioni, dettaglia tappe e ragionamenti che nel tempo, passando attraverso anni di osservazioni e scelte, lo hanno portato oggi a non sentirsi più ’complice’ di tutto quello che ora sa viene inflitto agli animali per dare da mangiare all’uomo, una forma di complicità tra l’altro tacitamente ammessa, implicita nell’atto stesso del mangiare. Occhio non vede, cuore non duole, dicono i saggi. Questo è uno degli aspetti che più il libro cerca di demolire. Sapere per capire, per conoscere come si arriva al patè che abbiamo sotto al naso, ma anche il tonno in scatola, i petti di pollo e tutto il resto passando per piatti prelibati quanto inutili dal punto di vista nutrizionale. Ha scritto Masson: “Non credo che sarei diventato vegano senza una conoscenza diretta di questo tipo.”

Ma c’è di più.

Il saggio svela i c.d.’segreti’ dell’incremento produttivo (che in realtà ormai non lo sono più tanto, segreti, per chi ha voglia di sapere on line certe informazioni, armandosi di santa pazienza o buoni motori di ricerca, si trovano) ovvero come l’uomo è riuscito ad aumentare i quantitativi attraverso processi subiti dagli animali che vengono dunque, ingozzati, ingrassati, imbottiti di farmaci (che restano poi nei ’prodotti consumati’ finendo ingeriti dall’uomo stesso), reclusi, legati, vengono loro accelerati i ritmi, impediti i movimenti, danneggiati organi o ’parti non utili’.
La realtà narrata da Masson non lascia scampo a interpretazioni.
Per nutrirsi l’essere umano non solo ha letteralmente piegato altre specie viventi, destinate a nascere per morire nel dolore, ma – se questo non bastasse – si sottopone a ingerimenti continui di sostanze dannose utilizzate in fase di allevamento ma anche dopo, durante i diversi cicli di trasformazione finchè il cibo non assume l’ ’aspetto’ desiderato.
Masson argomenta il più possibile, il suo essere vegano, le sue motivazioni personali nate però da anni di osservazioni, riscontri ’reali’ e non teorici quanto possono apparire le pagine di questo libro; Masson dunque non teme confronti. Propone obbiezioni e le confuta.

La stessa definizione di animale, che tanto arrovella il mondo scientifico, medico, la morale e l’etica, viene passata attraverso uno scanner accurato.

Senza dubbio ci sono davvero persone convinte che, se gli animali non hanno coscienza della sofferenza che sono costretti a sopportare, allora non dovremmo provare rimorso nell’infliggerla né sentirci costretti a porvi fine. […] … è molto calzante la celebre osservazioni di Jeremy Bentham: « Non dobbiamo chiederci se sono in grado di ragionare o se sono in grado di parlare. Piuttosto, dobbiamo chiederci se sono in grado di soffrire» (pag.24)

Molti studiosi del comportamento animale e altri biologi considerano insensata la questione della felicità animale. Non possiamo sapere, sostengono, cosa renda felice un animale.
(pag.59 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Se dunque taluni considerano possibile che gli animali siano incapaci di provare sentimenti, la loro percezione del dolore dovrebbe essere relativa, poco significativa. Per quanto mi è impossibile anche solo consideare una teoria del genere, di fatto è la stessa dinamica tutt’ora riscontrabile in molti operatori dell’industria alimentare. Le scritte ’qui alleviamo con amore’ oppure ’ qui si rispettano gli animali’ che pare siano ancora appese in alcune floride fattorie americane, sono la diretta espressione di una precisa filosofia che ’non vede’ ciò che ha davanti. Che non vuole riconoscere, non deve, le atrocità commesse per un piatto qualsiasi. Che non può neanche permettersi di guardare in faccia una mucca che penzola a testa in giù o una gallina con il becco tagliato per non parlare dei corpi che galleggiano a pelo d’acqua dei pesci finiti nelle reti ma non ‘utili’, quelli che semplicemente si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato e vengono rigettati in mare morti o moribondi.

A quasi tutte le galline destinate alla produzione di uova viene scorciato il becco quando sono ancora pulcini. Il più delle volte l’operazione viene eseguita con un macchinario elettrico la cui lama rovente taglia metà del becco superiore e un terzo di quello inferiore (al momento non è noto quanti pulcini muoiano per il trauma dovuto all’operazione). La ragione di questo intervento è che altrimenti, dato il sovraffollamento esistente nelle gabbie in cui vengono rinchiuse, le galline finirebbero con il beccarsi e ferirsi a vicenda.
Ho chiesto spiegazioni su questa procedura agli uomini che la eseguivano e mi hanno risposto che è come tagliare le unghie a un essere umano. Ma ciò è palesemente falso. Non ci sono terminazioni nervose nelle unghie, mentre ce ne sono molte nel becco delle galline. Sarebbe esatto dire che la procedura equivale a tagliare l’ultima falange delle dita a un essere umano. […] Le terminazioni nervose ricrescono, ma il trauma cambia l’immediata formazione di un neuroma, un groviglio di fibre nervose e tessuto cicatriziale che spesso trasuda escrezioni. […]… il risultato di quell’operazione non può che essere l’insorgere di dolori cronici e acuti.
(pag.65 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Lo stralcio che ho riportato sopra è uno dei tanti esempi di ‘dinamiche industriali nel moderno mercato alimentare’. Ed è agghiacciante non soltanto per l’operazione in sé quanto per le cause scatenanti e lo schema innescato. Innanzitutto non si deve dimenticare che, nell’esempio di cui sopra, l’obbiettivo da raggiungere era intensificare al massimo la produzione di uova. Per farlo, le galline vengono tenute in spazi ristretti ma in quantità crescenti (minimizzare i costi, massimizzare i profitti, le classiche regole della produttività). Dunque sovraffollamento, e conseguentemente il beccarsi tra loro, che le galline non possono evitare non avendo spazio alcuni entro cui muoversi. E, infine, la soluzione scelta, la pratica di ‘scorciatura dei becchi’ già nei pulcini. Da questa semplice analisi che propongo è facile intuire quanto, le dinamiche industriali che mirano a incrementare i quantitativi minimizzando i costi, hanno trasformato anche le produzioni più semplici in mostruose catene che fagocitano gli animali i cui destini dipendono da quanto possono ‘essere utili all’alimentazione umana’ e da quanto lo possono fare sempre più in fretta e con risultati numericamente in crescita. Logiche che lasciano senza fiato. L’immagine della contadina che prende alcune uova dal giaciglio e tranquillamente se le porta in casa mentre la gallina scorazza nel cortile; quest’immagine è bruciata per sempre.

Dopo la lettura di questo saggio credo sia più semplice capire la rabbia che trapela da alcuni personaggi di ’Aiutami’, quella ferocia che Grugni ha rivesato sulla storia, dentro le voci, Masson la trasforma in logica, in fatti se non proprio oggettivi quanto meno ’registrati’, concreti quanto basta per rifletterci senza la facile copertura da ’tanto è un romanzo, è tutto finto, esagerato per copione’.

Al diventare vegetariano o vegano, poi, Masson dedica l’ultimo capitolo. Una sorta di diario, resoconto delle sue esperienze, scelte motivate e suggerimenti nutrizionali mai gratuiti, piuttosto supportati dalle considerazioni scientifiche di istituzioni, enti e organizzazioni americane ma soprattutto dal buonsenso. Non meno intenso e coinvolgente è il penultimo capitolo che affronta, smonta e spoglia le ‘negazioni’ in ogni forma, approccio e logica. E’ possibile non essere d’accordo con le argomentazioni, ma evitare di rifletterci, davvero difficile.

Quando questa negazione viene sottoposta alla nostra attenzione, chiamiamo in causa una serie di cliché per giustificare l’uccisione di altre creature. In effetti questo ricorso ai cliché è già di per sé una prima difesa, un modo per non riflettere davvero sull’argomento. Eccone un parziale elenco: 1) Gli uomini sono onnivori, lo sono sempre stati e sempre lo saranno, 2) Ha un buon sapore, 3) Abbiamo bisogno della carne per vivere in salute, 4) Gli animali si mangiano l’un l’altro, perché non dobbiamo fare lo stesso? …
(pag.161- Chi c’è nel tuo piatto?)


Altra ‘controversa questione’ scatenata da ’Aiutami’ è la speranza. L’happy end che non c’è (considerato invece politically correct in narrativa e in generale nelle storie ‘raccontate’) ma non solo. Il senso di crollo, di annegamento lento ma costante, inevitabile quanto faticosa ammissione che l’essere umano ‘si’ sta affogando, aggrappato alla cieca-sorda-muta convinzione di essere ‘superiore’ all’animale. Un messaggio forte, estremo forse anche. Dunque fraintendibile. Che porta con sé un’altra etichetta pericolosa, secondo me: quella di ‘libro eccessivo, non costruttivo’. Come se il punto fosse lo stupire per forza.

Noi non abbiamo più voluto passare per animali, esseri così carnali, ma solo uomini evitando altri eteronomi. E nella mutazione semantica non c’è stata metempiscosi ma solo cirrosi. Ma l’anima è rimasta a loro, a noi, è scritto nella fenomenologia della nostra etimologia, l’humus, la terra, la materia, lo spirito perso già al primo capoverso.
(pag.21, corrispondenza con il Maestro, Aiutami)

«Dimmi perché mi hai chiamato»
«Per dirti che ti amo e che se ti diranno che ero fuori di me avranno ragione ma non avranno capito niente. In questa società chi è in sé è chiuso dentro se stesso, è in un circolo chiuso dal quale non può sfuggire. Per vivere, bisogna essere fuori di sé, fuori da se stessi, solo in questo modo ci si può vedere, ci si può comprendere. […]»
(pag.119 – Aiutami)

Non c’è l’happy end, dicevo, ci sono puntuali e precisi abbozzi di denunce, i personaggi ‘credono’ e decidono di agire. Decidono di trasferire sulla carne le grida degli animali, quel ‘salvami’ che è un loop straziante, ma ancora non abbastanza assordante, pare. Allora chiudendo il libro mi sono domandata: tutto questo è un’onda che si infrange e non lascia tracce? Non serve insomma, sapere e lottare? E’ questo il messaggio di Riccardo (del romanzo)? Perché c’è una frase che mi è rimasta impressa, una frase che qui ripropongo decontestualizzata per non svelare nulla della trama:

Credi che ci sia ancora qualche racconto sopra le nuvole?
(pag.115, voce di Richy – Aiutami)

In ’Cosa c’è nel tuo piatto?’ non mi sento di affermare che si propone una versione della vita senza speranza. Jeffrey Moussaieff Masson ripete più volte nel saggio che le scelte sono appunto scelte. Ma in quanto mutevoli, modificabili, possono contribuire a interrompere o almeno rallentare i potenti processi industriali che stanno distruggendo il pianeta.

Ogni pasto è come l’espressione di un voto. Possiamo fare la differenza con ogni boccone. Non possiamo scegliere di ignorare l’argomento, di pensare che non ci riguardi. Perché ci riguarda eccome.§
Come individui, siamo programmati per non fare troppe domande su ciò che la società reputa indispensabile per la propria sopravvivenza. […] Riconoscere l’impatto sull’ambiente significa uscire dalla gabbia delle consuetudini quotidiane. Abbiamo bisogno di studiare per prendere atto di qualcosa che finora siamo stati incoraggiati e abituati a ignorare.
(pag.56-57 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Di certo non ne esce un’immagine facile, di questo nostro vivere oggi dove l’abitudine è non sapere. Fermarsi al supermato, nei negozi, riempire carrelli di prodotti di ogni tipo (freschi ma anche scatolette, sacchetti, surgelati, ingredienti elaborati) e dopo la cassa correre a casa a ingrassare dispense e frigoriferi fino al prossimo pasto. Ma del ’come’ quei prodotti sono diventati tali, chi li ha realizzati e soprattutto in che modo. No, di tutto questo non si parla. Meglio non pensare al naso del maiale, agli occhi del cavallo, alle pinne lucide del pesce, e così via. Meglio continuare a fingere che sono rari i casi in cui si inniettano cortisonici o altri intrugli chimici che poi restano nell’animale e finiscono nei nostri stomaci o in quelli dei nostri figli. Meglio si, ma per chi davvero?

Nessun animale addomesticato, tranne forse il gatto, conduce il tipo di vita cui lo ha destinato la natura. Tutti i cambiamenti che gli uomini sono riusciti a effettuare, soprattutto tramite gli allevamenti selettivi, non mirano al beneficio dell’animale: siamo noi a trarne beneficio, mentre l’animale ne subisce le conseguenze. Questo significa che se ci preoccupiamo per la sofferenza degli animali e per la qualità della loro vita dobbiamo smettere di mangiare tutti i prodotti di derivazione animale? Temo di si: personalmente, non vedo altre conclusioni possibili. Dico ‘temo’ perché mi rendo conto di quanto una scelta del genere sia lontana dalle convinzioni e dalle abitudini di tante persone.
(pag.103 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Masson però, seppure nelle descrizioni puntuali, tra analisi spiazzanti e logiche serrate, non cerca allarmismi insensati, secondo me. Non è tanto l’esagerazione, l’intento primario, quanto colpire duro per scatenare una reazione qualsiasi, purchè sia una reazione, qualcosa di diverso dall’attuale ignoranza che è tacita approvazione.

Gli animali patiscono le pene dell’inferno a causa della nostra ignoranza. Il minimo che possiamo fare è ridurre questa ignoranza.
(pag.104 – Chi c’è nel tuo piatto?)

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 26, 2009 alle 2:32 am

Pubblicato in 2009

Grugni Paolo – Aiutami

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“… una canzone che fu un’animalista sollevazione, un manifesto di cui tutti dovrebbero conoscere il testo.”
(pag. 67 – Aiutami di Paolo Grugni, Barbera 2008)

Heifer whines could be human cries
Closer comes the screaming knife
This beautiful creature must die
This beautiful creature must die
A death for no reason
And death for no reason is murder
And the flesh you so fancifully fry
Is not succulent, tasty or kind
It’s death for no reason
And death for no reason is murder
And the calf that you carve with a smile
Is murder
( Meat Is Murder – The Smiths, 1985)

Testo completo della canzone QUI.
Su YouTube.

Recita la quarta di copertina di Barbera: questa storia è la storia di cinque animalisti: Ricky, Bruno, Claudio, Sara e Giovanni. È la storia dei loro ideali, dei loro dubbi, dei loro sogni, della loro voglia di un mondo più giusto per uomini e animali. Siamo nel novembre 2008, a Milano, quando in un convulso fine settimana i cinque protagonisti mettono in atto il rapimento di Luigi Banes, cacciatore e assessore della regione Lombardia. Lo trasportano in Valtellina e lo tengono sotto sequestro, poi all’improvviso tutto cambia e i ruoli di forza all’interno del gruppo portano a una piega degli eventi diversa da quella prevista. Fino alla conclusione che inchioda ognuno alle sue responsabilità, lettore compreso.

Paolo Grugni, giornalista, autore televisivo e scrittore, ma anche vegetariano e animalista con ‘Aiutami’ (Barbera Editore, 2008, qui il booktrailer) ha voluto colpire proprio lì, tra le piaghe di una società che vive ‘contro’ gli animali. Un libro che denuncia ma non trascura l’impatto narrativo, dove le parole hanno un peso specifico preciso, le scelte non sono né casuali tanto meno ‘comode’.

Pubblicato nella collana ’Armi da taglio’ sottotitolo: libri che affondano il colpo, collana diretta da Gabriele Dadati, ’Aiutami’ è un romanzo molto ambizioso. Cinque animalisti e un rapimento. C’è un vago senso di familiarità tra le parole e la cronaca, con qualche scritta in piccolo che scorre sugli schermi mentre un mezzo busto parla. Familiarità scrivo, perché la ’causa animalista’ ogni anno ritorna, accade qualcosa o qualcuno fa accadere qualcosa che riporta alla ribalta certe frasi per alcune ore, magari un paio di giorni a essere molto fortunati. Ci fu quella volta che una modella famossima, pantera nera feroce, venne cacciata da una certa campagna contro le pellecce, o qualcosa del genere. Fatti così, che poi ’fatti’ possono anche non esserlo, basta un accadimento extra normale, uno scintillio improvviso che nomina gli animali e allora tutti lì a scuotere la testa (no, no, così non si fa, gli animali sono creature, esseri viventi indifesi). Solo che la ’faccenda’ è un tantino più complicata di così. E Grugni parte proprio da qui, dal bisogno di sbriciolare falsi interessi, frasi fatte per non essere ascoltate, dalla necessità di scavare, svelare, affondare nelle numerose implicazioni legate al movimento animalista, dunque cinque giovani animalisti diventano i protagonisti di questa storia. Poi un rapimento reso necessario, imposto quasi, dall’andamento immutabile di questo nostro vivere oggi. Dall’assenza di coscienza, pare anche. Dal menefreismo che è poi anche egoismo individuale di volere questo o quello, comprare, comprare, avere poi gettare.

Ma chi sono, innanzi tutto, Riccardo, Bruno, Claudio, Giovanni e Sara? Cosa vogliono davvero? Cosa sperano di cambiare? Lo svela l’autore, nel corso della narrazione, senza troppe presentazioni ufficiali.

“… Le idee, per dimostrare di essere giuste e cambiare lo stato delle cose, non possono mai diventare indottrinamento, verrebbero imposte e non comrpese. E’ così che, degenerando, portano alla nascita delle dittature” dice Giulia, conosciuta da poco da Riccardo ( il personaggio che più spicca nella storia ) ma già – subito – importante. Una prima ’imbeccata’ al lettore, attraverso le parole di un personaggio estraneo al gruppo. Poi un’apparente precisazione più avanti, a pag. 87: “… ma la cosa appariva ancora un gioco che altri, solo i criminali veri, quelli che finivano con la foto segnaletica sul giornale, potevano pensare veramente di portare a termine”. Portare a termine, diventa un concetto-chiave dunque.

Poi la consapevolezza, anzi, l’ufficializzazione della consapevolezza (in parte sottintesa dalla stessa quarta di copertina di Barbera) qualche pagina dopo: “Uno sguardo gli bastò per capire che erano il punto di interesezione d’infiniti determinismi, in apparenza liberi di agire e creare il loro destino, ma la situazione in cui si erano ritrovati, come tutte le situazioni, era solo apparentemente frutto di una loro scelta.” Punto d’intersezione-infiniti-determinismi sono incastri precisi, netti, come pure apparenza-liberi-apparentemente-scelta. Qui la terminologia diventa ricerca espressiva fondata sulla sostanza, una frase per chiarire ogni sottinteso che fino a quel momento, attraverso la narrazione di oltre metà libro, era rimasto in volontaria latitanza.

Ma c’è anche, una collocazione sociale, una serie di potenziali ruoli attribuibili ai personaggi: “La gente li avrebbe chiamati delinquenti, i politici li avrebbero definiti terroristi, tutti pronti all’unanime condanna… [...] Le rivoluzioni devono cambiare tutti i tempi, rivedere il passato, mutare il presente, modellare il futuro. Per questo i cambiamenti della società non erano mai stati e non potevano essere indolori ma dovevano servire a sgretolare le false certezze e ribaltare le posizioni mummificanti il metabolismo cerebrale. [..] Ma ci voleva la scintilla, quella che avrebb fatto sollevare gli animalisti in tutto il mondo…” (pag.98). Cambiamenti e scintilla. Ecco chi sono questi ragazzi che Grugni tratteggia con imperfezioni fisiche ma soprattutto interiori, ognuno con demoni diversi da tenere sotto controllo, paure, incertezze, consapevolezze e memorie quasi mai facili da portarsi in giro.

In realtà c’è già, molto prima, una definizione trasparente lasciata da Riccardo stesso in una sorta di corrispondenza epistolare unilaterale col ’Maestro’ Ennio Morricone sulla cui dinamica tornerò dopo, Riccardo dice:

“Maestro, mi piace immaginare che io e gli altri siamo mucchio selvaggio pronti per quello che la gente definirà un pubblico oltraggio, per me è solo un gesto di alto linguaggio. [...]… anche se le diranno che sono dei criminali, non è vero, hanno solo difeso gli animali.” (pag. 46)

C’è dunque, questa netta spaccatura, da subito, tra come verranno ‘qualificati’, ‘etichettati’ dalla gente, e ciò che invece pensano i personaggi stessi, quello che le voci tentano di trasformare in materia, in scelta consapevole e motivata, seria insomma, ’mucchio selvaggio’ dice Riccardo, ma capace di procurare quella ’scintilla’ che potrebbe avviare il cambiamento. Se ne percepisce la purezza negli intenti, che naturalmente contrasta con l’idea stessa del ’rapimento’ e del suo svolgimento pratico raccontato da Grugni con un’interessante scelta strutturale ovvero la spaccatura in ’frame’ poi assemblati, in ogni frammento è l’angolazione di un personaggio a dominarne contenuti e osservazioni, in modo tale da ’rivedere’ anche gesti e sequenze più d’una volta ma attraverso ‘occhi’ diversi.

La struttura del romanzo non distingue capitoli, non in senso tradizionale. La narrazione è una successione di ‘parti brevi’ unite dallo stesso registro, dall’intento di raccontare una scena o un personaggio. Ma in queste parti il narratore e la struttura stessa variano alternando così la voce di Riccardo (che però ‘parla’ sempre con Giulia) con – meno frequentemente – la voce di Giulia (che a sua volta ‘parla’ esclusivamente con Riccardo) dal narratore esterno fino alla lunga corrispondenza al ‘Maestro’ (Morricone, già citato sopra). Quattro macro strutture di fatto, ognuna funzionale, spezzate poi unite a formare un composto preciso, dal ritmo serrato.

Le voci di Riccardo e Giulia, che si parlano a distanza, pensando, ragionando finiscono piano, piano con l’avvicinarsi facendosi bastare rari e preziosi incontri che restano nell’aria, li rendono vicini nella lontananza, nonostante gli avvenimenti che pressano, e l’affondare in logiche difficili, complesse quali le conseguenze delle azioni umane sugli animali. Una storia d’amore delicata, non scontata, che si alimenta di bisogni semplici e restituisce l’immagine di un protagonista pieno di sfaccettature, che non è solo il ‘capo’ del gruppo, bensì molto altro.

Poi Morricone. Una scelta notevole, secondo me, perché attraverso questa sorta di corrispondenza silenziosa (è Riccardo che scrive al Maestro, non c’è bilateralità) Grugni ha la possibilità di introdurre numerose tematiche ‘spinose’, dolorose e difficili, quel genere di scavi che normalmente annoiano, infastidiscono o peggio, tediano. Affrontati in questo modo, invece, veloci, frasi secche, in rima, quasi non ci si accorge di averli letti. Quasi. Perché i sensi restano, graffianti fino all’osso, ferocissimi. In rima, si. Perché a Riccardo viene ‘naturale’ scrivere così. Un espediente strutturale interessante insomma, che spezza il ritmo, non pesa al lettore e ‘fa passare’, trasmette, nozioni crude, necessarie. E’ proprio scrivendo a Morricone che Grugni, usando la voce di Riccardo, denuncia: caccia e cacciatori ( utile il sito della Lega per l’abolizione della caccia ), caccia alle balene, vivisezione, corrida e circhi, gavage, macellazione, mucca pazza, Laika (la cagnolina lanciata nello spazio nel ’57), pesca e pescatori, le ricerche per l’Aids, cyber hunting (caccia visivamente riproposta on line, di solito attraverso web cam ), finning, diventare vegetariani, l’uso di medicinali sugli animali, alcune abitudini alimentari dei cinesi, cavie, i danni del linguaggio (frammento di un’ironia fulminante), abbandono degli animali, combattimenti tra cani, infine il concetto di ‘uguaglianza’ tra uomo e animale.

Ma non solo, scrivendo al Maestro, Riccardo si permette nomi illustri, della politica quanto del mondo dello spettacolo (moda e sport compresi ovviamente), dell’economia e delle arti; e lo può fare solo in questo modo, non intervenendo nella narrazione principale, evitando l’effetto ‘boomerang’ ovvero la strumentalizzazione di talune affermazioni in bocca a personaggi o dentro scene. 

Lo stile di Grugni, merita una considerazione a parte.

La presentazione di scene e personaggi frantuma schemi e regole di sintassi, in favore della semantica. Il lettore potrà sentirsi confuso, all’inizio, l’assenza di distinzioni oggettive, distinguibili facilmente, può spiazzare. Ma è una percezione labile, che passa presto, secondo me. L’amalgama di Grugni è pulsante, piena di passato, presente in corso, pensieri e discorsi diretti che si flettono, mischiano, incastrano, restituendo un flusso narrativo visivo, sensoriale quanto frizzante.

“In casa girava una gatta che nessuno aveva mai pensato di sterilizzare, di notte rimaneva in giardino e ogni anno restava incinta, sua madre prendeva i cuccioli appena nati e li buttava nel cesso, lei li guardava galleggiare per un secondo poi giù nelle foglie (1). In viale Porpora per la fretta prese un rosso senza accorgersene, evitò l’impatto all’ultimo istante (2), brutta troia dove vai (3). Insieme al suo gruppo di preghiera stava ore inginocchiata a recitare il rosario, le ginocchia gonfie, la lingua secca… […] (1) Arrivò all’appuntamento che gli altri erano lì per andarsene, solo Richy era ancora in piedi… (2)”

(1) frammento passato – n.d.r.
(2) frammento degli sviluppi in corso – n.d.r.
(3) scheggia discorso diretto –n.d.r.

Mettendo temporaneamente in stand-by le cause animaliste nel complesso (a tal proposito ripropongo un sito segnalato dallo stesso Grugni trai i ringraziamenti nel libro: AgireOra per gli animali. ), ci sono, a mio avviso, due ’macro tematiche’ sfiorate da questo libro e che hanno scatenato dibattiti e pareri contrastanti.

L’essere, ma anche il diventare vegetariano oppure (risottolineo ’oppure’) vegano.

E la ’speranza’ intesa come messaggio ’finale’, come eventuale approccio alle denunce stesse sollevate dal romanzo.

Tornerò su questi elementi con un altro pezzo, sperando di riuscire a unire la voce di Paolo Grugni con quella di un altro autore, Jeffrey Moussaieff Masson, che con un saggio, pubblicato in Italia da Cairo Editore da neanche due settimane, si propone di chiarire ’Cosa c’è nel tuo piatto?’.

Ultime annotazioni personali: per chi ha letto, legge o leggerà ’Aiutami’, da non perdere alcune frecce linguistiche preziose.
“Siamo tutti vivi terminali”;
“Il senso contromano della vita”;
“ammobiliare in fretta un pensiero”,
“Gli occhi senza sonno, marmellata di luce”.
Poi certamente: ‘la maggior parte della gente quando scopa, scopa se stessa’.


Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 22, 2009 alle 2:31 am

Pubblicato in 2009

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Mancassola Marco: Il ventisettesimo anno parte II

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La prima pillola QUI

Il primo racconto, nel complesso, mi è arrivato di più, probabilmente per l’incedere, lo scegliere un raccontare coinvolgente, che in ogni pagina srotola lentamente una matassa mutevole. Il ventisettesimo anno è quello che libera il protagonista da una precisa schiavitù legata alla morte di un fratello maggiore. Oltre il ventisettesimo anno c’è il nulla, perché l’altro fratello, venuto prima, non è vissuto abbastanza per mandare avanti le lancette del tempo, per compiere altri anni e generare quindi memorie, esperienze, punti di riferimento da richiamare, cercare o forse anche emulare.

Mentre la realtà invocata dal secondo racconto finisce in una storia macabra consumata tra cimiteri e parti gemellari dai contorni quasi morbosi, ma raccontata in un locale qualunque bevendo tra il vociare sempre più fastidioso.

Il primo racconto è un’esplorazione simil chirurgica dell’esistenza di un personaggio, prima bambino poi adulto, che crescendo scopre, si interroga, costretto ad affrontare perdite difficili da riassorbire, come tanti piccoli ematomi mai scomparsi del tutto. Ed è un’esplorazione intima, profonda, dove il narratore esterno non risparmia, affonda. Con un finale che in un certo senso recupera l’inizio, e che mi ha fatto ripensare all’ouroboro, serpente che si morde la coda, simbolo e chiave di un altro romanzo del quale Mancassola scrisse, prevedendone gli echi (Uno in diviso di Alcide Pierantozzi). Il racconto inizia nel ‘prologo’ con la scena di un incidente e si conclude con un altro incidente dai contorni sfocati. “ Un incidente è una deviazione improvvisa” si legge nelle ultime righe, “E’ qualcosa che ti porta lontano, sempre più lontano, da un tragitto originario che non ricordi neppure più, ma che pure dev’esserci stato.” (pag.53). E ‘incidente’, ‘morte’ e ‘lontano’ sono termini ricorrenti per sensi,e scavi.

Nel secondo racconto, invece, si esplora una storia dove i personaggi appaiono e scompaiono, mutano nelle forme (e non solo in senso metaforico) eppure si resta – leggendo – fermi su un’inquadratura apparentemente lontana proprio perché chi narra è anche personaggio: la scena iniziale (che si sottintende essere la principale) inquadra due amici a bere in un locale.

Ultima annotazione tecnica: si ritrova un uso moderato e controllato delle parentesi come ‘contenitori’ di frasi che sono contenuti su piani non coincidenti con la narrazione principale. Un’ulteriore amplificazione dei sensi di un dato momento narrativo.

E mentre sapeva anche allora, naturalmente, che quelle cose un giorno, pur continuando a rappresentare un’idea di divertimento, avrebbero di fatto contato meno (forse perché è il divertimento a non essere più centrale nei suoi pensieri, ad aver dimostrato l’efficacia, come una medicina cui le malattie hanno imparato a resistere, al riscatto di qualunque cosa si potesse o dovesse riscattare), ciò cui non pensava era quanto simili sarebbero apparsi, a un occhio esterno e senza tempo…
(pag.38)

Un ‘piccolo libro’ che si legge velocemente, scivola ma assesta colpi e riflessioni. Adatto alle pause brevi e che invoglia, viene da chiedersi cosa può fare l’autore con questi e magari molti altri strumenti narrativi, formando, curando e restituendo storie di altra lunghezza.

Questa edizione è impreziosita e contaminata profondamente dalle fotografie di Pierantonio Tanzola, valore aggiunto coraggioso (per il mercato editoriale) quanto espansione creativa colma di suggestioni e potenziali interpretazioni.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 19, 2009 alle 2:20 am

Pubblicato in 2009

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Dadati Gabriele – Sorvegliato dai fantasmi

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Siamo in pieno agosto, tempo di vacanze per qualcuno, per altri solo afa, caldo e città semi deserte. Tempo di sospensioni, lunghe o brevi che siano.
Comunque.
Già da luglio, in alcuni casi giugno, sono iniziati i ‘proclami’ da letture ’estive’. Come se le stagioni imponessero per tutti gli stessi ritmi, le stesse dinamiche di fatica e riposo, presenza e assenza, tempo o non.
Allora in questo giovedì post ferragosto propongo una lettura che non ha nulla a che fare con l’essere sotto l’ombrellone o in coda davanti al semaforo. Un libro che non è best seller internazionale tanto meno novità dell’ultim’ora.
Sorvegliato dai fantasmi di Gabriele Dadati.
Quando questo libro è arrivato per la prima volta in libreria era il 14 febbraio 2006: avevo ventitré anni. L’avevo consegnato all’editore verso la fine del 2004, e scritto nei due anni precedenti…
(pag.205)
Nella ‘nota alla nuova dizione’ Dadati dice tutto quello che il lettore non sa ma dovrebbe. E lo fa con intelligenza, semplicità. Lo fa, forse senza la piena consapevolezza, preparando il lettore a ‘un’ Dadati che nel 2008, anno della nuova pubblicazione per Barbera, non solo compie ventisei anni ma procede attraverso un percorso narrativo, strutturale ed esplorativo cbe, fra qualche settimana, si evolverà con l’uscita di un nuovo romanzo.
A rileggermi e a ripensare a quel Gabriele mi viene un naturale senso di tenerezza.
(pag.205)
E bisogna aspettare il nuovo libro per capirne a pieno il senso. Bisogna spostare piani temporali. ‘Sorvegliato dai fantasmi’ è stato scritto da un poco più che ventenne con diverse idee in testa, storie, strumenti narrativi da testare, sperimentare, affinare. E’ stato scritto per essere tante cose in uno, nell’insieme che è poi diventato già dalla prima pubblicazione.
Si tratta di una raccolta di racconti. Ma non ho intenzione qui di riprende l’ormai raggrinzita diatriba tra ‘romanzo si, racconti no’. Diatriba peraltro irrisolta, seppure le meravigliose statistiche di gradimento e vendita delle case editrici non lasciano spazio a logiche. Il mercato, in generale, non ha poi tutta questa voglia di teorizzare, gli basta instupidire, il più delle volte.
Questi racconti però, che hanno avuto precisi riscontri già dalla prima pubblicazione (qui una sorta di rassegna stampa di PeQuod, primo editore), sono piccole tessiture imperfette che racchiudono generi, sensi e storie mai prevedibili, mai uguali tra loro, mai scontate o banali. “Se un romanzo costruisce un universo, un racconto crea un mondo. Gabriele Dadati, i suoi mondi, li costruisce con cura e abilità’ scrive Gianluca Morozzi nell’edizione per Barbera. E credo renda perfettamente l’idea che resta dopo la lettura.
I racconti scorrono in autonomia, sono indipendenti quanto variabili. In un certo senso si può affermare che accontentano anche ‘gusti diversi’. Il Dadati ventenne ha padronanza della penna, conosce la lingua, in parte se la flette a piacimento, ma soprattutto si mette alla prova con strumenti che sono tecniche e strutture della narrativa oltre la linearità e le trattazioni convenzionali. Dunque sapori, odori e intenti differenti. Ci sono gli sposi alla ricerca della felicità condivisa, i genitori che hanno perso l’ ‘io’ per un figlio amatissimo ma che in qualche sottile finestra scura, risveglia anche altro. Poi le indagini con annessi colpi di scena, scambio di identità e malattie. Perfino Max Pezzali, c’è, assieme all’ex compagno Mauro Repetto e ai sogni realizzati poi infranti. Ci sono lettere da prigioni, e prigioni tessute. C’è un’apocalisse annunciata a gran voce, vissuta oltre la fine poi disattesa, e portaceneri che sono schegge di ricordi e volti familiari persi.
“E’ il nascondimento di uno scrittore’ spiega la voce dello stesso Dadati in questo video-presentazione per Booksweb.tv, “ I fantasmi del titolo sono degli io narranti diversi dall’ io biologico dello scrittore che vengono ad esigere che la loro storia sia raccontata”. E sono “storie di prove affrontate” conclude l’autore, storie – aggiungo io – di tappe, evoluzioni, scelte e conseguenze. Ed è sorprendente, l’ho pensato sin dal primo racconto, come un ventenne possa entrare in sentimenti così diversi, angoli che si, sono comuni ma a chi li vive o li ha vissuti come l’essere genitori, ma anche l’amare nell’impossibilità di stare insieme, o ancora rincorrere un amore, attendere una fine annunciata accudendo, ricercare e assecondare verità scomode, insomma tanti spigoli che Dadati coglie con una certa precisa onestà. Rara direi, molto rara. Per età, crescita, e approfondimenti.
Altrettanto stupefacente è la capacità di ogni storia di ‘riempire’. Non che i sospesi manchino, anzi. Nulla si esaurisce, non soltanto per la lunghezza della narrazione ma anche per una sorta di visione d’insieme che riconosce le numerose variabili nelle storie e si sofferma solo su alcune. Questo fa il narratore, i fantasmi che (rac)colgono e sussurrano a personaggi addormentati quanto al lettore, chiunque esso sia, ovunque.
Una particolarità, elemento ‘curioso’ forse, anomalo di questa edizione per Barbera, è la necessità dell’autore di farsi presente, oltre i fantasmi e le storie in sé. ‘Necessità’ l’ho definita io, perché è così che mi è arrivata leggendo. C’è la già citata ‘nota alla nuova edizione’ ma anche uno scritto, l’ultimo non credo a caso, intitolato ‘Dovuto alla madre. Una lettera di dedica’. Tra queste pagine, in pratica le ultime otto su duecentosei, mi sembra siano diretta espressione del Dadati autore contemporaneo alla nuova edizione, scrittore ma anche essere che si espone, lascia parole che sono le sue, parlano di ciò che è oggi, che era, di ciò che è diventato o dove si tende mentre scrive, tra ricordi e volontà. Non conosco personalmente Dadati, eppure tra le righe qualcosa, piccola nervatura guizzante, sembra lasciarsi sfiorare.
Decidendo di scriverti invece mi costruisco lo spazio per chiarire i motivi per cui questo libro è tuo, e il primo motivo è questo: il libro che hai tra le mani è una restituzione. Queste storie pagano quelle che hai speso per me, su di me, quando ero piccolo.
(pag.201 – Dovuto alla madre)
E non c’è nessun bisogno che sia io a far notare come queste pagine diventano anche incursioni in una sorta di privato dell’autore, lo dicono le parole, il periodare, l’intimità che quasi pare violarsi nel momento stesso in cui viene letta. Eppure è anch’essa parte del libro, ne è elemento aggiunto forse, valore che si affianca alla pura narrazione, alle storie nate da digitazioni ed elaborazioni, scritture e riscritture, sebbene. Anche questa è una storia, un’altra.
I racconti sono strutture adattabili. Dunque vanno bene tra creme abbronzanti e bagni, quanto entro pause caffè o pranzi in piedi al bar. Di notte, sotto le coperte con la stanchezza che già pulsa sulla fronte o la mattina presto col caffè bollente tra labbra indolenzite.
Questi racconti impastati da Gabriele Dadati chiedono, però, qualche attenzione in più, rispetto alle storie che generalmente si decantano in questo periodo, d’estate intendo, in vacanza possibilmente (ammesso che in agosto si possa davvero non lavorare, tutti insieme appassionatamente). Richiedono un pizzico di attenzione perché celano spunti, dettagli e intenti. Non ancora così stratificati quanto, credo, nei prossimi scritti ma abbastanza da essere. Compiuti e intensi.
Tecnicamente la scrittura di Dadati ha già in questi racconti tratti caratteristici. Accenni in alcuni casi. Eppure importanti per ciò che era e forse sarà, virando o potenziando.
Le ripetizioni o meglio, l’abile uso di parole che si ripetono ravvicinatamente acutizzando percezioni e sensi.
Poi, durante il dicembre scorso, ha scoperto come muoversi nel buio e dove potesse portarlo il muoversi nel buio perché le porte della sua camera e della nostra camera si fronteggiano ed entrambe restano aperte la notte. Così, visto che c’era un calore speciale tra il corpo di Roberto e il mio, ha deciso di abitare quel calore, di tornare in possesso di quel calore che, si può dire certamente adesso che mi viene in mente, è proprio il calore da cui è nato. Quel calore, questo calore, perché parte esattamente da qui, …
(pag.10 – Vittorio si è scavato una nicchia)
Anche le parole, alcune in particolare, tendono all’emersione, si tendono nel tentativo – forse – di farsi notare più di altre. Credo che la più prepotente, tra le diverse storie sia ‘corpo’(e le sue declinazioni), prepotente e quasi onnipresente. Una partenza che è eredità. Un’altra che fa capolino, ancora acerba è ‘male’, ma anche ‘l’uomo’, ‘tempo’, ‘pioggia’, ‘idea’, ‘morto’, ‘calore’. Dadati ha lavorato molto, con le parole, si sente la ricerca, l’accuratezza.
Non mancano i simbolismi, tra le storie, alcuni più evidenti e forti di altri. Dadati si avvale di azioni, situazioni, gesti e personaggi, per lasciare ogni tanto altri messaggi, sensi che non solo finalizzati al racconto in sé.
Una cosa che mi fa impressione è aspettare su una banchina lungo un binario, stando al di là della linea gialla. Poi passa velocemente il treno in transito e se rimango fermo ho di fronte al volto un mentre di grande moto in cui se mi buttassi contro il fianco del treno verrei rimbalzato, a terra, rotto. Invece un attimo dopo il treno è passato, tutto è nuovamente fermo. Il fatto che non ci sia una gradualità del passaggio tra i due stati, il moto e l’immobile, è quello che mi riesce a impressionare.
(pag.59 – Portacenere)
Partendo da qui, prossimamente, il 3 settembre (salvo cambiamenti dell’ultimo momento) proporrò un’analisi-confronto sul nuovo romanzo di Gabriele Dadati, Il libro nero del mondo, Gaffi Editore. Con alcune domande all’autore.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 15, 2009 alle 4:07 pm

Pubblicato in 2009

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Ricordati

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Ricordati di Barbara Gozzi

Ma devo proprio?

Si.

Scatta con la mano leggermente incerta, di tre sparate in sequenza, una, quella di mezzo, è un ammasso di righe informi miscelate tra loro. Questa è l’ultima.

E si vede nella contrattura della mascella, nella piega plastica delle guance, nella sottile linea delle labbra. Si vede la vaga tensione, l’innaturale calma di un angolo del centro di Torino tra lembi di cassonetti e saracinesche chiuse. La mattina è ancora umida attraverso gli occhialoni nascondimi-al-mondo, la sciarpa blu in pile è la sua coperta di Linus, neanche ricorda quando la comprò. È morbida, in lavatrice regge fino a sessanta gradi. E nasconde l’accenno di scollatura del vestito dai motivi verdi infilato con calma, assieme all’unico paio di jeans. Prima di chiudere la porta della camera, nel piccolo albergo vicino alla stazione, si è messa il lucidalabbra color carne, i trucchi vistosi la mettono a disagio. Anche le fotografie. E il non sapere. Le strade dai nomi (s)conosciuti. Le gambe che tremano a una certa ora della giornata, tra gente indecisa se cazzeggiare o fare gli Sssscrittori.

Fatto.

Brava.

Rivolta la fotocamera come un riccio spinoso, spinge pulsanti e fissa il piccolo schermo. Storce il naso, le viene un’espressione ridicola, solo che non può accorgersene.

Sembro una statua di cera.

È  quello che sei, guardati e ricordati. Di oggi. Di questo. Di Torino. E di cosa stai diventando.

Ricordati.

Post originale sul Blog di Barbara Garlaschelli con foto ispirazione.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 12, 2009 alle 4:16 pm

Pubblicato in 2009

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(Pre)destinazioni da silenzio nella narrativa italiana di oggi.

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Un inizio “vero” non c’è. La questione, le questioni, non hanno nascita ma continuazioni. Eppure basta una lettura, un passaggio come tanti, nell’(il)limitata rete virtuale, basta lo scorrere veloce degli occhi sulle prime righe.
Il libro di Nicola Gardini, “I baroni” racconta una storia vera: come e perché dall’Università di Palermo il protagonista sia dovuto scappare e invece ad Oxford lo abbiano accolto a braccia aperte. Un tema di grande attualità, quindi. E il volume è pubblicato da un editore di rilievo nazionale: Feltrinelli.
Lo spazio web è quello di Roberto Alajmo, scrittore e giornalista, osservatore attento e acuto che non risparmia commenti, critiche e analisi. Il titolo del brevissimo pezzo è “non tanto strana, a pensarci bene”. Ma non è una donna, il problema. Ammesso che lo sia, problema. Piuttosto consuetudine vigliacca.
Per capire, affondare in acque profonde, proseguo nella lettura.
Da quando è uscito, sei mesi fa, nessun giornale siciliano ha ritenuto di occuparsene. Nemmeno un rigo. Ora, non dico che il libro sia bello o brutto, che dica cose giuste o sbagliate. Mi pare solo che il tema sia interessante, degno di essere discusso specialmente sulla stampa regionale. E siccome sui giornali siciliani ci si occupa persino, e in prima pagina, della scomparsa dei fermacarte dalle moderne scrivanie (sic), a me la cosa pare strana.

Allora si tratta di libri e basta. Beep. Risposta sbagliata.
Rintraccio qualche informazione su ’I baroni’ :

Nicola è un giovane studioso. Ha una laurea italiana e un dottorato americano. Tutto ciò che desidera è concentrarsi sulle sue ricerche, condividerle con altri studiosi, trasmettere ai più giovani ciò che ha imparato dai suoi maestri. Ma in Italia non è possibile perché l’Università italiana è sempre meno il luogo della ricerca, dell’insegnamento, della trasmissione del sapere.
Nell’Università italiana non governano il merito e la competenza. Nell’Università italiana governano i “baroni”: uomini di potere abituati a gestire l’Accademia come un giocattolo personale, a premiare la fedeltà anziché la libertà, a preferire un mediocre candidato “locale” ad un ottimo candidato “esterno” in barba all’interesse degli studenti e anche all’interesse generale.
Questo libro è un documento unico. È una denuncia e una confessione. Ma soprattutto è una storia vera: il racconto paradossale e a tratti kafkiano di dieci anni passati a barcamenarsi tra concorsi veri o fasulli, promesse fatte e non mantenute, vessazioni inutili, cose non dette o cose mandate a dire. Dove tutto conta tranne ciò che dovrebbe contare: l’originalità della ricerca, la dedizione all’insegnamento. Il lieto fine è purtroppo amaro. Nicola diventa professore ad Oxford, dove vince un concorso pur non avendo conoscenze. E l’Italia perde l’ennesimo “cervello”, l’ennesimo studioso regalato ad un Paese che non ha speso nulla per formarlo ma che ne sa mettere a frutto doti e lavoro (fonte: Ibs).
Ah ecco, una storia vera, la solita storia. Beep.
Mi rimbalza una frase, tra le altre: “nessun giornale siciliano ha ritenuto di occuparsene”. Dunque eccolo il nocciolo: i libri e le storie (pre)destinati a restare sconosciuti. Beep beep beep.
In ogni caso, se anche così fosse, Gardini se ne intende. Di sconosciuti ne ha scritto in un altro libro (Lo sconosciuto, Sironi, 2007 che lessi tempo fa). La “questione” in effetti, passa attraverso diversi “baroni” e moltissimi “Gardini”.
Le ragioni, quanto meno le macro ragioni, per cui deliberatamente un libro viene oscurato, ignorato, non menzionato (neanche per sbaglio) nelle comunicazioni di massa (web escluso dove le schegge impazzite, i capitani coraggiosi che ignorano le leggi di potere, quelle dei grandi, ancora si ostinano a leggere, scrivere e ragionare per più di cinque minuti con la propria testa: loro –pare– sopravvivano) sono due: complicazioni e pericolosità.
La prima è colpa dell’autore e si liquida facilmente come motivazione. Se una storia è difficile, simbolica, non da lettura di massa, se volutamente l’autore si è dato da fare per variare nello stile, ricercare fessure, strati, simboli, metafore o chissà quante altre diavolerie da intellettuale, allora si merita l’oblio, la condizione statica di (s)conosciuto.
L’altra ragione invece no, è più colpa della società. E anche qui la si chiude in fretta. Ci sono storie, specie se fondate, avvallate da testimonianze, voci vere, prestate alla narrativa che è anche invettiva ed estro; ci sono storie che non devono essere scritte, raccontate. Non dovrebbero. Perché finisce sempre che qualche corsaro idealista (maschio o femmina che sia) infrange le regole non protocollate di un’Italia che di ragionare non ha poi tanta voglia ma che soprattutto non deve sapere e ragionare. Si inizia definendole storie vere poi le si passano al setaccio individuando l’elemento reale, catalogandolo e decidendo il grado di buio a cui destinarle. Questo a grandi linee è il nocciolo a cui si riferisce Alajmo o meglio, è quello a cui ho pensato io, leggendolo.

L’assurdità evidente sta davanti al banco, accanto al registratore di cassa. Visto? Ignorare l’inignorabile evitando che gli altri, le masse appunto, si debbano sforzare di capire, tentare ragionamenti (anche superficiali, per iniziare) o peggio, sentire l’urgente e imprescindibile bisogno di confrontarsi scatenando un’eventuale diffusione a macchia d’olio.

Scrivere non significa essere letti. Certo.
Invaghirsi di una storia al punto da dedicarle mesi, anni, fino alla stesura definita, non vincola altri allo stesso tipo e grado di innamoramento o interesse. Certo.
Se poi si è scritto di sé o di qualcosa conosciuta direttamente vivendo (guardando od ascoltando altri vivere attorno), allora è anche peggio: probabilmente interessa solo a chi ha scritto. Chissà.
Ci potrebbero essere assonanze, con la sua storia e la mia, più probabilmente no, nessun contatto. Però. Ci potrebbero essere “significati individuali che abbracciano sensi collettivi”. La luce rossa con su scritto “panico” lampeggia. Storie raccontare da uno qualsiasi che non sono solo sue, non per approcci, dinamiche nonché tematiche. Allora che fare? Ascoltarle, cercarle magari, vorrei poter rispondere. Eccoci arrivati. Slacciare le cinture, attendere l’apertura dei portelloni, controllare di non aver dimenticato nulla, l’Italia spa non risponde di eventuali smarrimenti in loco.
Ci sono libri che volutamente non finiscono sulle pagine dei giornali, figuriamoci dentro spot televisivi o trasmissioni misto-frutta. Ci sono libri scomodi, pericolosi. Dei quali non ci si occupa a prescindere da stile, autore, casa editrice o effettiva “bontà”. E’ il contenuto, il tema, che non deve –non deve– solleticare reazioni.
Nella seconda parte l’intervista telefonica con Roberto Alajmo.

Credit photo: Funky64 che ringrazio.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 8, 2009 alle 3:52 pm

Varesi Valerio – Il paese di Saimir (del libro e un incontro)

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Credo che siano ore che aspetto qui al buio e al freddo con la polvere che mi raspa la gola e la tosse che mi schianta. Prima o poi verranno a tirarmi fuori. Sono sicuro che lo faranno. Mica possono lasciarmi morire in questa tomba di calcinacci. Dovranno pur sgombrare le macerie e allora salterà fuori. Impolverato, mezzo orbo per il buio, con la fame, ma salterò fuori. Ovvio che ce la farò. E poi ci sono i miei compagni, Mentor, Sabri e Altin che mi verranno a cercare, lanceranno l’allarme. Dovete scavare, cazzò! Lì sotto c’è un nostro compagno! […] Ho paura che un movimento faccia crollare qualcosa e mi schiacci. Basterebbe che cadesse un mattino su uno stinco per spezzarmelo. Mi sento impotente e sottomesso a un equilibrio stabilito dal caso. […] Non ho ancora diciotto anni e non posso essere come mio padre che ormai non ha più speranze e ogni volta che muore qualcuno che conosce dice che per lui sono finite le tribolazioni. Io non lo capisco. La vita è comunque bella. […] Spero che vengano presto.
(Il paese di Saimir di Valerio Varesi, Verdenero, pag.23/28/29)

Lavorare per vivere (o sopravvivere, in alcuni casi) è considerato ‘normale’.
Ma morire lavorando, dovrebbe esserlo meno. Normale.

Le c.d. ’morti bianche’ restano tutt’ora una delle piaghe causa primaria di morti in Italia assieme agli incidenti stradali. Le statistiche come sempre si sprecano, i numeri rotolano, si flettono. Sembrano incredibili. Eppure di questo morire sul posto di lavoro nonché dei numerosi infortuni se ne discute poco, perfino le notizie latitano, sono restìe a diffondersi eccezione fatta per circostanze particolarmente eclatanti (esempi recenti a Parma e Pisa, o in Sardegna) ma molti altri incidenti ogni giorno accadano tra il silenzio e l’indifferenza generale.

Si è detto una media di tre morti al giorno, nella sola Italia.
L’occasione è stata la presentazione a San Lazzaro di Savena, alla Mediateca Venerdì 7 Giugno 2009, del nuovo romanzo di Valerio Varesi, ‘Il paese di Saimir’ (Edizioni Ambiente – Verdenero, marzo 2009).

Varesi, giornalista esperto, sensibile e attento, è noto al pubblico televisivo per aver ‘creato’ il personaggio del commissario Soneri, interpretato a partire dal 2005 da Luca Barbareschi nella serie ‘Nebbie e delitti’ per Rai.

Ma stavolta ha decisamente virato affrontando la ‘sfida’ lanciata da Verdenero, ormai celebre collana che incentra le pubblicazioni su storie di ecomafia in ogni possibile eccezione (già pubblicati Simona Vinci, Eraldo Baldini, Giancarlo De Cataldo, Tullio Avoledo, Loriano Macchiavelli, Wu Ming, Carlo Luccarelli, Patrick Fogli, Massimo Carlotto e molti altri).

Il cambiamento dunque, per un autore apprezzato come Varesi, è stato proprio lo scegliere una tematica delicata, di grandissima attualità ma di quel tipo di attualità sorda, che non ha mai abbastanza voce per farsi sentire quando e quanto bisognerebbe.

E’ lo stesso Varesi ha spiegarne le motivazioni a San Lazzaro di Savena “noi tutti si lavora per vivere, ma lavorare e morire non è ciò che ci si aspetta. Nell’edilizia poi i rischi aumentano, sappiamo che ci sono dinamiche che favoriscono le scarse condizioni di sicurezza, per non parlare delle modalità di assunzione: spesso si reclutano persone per strada, nelle piazze o fuori dai bar e le si carica la mattina presto su furgoni per portarli nei vari cantieri, così ogni giorno. Ma queste persone non esistono, sono di solito ‘invisibili’, non hanno una posizione sociale definita, non sono rintracciabili insomma. Per questo l’eventuale incidente, anche non mortale, finisce facilmente sotto silenzio. Di questo volevo parlare.”

Saimir infatti è un giovane albanese che in Italia cerca e trova un lavoro, ma poi finisce seppellito vivo in seguito a un incidente nel cantiere. Naturalmente Saimir è stato assunto ‘in nero’. Le possibili scelte sono dunque due: denunciare l’accaduto dicendo la verità, per tentare di salvarlo o non intervenire, sperando che nessuno scopra nulla. E la scelta purtroppo è terribile.

Il capomastro scosse il capo senza apparire del tutto convinto.
«E allora… Pace all’anima sua. Cosa cambia? Quando uno è morto..»
«Sì, ma se si trovasse sotto…»
«Bravo, ci sei arrivato. Non devono trovarlo. Se non ci sono feriti né danni alle persone, non c’è nemmeno l’intervento giudiziario. Questi signori» affermò Rivalta dando un’occhiata ai poliziotti «stileranno un rapporto nel quale diranno che è avvenuto un crollo, ma sono solo coci. Fine delle trasmissioni. Dopo starà a noi fare lo sgombero, mi capisci?»
Questa volta Inardo annuì con un sorriso perfido.
(pag. 34)

La vita di Saimir vale meno di un mattone mal riposto. La sua voce, l’unica che direttamente (in prima persona) parla e racconta, pare rimanere intrappolata nelle macerie, mentre fuori, tra giochi di potere, interessi, sentimenti contrastanti e intenti, la vita continua a scorrere.

Da qui inizia la narrazione, i personaggi prendono a rincorrersi, ognuno mostra ‘la sua verità’, la sua personale e dunque soggettiva visione di ciò che credono stia accadendo e di quello che pensano e provano. La storia dunque procede incastrando inquadrature che sono tasselli precisi. Il quadro si completa, senza fretta ‘scava’ negli sviluppi necessari, tra umori, scelte e paure. Piano piano. Ciò che sembra confuso, annebbiato, lentamente si delinea con cruda lucidità.
La virata di Varesi non è dunque solo tematica. Il linguaggio, per sua stessa ammissione, ha perso il garbo delle precedenti narrazioni, si è adeguata a una crudezza necessaria, meno filtrata dall’esigenza di intrattenere piuttosto diretta espressione della ferocia di una realtà verosimile. Perfino nel sesso, lo scaccia pensieri per eccellenza, la ‘carota’ ammaliatrice, la lingua è sprezzante, dolorosa.

Questa volta negli occhi di lei si manifestò il terrore, quello vero, e fu come un segnale per Rivalta. Finalmente tornava a temerlo, era quello che voleva. Non il timore mercenario, simulato, ma la paura autentica che gli piaceva tanto osservare negli altri. [...] Ecco cosa attendeva. Il suo pene s’eresse, la voglia crebbe. Le dette un paio di schiaffi, leggeri, per portare il piacere allo zenit, quindi la piegò e le fu addosso da dietro. Nella furia sentì solo lei che lo implorava e poi rantoli e gemiti.
(pag.88)

Oltre tutto l’autore ha spiegato la non abitudine a trattare l’argomento, la quasi totale assenza dovuta alla mancata necessità nei precedenti libri, di inserire scene di questo tipo, eppure in questo romanzo doveva, è necessario al tratteggio, a mantenerlo onesto e verosimile come già ho accennato in precedenza.
Verosimile è una parola chiave importante, per questo libro quanto per le tematiche sollevate. “E’ possibile” ha detto Marco Monari, tecnico della prevenzione Ausl di Bologna, “che situazioni simili a quella del romanzo, si siano verificate o si verifichino nel territorio seppure a Bologna e provincia i controlli e le attenzioni sono stati intensificati e potenziati negli ultimi anni.”

Verosimile, insomma. Varesi stesso non nega di aver inventato ben poco, in quanto a fatti e dinamiche. Tale affermazione scatena un’altra considerazione importante sulla speranza. Il romanzo non cerca un ‘happy end’ politicamente corretto, tutt’altro. Ed è probabilmente questa sua durezza a lasciare spiazzato il lettore, in cerca spesso – quasi sempre – di rassicurazioni, pacche sulle spalle, sorrisi che cancellano. Il punto però, pare essere un altro: raccontare di una realtà conosciuta o conoscibile, può avere un significato – un senso – che va oltre la trama, oltre l romanzo stesso? Varesi ne è convinto, “L’assenza di speranza vuole essere un segnale, una presa di coscienza. Un riconoscere questa realtà per desiderare di cambiarla. Un punto di svolta perché così non si può andare avanti.”

«Senti» disse lei improvvisamente decisa «questo è un mestiere di merda, ma per noi ci sono solo mestieri di merda Cosa vorresti che facessi? Che piantassi tutto e venissi con te per poi chiudermi in una casa smerdare vecchi tutto il giorno e la notte? […] Ho paura, faccio di tutto per non innervosirli e tiro un sospiro di sollievo quando scendo. Una vita di merda, certo, ma almeno metto da parte dei soldi. C’è chi rischia per una miseria e finisce per morire schiacciato come un topo».
«Pensi allora che per noi non ci sia speranza?» domandò Altin confidando di essere contraddetto. E nello stesso momento si sentì le lacrime agli occhi come da bambino quando provava un grande dispiacere.
(pag.257)

In questo stralcio di dialogo si avverte tutto il dolore, l’inevitabilità e la crudezza di una realtà che pare senza scampo (non credo sia difficile intuire il mestiere della ragazza). Perfino i ragionamenti non danno scampo.

Tre morti al giorno, ha sottolineato più volte Marco Monari. In Italia certo. Numeri freddi, forse anche vuoti per chi li sente e non riesce a immaginarsi i volti. Numeri imperfetti magari, che come sempre vanno presi con ‘circostanziale ragionata riserva’.

Eppure.
L’esigenza di scrivere per scatenare reazioni, far riflettere sulla realtà in corso, per non perdere ‘tasselli concreti’, ma anche combattere il silenzio schiacciante, l’indifferenza generale e – a volte – l’impossibilità di ‘far passare’ certi tipi di notizie (come ha fatto notare Luigi Rambelli, responsabile di Legambiente Emilia Romagna); questo tipo di scrittura merita attenzione.

‘Il paese di Saimir’ è e resta un romanzo, ‘ogni riferimento… è da ritenersi puramente casuale’, certo. In quanto narrazione mantiene tutti gli elementi di coinvolgimento e suspance necessari a rendere la lettura intensa, scorrevole e coinvolgente. Eppure non si esce da questa storia incolumi. E’ difficile ignorarne i riferimenti concreti, e il risultato finale si presta a numerosi interpretazioni e ragionamenti.

La sicurezza sul posto di lavoro resterà un miraggio generale
? (A questo proposito Simona Mammano – assistente capo della Polizia di Stato – ricorda il processo in corso per la morte di cinque operai della ditta Truck center di Molfettaper, processo che può essere anche seguito on line)

La vita umana (di qualsiasi razza, cultura, età, sesso, varietà possibile) ‘deve’ valere così poco di fronte alle ‘ragioni del mercato’, delle produzioni e della redditività estrema?
C’è o non c’è, questa benedetta speranza di recuperare dignità, consapevolezza, rispetto altrui ed equilibrio tra prestazione lavorativa, remunerazione, condizioni e strumenti oltre i patti mafiosi, di associazioni malavitose?

Domande legate da un sottile filo, probabilmente basterebbe una sola risposta.
Bandite retoriche, cliché o commenti di comodo, per favore.

Saimir non ha paese, è quello che ho pensato a lettura conclusa. Forse neanche noi, però, – noi di cittadinanza italiana o meno – che tranquilli ci lasciamo ipnotizzare dalla tivù, crediamo solo nel Dio Denaro (“Con i soldi divento comunque rispettabile” dirà a un certo punto uno dei personaggi, albanese), ci sforziamo di ricordarci appena un po’ di quello che sentiamo nei tiggì o sbirciamo nei titoli dei giornali, ci sforziamo perché dura poco, il tempo di riempirci la testa con altre notizie nuove, fresche. Non c’è paese per chi si sente solo merda, nell’essere e nel lavorare. Per chi rischia ogni giorno permettendo così ad altri (rispettabili appunto) di continuare a moltiplicare ricchezze e potere, giocando alla piccola divinità del cemento.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 5, 2009 alle 2:27 am

Pubblicato in 2009

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Stelle cadenti

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Le storie migliori sono quelle che non ti aspetti, arrivano, (ac)cadono e tu te ne stai lì a grattarti la testa come uno scimpanzé chiedendoti cosa c’entri, cosa ci stai a fare in mezzo a quel pandemonio che poi, piano, lentamente, ti penetra e la messa a fuoco ti restituisce la condizione di parte-in-causa, piuttosto che comparsa come avevi erroneamente creduto all’inizio.
Le storie migliori sono tornadi che frullano carne, sangue, organi e strati soffici di materia grigia molle. Che non si possono evitare, mai, arrivano a un certo punto e spazzano via. Ogni tanto ci impiegano tempo, ad arrivare, questo si. Dipende da quanto lontano ti trovi dall’origine, da quante resistenze credi di conoscere e usi, dalla forza di correre lontano, in quel sempre più lontano che è vicinanza inesorabile.
Le storie migliori nascono dai fondali, serpeggiano tra buio e ombre, non pretendono luce in realtà, se arriva se la godono ma non ne fanno una questione poi così rilevante. Perché non sono tanto le condizioni, il ‘circondario’ che le rende tali, gli optional possono aspettare, se in quel fondo ci si sta, non necessariamente comodi, si sta. Le ossa smettono di scricchiolare, i muscoli si rilassano, il volto cede alle espressioni di sé e dal dentro dei corpi qualcosa si stacca, sfalda congiunzioni. I fondali sono posti bui. Ecco perché non ce li si va a cercare, e si sbaglia. E’ proprio dove l’umido pare insopportabile, i disagi esposti sono ferite purulente, colpiscono l’occhio ferendolo; lì è meno necessario ascoltare le altre voci, ne resta una sola, la propria, che può sbagliare ma per le storie migliori si espone, diventa eccezione, guida.
Certe storie, che di migliore non hanno nulla, eccetto una definizione vuota, apatica, insensata; certe storie sono assorbimenti letali, affondano in quelle carni che per troppo tempo non hanno nulla, respirato, mosso, stuzzicato, sopportato; nulla. Affondano tra piaghe di immobilità, impongono dapprima guizzi affinché le masse possano gradualmente adattarsi al nuovo stato. E reggersi senza aiuti. Andare. Tornare. Provare.
Migliore è un essere che sottintende un contrario, definisce graduatorie, scalette, ordini di arrivi, vittorie e sconfitte. Eppure le storie non si conoscono tra loro, non sanno chi c’era prima e si disinteressano del dopo. Non chiedono, sono nel momento in cui sono, esistono entro finestre che tra tempo e spazio respirano. Le storie migliori non sono migliori di niente, forse neanche delle aspettative. Non superano nessuno, eccetto magari – magari – gli interminabili strati di pelle superflua, i peli folti e gli scudi (in)distruttibili, oggetti custoditi e trattenuti tra sè e il resto e che le storie imparano a conoscere e temere, subito.
La miglior cosa che si può, entro e oltre sè e una storia, è non migliorare alcunché. Semplicemente goderne, seguirla, respirarla e sentircisi.
Le storie diventano migliori quanto mutano in memorie e lì resistono.
Ma prima, molto prima, è necessario che attraversino la carne e i suoi numerosi strati verso il nocciolo. E’ necessario assorbimento, digestione, riallineamenti, (con)cessioni, cedimenti  e sguardi.
Siamo noi le (in)finite storie che vivendo tentano di entrare, nel migliore che è in noi, in quel piccolo angolo buio e freddo difeso con sangue e dolore, (non) considerandolo tale, migliore insomma. Tutt’altro. Spesso diventa linguaggio faticoso, male dalle teste feroci che nascono entro altro teste.
Spesso.
Ci imponiamo fatiche, ci feriamo con la crudeltà dell’aguzzino pur di negare l’angolo, l’apertura. Pur di non lasciarci vedere vedendoci, dalle storie e dal miglio-re. Pur di non sentirci. E non ri-metterci in gioco.
Rischiando di perdere.
O il suo contrario.
Chissà.
Le stelle cadenti non sono stelle. Sciame meteorico pare essere uno dei termini tecnici corretti. Eppure continuiamo a chiamarle solo stelle cadenti.

Testo di Bg

Written by Barbara Gozzi

Ottobre 1, 2009 alle 2:13 am

Pubblicato in 2009

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Per te

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Scrivere perché altro non si può.
E’ quello che faccio ora.
Scrivere perché questo mi resta, nell’inutilità, incapacità, pochezza di gesti, parole pronunciate, peso soffocante trattenuto.
Scrivere di un bambino che per anni, anni e ancora anni ci ha provato. A vivere.
Ma che adesso – oggi – in queste ore sta aspettando. Di morire.

A casa, quella che doveva essere anche la sua casa ma che poi forse non ha mai conosciuto, non quanto le camere asettiche e disinfettate degli ospedali. Assieme ai volti di altri mancati adulti che come lui entravano e uscivano. E il dolore, quel male addosso inestirpabile, risucchio ingorgo, sgrassatore del non sporco che siamo.

Non è più umano, mi è stato detto poco fa. Si sussurra tra muri carezzati dal sole di un fine settembre frizzante, aggrappato a un calore fatto di dilatazioni ma che resiste all’autunno nebbioso a cui la piana è abituata.
Non è più umano, è morfina. E mentre lo scrivo la pelle fa male, gli occhi fanno male, la gola fa male, il petto fa male. Un male invisibile, che va controllato, mascherato, celato. Non è posto entro cui cedergli, questo da cui scrivo.

Eppure me ne sto qui, lontana. Non conosco quella casa. Qualche volto, qualche mano – si – qualche sguardo, qualche frammento di frase detta a suo tempo, detta in diversi tempi, quelli che hanno scandito l’otto volante di una vita piccola e grandissima.

Io me ne sto qui e penso che sono una maledetta vigliacca. Una maledetta vigliacca che non c’entra. Con quella famiglia. Con quella madre che ha ceduto a un figlio. Che ha lasciato il resto, l’altra figlia più piccola in età, che ha lasciato il resto-tutto per mesi, anni di investigazioni, segugio fidato, ammalato a sua volta d’un amore che non può finire rinchiuso entro gabbie di sensi pre-confenzionati. Che non si può qualificare. Io non c’entro. Ma ho visto. E questo sole oggi mi disturba. Quest’aria tiepida mi fa lacrimare. Questo ticchettare sulla tastiera levigata è distruttivo, lingua ruvida che saggia senza sentire, che vorrebbe. Non provare nulla, staccare telefoni, luci, richiami. Vorrebbe urlare, correre, sudare fino a vomitare il caffè della colazione, i residui della cena a tarda ora e i succhi gastrici in perenne produzione costante. Vorrebbe.

Che non ci fossero corpi destinati a morire prima di aver goduto – un pò, qualcosa, appena – questo loro esserlo. Carne. Capacità. Occhi. Dita. Labbra. Voglie. Odori. Suoni. Amori. Fatiche. Colori. Scegliere. Cadere. Rotolare. Perdere. Ritrovare. Essere, essere, essere.

Io me ne sto qui e mi chiedo se tutto questo è qualcosa di nominabile.
E un abbraccio, uno solo, piccolo, delicatissimo, sfiorandoti a mala pena. Un abbraccio te lo vorrei lasciare, creatura in viaggio, umana-non umana che importa? Un abbraccio di parole è tutto quello che posso. Per te.

.

Pensando a D.
Martedì 29 Settembre, ore 10.30
giornata lavorativa.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 29, 2009 alle 10:42 am

Pubblicato in barbara gozzi, morte, vita

Mancassola Marco: il ventisettesimo anno

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Il ventisettesimo anno’ riunisce due racconti, riadattati per quest’ultima pubblicazione con Minimum Fax, come spiega lo stesso Mancassola nella ‘nota dell’autore’ in coda. Il primo, che determina il titolo del piccolo libro, è stato pubblicato la prima volta nel 2004 (ma scritto tra il 2000 e il 2001), il secondo ‘Dov’è finita la realtà’ nasce nel 2004 come “commento narrativo”, scrive Mancassola, ‘a un quadro’.

Due racconti dunque diversi per tempistiche e genesi. Eppure riuniti in questa pubblicazione. Due racconti sul sopravvivere, sottotitola il volume. Francamente chiudendo le settantatre pagine (il termine piccolo libro usato sopra si riferiva a questo), chiudendole insomma ho pensato che l’epicentro delle tessiture è ‘la morte’. Ricordata, rielaborata, vissuta, raccontata, immaginata, attesa, considerata, temuta (più dal lettore, in effetti). Morte comunque come punto di transizione, fase ‘di mezzo’ da cui anche ‘sopravvivenza’ però con una precisa mano allungata verso ‘quella fine’, una sorta di leitmotiv rumoroso, sottofondo che ruba spesso e facilmente inquadratura e attenzione.
Al di là della ‘nota dell’autore’, si sentono le fratture tra i due racconti, le differenze negli sviluppi, le voci e le storie che prepotenti irrompono.

Stilisticamente ci sono caratteristiche, di questa scrittura di Mancassola ormai non più recentissima ma decisamente consapevole, che meritano alcune brevi annotazioni.

Il ritmo è un elemento pressoché costante. Ed è notevole notare come sia stato reso attraverso due diverse strutture ovvero avvalendosi dell’alternanza tra frasi brevi e ravvicinate, spesso proprio fulminanti e il suo quasi-contrario. Quasi-contrario perché il periodare lungo si compone sempre di frasi brevi unite da una punteggiatura sapientemente dosata a regolarne la cadenza, l’incedere sciolto, preciso ed efficace. Di solito si tratta di virgole, ogni tanto sequenze di ‘e’. In ogni caso l’effetto nell’insieme regge e non appesantisce proprio perché resta un assemblaggio di tratteggi semplici, rapidi anche nelle comprensioni.

Al supermercato, sotto le luci oleose dei neon, nell’aria umidiccia proveniente dai banchi frigo, nell’assenza di odori della corsia di prodotti in scatola, loro due riempirono il carrello.
(Pag.29)

Nell’esempio sopra da notare le quattro ‘virgole’ e l’incedere ritmato che fornisce informazioni sensoriali con puntualità senza disperdere l’attenzione.

Le descrizioni sono precise spennellate che pongono accenti senza rincorrere il fiato di chi legge. L’impressione è che sotto ci sia stato un lavoro di ricerca, selezione e accurata scrematura dei termini con l’intento preciso di mantenere incollaggi senza rinunciare allo spennellare che è atto creativo.

Altro elemento che si ripete è l’uso del  ‘come’ che è associazione tra un’immagine o un’azione esterna alla trama principale, usata per chiarirne sensi o intensità. In effetti, di paragoni ce ne sono molti, seminati in entrambi i racconti. Sono descrizioni nelle descrizioni, virate periodiche, cadenzate, che il lettore finisce per attendere, cercare, perchè sviluppano dettagli o angoli di dettagli.

Un po’ era traboccata, bagnandomi mano e polso, lasciando un senso di umido, vagamente bruciante, come la pelle del volto dopo aver pianto. […] Io e i miei colleghi abbiamo iniziato a scavare, mentre lei ci guardava a distanza, e solo quando ho notato il nome del bambino sulla lapide ho finalmente collegato, come quando infili una spina nella presa.(pag.61 – da notare anche qui l’uso della punteggiatura)

Gli incidenti si legavano l’uno all’altro come le punte di uno stesso iceberg, facendo apparire il mare in mezzo come una pozza provvisoria, una patetica copertura.
(pag.13)

Altra caratteristica ricorrente sono le ripetizioni come agganci tra frasi e sensi vicini, amplificando l’incedere e la percezione del periodare stesso. Non è un uso eccesivo, quello della ripetizione, due, tre volte al massimo, eppure il loro inserimento all’apparenza casuale è decisamente abile, centrato ‘sul’ narrare.

Sembrava incredibile che quei prodotti potessero avere un gusto. Sebbene fossero i soliti. Sebbene ogni cosa fosse uguale a sempre, i pensionati con la lista della spesa in mano, le casalinghe in tuta da ginnastica…
(pag.29)

A questa vocazione all’assenza, all’altrove eterno, Hans ha dovuto un giorno piegarsi. La capacità di immaginare in mille modi la propria morte, la morte dei suoi cari, la morte del suo paese: anche questo è il suo talento.
(pag.51)

Credimi, disse, mentre beveva un ennesimo sorso di birra, e i suoi occhi si facevano ancora più lucidi. Credimi, ripeté, non sono ubriaco, è una storia che conosco davvero. Ti credo, dissi io, a mia volta bevendo un goccio…
(pag.57, incipit del secondo racconto)

——

Prossimamente la seconda pillola.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 28, 2009 alle 4:14 pm

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Falco Giorgio – L’ubicazione del bene

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L’ubicazione del bene sconquassa. Non mi vengono in mente altri termini così ‘centrati’.
Delle polemiche, il vociare insistente su questa o quella mancanza a proposito delle ellissi dentro o attorno il libro, preferisco non entrare, non aggiungerei nulla e le sottrazioni non conoscono scadenze né prescrizioni. Ne ho letti pochi, in effetti, di pareri altrui, su Falco e questa sua ‘ubicazione’, c’è sempre tempo per lasciarsi sfiorare dalle opinioni non proprie.
E’ una raccolta di racconti, e mi sembrano interessanti alcune considerazioni in proposito. Punto primo non è facile capirlo, che sono racconti riuniti qui con un preciso intento (o più d’uno direi). Punto secondo una casa editrice tra le grandi che pubblica racconti in una delle sue collane più note, diffuse e prestigiose (Einaudi, Stile libero big) sta lanciando – forse – un messaggio, o almeno è sembrato a me. Infine, punto terzo: non ho realizzato che sono racconti fino alla fine del secondo, inizio terzo, quando il valzer tra i personaggi, le trame che entrano poi cedono, mutano e spariscono, sono un dato di fatto. E non l’ho capito non soltanto per l’assenza di indicazioni inequivocabili nell’oggetto-libro, piuttosto perché ci sono sottili fili di sensi, che serpeggiano con e attraverso i racconti che nelle diversità realizzano un mosaico (im)perfetto eppure nitido, fatto di tracce e collegamenti.
E’ impossibile non porsi alcune domande, partendo già dal titolo. L’ubicazione del bene. Cosa significa localizzarlo, il bene? Poi, quale bene? Quello assoluto, generico e adattabile a tutto e tutti? O uno in particolare? Poi ‘ubicazione’, un termine ‘tecnico’, che ha un significato preciso: posizione di una costruzione in un complesso urbanistico. Dunque pare che Falco stia cercando o svelando o tratteggiando dov’è il bene tra le maglie rigide e catalogate del vivere da intendersi come declinazione materiale, fatta di elementi tangibili, che hanno dimensioni sottintendenti sensi. Ed è vero. Che la scrittura di Falco passa attraverso una componente forte, pulsante, che è materia, masse.
Ne ‘l’ubicazione del bene’ c’è un’attenzione particolare, quasi ossessiva, verso il non umano da intendersi in senso ampio. Falco descrive oggetti di ogni tipo ma anche ambienti, dettagli di azioni fino a fissare inquadrature sugli animali, sulle creature non umane insomma capaci di trattenere sottolivelli e sentimenti. Per gli uomini e le donne c’è poco spazio, ci sono e fanno parte del tessuto narrativo per ciò che sono, dicono, compiono, per le scelte ma soprattutto le non scelte. Ci sono insomma gli umani, ma spesso restano comparse i cui significati sono evidenti da subito. Sono loro che decidono attraverso azioni, non azioni, parole, silenzi, nel viversi. Eppure gli oggetti, gli animali, i singoli gesti, l’inquadrare ambienti e nello specifico le percezioni scatenate dagli stessi; tutto questo fa la differenza.
Un altro elemento che partendo dal titolo dirama nei racconti è il senso inverso, contrario eppure coincidente, racchiuso ne ‘l’ubicazione del bene’. Se sto posizionando il bene, di fatto, vedo, sento, riconosco, sfioro, ‘il male’. Sapendo dov’è, il bene, non si può ignorare che ovunque non è, c’è il male. E di male in questi racconti ce n’è davvero molto, secondo me. Male declinato, (ri)flesso, esposto, sussurrato e stretto. Ha molte forme, questo male, e parole che lo annunciano senza pronunciarlo direttamente. E’ un male che entra tra muscoli, investe sguardi, guida pensieri e si scarica all’improvviso, senza particolari fragori o bagliori. Non è il solito male, insomma. Non lo si riconosce dalle prime righe, striscia, allunga lingue tra non gesti e fallimenti. Attraverso delusioni, paure mai scollate dal corpo, attese inutili, non scelte e scelte destinate a crollare rovinosamente. Eppure lui, il male, non impone nulla, non strepita né urla, non si manifesta avvalendosi dei consueti simboli, non ha una faccia precisa, ogni personaggio umano se lo porta con sé. E lo respira tra sviluppi e immobilità. Questo male che Falco volutamente non sottolinea, evita fari accecanti, tanto meno odori o sapori inequivocabili. Eppure, questo male è. Esiste. Tra stonature insopportabili, frammenti di un vivere pregno di insoddisfazioni, cadute che sono perdite, rinunce affannose, affettività costellate di buchi, carenze, mancanze, apparenze o semplicemente imperfezioni oltre le solite favole per adulti. Così i figli non sono ‘doni’ destinati ad arrivare. E lavorare anche sodo, con passione e dedizione non significa guadagnare proporzionatamente. Sposarsi, e avere figli, non dà una casa propria. Acquistare non è avere. Pagare non è garanzia. Scambiarsi confidenze sulla famiglia non è essere amici. Andare allo zoo non è essere una famiglia. Sentir urlare ‘papà’ e ‘mamma’ non implica che ci sia un bambino nei paraggi, nascosto chissà dove. Non volere figli non è volere altro, animali ad esempio. Avere una casa, anche di proprietà, non è sentirsi (al) sicuro. Essere ‘due’ non è ‘non essere uno’. Sognare non è realizzare. E così via.
Localizzare il bene è acquisire consapevolezza, accettare il male nell’altrove che non si cerca eppure è, resiste e non si scompone.
Per tutte queste logiche, mi sembra che il libro sia perfettamente inquadrabile in un preciso percorso seguito da alcuni autori contemporanei italiani, che nel-con-verso-dentro-oltre il male (si)cercano, scavano, affondano, riconoscono, oppure semplicemente restituiscono una realtà nuda, spoglia.
Falco è narratore di dettagli, di un sentire paziente, sottilmente acuto, dove non c’è giudizio. Forse anche per questo, il male non è definito tale. Si sta ‘male’, tra le maglie di storie comuni, agonizzanti spesso, che si accettano nel non essere. Lo si sente, il ‘male’ tra la pelle quando i vecchi modelli generazionali si mostrano per quello che sono: nullità inconsistenti, incapaci anche di apparire ormai, sfaceli durissimi, fallimenti piccoli e grandi, perdite. Ubicare il bene forse è mera perdita dei sogni. Laddove il bene si ferma, attorno l’uomo si arena, non ce la fa a raggiungerlo, a volte preferisce definire come ‘bene’ qualcosa che non lo è, ma ne simula alcuni elementi come l’apparenza. O i giochi linguistici. L’usare termini invertendo sensi e convincersi che l’inversione è definizione. Mentre resta mera accettazione di una mediocrità imbarazzante, spesso inutile, che non sfoga passioni, interessi, volontà, voglie e capacità. Perché sembrano morti, evaporati, latitanti. Le passioni, gli interessi, le volontà, le voglie e le capacità. Tutto pare mediamente accettabile. Tutto è accettabile. Perché tutto è negazione, un ‘non’ essere o ‘non’ avere o ‘non’ raggiungere o ‘non’ scegliere, ‘non’ capire, ‘non’ provare, ‘non’ cercare.

Per le opinioni su altri (e gli stessi) aspetti di questo libro: Giuseppe Genna, Demetrio Paolin, Franco Foschi, Ivano Porpora che in questo passaggio esprime benissimo l’equazione orrore-(bene)-male:

Così Falco, allo stesso modo, tratta in modo quasi asettico, con l’asepsi propria dell’habitué, l’Orrore del Quotidiano, quell’Orrore Infrastrutturale (chiamiamolo così) che tanto fa paura perché è un Orrore cui ancora la nostra società non è abituata. O cui, forse, la Società si è tragicamente abituata e da cui, ora che ne è infestata, non riesce a liberarsi. Gli idioti che si fingono intellettuali, i matrimoni da preparare con un anno e mezzo di anticipo, gli slogan e i nomi di prodotto che finiscono con una ì o una ò o un oso, il mutuo che succhia metà dello stipendio, le crociere con la cena al tavolo del capitano, le agenzie immobiliari che si fingono privati per acquisire informazioni su case in vendita, le visite obbligatorie dei parenti o dai parenti, i ponti da passare fuori città, il traffico delle sei della sera, i colleghi da fregare per non esserne fregato: Falco conosce questo male (male nelle sue forme più radicate, male di pensiero, parola, opera e soprattutto omissione) e non vi punta il dito contro ma ci si immerge dentro. Falco non vuole essere, a mio parere, né causa né effetto né redenzione di questo male ma vuole, passatemi il gioco, ubicare il bene, situarlo, isolarlo, studiarlo, dove bene – parliamoci chiaro – non c’è o è difficile da situare. Perché solo accorgendoci che il male c’è lo si può combattere; capendo che non ha divisa e che, se ce l’ha, questa è la nostra propria veste. (estratto da qui)
Ma ancora: Leandro Piantini su Carmilla, Loredana Lipperini, e qui mi fermo. Navigando tra i motori di ricerca si ritrova anche altro, senza che tra ciò che si scrive di un libro, una storia, un autore debba necessariamente esserci o bene o male, e averla, un’ubicazione.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 24, 2009 alle 2:08 am

Pubblicato in 2009

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Perché PrecarieMenti?

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Paciugavo sui quaderni di scuola alle elementari.
Mi portavo in giro i bloc notes in cui scrivevo ‘cose’, alle medie.
Con il passaggio alle scuole superiori la mia vita si è riempita di fogli. Fogli liberi, ‘volanti’ come si dice, che non stavano più dentro anelli o rilegature. E lo erano per un motivo, che all’epoca, oltre quindici anni fa e più, non indagai: scrivevo ovunque. In classe tra un’ora e l’altra. Di notte mentre avrei dovuto dormire. Durante il tragitto in corriera. E leggevo, ovunque. Usavo le paghette dei nonni per libri usati, per quelli che vendevano nelle edicole, raramente entravo in libreria (ne avevo soggezione, spesso non avevo abbastanza soldi per le copertine patinate), poi la tessera della biblioteca.

Ho fatto delle scelte, nella mia vita.
Scelte che sarebbe fin troppo facile definire ‘obbligate’. Le ho fatte. Non le rinnego.
Non ho frequentato ‘Lettere’ all’università. Non l’ho proprio frequentata, l’Università. O meglio: ho afferrato con le unghie e con i denti un corso di perfezionamento in ‘Tecnologie digitali e net economy’ presso il Cardid dell’Università di Ferrara. Ma l’ho fatto dopo, appena me lo sono potuta permettere.
Perché a diciannove anni ho scelto di lavorare. Ho scelto lo stipendio con tutto quello che ne è seguito, primo fra tutti (dopo qualche anno) il trovare un piccolo posto per me, dove abitare con la mia gatta. Ho fatto il lancio senza rete. E il prezzo da pagare, dall’inizio è stato questo: accantonare, mettere ‘dietro’, quel continuo movimento di parole, odori di pagine, storie.
Ma non ho smesso.
Di leggere, scrivere, studiare, confrontare, cercare, ascoltare.

Ora sono qui.
Negli ultimi dieci anni a passi piccoli piccoli, spesso invisibili, ho iniziato a occuparmi di questo o quello. Insistendo a fare ciò che più mi fa essere. Credo sia questo il punto. Io sono entro le storie che seguo, mie o altrui (più spesso la seconda). Io sono mentre studio, analizzo, interrogo, ascolto. Ascoltando le voci, mi nutro. Occupandomi di un romanzo pre stampa, mi disseto. Incrociando pensieri altrui, logiche, strutture che dalle storie si diramano, io mi sento.
Ma di tutto questo non si campa.

Sono nata a Modena, ma ho vissuto ventiquattro anni in un paesino della provincia piatta. La mia famiglia disomogenea viene dal lavoro manuale, calzolai, barbieri, operai.
Da dove vengo io ci sono cose ammesse e altre no. Leggere e scrivere rientra in queste ultime. La letteratura è materia di studio scolastico, al massimo trastullo della domenica col giornale in mano e il caffè alle labbra (per gli uomini, ovviamente).
Da dove vengo io per dieci anni mi è stato chiesto: ” e con le altre cose che fai? Ma ti pagano poi?”
Le ‘altre cose’ sono ovviamente le attività editoriali, editing, redazionali, collaborazioni ect.
Mentre il seguito della frase ne è la chiave: ma ti pagano?
Da dove vengo io è il denaro che delimita il confine. Tra il passatempo per perdi-tempo e il lavoro propriamente detto.

Ecco dunque perché PrecarieMenti.
Perché nella mia vita ci sono due velocità.
E non è tanto una questione di ruoli ufficiali o riconoscersi entro una specifica categoria professionale.
Forse nemmeno l’identità, è il problema. Io sono ciò che sono.

Perché è un serpente che si morde la coda. Perché per occuparsi di cultura, per svolgere mestieri editoriali, per farli, spesso non bastano serietà, impegno, dedizione, passione, sacrifici, studio costante, cadere e rialzarsi. Perché le attività lavorative, di qualunque tipo o settore, non appartengono a serie. A, B, C… zeta.

Dunque: PrecarieMenti.
Aperto alle voci di chiunque. Aperto ai confronti, le divulgazioni, gli ascolti, le idee. Aperto alle esperienze. A ciò che ci accade dentro e attorno. A tutte le menti precarie, che ancora non conoscono la serenità della stabilità, ma in Italia, oggi, non si arrendono.

Barbara Gozzi
San Giovanni in Persiceto (Bo)
18 Settembre 2009 notte

—————
19/09/2009, stesso luogo, mezzogiorno.
Aggiungo un’annotazione personale, perché questa lo è, una nota personale.
Per molto tempo mi sono vergognata di questa mia ‘protuberanza’. Come se il mio corpo avesse un ‘prolungamento inaspettato’, non regolare insomma, rispetto a ciò che ci si aspetta dalla forma di un corpo qualunque. Testa, braccia, gambe, busto, articolazioni, muscoli, ossa, vene, sangue… e Lui. Il brufolo enorme. L’escrescienza che in me è. Esiste. Cicciotto, mutevole, instabile, eppure visibile. Questo mio bisogno di storie dunque letture, studi, scritture, analisi e blablabla. Questo mio dedicare tempo, energie, sforzi oltre il resto (la routine, la vita ‘ufficiale’ nel senso di tradizionale tra casa, il paga-spese, mio figlio, gli altri affetti, scadenze e corse). Questo illuminarmi (senza alcun senso ‘alto’ nel termine) per cose che ad altri procurano al massimo commenti laconici come ‘carino’, ’si leggilo, guardalo non è male’ oppure ‘che palle’. Questo mio navigare costantemente nelle-sulle-con le parole. Questo mio ‘esserlo’, parole, storie, voci, analisi, incastri.
Tutto questo mi ha costretta a nascondermi. Per difendermi, suppongo. Per non dover sempre spiegare e guardare le facce di chi, comunque non capisce. O peggio. Giudica. Commisera. Ride.
Credo sia arrivato il momento di smetterla. Per me.
Io sono questa.
E la vergogna si nutre di troppa linfa. Risucchia senza restituire.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 21, 2009 alle 9:07 pm

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

Matti, voci e storie di oggi – il progetto parte II

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Riprendendo il percorso su ‘matti, voci e storie di oggi’ iniziato qui.

Recentemente (da un mese circa) è uscita una serie tv prodotta da Fox, Mental. La particolarità sta nell’inquadratura, rispetto ad altre produzioni seriali ‘mediche’ che hanno comunque trattato storie di ‘matti’ intesi come malati mentali ma anche altro, diversi, palesemente non conformi alle norme sociali. La particolarità sta nel mostrarle, queste menti che diventano storie. Lo stesso protagonista (al secolo Chris Vance), il primario del reparto di psichiatria è – a modo suo – un ‘matto’. Affronta le persone, i casi, le terapie con approcci e metodologie in contrasto con la medicina ortodossa e le abituali prassi psichiatriche e psicoterapeutiche. La mente è il centro di tutto. Mente nuda, esposta, in ogni storia si scava tra dinamiche, passato, deformazioni e fratture. Ma resta, tra le righe di dialoghi ed espressioni come, di fatto, nessuno è sano. Medici del reparto compresi. Tutti sono (siamo per trasposizione da immedesimazione) matti con declinazioni differenti.

È dunque curioso notare, a questo punto, come nella fiction, in quella che è considerata ‘realtà inventata’ l’interesse resta alto. Sembra (forse lo è) intrattenimento ‘rilassante’, intrigante, seguire le vicende di dottori e pazienti, ogni puntata un nuovo caso, ogni pasto si cambia pietanza, si entra nella testa di qualcun altro. Entrare è senza dubbio una parola chiave (l’inquadratura della fronte del protagonista che si apre attraverso una cerniera, ammicca dallo schermo avvalendosi si simboli precisi). Entrare in qualcosa di ‘non vero’ appunto. Perché poi, a puntata terminata, spegnendo o cambiando, noi – quelli che guardano – siamo e restiamo ‘normali’, o no? Le nostre menti sono semplici, non celano granché e se lo fanno c’è sempre un motivo che conosciamo ma soprattutto non sono ‘abitate’ da demoni o malattie che piegano volontà e percezioni. Noi stringiamo un telecomando. Ci piacciono queste storie, specie se condite con bei volti, bei corpi, intrighi e risvolti capaci di scatenare tensione, catturare curiosità.
Ma quelli non siamo noi.

Giusto?

I misteri della mente. Lì si concentrano le attenzioni, le non comprensioni che restano tali ma si manifestano con forme precise, oggi hanno più facilmente un corpo, materia riconoscibile. E se ne scrive, le si rappresenta queste ‘realtà’ dove l’invenzione recupera brandelli di vita vera con la facilità dello starnuto.  Raccontando si elimina il fattore ‘sta succedendo davvero’ che terrorizza ancora, il non-capire è confusione, paura, fatica e dolore. Non-capire ci rende schiavi di una condizione in continuo divenire, che si modifica, cambia pelle e forma lasciando immutata un’unica variabile: la diversità. Diversità rispetto a canoni che, come già accennato in precedenza, non sono vere e proprie leggi ma ci vanno vicino. I comportamenti giusti, corretti rispetto alle circostanze, il c.d. ‘contesto’ e le persone presenti. Parole, frasi, ragionamenti che non sono conformi, imbarazzano magari o peggio: spaventano, disgustano, allontanano. Anche la lontananza è un nodo, una chiave importante per la comprensione (o tentativo di).
Lontananza reale, dovuta appunto a comportamenti, atteggiamenti, e discorsi non-immediati (lontani magari da ciò a cui siamo abituati), dunque si cerca spazio che separa, lo si mette in mezzo (tra noi e il matto). Lontano dagli occhi, lontano… (recitano i saggi detti popolari).
Ma anche lontananza interiore, impossibilità di comprendere che è ostacolo apparentemente inviolabile, troppo alto e spesso per permetterne la scalata. Forse. Non-capire, non poter seguire circuiti di logiche e percezioni, tutto questo ci rende fragili, scoperti, la comunicazione si sbriciola nel ‘non’ e lì resta, inchiodata, immobile.

Dal Dizionario Italiano on line, le definizioni (significate per questo ipertesto) di ‘matto’ sono: 1 agg. che ha perso in parte o completamente l’uso della ragione; 2 agg. stravagante, strano, bizzarro; 3 agg.[in senso figurato]rafforza il nome che segue.

Nelle prossime schegge mi addentrerò nella tematica attraverso due autori (Cristiano Ferrarese e Barbara Garlaschelli) e tre libri dagli intenti, stili,e sensi differenti ma che tentano di raccontare la follia. E le parole di Simone Cristicchi e Andrea Di Consoli.
I matti che sono personaggi, ma anche figli di persone e simboli, strumenti per avviare un processo difficile. Processo di de-compressione, di uscita dalle logiche statiche, inutili proprio perché ‘ferme’, che mirano all’immutabilità che non conosce comprensioni.

foto di copertina: Funky64 da Flickr

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 18, 2009 alle 2:39 am

Pubblicato in 2009

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Matti, voci e storie di oggi (il progetto)

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Chi sono i matti? Cosa vuol dire, poi, essere matto o diventarlo?

C’è un immaginario abbastanza consolidato e preciso, attorno alla figura (più o meno reale) del ‘matto’, ovvero di qualcuno che fa e dice cose fuori dall’ordinario, strano, diverso, lontano da quelle che cono le abitudini sociali, le convenzioni, le regole. Ai matti il cervello non funziona bene, è complicato, il più delle volte è impossibile capirli, oltrepassare il confine che li separa da dinamiche consuete (‘normali’). In molti casi è la malattia, a renderli ciò che sono. In altri si cerca la colpa tra le pieghe del passato, in traumi, abusi o violenze subite, avvenimenti che hanno lasciato fratture indelebili mandando in corto circuito il cervello, la memoria, la capacità di stare e essere. In letteratura i matti sono personaggi precisi, ma anche simboli, sensi nascosti in quel confine che ad alcuni pare chiaro, definito mentre spesso non lo è, la linea di frattura tra sanità e malattia, normale e strano, capibile e (in)comprensibile è un non-posto.

Inizia dunque qui una sorta di ipertesto, miscelazione tra voci e storie  di oggi attraverso i quali avvicinarsi, confrontarsi, ragionare sui ‘matti’.

Cominciando da una canzone.

Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura

Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura

[…]

Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore

I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio misurate le distanze
E guardate tra me e voi chi è più pericoloso?

(Ti regalerò una rosa – Simone Cristicchi)

Testo completo.

Nelle prossime schegge un passaggio attraverso Mental (serie tv prodotta da Fox), parole di Simone Cristicchi, Andrea Di Consoli, un’analisi-confronto di tre libri e le voci dei rispettivi autori: ‘1967‘ e ‘1976‘ (Hacca, 2008-2009) di Cristiano Ferrarese e ‘FramMenti‘ (Mobydick, 2006) di Barbara Garlaschelli.

photo credit: Funky64 da Flickr.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 14, 2009 alle 2:37 am

Pubblicato in 2009

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Governa Cristiano: intervista

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Un tardo pomeriggio, in una Bologna stanca, nervosa. Afa rarefatta, sole intenso ma incerto. Incontro Cristiano Governa e ancora non so bene cosa dire, come le idee frullano ma non si fermano. Qualcosa da bere, occhi vivaci che guardano ovunque, cercano.

Giornalista, collabora con l’inserto ‘Centro Nord’ del Sole24Ore, ma ha scritto per diversi quotidiani e periodici tra cui le edizioni cittadine de La Stampa (Il Domani di Bologna), La Repubblica e Il Corriere di Sera.

Scrittore, ha pubblicato diversi racconti, l’ultimo in ordine temporale nella raccolta curata da Giulia Belloni ‘Giovani Cosmetici’, Sartorio, 2008 (‘Come Mork e Mindy’) e romanzi, tra i quali ‘Il catechista’, Aliberti editore, 2007 ( su Carmilla).

Infine numerose collaborazioni con la Cineteca di Bologna, il Centro Internazionale della Canzone d’Autore, ha curato rassegne, corsi di scrittura (maggiori dettagli su wikipedia).

Prendi la cronaca nera di un quotidiano, una famiglia su cinque fra quelle che si credono “improvvisamente colpite dal male” ci vivevano già nel male e ci stavano da Re; ne parlano come di un sogno infranto, ne hanno nostalgia quasi.

[…] Non abbiamo nemmeno più dittatori seri, reazionari o boia etnici ai piedi dei quali strisciare, ma agenzie di moda, fattucchiere televisive, consulenti d’immagine, calciatori, veline… Non adoriamo Hitler o Stalin, ma dei Gianni e Pinotto armati fino ai denti, intrattenitori mediatici, piccoli animatori turistici prestati al teatrino del potere, paragoni di pagine d’autore.
(pag.178 – Il catechista)

Il mio primo sc(i)ncontro con Cristiano Governa risale alla lettura proprio de ‘Il catechista’ e prima ancora di ‘Come Mork e Mindy’. E proprio dal romanzo pubblicato da Aliberti si intuisce un preciso approccio, spiegato dall’autore stesso in un’intervista:

Ebbene sì, sono anni che di fronte a qualunque libro presentato, film girato o disco registrato, sento gli autori affermare che il loro intento era quello di portare “…un contributo di ottimismo e di speranza. Ché ce n’è tanto bisogno”.

Ma siamo sicuri? No, perché io, devo dirvi la verità, di certi ottimismi per endoscopia ne avrei un po’ abbastanza. E se ci fosse bisogno di scoramento? […] E se dunque, per concludere, accettare la sconfitta, la catastrofe della contemporaneità fosse un modo più efficace per fare luce e guardare avanti? Per ripartire?

Ma poi, dov’è che vorreste andare?
(Fonte: Carmilla)

Le narrazioni però, ho scoperto col tempo, sono una delle tante espressioni di un uomo acuto, sensibile, che non sconta nulla anzi, e vive tra notizie e storie intensamente, con onestà e spirito critico (quel tipo di criticità che è figlia della consapevolezza, del ragionare e decidere).

Recentemente è stato approvato un Emendamento noto per aver introdotto una specifica regolamentazione nell’uso delle intercettazioni ma che – di fatto – impone cambiamenti anche in altre modalità divulgative dunque regola la ‘produzione’ stessa delle informazioni, la gestione delle notizie (uno dei tanti articoli che tenta di riassumerne le conseguenze, testata scelta a caso, il Messaggero). E ci sono state anche reazioni, a questo Emendamento, reazioni che on line si sono mosse tra lo scandalo e lo sconforto (reali o apparenti), Repubblica ha lanciato un appello, definendola ‘La legge del bavaglio’.

Così mi sono chiesta cosa sta succedendo, se sta succedendo qualcosa nel mondo delle news, nel giornalismo italiano. Ma anche cos’è poi oggi la produzione delle notizie, se quel certo senso di navigazione superficiale dell’informazione che da tempo sento, ha una forma precisa. Cos’è che manca, o che ha virato col tempo, nei decenni portandoci a un’infinita striscia che ruota, schizzandoci addosso frasi che sono la sintesi di notizie, informazioni che corrono e si rincorrono. Ma dentro, in profondità, cosa c’è? Qualcosa ci sta sfuggendo, fatica a emergere, a scatenare reazioni, confronti, opinioni.

Ne ho parlato dunque con Cristiano Governa iniziando proprio dal recente Emendamento.

Cosa ne pensi del nuovo Emendamento? Cambierà il modo di ‘dare’ le notizie, l’approccio all’informazione dunque il fare giornalismo? Siamo davvero meno liberi, costretti a tacere talune informazioni?

“Il limite all’informazione, in un paese ormai mutilato nel senso critico, è un falso problema. La gente sa già ciò che c’è da sapere, e tendenzialmente se ne sbatte. Provocatoriamente potrei dire che ormai sembrano essere i reality e i contenitori televisivi a formare la loro identità, se ne rassegnino, i giornali, è andata così. Le informazioni avevano senso quando erano in grado di formare, appunto, un’idea circa la realtà nella testa del loro fruitore, ma adesso l’idea della società, della cultura, della politica, se la fanno altrove. O crediamo ancora che se correttamente informati cambierebbero idea? Non ne hanno più di idee, hanno perlopiù istinti, mitomanie televisive, foie edonistiche. Sono schiavi che lucidano la catena, sperando che sia d’oro. Io credo che ciò che dobbiamo sapere, della politica, dell’economia, della cultura, lo sappiamo già. Il fatto è che informare dei fatti non ha più alcun impatto sull’idea che ne traiamo (da quei fatti) circa i protagonisti. I bavagli non dovrebbero esserci, e comunque ne abbiamo più in testa, depositati nel cranio, che sulla bocca.”

Ma, al di là dei regolamenti recenti, esiste ancora – oggi – il giornalismo? Come vengono gestite le informazioni che poi diventano notizie, articoli, passaggi ai telegiornali?

“Il giornalismo esiste, e come per tutte le cose ne ha forme alte, intermedie e bassissime. Tieni conto però che in ogni comunicazione esistono due soggetti, colui che emette la comunicazione, e colui che la riceve. La responsabilità è di due soggetti, si balla sempre in due. Non mi preoccupa se alcuni di coloro che fanno informazione producono immondizia, viceversa è la stupefacente capacità di inghiottirne del pubblico, che è sbalorditiva e orripilante. Se io mi trovo davanti ad un modo di fare telegiornali, non penso ad uno in particolare ma ad uno “stile”, che invece di mostrarmi com’è ridotta questa nazione, parla di spiagge, gelati e amorazzi estivi, di cliniche di bellezza per cani, di chat erotiche, e delle mestruazioni dell’ultima raccomandata senza talento, sarebbe il caso che spegnessi il televisore, o perlomeno cambiassi canale. Il problema è che l’informazione (o quella che ci spacciano per tale) ormai, è al 50% gossip. Ma questo serve molto di più che taroccare l’informazione politica. Hanno compreso che è molto più semplice devastare il cervello di un ascoltatore su due a colpi di idiozie, che convincerlo di questa o quest’altra idea politica o etica.
Se tu non hai niente da dire è sufficiente che ti costruisca un ascoltatore su misura: uno che non ha niente da chiedere. Insomma non è più necessario mentire, perché la metà di coloro a cui mentiremmo non sono più in grado di riconoscere vero dal falso, anzi, se ne sbattono. Hanno figa, calcio e gingle per telefonini. Chi sta meglio di loro?”

Quello che leggiamo o sentiamo, dunque, cos’è? Le c.d. ‘news’ quale realtà (se credi ce ne sia più d’una) divulgano?

“Come ti dicevo in quello che leggiamo c’è un po’ di tutto, dalle cose più importanti alle più inutili e l’idea di realtà che divulgano dipende, ma questo come dire è fisiologico, dall’impostazione del mezzo comunicante e dalla sua rispondenza o meno a idee (legittime) che oggi chiamiamo linee editoriali. Ciò che ci arriva dipende da come è emesso (schermo, carta, internet) e da come la pensa chi emette. Un giornalista è libero di avere un idea, non scordiamocelo, l’importante è che le linee editoriali non si accavallino con quelle della correttezza d’informazione.
Ma anche in questo caso, come per ogni vicenda umana, entra in gioco il valore etico del singolo.”

Chi sono i giornalisti moderni?

“Con tutte le dovute eccezioni, direi due categorie; quella di coloro che sono entrati anni fa, nel meccanismo, e oggi sono professionisti (perlopiù bravi) e uno stormo di giovani eternamente precari che vengono immessi nella bolgia, pagati a pezzo, fatti correre e formati in certi casi in maniera adeguata, in altri in modo disastroso. In altri ancora non formati affatto. Difficile trovare un giornalista di cinquant’anni totalmente idiota o impreparato (non impossibile, ma difficile) mentre fra le nuove leve, è (qualche volta) possibile imbattersi in figure imbarazzanti che essendo mitomani o ricchi di famiglia possono permettersi di fare un mestiere che li paga tanto quanto valgono, cioè quasi zero. Purtroppo, con una voluta forzatura, potremmo dire che la funzione copia incolla di word, ha spianato nuove strade del giornalismo, e alcuni pezzi che escono sono identici ai comunicati stampa, mischiati giusto un pochino. Ripeto, non sempre, non ovunque, e non per la maggioranza dei casi. Ci tengo precisarlo perché io difendo questo mestiere, ecco perché provo a vederne anche i limiti. I pregi parlano da soli.”

E i ‘fruitori’ delle notizie, la gente che segue, legge e dice di ‘informarsi’ chi è?

“Una buona metà è ancora in salute credo, mentre l’altra è composta da figure passive che cercano di sentirsi dire ciò che già pensano, e non si preoccupano di cercare la verità, attendono che chi la pensa come loro gliela lasci sul comodino.
Poi dobbiamo intenderci su cosa intendi con “notizie”, perché c’è gente che legge, vede e ascolta, tutta la vita “cose” che tutto sono tranne che notizie. Fra gossip, voyeurismo e gusto del macabro, è possibile “stare davanti” ad un fatto, senza però riceverne alcuna notizia ma solamente miasmi, o pettegolezzi. “

Cos’è oggi la cultura, il fare cultura?

“La cultura è una chiacchiera e già parlarne è triste, provare a farla mi sembra l’unica possibilità seria. Cultura non è una cosa, ma un atteggiamento, e pertanto non esiste come stanza nella quale recarci ogni tanto ad inalare aria pulita, ma è, per alcuni di noi, un modo di stare al tempo, e di rispettare la nostra libertà e unicità. Secondo me la cultura è, o dovrebbe essere, una forma inesausta di curiosità, una necessità di domande, più che una raccolta di risposte. Un rimpicciolirsi continuamente di fronte alla complessità del reale, provando però a scalfirne, ogni giorno, la “roccia”. La cultura non è un angolo nel quale parlare di libri, cinema o musica, è il modo attraverso il quale abbiamo imparato a vivere attraverso il meglio di essi (dei romanzi, dei film e delle canzonette). Cultura è ciò che la bravura degli altri, e la loro visione, ha illuminato in noi.
Ma non solo, cultura è ciò che di prezioso impariamo dalla dignità degli altri.
Un persona educata con qualcuno, un gesto di rispetto verso uno sconosciuto, è cultura secondo me.“

Informazione e web. Pensi sia cambiato qualcosa, non solo nella divulgazione, ma anche nel modo, le forme, con cui vengono gestire le notizie on line?

“La rete è una grande risorsa, io ne ero diffidente all’inizio. Ma poi ho visto che come tutti i calderoni, contiene un po’ di tutto, e che esiste la possibilità di orientarsi verso prodotti liberi, intelligenti e preparati. Poi, è ovvio, c’è anche la consueta manica di mitomani e cialtroni, ma quelli sono ovunque. Da internet al pianerottolo.”

Siamo dentro un loop, un serpente che si rincorre la coda? Questo galleggiare senza guardarsi attorno, questo imporre precise etichette a tutti e tutto per agevolare la non comprensione, questo restare l’ombra dei contenuti di altri: è una gabbia senza uscite?

“Non saprei, credo che dalle gabbie se ci si è entrati, se ne possa uscire.
Tocca individuare chi ne ha le chiavi, e fregarlo. Perché lui se ti ha messo lì è difficile che ti liberi.
Se invece per caso, nella gabbia ci siamo infilati da soli, beh saremmo inutili anche da ‘liberi’ se quando lo eravamo abbiamo scelto di imprigionarci senza nemmeno saperlo.”

Chi sono, se esistono, quelli che non accettano omologazioni, che tentano di andare oltre il commerciale approfondendo l’informazione?

“Non è una categoria che si identifica per ciò che fa, ma per come lo fa, sono scrittori, giornalisti, registi, musicisti, artisti, ma anche commercialisti, muratori, ingegneri, casalinghe, chirurghi, operai, giovani o vecchi. Sono quelli che, come diceva Carver ‘ce la mettono tutta’. Chi conosce questo strepitoso autore sa bene che dietro questa apparentemente impalpabile definizione, c’è in realtà un instancabile e coraggioso esercito di uomini e donne straordinari.
Perché sono unici nell’ordinario, e quel “tutta” di cui Carver parla, è la vita.
Ecco cos’è che loro mettono davvero in gioco e per intero, la loro vita.”

Hai detto “l’unico modo per dire qualcosa è scrivere gialli”. Me lo vuoi spiegare? Ma anche: perché Cristiano Governa scrive romanzi e racconti?

“Perché anch’io ‘ce la metto tutta’ (poca o tanta che ne abbia) e la mia forma di mettere in gioco la mia vita è raccontare ciò che vedo. La scrittura infatti è al contempo è una forma di racconto degli altri esseri umani e la messa in gioco della nostra vita. Loro mi prestano le storie, io le “pago” ogni giorno, dicendo ciò che penso e districandomi fra le difficoltà (anche economiche) di questo mestiere (che ha pregi ma anche molti difetti). Provo, nel mio piccolo, a descrivere ciò che siamo e se al momento uso lo strumento del noir, è perché oggi a mio avviso, la chiave più efficace di comprensione della contemporaneità passa attraverso la narrazione del lato più oscuro del genere umano. L’orrore del presente non è dato dal volto malefico del criminale efferato, ma da quanto noi “brava gente” possiamo essere assassini senza aver mai, in realtà, sparato a nessuno. A prescindere dal “genere” utilizzato, Simenon, Jim Thompson, Orwell, Carver, la O’Connor e tanti altri, a modo loro, hanno scavato in questo universo oscuro. Per fare luce.”

Dopo tutto, perché fai ancora il giornalista?

“Perché non è l’unica cosa che faccio.
Io mi occupo di comunicazione, insegno, scrivo e poi collaboro anche coi giornali o le riviste.
Io sono stato e faccio il giornalista, ma cambio, mi muovo spesso e soprattutto non ne ho fatto il mio unico modo di fare questo mestiere perché ho avuto paura di chiudermi in una redazione. Mi piace farlo anche ‘fuori’ dal giornale, insegnando e tenendo corsi, scrivendo romanzi, curando laboratori. Ecco perché solo un terzo del mio tempo è scrivere per quotidiani o riviste, mentre il rimanente è ‘altro’; parlare con le persone, alle persone (direttamente con l’insegnamento o attraverso la scrittura) . Informazione non è solo riportare le notizie, ma anche la vita che si annida nelle storie, siano esse romanzi, film o canzonette. Carver o Altman o Brel, sono fra i più grandi “cronisti” dell’umano, perché raccontano la notizia del vivere e soprattutto le vite che non fanno notizia.”

Ci salutiamo mentre in molti sono seduti a tavola, o si apprestano a entrare nei locali. C’è ancora luce, molta luce ma la periferia bolognese è pronta a ritirarsi, l’aria odora di fresco. La mia testa inizia ad alleggerirsi. Ci sono incontri che chiedono tempo per maturare, e certe volte – preziose – lasciano qualcosa destinato a sedimentare. Ci sono persone che sono quello fanno, che dicono quello che fanno, che cercano anche senza trovare. Ma non smettono.

Grazie a Cristiano Governa.

La verità è manipolabile. La finzione può mettere in scena una rappresentazione che pur sommando tutte cose false rappresenta qualcosa di vero e di reale che stiamo vivendo, che ci sta accadendo, proprio adesso; una somma algebrica di tanti segni ‘meno’ che alla fine danno un ‘più’.
(pag.210 – Il Catechista)

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 7, 2009 alle 3:36 pm

Pubblicato in 2009

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Bilico.

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Dapprima un’immagine. Si è fatta largo fratturando un nero metallo duro. Un’immagine viva, pulsazione pressante, colori intensi, eccessivi e materia plasmata da densità, spessori e consistenze striscianti.

Sabbie (il)limitate, sconfinate. Grigio-giallastre e finissime da faticare ad afferrarle.
Poi piedi nudi che camminano, arrancano, si trascinano fino a fermarsi. Così. Di colpo.
Allora le dita, che fino a qualche attimo prima erano dita riconoscibili, dieci distinti brandelli di carne delimitati da forme a uncino e pelle morbida, chiara, a ricoprirne, proteggerne l’interno; allora. Sono sparite. Sotto l’abile e silenziosa carezza delle sabbie. Lingue fresche seppur infuocate. Nessun odore nell’aria. Solo un vago, lento, strusciare di ossa invisibili.

E le sabbie nutrendosi si affamano ancora di più. Voglio, di più. Allungano, affondano, sono nervature tra i polpacci, lo saggiano con gusto pieni dei vuoti che lo compongono. Perché questo corpo – qui – c’è ma non è. Altrove lo si vede. Altrove lo si spinge, parla, sposta, vive.

Perché questo è l’ ‘altro’ lato della vita. Dove gli echi arrivano ma sbiadiscono. Dove si è divisi nella separazione carnale, brivido che schianta vertebre e informicola occhi lacrimanti. Mentre ciò che succede, ciò che la vita – quella nel lato opposto – è, senza che nessuno si domandi nulla, è e prosegue con l’incedere sicuro della belva ammaestrata. Ma qui, nell’  ‘altro’ lato non si può, essere e vivere semplicemente. Non si può fingere, ignorare, anestetizzare quelle grida che dal fondo ammalano timpani e bruciano gole. Non si può nascondersi ai corpi epilettici, mai fermi, mai quieti, mai sazi.
Qui.
Nello sbaglio, affondando tra malignità e mali, malformazioni che deformano, puzzo e merda molliccia, liquida. Silenzio borbottato, pentola a pressione per pulsioni, (dis)affezioni, fatiche laceranti, negazioni e maschere di carnevali persi nelle memorie ingiallite, muffe d’altri respiri stantii, funghi allucinogeni per avvelenare un presente in bilico tra lati. Bilico per pochi, comunque, maledizione che libera condannando.
L’ ‘altro’ lato non ammette certezze, conformazioni, granito. Non ammette perché ignora, rifiuta conoscenza menzognere, traditrici.
Ma ama dolentemente fino all’orgasmo totalizzante, puro e intoccabile chi si abbandona.

E da qui la voce se la ruba un vento umidiccio, alito inquieto che delle ferite conserva umori, salva solo il bene del male, vomita il male artificioso della gomma luccicante. Solo la creatura infinita, quel male lì, si salva perché voluta dall’alto poi uccisa da chi con la morte ha creduto di poter costruire a propria immagine e somiglianza imponendo.
Si sente, la voce. Attraverso labbra serrate, occhi spalancati e sensi intrappolati nel bilico. La voce entra nelle sabbie, ansima ad altre voci gocciolanti.

Respiro coi piedi in questo lato della vita, lascio che il mio corpo finisca assorbito e che dita, pelle, polpacci subiscano il risucchio. Ne sono irrimediabilmente (at)tirato. Ne sono parte nell’unico lato che mi riconosce, che è entro me.

Lo troverò mai questo qualcosa che non so? (Sylvia Plath)

I saw something in your eyes I’m sure
And baby I saw it
Something in your eyes
I wanted it for myself
(Dave Gahan – Saw something]


[Barbara Gozzi, 3 settembre 2009, dall'una alle dieci e trenta]

Written by Barbara Gozzi

Settembre 3, 2009 alle 9:48 am

Pubblicato in 2009, barbara gozzi

Io la sento

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di Barbara Gozzi
Ci correvo a piedi nudi.
Luglio e agosto giocavo nel cortile cementato. E il caldo risaliva oltre la pianta dei piedi, bruciava la pelle. Eppure era piacevole.
Di primo pomeriggio il nonno fingeva di seguirmi con il tubo, per bagnarmi un pò.
Il tubo era un serpente verde fosforescente che si usava per annaffiare il piccolo orto interno, accanto al bassocomodo che era un edificio a parte dove spesso nonna cucinava. Aveva due stanze enormi, il bassocomodo. Quella vicino all’orto era per le biciclette ma negli anni si era anche riempita degli attrezzi del nonno e di ogni altra cianfrusaglia possibile. Perfino i miei giochi di bambina. Vecchie bambole senza occhi, veicoli motorizzati con una ruota rimasta, scatole impolverate piene di giochi di società risalenti a chissà quale generazione. Stavano tutti dentro, al buio, e quando si aprivano i portoni che assomigliavano a quelli marroni enormi dei garage, quando la luce entrava, si finiva investiti  da un odore di muffa dolce, quasi caramellata.
Il cemento spesso era bollente.
E io me ne stavo dove prima l’ombra si allungava, prima anche cinque, dieci minuti al massimo. Non faceva differenza. Di pomeriggio il sole si muoveva svelto nel cortile interno mentre in faccia alla strada gli edifici ammassati lo coprivano comunque.
Davanti casa non si poteva fare granché. Magari restavo seduta sui gradini, in faccia al cancello, a leggere o colorare. Ogni tanto ascoltavo musica, ma ero già più grande e lunga quando lo facevo e di sicuro non camminavo scalza.
La rassicurante ruvidità di quel cemento, di quelle estati lontane da casa con l’odore nauseante dello zuccherificio tra le narici, e le notti sulle canne di biciclette improbabili tra i bambini e i ragazzi del quartiere, in una via della periferia ferrarese che era come il serpente verde fosforescente (si allungava poi ritraeva più ci camminavi, più la attraversavi); tutto questo mi è rimasto.
E’ ancora lì, dove deve essere.
Perfino tra la pioggia insistente di un aprile uggioso, umido dentro che a distanza di quasi sette anni pare un altro habitat, un altro clima.
Perfino passandoci davanti in macchina, di fretta, con le mani che tremano leggermente strette al volante, il cuore in piena attività irregolare e la casa davanti, pochi secondi appena, trasformata dal tempo e le esigenze dei nuovi proprietari.
Ma il cemento è sempre lo stesso.
La mia pelle bambina callosa e rovinata dalle corse, ancora ci striscia sopra.
Io la sento.

Written by Barbara Gozzi

Settembre 2, 2009 alle 2:31 am

Pubblicato in 2009